Una giornata sul Cammino di Santiago

Per la maggior parte dei pellegrini le giornate iniziano presto. Nel precario silenzio degli stanzoni, in cui dormono dalle venti alle cento persone, i trilli delle suonerie dei cellulari, prima delle sei, danno il via al particolare fruscio dei sacchi a pelo sintetici che vengono ripiegati negli zaini, tra brevi lampi di luce delle lampade frontali. Si fa colazione in fretta, insonnoliti, mentre cominciano i riti di preparazione al cammino: chi cambia i cerotti sulle vesciche, chi si spalma i piedi di creme grasse prima di infilarli negli scarponi, chi organizza il peso nello zaino, chi fa stretching, chi ripassa l’itinerario della tappa. Nell’aria aleggia, mescolato all’aroma del caffè’, il profumo dell’arnica, panacea per i muscoli doloranti.

 Tra le sei e mezza, a volte prima, e le otto, quando gli “albergues” chiudono le porte per pulire gli alloggi, i pellegrini si riversano per strada, nel buio che precede l’alba o alla luce della luna: se si alzano gli occhi al cielo le stelle della Via Lattea regalano la piu’ magica emozione della giornata. Le prime due o tre ore di cammino, al fresco della mattina, sono le più’ facili. Il passo procede spedito, il respiro e’ regolare. Tra i campi di grano delle mesetas la quiete profonda e’ interrotta solo  dal canto degli uccelli mentre nei boschi della Galizia il suono  della rugiada che cade dagli alberi attutisce gli altri rumori e satura l’aria di umidità’ che sembra pioggia. Si attraversano paesini deserti, poche case allineate sulla Calle Mayor, a volte l’unica strada asfaltata; il Cammino conduce sempre nel centro di ogni borgo ma fino alle otto i bar non aprono, spesso non ci sono nemmeno negozi di alimentari e solo nella tarda mattinata i parroci aprono le porte delle chiese. 

 Per non perdersi i pellegrini devono seguire le frecce gialle o le conchiglie scolpite sui cippi stradali: sono il simbolo del Camino de Santiago, opera paziente di volontari e indispensabile bussola. Quando ci si chiede se la direzione e’ corretta o se si stanno percorrendo sentieri sbagliati, e’ sufficiente alzare gli occhi dalla punta delle scarpe e controllare: entro poche decine di metri il segnale attende il viandante per mostrargli la strada.

 Sul Cammino Francese, la via’ più’ seguita per raggiungere la tomba di San Giacomo, tra giugno e settembre l’affollamento e’ persino eccessivo: all’inizio ci si ritrova a camminare quasi in fila indiana, poi le distanze si allungano, con la complicita’ delle pause di riposo. Quando ci si incontra, superandosi, ci si saluta sempre: “Buen Camino” e “Hola” sono le parole convenzionali, che superano le barriere dei linguaggi.

 Verso le undici il sole comincia a picchiare: spesso, per chilometri, non si incontrano alberi o fontane. Lo zaino pesa, le gambe sono stanche, il passo rallenta. Le tappe, in genere, oscillano tra i venti e i trenta chilometri al giorno, in funzione dell’altimetria e della difficoltà’ del percorso, delle strutture di accoglienza, degli acciacchi. Poca esperienza basta per imparare ad arrivare alla meta del giorno prima dell’una, per evitare la canicola. E quando sembra che l’albergue non arrivi mai e l’unico pensiero che passa nella testa e’ “ma cosa ci sono venuta a fare qui?” bisogna imbrigliare le sensazioni di sconforto e dolore, impedendo alla mente di crogiolarvisi. Ognuno reagisce a proprio modo. In questi casi io ricorro a tre metodi infallibili: il migliore e’ fare qualche chilometro in compagnia di altri pellegrini. Il tempo e’ sufficiente per farsi nuovi amici, ascoltare storie ed esperienze di vita, parlare lingue straniere, vedere il Cammino e le sue difficoltà’ attraverso gli occhi di altre persone. Il metodo peggiore, alienante ma efficace, consiste per me nel contare: negli interminabili chilometri tra Burgos e Leon, nella calura feroce degli altopiani, il governo ha piantato alberi ogni nove metri. Ci vorranno anni perche’ crescano e facciano ombra ma sono li’ a scandire i passi del sentiero che si srotola sotto gli scarponcini. Quando non ci sono ne’ pellegrini ne’ alberi a disposizione ho sempre la musica dell’ipod ad aiutarmi: le colonne sonore delle mie giornate sul Cammino sono  eterogenee, pronte ad assecondare l’umore. Tra pop, musica classica, podcast, rock, quando serve un po’ di carica la mia canzone preferita rimane pero’ “Amilcare, terzo alpin”: ha il potere di mettermi allegria.

 E poi, alla fine, quando si e’ al limite delle proprie forze, il paese sbuca dal nulla, dietro una curva o emergendo da una conca: la prima cosa che si vede e’ il campanile della chiesa, con l’immancabile nido di cicogne sulla sommita’. Stanchi, impolverati, sudati, i pellegrini arrivano negli albergues parrocchiali – i migliori, dal punto di vista dell’atmosfera che si crea tra le persone nei lunghi pomeriggi spagnoli – o nelle strutture private dove, per qualche euro in piu’ aumenta la pulizia ma viene a mancare la sensazione di vivere un’esperienza comunitaria. Il bisogno di fare la doccia e di sentirsi di nuovo presentabili e’ impellente e, subito dopo, prima della siesta, un pranzo a base dei piatti  tipici del luogo e’ essenziale e fa parte del bagaglio di conoscenze che bisogna acquisire.

 Da puliti e profumati il mondo torna ad essere un bel posto in cui vivere! Le ore del riposo sono fondamentali: chi dorme, chi scrive sul diario, chi fa amicizia con i vicini di branda, chi perlustra le poche vie del paese, chi si prende cura dei propri piedi martoriati, aiutato dai magnifici hospitaleri volontari. L’atteggiamento migliore per godere in pieno delle opportunità’ che questa esperienza regala e’ adattarsi a dividere gli spazi con gli altri: dopo gli inevitabili primi giorni di disagio si impara che la fatica accomuna tutti i pellegrini e che un saluto o un gesto gentile, mentre si fa la coda per lavare  maglietta, mutande e calzini, puo‘ portare a conoscere persone speciali e a fare della camerata, ricolma di letti a castello, un posto amichevole e allegro.   

Sul Cammino il tempo e’ la dimensione principale delle giornate: quando si cammina se ne perde la cognizione, quando si riposa i minuti scorrono lenti e pigri, la notte bisogna rubare le ore del sonno, tra i cigolii degli impiantiti di legno e delle porte dei bagni, lo scroscio degli sciaquoni, il sonoro russare dei vicini di letto. Imparare a gestire nello sforzo della marcia il proprio corpo, impigrito da lunghi inverni di vita sedentaria, e la propria mente, non abituata ad avere  ore a propria disposizione per lasciar spaziare i pensieri sono altre lezioni che il Cammino insegna.

E quando finalmente si arriva a Santiago, per giorni lontano miraggio, le ultime cose da fare, prima di togliersi gli abiti del pellegrino e festeggiare in compagnia con una sontuosa grigliata di crostacei innaffiata dal vino bianco in uno dei cento ristorantini della citta’, sono ottenere, dopo aver mostrato la Credencial con i timbri rilasciati nelle tappe, la Compostela che attesta l’avvenuto pellegrinaggio e recarsi alla messa alta di mezzogiorno. Anche stavolta gli occhi sono rivolti al cielo per osservare le ampie oscillazioni del Botafumeiro, l’immenso incensiere d’argento, manovrato con funi da quattro   persone; con le persone con cui si sono condivise per giorni le mille fatiche quotidiane, si scambia un gesto di pace che, tra immensi sorrisi di soddisfazione, viene diritto dal cuore.

 Che lo si faccia per motivi religiosi, per espiare una colpa o per chiedere una grazia al Santo, per una forma di turismo lento, che offre un modo diverso di vedere la Spagna, per sport, tra i vigneti, gli altopiani, i boschi che si snodano lungo gli ottocento chilometri del Cammino Francese, oppure alla ricerca di risposte su se stessi, si ritorna da questo viaggio sempre con la voglia di ripetere l’esperienza, per quando intensa ed estenuante possa essere stata. 

 Difficile spiegarne i motivi: forse perché’ e’ biologico, carichi come si e’ dopo ore di movimento fisico di endorfine, o perché’ e’ interessante visitare posti nuovi lungo un percorso che trasuda Storia, una strada che per centinaia di anni  ha accompagnato alla fine delle terre conosciute pellegrini di tutte le epoche e le estrazioni sociali, tra mille riti e leggende. Oppure perché’ stare per giorni all’aria aperta regala sensazioni di infinita liberta’, soprattutto se ci si deve preoccupare solo di pochi bisogni primari, o magari  perché’ e’ un’emozione indescrivibile e appagante, dopo centinaia di chilometri, arrivare sotto le guglie della Cattedrale, in compagnia degli amici conosciuti sul Cammino,  e poter dire “ce l’abbiamo fatta, siamo qui”. Per questo e per mille altri motivi, il Cammino comincia a mancarmi già’ quando salgo sulla scaletta dell’aereo che mi riporterà’ a casa, non appena  mi ricordo che il vero cammino, quello difficile,  inizia quando si torna alla vita di tutti i giorni.  Ma per rimediare al “mal di cammino” c’e’ solo una cosa da fare: progettare presto il successivo, raccogliendo informazioni su internet per raggiungere Santiago lungo un’altra delle antiche vie, “dove il cammino del vento incontra quello delle stelle”. 

Questo sarà il mio ultimo post sul Cammino per ora. Avevo scritto questo articolo nel 2009, per un annuario locale, di ritorno dall’ultimo tratto Leon-Santiago. Mai come a partire dai mesi successivi, e ancora oggi,  per me, la frase “il vero cammino, quello difficile,  inizia quando si torna alla vita di tutti i giorni” poteva essere più veritiera.   

Quando comincerò a preparare il Cammino Primtivo, probabilmente nel 2012, riprenderò a scriverne. Buen Camino a chiunque è in marcia o sta per partire.

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15 commenti to “Una giornata sul Cammino di Santiago”

  1. l’ho sempre detto e forse lo faro’ un giorno. perche’ poi le emozioni ognuno le vive diversamente. le stesse esperienze suscitano in ognuno di noi sentimenti diversi. e magari le mie saranno diverse dalle tue o da quelle di mio fratello. e percorrere quella strada apre la mente a pensieri che forse non ci saremmo mai aspettati.

  2. Un mio carissimo amico l’ha fatto con suo suocero tre anni fa ed è stata una straordinaria esperienza.La descrivi cosi bene che pare esser li.Ciao

  3. Mi ha parlato di un luogo vicino all’atlantico dove bruciare i vestiti come gesto catartico..

  4. Questa estate la faranno una coppia di amici miei, in bicicletta.
    Li invidio come invidio chi ha provato questa esperienza.
    Prima o poi….

  5. io l’ho fatto lo scorso anno, da saint jean, ventisei giorni di cammino… è la lunghezza che rende magico santiago, il fatto di sapere che hai così tanta strada davanti che puoi prenderti il tempo per cambiare. ci scriverò anche io, di sicuro. le mesetas, che meraviglia quella burgos leon. e l’hospital della confraternita di san giacomo, e villafranca del bierzo….che spettacolo. vorrei fare il portugues… se non ci avessi lasciato le ginocchia lo scorso anno… mi sa che se rifaccio un camino non posso più correre.

  6. a proposito: sto leggendo il mondo a piedi, elogio della marcia di david le breton. edito da feltrinelli, immagino che ti piacerà se non lo conosci già.

  7. Ciao, dopo aver sentito parlare del cammino da un collega che lo farà questa primavera mi sono appassionato ed ho deciso di farlo anche io, presumibilmente il prossimo anno, intanto ho iniziato a leggere appunti di viaggio e consigli..molto ben fatti e coinvolgenti i tuoi, complimenti

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