Una storia triste

Primo Levi, in “Se questo è un uomo”, racconta di come, dopo pochi giorni di Lager, avesse già perso l’istinto della pulizia. Scrive che un amico lo riprende severamente spiegandogli come la cura di sé, seppur minima, è fondamentale per dignità e proprietà, per non ridursi a bestie. E’ una cosa che anche mio nonno, tornato a piedi dalla campagna del Don, mi ripeteva: sbarbarsi, ogni volta che era possibile, o lavarsi le mani e il viso con la neve erano gesti che aiutavano a restare vivi, per non cominciare a morire.

L’azienda per cui lavoro si avvale della collaborazione, tra gli altri terzisti, anche di una piccola Onlus, che si occupa di persone con  disturbi mentali. Due o più volte al giorno il loro furgone arriva in magazzino, per consegnare e caricare. Spesso l’autista è un uomo, di mezza età, alta statura, ben piazzato. Radi bisunti capelli gli scendono fino alle spalle, indossa sempre gli stessi vestiti scuri, informi, luridi. E’ molto educato: saluta, si esprime in italiano corretto, non si spazientisce nemmeno quando i tempi di attesa si fanno lunghi. Non si lava. Mai. Due volte l’anno in cooperativa lo costringono a fare una doccia, non so con quali mezzi di convinzione. Il giorno dopo sembra un’altra persona, come si suol dire. In tre settimane riscivola nel solito sé. E’ impossibile stargli accanto: da lui emana un odore insopportabile, di putrescenza. Una volta – ero nuova del posto – è entrato nel piccolo ufficio in cui ci si occupa dei documenti di trasporto: io ero lì ma sono scappata subito via, soffocando i conati. Ho minacciato ritorsioni, con tutto il potere gerarchico che possiedo, cosa che non sono solita fare: non devono lasciarlo passare se io sono nei paraggi. Il cartello, appeso da anni solo per lui, “vietato l’accesso ai non autorizzati”, deve essere rispettato. Hanno riso e se vogliono che io risolva per loro una cosa con urgenza ribaltano la prospettiva: “guarda che sta arrivando: gli apro la porta”.

Mi hanno raccontato qualcosa della sua storia. Mi hanno detto che ha una laurea. Che aveva un suo studio professionale. Che ad un certo punto è successo qualcosa. Che è arrivata la depressione. Che adesso guida il furgoncino e raccoglie la spazzatura per il Comune. Che non si prende più cura di sé, da molto tempo ormai. Che non cambierà.

Lo osservo, mentre si abbassa a raccogliere una cassetta e i pantaloni sporchi della tuta gli scendono a scoprire il sedere nudo, e le persone arretrano, lo tengono a distanza, gli urlano le cose, fanno gesti con le mani per indicargli dove andare, evitando di toccarlo. Mi domando per quali vie sia arrivato ad ignorarsi così.

Lo guardo e mi chiedo quanto quest’uomo, tenuto a distanza, non ci sia in realtà, spesso, pericolosamente vicino.

“Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, così distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza.” . Primo Levi, “Se questo è un uomo”

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16 commenti to “Una storia triste”

  1. Non so quale sia la storia, ma se ci pensiamo, ogni piccola attenzione che ci neghiamo, nasconde un mondo. Anche il caos in casa, rivela il caos in mente.
    Mi sento colpita da questo post, perché anch’io mi trascuro per certe cose. (beh, la mia doccia quotidiana non può mancare, se no mi sento male)

  2. Questo post mi colpisce sul vivo, proprio in questo periodo: con tutti i cambiamenti che ci sono stati da quando è arrivata l’Aquilina, e a maggior ragione in questi ultimi tre giorni che – essendosi beccata un po’ di raffreddore – ha scombinato completamente quel poco di ritmi che aveva preso… lo ammetto, se devo risparmiare tempo lo sottraggo a tutti quei piccoli gesti che “prima” facevo per prendermi cura di me.
    Urgerebbe brainstorming per capire come riuscire a fare tutto…

  3. ..semplicemente grazie….grazie per riuscire sempre a donarmi spunti di Cuore, onde di sensi, parole dense e concetti fluidi….grazie…oggi è proprio una giornata difficile per me….ma il tuo post per il momento ha ridimensionato ogni cosa…devo solo arrivare a sera…e arrivarci viva….un grande abbraccio. A.

  4. Alle elementari avevo in classe una bambina così, in famiglia erano tutti così a partire dalla madre: sempre sporchi, maleodoranti, trascurati. Nessuno le voleva stare vicino, nessuno le voleva prestare i colori o la penna, nessuno voleva giocare con lei. Era una famiglia un po’ disastrata, persone senza un futuro e apparentemente “ritardate”. Poi per un po’, non ricordo perché, mi sono ritrovata a frequentarla, giocare con lei, addirittura andare a casa sua, e avevo capito che non era così diversa da me come pensavo, solo che la vita le aveva offerto una strada in salita. Il problema è che il “ribrezzo” rimane, reazione fisica ma anche mentale secondo me: vediamo in queste persone quello che potremmo essere e ne abbiamo paura.

  5. Storia davvero molto triste. Spero quell’uomo possa al più presto tornare a volersi un po’ di bene in più.
    Un caro saluto
    Angela

  6. c’è un ragazzo all’angolo della strada, lo vedo ogni mattina andando al lavoro. Porta un lungo cappotto nero, è scalzo. Avrà circa vent’anni, non di più, capelli biondi e occhi azzurri. Chiede l’elemosina al semaforo con uno sguardo incerto. In questo autunno primaverile il tempo non è inclemente con lui. ma i suoi piedi nudi sull’asfalto grigio mi scavano dentro un fosso di tristezza. Perchè? Me lo chiedo ogni giorno…è un ragazzino che ha già mollato ogni speranza…

  7. Ricordo che discutevamo, tra colleghi, sull’uso della costrizione in casi come questi, dove però ad esempio quella persona si trovi a dover essere ricoverata per qualsiasi motivo, oppure a vivere in una comunità o struttura per anziani. Al di là di una diagnosi psichiatrica, è o non è un diritto il non lavarsi? Se uno si rifiuta, va costretto con la forza? Si può? È etico? È lecito? È necessario? In questo caso limite penso di sì, se dovesse trovarsi a dover dividere ambienti con altri. Ma non sempre il confine è così netto, e specialmente nelle cure a domicilio ci sono zone dove si scontrano la libertà individuale dell’autodegrado e la coscienza umana e professionale.

    Non sono alieni, sono esseri umani come noi, e che ci sono infiniti gradi di deumanizzazione, date certe circostanze, possibili per tutti.

  8. E’ davvero una storia molto triste: quanto dolore, quanta disperazione sono nascoste dal lerciume? E basta davvero una doccia, una piccola attenzione, un sorriso, per riscattare una vita?
    Credo che yliharma abbia colto un aspetto profondo della faccenda: guardiamo i derelitti e ci vediamo riflessi in loro. Ne abbiamo paura perché sono come noi, come potremmo essere se la vita fosse più crudele o se noi fossimo più fragili. Ricordo che nei primi tempi dopo l’università, quando cercavo lavoro senza trovarne, ero molto più generosa di quanto non lo sia oggi con i mendicanti: donavo di più perché sentivo in fondo al cuore il timore di diventare come loro 😦

    • @Tutti. Grazie dei commenti. Ne riprendo alcuni:

      Vedo che ognuno di noi ha una storia simile da raccontare. Questa è sotto i miei occhi ogni giorno: la persona di cui scrivo vive, a suo modo, in una organizzazione sociale. C’è tra lui e gli altri, con cui, ripeto, ha un approccio inappuntabile nei modi e che è indiscutibilmente intelligente, il muro invalicabile dell’odore. E’ inavvicinabile, inaudito. Non so se se ne accorge, non so se gli interessa: questo è il nocciolo della questione. Il suo essere incurante di sé mi comunica che ha preso le distanze dal mondo. Non lo costringono, Arte, a forza: conosco le persone con cui lavora, credo siano risultati ottenuti a forza di suppliche e appelli. Un amico medico raccontava, alcuni giorni fa, tra il serio e il faceto, di certe visite che deve fare, con persone che si trascurano. Ridevamo, ma è un argomento serio, che tocca anche il libero arbitrio.
      Come dici tu, e come scrive yliharma, anche a me quello che colpisce è il sentirlo, nonostante tutto, persona, essere umano, e per questa ragione mi chiedo quali siano state le sue vie e perché non riesca, non voglia, non possa trovare la strada.
      Come scrivo nell’ultima frase, mi colpisce ancora di più il sapere che i gradi di deumanizzazione, come li chiami, sono possibili ( e molto vicini) per tutti. Basta un attimo per attraversare invisibili confini. Hai ragione yliharma: è una cosa che mette paura. Ma, se la si ammette possibile, la si può tenere a distanza.

      @esprit74, emmecarla: non si tratta di un uomo che si è arreso del tutto. Non vive per strada, comunica, è costretto ad avere a che fare con gli altri per lavoro, ha uno stipendio. In qualche modo un piede nella vita “normale” (se ne potrebbero scrivere di cose sulla parola “normale”: rimandiamole a prossimi post) continua ad averlo. Da lì nasce la distonia, la dimensione dell’abisso che ha scavato e continua a scavare tra sé e noi, che arretriamo inorriditi.

      @Shunrei: con una bambina appena nata in casa, sfido chiunque a non avere a che fare con il caos!

  9. è vero anche che alcuni, pur non soffrendo di depressione o altri disturbi, usano lavarsi e curarsi poco. Ho qualche collega che è così e devo ancora capire se si tratti di cultura, educazione (un tempo ci si lavava solo al sabato), o di avarizia (l’acqua, ili riscaldamento, i vestiti da lavare, stirare). In ogni caso la loro è una mancanza di rispetto innanzitutto verso gli altri.

    La settimana scorsa è morto un mio parente, anche lui sopravvissuto alla ritirata di Russia. Quelli che ho conosciuto sono tornati tutti con un pizzico di follia.

  10. Stupendo il libro, fantastico lo scrittore, bellissimo il paragrafo che hai riportato.Vero come e’ vero che ogni mattina sorge l sole.

  11. a me non sembra una storia triste. Se potessimo sentire gli “odori” di certe persone che si sono fatte tutte da sé, che hanno una posizione e una reputazione, probabilmente correremmo piuttosto ad abbracciare quel tizio, repellente, ma sincero (cit. Gaber, http://www.youtube.com/watch?v=Nw3BrtWfMAY).

    ps: complimenti per il blog. Ne ho seguito il link dalla tua scheda nel corso e scusa se mi ci sono intrufolato nei commenti. Ho come la sensazione che ne ricaverai presto un ebook 🙂

    • @Francesco:grazie per essere passato di qui e per aver suggerito una prospettiva diversa da cui vedere le cose.

      Ogni volta che qualcuno si intrufola nei commenti gongolo! Sei il benvenuto tutte le volte che vuoi. In quanto all’ebook….chissà 😉

  12. I love this post, I love ” Se questo è un uomo”.

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