Riflessi pavloviani da lettori: Matthew e la bancarotta

Periodaccio, questo. Troppe cose da fare tutte insieme. Troppo corti i tempi di ozio.  Troppo poco spazio per leggere. Troppo numerose le ore di buio, che cominciano già alle 5 del pomeriggio e mi proiettano senza scampo verso l’inverno. E poi, complici il clima umido e la forzata immobilità, da una decina di giorni il ginocchio è di nuovo infiammato. L di Minimoblog parla stupita della scoperta della corsa, io ho ricominciato a zoppicare, ad affrontare i gradini ad uno ad uno, mugolando, e ad ingollare farmaci, mentre il progetto del Cammino Primitivo per l’anno prossimo comincia a sembrarmi utopia. Uffa.

Ci si mettono pure i giornali ad aggiungere toni foschi ad atmosfere plumbee. “Fate presto”, titolava ieri Il Sole 24ore. Stanno spuntando come funghi articoli che consigliano cosa fare in caso di improbabile – ma se è improbabile perchè se ne parla? – tracollo economico, di crack finanziario del Paese, di morte dell’euro. Tutti dispensano consigli su come salvaguardare i propri risparmi. E se la mia sensazione è che negli ultimi giorni tutto sia  cambiato ma nulla sia cambiato davvero, ritrovarmi sotto gli occhi questi inviti al panico collettivo non mi aiuta a recuperare buonumore. Uffa.

Il problema, vedete, è che inconsciamente mi si innescano riflessi pavloviani. Da piccola, quando non ero  impegnata con l’opera omnia della Alcott, concentravo la mia attenzione su Anne of Green Gables e, nonostante l’età adulta e quel minimo di razionalità e competenze a cui mi aggrappo, a me in questi giorni continua a venire in mente il buon Matthew. Ve lo ricordate? Deposita tutti i risparmi nella banca gestita dal figlio di un amico di lunga data,  nonostante le voci preoccupanti che serpeggiano, riceve una lettera che lo informa della bancarotta, la legge, ha un infarto e muore. Uffa.

Vuoi vedere che tra un po’ mi toccherà fare come Pèline, quella di In famiglia di Malot, e trovarmi un capanno sul fiume, intrecciarmi la suola delle scarpe con le frasche, ricavare pentolini da ritagli di lamiere, cucinare la zuppa con le erbe selvatiche? Dal Piano B al Piano S, come Sussistenza,  per direttissima. L’importante è che non mi ritrovi tra i piedi qualcuno con la sindrome di Pollyanna che, a dirla tutta, ho sempre considerato una creatura stucchevole. Uffa.

12 commenti to “Riflessi pavloviani da lettori: Matthew e la bancarotta”

  1. Solidarietà per il ginocchio 😦

  2. Io so accendere il fuoco, e so riconoscere i funghi cattivi, i parassiti, ..a Roma ce ne stanno un bel po..

  3. Uffa uffa uffa!
    Meno male che è venerdí perchè se no guarda un altro uffa ci sarebbe stato benissimo!
    Buon weekend!

  4. Hai letto Peline!!!!!!!!
    Mitica Peline!

    Non ho mai incontrato nessuno che oltre a me abbia letto Peline!
    L’asino Palicaro! La filanda! L’isola nel laghetto, dove fa la zuppa di cicoria! Tra i libri assolutamente più amati, letto e riletto in pessima traduzione, probabilmente adattata, mi ha accompagnato per molti, molti pomeriggi dell’infanzia, e a volte torno a rileggerlo.

    A questo punto devo per forza chiederti se hai letto “Senza famiglia” di Hector Malot.

  5. Dici che siamo già alla fase del doversi arrangiare?!? Non ho mai letto di Peline o Matthew, ma se sono davvero dispensatori di buoni consigli corro a farlo!!!
    Un saluto

  6. Diommio altre due che han letto Péline!!! (Io io io ho letto anche Senza Famiglia (Rémi)!)

    • @cappuccinokid: benvenuto. Curioso il tuo blog: quasi un anno di interruzione e adesso in ripresa? Mi hai incuriosita.Spero che non si arrivi alla fase del doversi arrangiare 😉 Ogni tanto ho delle botte di catastrofismo…comunque, quando avevo studiato la logistica per il cammino di Santiago, ero stata a pochissimo dal costruirmi un kit di sopravvivenza e dall’avere uno zaino pronto in caso di disastro. Poi mi sono detta che, visto come mi va la vita, il giorno in cui c’è il disastro io sarei di sicuro fuori casa quindi sono tornata a più miti posizioni. Pèline è una McGiver di 150 anni prima.

      @Arte e Alliandre: grazie, voi mi rassicurate, è come essere a casa!!!
      Certo che c’è stato Rémi con Senza famiglia, cartone prima (era l’unica mezz’ora di tele che mi era concessa: ci infilavo, a rotazione, Rémi, Heidi e Mazinga) e libro dopo. Il libro, come al solito, era molto più bello e ricco di trama del cartone. Anche di In Famiglia c’era stato un bel cartone animato (Marcondirondirondirondero, cigola la ruota sul sentiero…rivolgersi a youtube che lì si trovano tutti gli episodi) ma volete mettere il libro?
      Insomma, dove la trovate una protagonista femminile nell’ottocento, che rimasta orfana, si arrangia alla grande da sola, che se la cava benissimo, che entra nell’azienda di famiglia che le spetta di diritto ma senza dire chi è solo perché sa cose che altri non sanno, che si fa amare da un uomo triste e inacidito e cambia il volto della filanda costruendole intorno un paese operaio con tutti i servizi applicando un socialismo concreto senza buonismi? Altro che manifesti femministi. E poi aveva il carrozzone e aveva visto il mondo ( e io avevo il camper): come non farsela piacere?
      Giuro che ai tempi non ci avevo fatto molto caso ma c’è un punto del libro in cui il nonno, che ancora non sa che la ragazza è sua nipote, dice “Questa bambina ha la stoffa per diventare un ottimo ingegnere, non vi pare?”. Scusate ma quando lo rileggo io arrivo qui e gongolo!!!

      @Arte: la zuppa era all’uovo e all’acetosella, nella mia versione. Cosa sia esattamente l’acetosella, non lo so ancora, ma mi tengo il dubbio.

  7. Non era comunque cicoria, ci ho ripensato subito dopo aver commentato, ma mi pareva patologico ricommentare per correggermi. Nella mia versione, credo che fosse “al crescione”, ma non sono sicura perché il libro dev’essere rimasto in qualche libreria della casa di Firenze, difficile da qui controllare. Le uova però erano di “gallinella d’acqua” mi pare. Ricordo benissimo quando monsieur Paindavoine dice che lei potrebbe diventare ingegnere, sì. Ma nella tua versione, Palicaro è ghiotto di cardi selvatici?
    Si potrebbe fare un’analisi comparata del testo.

    Comunque “Senza famiglia” con quei barroccini che muoiono era terribile, mi ci sfinivo dal piangere, e infatti ne ho rimosso gran parte, né potrei rileggerlo. Al contrario, “In famiglia” è in qualche modo confortante, imprenditoriale, ottimista pur nelle difficoltà.

    @Alliandre: Tu quoque! Ma pensa, magari lo hanno letto in tantissime e tutte credono di essere le uniche…

  8. Macchè “barroccini”, barBONcini avevo scritto, ma questo coso mi corregge quello che scrivo e a volte neanche me ne accorgo. Se dovessi scrivere qualcosa di MOLTO peculiare sappi che non sono io ma il mac.

    • Impossibile che sia il Mac, non sbaglia mai. Penserò che sei tu, sicuramente.
      Allora, ho sottomano l’edizione integrale Mursia del…non lo so perchè non trovo la data, comprata in vacanza a Porto San Giorgio lustri fa.

      Brava. Il crescione c’è, insieme a cipolline, lattughina, pastricciano (cosa è il pastricciano?!), rape e barbabietole: è citato quando Péline racconta a Rosalie dove vive e che conosce le erbe perchè il padre le ha insegnato a distinguerle. Le uova nel mio testo sono di arzavola che, da rapido consulto di un dizionario, mi risulta essere traducibile anche come gallinella d’acqua. E sono due punti. Il terzo è per il cibo preferito di Palicaro, che sono indubbiamente i cardi (senza ambiguità di traduzione possibili).

      Accidenti, si vede che io e i cani feeling poco…la morte dei barboncini mi passava inosservata, quella di Vitali mi impietriva ogni volta. E mi ero messa in testa che volevo un’arpa: non ti dico che zuppa che ne davo ai miei…
      Non trattenerti, potevi correggerti, sei in un blog sempre al limite della patologia.
      La prossima sfida sui libri dell’infanzia sarà difficilissima. Sono dibattuta tra “Il mio amico Carlo”, che però forse è troppo facile, e “Ceschetto figlio della montagna”, perla rara.

  9. Passo su Carlo e Ceschetto.
    Invece, libro bellissimo, conosci I Ragazzi di via Pàl? Hmmm… potrei farci un post.

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