La perduta arte di sficcanasare in biblioteca

Ieri pomeriggio ho ricevuto un messaggio sul cellulare: “Il volume da lei prenotato è disponibile per il ritiro”. L’avrò già detto mille volte, alla bibliotecaria, che non è necessario avvertirmi, che una volta a settimana la testa in biblioteca la infilo comunque, visto che ci passo davanti, sulla strada del lavoro, anche solo per restituire quello che ho letto. Lei sorride, gentile, e risponde che si attiene alle regole.

Adoro il sistema bibliotecario di cui fa parte questa bibliotechina: apro il sito dell’OPAC dovunque mi trovi, cerco quello che mi serve, lo prenoto, controllo le scadenze dei miei prestiti, inserisco suggerimenti per nuovi titoli da acquistare e il lunedi pomeriggio, quando il corriere che fa da navetta tra le biblioteche del comprensorio ritira e consegna, ci sono i miei libri sul bancone, pronti per me.

Eccoli lì, già inseriti nel mio profilo utente, con il segnalibro che ricorda orari e data di scadenza del prestito che spunta fuori dalle pagine. Tutto è facile, rapido, efficiente. Ogni tanto però mi viene la nostalgia delle vecchie schede prestito. Funzionava così anche dalle vostre parti? Appiccicata all’ultima pagina, sul lato della copertina, c’era una bustina che accoglieva un cartoncino colorato. In tempi in cui si chiedeva privacy solo per le funzioni fisiologiche, l’assoluta trasparenza delle schedine suonava innocente e permetteva a chi, come me, è convinta che si possa definire una persona con la risposta al “dimmi chi leggi e ti dirò chi sei”, di perdersi in deliziose divagazioni di pura curiosità.

Non che sapere chi si fosse portato a casa prima di me “Programmare in Pascal” fosse particolarmente interessante ma, per esempio, non resistevo all’impulso di conoscere chi avesse girato le pagine dei libri per adulti, alla “Opus Pistorum” per esempio. Non ridete: da adolescente c’erano certe tappe obbligate lungo la via della scoperta del sesso dalle quali i malati di libri passavano, specialmente se di pratica ne facevano poca, avevano urgenza di capire certi codici di comunicazione degli adulti ed erano convinti che la parola erotismo fosse solo una questione di padroneggiare tecniche. Oppure ritrovavo gli stessi nomi più e più volte, sui libri di poesia, sui grandi classici, e mi sembrava che ci fosse un percorso invisibile ma ben delineato che intrecciava i testi, da scaffale a scaffale, da settore a settore, come una lunga caccia al tesoro.

E non avete mai avuto la sensazione strana, di pioniere triste, quando scoprivate che eravate i primi ad aver desiderato di leggere proprio quel libro lì, che nessuno aveva ancora degnato di considerazione? Alcune schede invece si riempivano in poche settimane: erano quelle dei best-seller o dei classici che dovevi intercettare per tempo facendoti largo a gomitate tra le code di prenotazione; altre raccontavano di lunghe storie di attesa sugli scaffali tra un’uscita e l’altra. Nomi, cognomi, date. Certe persone le conoscevo, altre no. Quanti anni avevano? Gli era piaciuto? Da quali libri erano giunti fin lì o verso quali ripartivano dopo?

Dai, direte voi, adesso c’è Anobii: apri il sito e fai la guardona fin che vuoi. Ma sì, forse avete ragione, ma quelle schedine mi raccontavano storie immaginate e il loro rosa acceso mi svelava legami fisici tra parole e lettori, come le macchie di caffè sulle pagine, i moscerini spiaccicati vicino alla rilegatura, un fiore secco, un angolo piegato a tenere il segno.

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17 commenti to “La perduta arte di sficcanasare in biblioteca”

  1. ma tu sei proprio sicura di vivere su questo pianeta? sicura sicura? dai, raccontami ancora della navetta che fa la spola tra una biblioteca e l’altra. raccontami di come ci si possa ancora rintanare in un posto ad alta densità di libri, mettersi in un cantuccio e sentirne pure l’odore. Io amo l’odore dei libri, di qualsiasi annata. L’ultima volta che sono stata in una biblioteca risale alla mia tesi di laurea. Adesso, se volessi frequentare quella comunale dovrei attraversare tutta la città, fiondarmi nel traffico, abbandonare la mia auto nelle mani di uno dei mille posteggiatori/stronzi che popolano Palermo e, alla fine, farmi portare di peso nel primo centro di riabilitazione mentale disponibile…Ecco perchè odio la vita cittadina: ti priva di un sacco di cose deliziose, quelle che ti riconciliano con la vita…

  2. C’è un periodo della mia infanzia che ricordo sempre volentieri, ed è proprio legato alla biblioteca…
    Facevo le elementari, e mio padre era appena andato in pensione (complici il fatto di aver iniziato a lavorare da giovanissimo e di avermi avuta “tardi”), così una volta a settimana (mi pare il lunedì pomeriggio) prendevamo su assieme e andavamo alla Biblioteca Comunale: ogni lunedì mi portavo a casa tre nuovi libri e riconsegnavo i tre (divorati) della settimana precedente. Abbiamo continuato per almeno 3-4 anni, fino a quando i compiti di scuola non hanno iniziato a diventare più impegnativi (e il tempo bastava giusto per i libri che mi compravano, senza doverli integrare con quelli presi in prestito)… 🙂
    Non ho idea se ne avrò la possibilità (per il momento abbiamo deciso che starò a casa da lavoro per il periodo del nido… dopo bisogna vedere se potrò permettermelo…), ma se avessi la fortuna di poterlo fare e di riuscire a tirar su un’altra “topina di biblioteca”… non vedo l’ora di replicare queste incursioni tra gli scaffali portandoci mia figlia, tra qualche anno!

    • @Shunrei. Mi sembra un ottimo progetto. Tra l’altro l’editoria per l’infanzia è viva e vegeta e ci sono certi libretti meravigliosi 😉

      @emmecarla: Uno dei vantaggi di vivere in un posto piccolo è la dimensione ridotta e la facilità di utilizzo di alcune cose. Vivo tra due province: in una il sito del sistema bibliotecario permette solo consultazione del database, nell’altra tutto quello che ho descritto nel post. Approfitto e ringrazio, sperando che i tagli alla cultura non colpiscano troppo anche queste organizzazioni…
      Uno degli svantaggi di vivere in un posto piccolo…beh, è che è piccolo e di cose ne succedono poche. A volte è frustrante.

  3. Venti anni fa mi piaceva andare in biblioteca, poi ci son ritornato l’anno scorso per mia figlia.HO trovato gli stessi libri, non uno in più! Che tristezza, non ci sono mai soldi per la cultura ma per le auto blu sembrano non finire mai…

  4. la mia era una piccola biblioteca comunale di quartiere, ci sono cresciuta dentro. il bibliotecario, MC, è andato in pensione lo scorso anno: una persona incredibile, sacrificava spesso ore del suo tempo libero per organizzare incontri a tema con libri in prestito (ricordo pinocchio, la bicicletta e il dialetto), tornei di scacchi, e addirittura una corale. ora la biblioteca è un grande centro multimediale con emeroteca (molto apprezzata dai residenti della casa di riposo dall’altro lato della strada), postazioni internet, prestito cd e dvd.
    non mi piace, è diventata impersonale, senza MC poi… non credo che ci rimetterò mai piede…. ma la tessera la tengo nel portafogli comunque!

    • Non ho mai avuto particolari legami con i bibliotecari: non ho incontrato persone con particolare passione o in grado di trasmettermela, niente consigli di lettura, niente perle rare. Peccato! Credo che queste persone siano l’anima del luogo, no?

  5. io ho frequentato le biblioteche solo nei periodi in cui per carenza assoulta di soldi non potevo comprare libri, il che mi pesava terribilmente…. amo averli, metterli in fila, catalogarmeli, attaccarci un ex libris e guardarli quando ci passo davanti…ma ho un bellissimo ricordo delle biblioteche, quella comunale e quella del british council, quest’ultima in un grande palazzo antico, con pavimenti dilegno antico e grandi finestre, tende di velluto… non ho mai trovato però il nome dei precedenti lettori, ci mettevano solo la data di riconsegna. avrei fantasticato un bel po’, sì 🙂

  6. grazie per aver salvato il ricordo della schedina…io le trovavo nei libri che leggevo d’estate, alla biblioteca comunale dell’isola di Lipari, ed è vero – le sensazioni e i pensieri erano quelle che racconti.

  7. eh eh tracce? Quando ancora avevo il coraggio di frequentare la Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II di Roma, insomma quella architettura anni 70-90 a Castro Pretorio, e di resistere impavida ai tempi paleontologici delle richieste e delle consegne, quando non ero ancora laureata e non potevo entrare alla biblioteca dell’Istituto Archeologico Germanico, ma soltanto a quella dell’Ecole Française e della British School, insomma quando nuotavo nel limbo delle interminabili attese e nell’acquario dell’immenso atrio vetrato (vetrato come tutto il resto) della BVE, un giorno apro un libro e trovo: un tagliandino di carta rettangolare, timbrato 22 FEB. 1935, stampato preciso come quelli attuali (di allora) “Deposito N. 48 sala Studio A, Autore…. Collocazione …. L’opera dovrà essere conservata nella sala a disposizione del Signor (firma) Olga … e dio lo sa come si chiamava di cognome non sono riuscita a decifrarlo, Data— Scontrino da conservare nel volume”. Ammetto che la tentazione di romanzare brevemente Olga e la Biblioteca (che allora stava ancora a sant’Ivo alla Sapienza!) è stata a prima cosa che mi è venuta in mente. Ma poi dovevo finire la tesi, e già da piccola avevo rinunciato all’idea di fare la scrittrice, optando per l’archeologia.

    • @paola. Se faccio la brava, in una di queste biblioteche mi ci porti?! A scelta tua: la paleontologia del luogo sarebbe, da non utente, una tantum, sono un valore aggiunto!
      La tentazione di romanzare Olga sarebbe stata la prima, la seconda e la terza che mi sarebbero venute in mente. Anzi, ci starei pensando anche adesso. Anzi, potrei impadronirmi del tuo personaggio! Chissà chi era, colui al quale era riservato il libro…che libro era?!!

      L’opzione archeologia è di per sé degna di avventure da romanzo, specialmente di questi tempi. Quella di ingegneria affatto: avete mai visto fiction del tipo “Ingegneria d’urgenza” o “Gli ingegneri di Piazza di Spagna?”. Ecco, appunto. Appeal zero.

  8. Eccome no! quando vuoi sei invitata: per entrare alla BVE bisogna solo passare attraverso la trafila chiave-armadietto, lasciare borse, tenere l’indispensabile, come il pc veramente portatile (il mio non lo è) o quadernino+penna, fazzoletti per raffreddore, telefonino spento, portafogli per pagare le eventuali interminabili fotocopie. Do po di ché, una volta riuscita a tenere insieme tutte queste cose senza un apposito contenitore, cioè una borsa, sei ammessa al reparto schedatura e foto segnaletica. Poi verrai munita di scheda magnetica, che dovrai inserire nel lettore di uno dei due varchi sorvegliati da occhiute/i custodi che, ad ogni tuo tentativo fallito, ti guarderanno con commiserazione mista di insofferenza (ma sono lì da anni a ripetere la stessa cosa) e ti diranno: “No, dall’altro verso”. Poi, quando avrai capito qual’è l’altro verso, ti si aprirà miracolosamente la sbarra del cancelletto elettronico e… vaaa’, la BVE è tutta tua! Almeno nel senso che potrai passeggiare lungamente nell’immenso atrio e in tutte le sale, e potrai persino prendere in mano veri libri, senza ulteriori procedure, se li troverai nella reparto a consultazione diretta di ognuna delle sale, tranne che poi qualcuno ti ricorderà che devi firmare un registro. Epperò, se vorrai accedere a tutto il resto, che è quasi infinitamente di più, dovrai: consultare il catalogo on line, compilare arcaici moduli cartacei, consegnarli all’addetta/o nella sale e nel bancone di pertinenza, rassegnarti ad aspettare almeno tre quarti d’ora, nella più rosea delle ipotesi, perché se l’ultimo turno delle richieste è appena partito, il tempo di attesa raddoppia. Non solo, ma se l’ultimo turno è proprio l’ultimo, ti diranno “Torni domani”. E torni, s’intende, negli orari delle richieste, che sono ben specificati e delimitati (“dalle otto alle otto”), e che richiedono una certa predisposizione per essere memorizzati. Dopo di che, alla fine di una più o meno lunga attesa, potresti sentirti rispondere che: 1) la collocazione è sbagliata, ciò che spesso significa che: manca qualcosa, nel qual caso è colpa tua, oppure che: chi avrebbe dovuto leggerla non è stato in grado, oppure che: di quella stessa opera erano disponibili altre copie con altre collocazioni, che però tu non hai indicato, fondamentalmente perché nessuno te l’ha detto. Ma è una questione di esperienza. 2) L’opera è in prestito. E questo è un fato ineluttabile, significa che non la potrai avere finché non tornerà. 3) L’opera è in consultazione: lo stesso, ma potrai ritentare appena il giorno dopo (tenendo presente che adesso esiste pure la prenotazione on line comodamentedacasa). 4) L’opera non si trova: perché qualcuno ha deciso di accelerare le procedure tenendosela e/o portandosela via. Per chi vuole ingannare il tempo o tamponare il languore dell’ ora di pranzo ci sarebbe il bar e la saletta-mensa: preferibile il primo, dato che nella seconda la prevalente chiusura dell’ambiente, ed il controsoffitto basso, creano, nell’ora di punta, un frastuono insostenibile. S’intende che per accedere alla zona bar dovrai ripassare per i varchi magnetici, con i problemi di cui sopra. Se poi decidi di avere bisogno di una fotocopia, armati di pazienza, prendi il numeretto senza sgarrare l’orario, mettiti in fila con altri dannati della fotocopia, s’intende dopo aver espletato la procedura nella sala dove hai preso il libro, compilato moduli, ricevuto una copia del modulo, firmato col sangue che il libro lo restituirai. Dopo aver aspettato un tempo sufficientemente lungo, sarai ammessa alla richiesta fotocopie, dove una gentile addetta decritterà il tuo modulo, e a questo punto incrocia le dita che tutto vada bene: potrai ritirare le fotocopie, se va bene in giornata, se no, che te lo dico a fa’, il giorno dopo. La prossima alle altre biblioteche 🙂

    • @paola. La cultura richiede sforzo, giusto?! Ok, organizziamo: prima pero’ devo ingollare qualche litro di valeriana!!! Aspetta che me la procuro.

      Saro’ poco poetica , anche se alla Bodleian quest’estate ero in affascinata contemplazione, ma sono un’accanita sostenitrice delle biblioteche online ( tutto il materiale consultabile e accessibile online, intendo). Lo so, utopia.

  9. P.S. il libro era HUELSEN CH. 1899, Bilder aus der Geschichte des Kapitols, Roma 1899, che avevo escluso fino ad allora, pensando, senza sbagliarmi, che l’autore vi avesse rimixato monograficamente tutto ciò che aveva scritto in modo più approfondito e documentato in articoli precedenti. Ricordo quella mattina solo per la scoperta di Olga, che porto ancora con me in una bustina nel portafogli. uhm, adesso l’ho detto, speriamo che non si depotenzi 😉

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