We know what we are, but know not what we may be. Nuove cronache dalla campagna inglese

Ma chi l’ha detto che in Inghilterra piove? Il meteo? Chiunque non dice il vero, mente. Se questo post comincia a suonare troppo shakespeariano, abbiate pieta’ della mia sorte e considerate che ieri pomeriggio, come ogni turista che si rispetti, i due giorni nelle Cotswolds sono terminati in gloria sulle sponde dell’Avon, per un disneyano omaggio al bardo.

Martedi e mercoledi, procedendo per moti browniani, siamo riusciti a perderci tra le colline, su strade strette a gobba di cammello, tra paesini di cottage color beige, rallegrati da finestrelle bianche, lucide porte rosse, azzurre e nere, gloriosi di fiori piccoli e multicolori. Per non parlare delle chiesine circondate da rose in fiore e da pietre antiche.
L’ombrellino e’ sempre rimasto chiuso, l’obiettivo della Nikon sempre aperto, la mente persa in miraggi romantici e letterari: vuoi vedere che da dietro quella curva, nascosta da una quercia, vicino alla siepe di bosso, passando sotto il salice, adesso sbuca Elizabeth Bennet con gli stivaletti infangati, diretta a Netherfield? Passi se questi non sono il suo tempo e il suo luogo: coloro che vivono con il naso tra i libri soffrono di perenne distacco dalle dimensioni del mondo.

Sempre seguendo il criterio dell’ordine sparso, ci siamo anche infilati a Kelmscott Manor per un’orgia di tapestry patterns di William Morris e di pittori preraffaelliti troppo legati alla di lui consorte, col Tamigi che scorre verde a due passi dal fienile. Non ci siamo fatti mancare Blenheim e neppure un circolo sacro di pietre e un piccolo menhir, con vista mozzafiato sui pendii lunghi delle colline. C’e’ del metodo in questa follia.

E ora finiremo in bellezza con due giorni oxoniani: dopo il luculliano breakfast mi aspettano l’Ashmolean, almeno tre college, il ponte dei sospiri e la targa blu sulla casa natale di Dorothy Sayers perche’ il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce e perche’, insomma, se una possiede la prima edizione e la seconda ristampa della prima edizione – una questione di vil denaro – di due dei suoi libri piu’ famosi, se e’ stata la prima e unica volta che questa una ha pensato che il supporto fisico alle parole avesse una sua importanza, se una si e’ perdutamente invaghita di una coppia che esiste solo nella terra dei sogni, volete che questa una, trascinandosi il proprio riluttante dolorante menisco, non vada a fare una foto al luogo in cui tutto e’ iniziato, come la piu’ sciocca delle groupie?

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6 commenti to “We know what we are, but know not what we may be. Nuove cronache dalla campagna inglese”

  1. Scrivi da dio.Ho immaginato d’essere li..

  2. Adoro Shakespeare,le tragedie in modo particolare.

  3. Che bella esperienza, già ti immagino lì fra quegli splendidi paesaggi con la macchina fotografica impegnata a far sì che i ricordi non siano solo intangibili ma anche delle belle fotografie da conservare 🙂 Buon proseguimento!
    P.s. Anche io sono una fan di Shakespeare!

    • Grazie…sempre i soliti esagerati noi, altro che i giapponesi: un migliaio circa le ho fatte io ma c’erano altri due fotografi nel gruppo, uno dei quali compulsivo…a settembre, al rientro, ci sarà il rito dello scambio 😉

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