Conversazioni sul vaporetto. Italiani in coda

E così, dato che via terra non si poteva passare, all’attracco del vaporetto si fece subito gran folla. La barca si fermava, scaricava, caricava, ripartiva in un lungo groviglio di corpi pressati, che  estendeva e accorciava la propria coda come una fisarmonica, sotto il caldo  sole del pomeriggio. Nella calca il vaporetto imbarcava meno persone di quanto avrebbe potuto, perché tutti rimanevano stipati sul ponte e non scendevano al coperto: lo smaltimento della coda si prospettò fin da subito faccenda lunga.

Noi italiani abbiamo un pessimo rapporto con le code: le subiamo come un abuso, stimolano i nostri istinti di guerra, attivano nell’amigdala comportamenti primordiali di lotta per la sopravvivenza. Succede come quando si depone a terra una ciotola piena di pappa e i cuccioli le si avventano addosso, dimenando le codine, come se fossero passati eoni dall’ultimo pasto. Ne resta sempre fuori uno, che tenta inutilmente di infilare il muso tra la siepe dei culetti e che gira disperato tutt’intorno mugolando di strazio.

Noi italiani abbiamo sempre paura di far la fine del cucciolo escluso anche quando, consciamente, ci rendiamo conto che nella ciotola c’è pappa per tutti. Quest’estate osservavo ammirata gli inglesi in fila alla fermata dei bus: prima lasciavano scendere le persone poi, uno alla volta, salivano a bordo senza spazientirsi nemmeno se qualcuno doveva fare il biglietto e allungava l’attesa. Sabato, lungo il canale, confinata a ridosso di una transenna, mi immaginavo la stessa scena in terra straniera: nello stretto corridoio dell’imbarcadero, persone e borsoni continuavano ad ammucchiarsi il più vicino possibile all’attracco, cercando di infilarsi tra i corpi. “Permesso, permesso, scusate” e via a testa alta a guadagnarsi 30 centimetri di avanzamento. Dato che ormai avevo già mentalmente salutato il mio treno diretto ad ovest senza di me, avevo quasi tutto il tempo del mondo: lo stavo occupando ad elaborare immagini  di scudi, manganelli e bandiere e a dedicarmi allo studio dei miei simili. Insomma, mi stavo godendo la scena.

Dietro di me c’erano due ragazzine spagnole: “Que pasa?” chiedevano. Mi sarebbe tanto piaciuto sapere cosa rispondere, ma non avevo le idee molto chiare nemmeno io.  Gli spagnoli si sono indignati, noi non ci stiamo facendo una gran figura. Accanto a me una signora scrollò la testa e disse con accento slavo: “Nel vostro paese tra un po’ scoppierà la rivoluzione”. Poi raccolse le forze e con uno sguscio magistrale avanzò di due metri, mettendosi a dirigere il traffico in zona imbarco. Una delle due ragazze, preoccupata, disse che rischiava di perdere il volo di rientro e non sapeva che fare.

Un’italiana, da dietro,  le rispose secca: “Vai avanti e supera la coda”. La ragazzina spalancò gli occhi, convinta che la signora la stesse prendendo in giro ma questa continuò con convinzione granitica: “Se perdi l’aereo,  devi andare avanti”. La spagnola fece notare alla signora che molte delle persone in fila avrebbero avuto, probabilmente, motivi altrettanto validi del suo per avere fretta e che non le sembrava giusto poter reclamare uno sconto di pena. “Be’ – rispose saccente l’italiana vedendo che la ragazzina se ne rimaneva al suo posto ad agitarsi – “significa che non è vero che stai perdendo l’aereo altrimenti ti muoveresti”.

 “Che vada lei: poi io la seguo”, fece la spagnola, convinta che fosse solo un frase detta per dire. Invece la signora, senza turbamenti, le guardò sprezzanti, se ne uscì con un “andiamo”,  superò le  ragazze e cominciò a farsi largo. Le due si strinsero nelle spalle e le si accodarono poi, di nuovo ferme mezzo metro più avanti, si voltarono verso di me: “Un bel risultato”. E un altro discutibile italianissimo esempio di ineducazione civica.

14 Responses to “Conversazioni sul vaporetto. Italiani in coda”

  1. ci facciamo sempre riconoscere…che vergogna….all’estero è tutto diverso, le persone sono ordinate anche sulle scale mobili, sui marciapiedi, sulle ciclabili. un altro modo di vivere e pensare.

  2. Che scena significativa (e perfetta l’immagine dei cuccioli)! La gente che salta la coda è una delle cose che più mi fa vedere rosso. La cosa che mi stupisce di più, in molti paesi esteri, non è il fatto che la gente non salta la coda, ma piuttosto che non immagina neanche che sia possibile una cosa del genere. Per questo chi lo fa suscita uno stupore enorme, come se si fosse d’un tratto rivelato un alieno.

  3. Italians do it better…forse!
    Emblematica immagine di una nazione che sprofonda nel caos da ormai non so più quanti anni!
    Magari riuscissimo ad imparare qualcosa dai popoli del nord europa!

  4. Be’, non ti sto nemmeno a raccontare quello che succede qui. Ma tu hai giustificato questi italiani meglio di quanto loro stessi possano fare. Non impareremo mai, avremo sempre quella sensazione di non essere stati furbi a riuscire a superare anche una sola persona.
    Il viaggio in Italia che ho fatto quando ero incinta mi ha offerto la possibilita’ di passare per canali privilegiati agli imbarchi. Guardavo la gente in fila tra l’imbarazzato (stavo benissimo nonostante la panciona di 8 mesi) e l’orgoglioso (lo ammetto, io potevo loro no!). Perche’ non passero’ davanti alle file, ma la genetica quella e’!

  5. Il branco…lo spirito animale viene sempre fuori.
    Io sono convinto che ognuna di quelle persone presa singolarmente è la prima a criticare questi comportamenti, ma nel branco…

    • Sai gatto che non credo che sia una questione di comportamento da branco?

      Come scrive Silvia, anche per me la cosa più interessante è stata notare come per la ragazza spagnola l’eventualità prospettata dalla signora italiana non fosse da prendere in considerazione semplicemente perchè non contemplata.
      @Hooded Justice e yliharmayliharma: però abbiamo altri lati positivi! Dovremmo solo imparare a correggere alcuni nostri ocmportamenti.
      Come dice maalesh, c’è una parte di noi nella quale lo schema del “supero la fila quindi sono più furbo” è ben radicato perchè pratica comune.
      Io credo che molti dei nostri attuali problemi come nazione derivino dalla nostra incapacità di pensare, almeno in parte, al bene comunitario. Ecologia, evasione fiscale, code d’attesa: la logica è sempre la stessa. Sistemo me stesso, gli altri si arrangino. Non abbiamo mai capito, o non ci hanno mai insegnato bene, che esistono anche ritorni dell’investimento godibili non nell’immediato ma a medio periodo. Se la coda è ordinata, la smaltisco prima. Se c’è la corsa alla prima fila, il tempo medio di percorrenza si abbassa a causa del caos.

  6. Mi è venuto in mente un post da scrivere su un episodio agghiacciante avvenuto sempre sul vaporetto la scorsa primavera. Succede, infatti, di ben peggio. E non è il branco ad essere il problema, ma il singolo. Il branco casomai legittima certi atteggiamenti personali. Si tratta di quella che definirei educazione civica, non nel senso di conoscere gli articoli (pur belli) della Costituzione ma della concezione basilare che ci troviamo ad agire all’interno di un consorzio umano, in cui diritti e doveri vanno di pari passo, e in cui il riguardo per gli altri è implicito. Concetto pressochè del tutto assente in Italia. E le prime vittime di questa mancanza purtroppo sono proprio gli italiani stessi.

  7. Il modo di affrontare la coda è una delle cose che distingue, all’estero, i turisti italiani dagli altri 😦

  8. evviva la città di venezia, dove per salire in vaporetto si fanno battaglie!

  9. Italia si, Italia no, se fammo du spaghi?..decadenza!

  10. La storica battaglia di Lepanto fu infatti combattuta sui vaporetti. Se non ci credete, andatevi a guardare le tele di Tintoretto (così chiamato appunto per analogia con vaporetto) a Palazzo Ducale.
    😉

  11. Quella è la seconda, che fu combattuta su gommoni e pedalò.

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