Un mondo senza i vetri

I negozi qui non hanno vetri. Sono parallalepipedi senza una faccia. Immaginatevi garages di ogni dimensione, da quelli che al massimo possono ospitare una Vespa o poco piu’, a quelli che accolgono un parcheggio di modeste dimensioni. Pensateli a volte rialzati di un paio di gradini dal ciglio dalla strada. Intonacateli nella mente di bianco sporco o beige, riempiteli di scaffali su cui sono depositati vestiti, cibo, ricambi metallici, frutta, farmaci. A separarli dal resto del mondo c’e’ solo una serranda grigia, che la sera si srotola e si incatena ad un grosso lucchetto e la mattina sparisce in cima, invisibile.

I ristoranti qui non hanno vetri: i tavoli occupano le soglie d’ingresso senza trovare ostacoli. La cucina e’ in un angolo: la sera una ribalta di legno e’ sufficiente per proteggere piastra e lavandino.

Le case qui non hanno vetri: dalle grate di ferro nero si intravedono i patii, i salotti, le sedie a dondolo e le amache tese nella penombra. Quando arriva la notte si accostano alte persiane di legno scuro e si tira un catenaccio, perche’ non sbattano, non per impedire che vengano forzate.

Le chiese qui mettono a nudo l’unica navata centrale e le persone entrano, si siedono qualche minuto sulle panche chiare e poi se ne vanno, senza lo sbattere secco dei portoni pesanti. Bambini e palloncini azzurri coloravano l’altare questa sera, nella preparazione festosa di una processione per le strade di Valladolid, la versione contadina e turistica di Campeche, elegante signora.

10 commenti to “Un mondo senza i vetri”

  1. Ma lì le case non sono coloratissime come in Chiapas?

  2. E’ vero che anche la differenza di clima può influire, ma lasciamelo dire… assolutamente un altro mondo (e, per certi versi, mi sa che siamo proprio noi quelli messi peggio…)!! 🙂

    • @Shunrei. Ci pensavo ieri alle incongruenze e facevo paragoni. In questo paese in cui molta gente vive in condizioni di poverta’, in cui l’asfalto e’ un miraggio, in cui le case sono stamberghe, in cui nei piccoli drugstore vendono quasi solo cibo spazzatura, in tutti i parchi pubblici, nelle stazioni degli autobus, a volte nei locali c’e’ la rete wifi. Da noi e’ un miraggio e ci dicono che e’ costosissima.Non abbiamo ancora incontrato un messicano poco gentile se non nelle strutture piu’ turistiche, alla caccia del soldo. Io pero’ sono ormai troppo abituata al mio mondo per pensare a questo al di fuori dei semplici termini di una bellissima vacanza.

      • Diciamo che, per quanto uno scenario del genere mi sembri un po’ come il miraggio dell’oasi per l’assetato nel deserto… beh, il termine che mi viene in mente pensando a mollar tutto e andarci a vivere è “coraggio”! Strano, eh? E credo che il punto sia proprio quello che scrivi tu: l’abitudine. Anche se potrebbe essere una dimensione più umana, anche se potrebbe essere meglio, anche se… anche se… ormai sono troppo abituata e legata a qua!
        Forse sarebbe già una gran cosa usare una dose minima di questo “coraggio” per cercare di cambiare anche solo qualche piccola cosa qua da noi…

        PS. Se hai tempo da perdere, passa da me che c’è una cosina da “ritirare”!

  3. Ciao, è con tanta invidia che seguo il tuo diario.
    Io il messico l’ho solo assaggiato, ma prima o poi vorrò gustarmelo come si deve pure io.

  4. Buon viaggio cara rosaverde! Complimenti e buona continuazione! By Un cugino che macina tanti chilometri correndo e che segue da lontano i tuoi fantastici spostamenti!

  5. Volevo lasciare un saluto a tutti voi, perchè per qualche giorno scomparirò dal blog.
    Causa…..trasloco. Sono nel caos più assoluto.
    Comunque buon fine settimana e a presto,
    Luciana

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