Citta’ coloniali, pirati e altre rovine

Campeche ci ha accolto ieri, verso mezzogiorno, con il primo caldo di queste vacanze, quello che ti fa cercare l’ombra dall’altro lato della strada e la bottiglia d’acqua nel marsupio.

E’ una cittadina coloniale nella quale si dimentica, velocemente, la poverta’ di questo Paese, anche se e’ sufficiente allontanarsi di pochi chilometri per cambiare scenario.

E’ una scacchiera ordinata di calles sulle quali si affacciano metri e metri di case basse e colorate: una porta centrale dietro cui si indovina il patio, due enormi finestre laterali, protette da persiane scure e grate nere che sporgono dal muro. Ogni facciata ha un colore diverso: tonalita’ pastello di rosa, verde e azzurro delicato che si alternano a gialli, amaranto e ocra. Porta e finestre sono circondate da riquadri di pittura bianca che creano un bellissimo contrasto, alla luce chiara del mattino e a quella invadente del pomeriggio. Qualche chiesa di pietra grigia, lo zocalo, le porte di accesso interrompono la loro affascinante teoria.

Campeche e’ Antigua del Guatemala, luogo di particolare fascino, all’ennesima potenza. Campeche e’ quello che Cuba potrebbe essere se l’Avana non fosse un cumulo di macerie nostalgiche e Trinidad un paese sospeso in un tempo irreale.

Campeche domani ci aspetta e noi la percorreremo tutta, meravigliandoci ad ogni sfumatura di colore, sotto      il cielo blu messicano in cui corrono le famose nuvole, senza tristezza, pero’.

Ieri ne abbiamo esplorato solo una piccola parte: il centro, patrimonio dell’Unesco, era invaso da bancarelle di giocattoli, per la festa de Los Reyes Magos; in uno dei forti che proteggevano la citta’ dagli assalti dei pirati c’e’ un piccolo, incantevole, museo maya. Dalle feritoie per i cannoni abbiamo riso dei pellicani che si dondolavano pigri sulle barchette dei pescatori; abbiamo mangiato su un tavolino improvvisato al mercato coperto vicino ai baluardi, senza nessuna preoccupazione per l’igiene. Non diciamolo a casa

Poi non so come e’ finita, perche’ sono crollata sotto i colpi del raffreddore: mi dicono che ogni sera c’e’ musica per le strade e tour guidati, per pochi pesos, che raccontano di quando Campeche era un grande porto e spezie e oro passavano da qui, di quando i pirati gettavano l’ancora e attaccavano via terra. Li ascoltero’ piu’ tardi, quando le facciate delle case avranno assunto tutte lo stesso colore, nel buio caldo della sera.

Oggi, invece, ancora siti Maya, in compagnia di una coppia di canadesi, intelligenti e molto piacevoli, che ha visitato mezzo mondo, per lavoro e per piacere, che viaggia solo col bagaglio a mano e con la quale, saltando allegramente da inglese a spagnolo, abbiamo condiviso scalate sugli antichi gradoni.

Sempre per la lista di M., che in questo viaggio sta tripudiando: Edzna’, Tabasqueno, Hochob, Dzibilnocac.

3 commenti to “Citta’ coloniali, pirati e altre rovine”

  1. leggo, leggo, leggo e…una sana invidia mi unisce a te…

  2. musica per le strade…me la immagino. Di sicuro molto genuina, acustica, magari serenate.

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