La sera della macchina – un nuovo racconto dei “Ritratti di ringhiera”.

L’autrice di questo racconto è Elisa Barindelli, blogger di Androide Minimalista. Grazie a lei per aver partecipato a questa iniziativa.

Nella pagina “Racconti di ringhiera” trovate i racconti precedenti e le regole per un piccolo giveaway.

La sera della macchina

Serata tranquilla, come solo le serate di provincia sanno essere. 

E’ quel magico momento che sempre arriva, alla sera dei venerdì di primavera, poco prima del tramonto. 

Sembra un appuntamento. I grilli iniziano a canticchiare, ma ancora sommessi, come si scaldassero la voce per la notte. I gatti randagi vanno ad accoccolarsi sul davanzale più vicino, a scaldarsi il pelo sulla pietra che è stata al sole tutto il giorno. E le nuvole si abbassano e si preparano a sparire, sciogliendosi nel buio, per non tornare fino a domani.

Sono momenti così, che in città non si conoscono.

Le serate del venerdì sono sempre state speciali, permeate di una malinconia strana, dolce ma anche un po’ amara, come il miele di acacia. L’aria mi è sempre sembrata più lieve, i profumi un po’ più intensi, i colori più delicati. In quelle serate così, ho sempre avuto l’impressione che il mondo fosse un po’ più bello e si fondesse, per qualche breve istante, con un mondo un po’ migliore.

Mi piaceva passarle sulla ringhiera, quelle serate così.

Erano momenti di pace, di insolito silenzio. Le porte delle case rimanevano chiuse, mentre gli abitanti si preparavano alla cena, si facevano la doccia, si riposavano dal lavoro. I bambini non giocavano più in cortile, scacciati dal tramonto, e le biciclette in lontananza facevano un rumore simpatico, un tic-tic-tic veloce e leggero, che accompagnava i ritardatari sulla strada del rientro.

Me lo ricordo ancora. Prendevo due bambole tra le mani, senza nemmeno scegliere quali e dicevo alla mamma:

‘Esco a giocare qui, sulla ringhiera’

E lei diceva sempre:

‘Ma solo un attimo eh. Che quando arriva papà si mangia’

Mi mettevo appena fuori la porta, con le spalle appoggiate al muro tiepido e le gambe piegate, con le ginocchia vicine al mento.

Le bambole non le guardavo nemmeno. 

Restavo lì e basta, a godermi l’atmosfera e respirarne la magia, in una calma che non ho mai più provato in tutta la mia vita.

E in tutta quella calma, piano piano, sorridevo.

Perché ripensavo alla sera della macchina.

La sera della macchina era stata tanti anni prima. 

Ero piccola, avevo forse iniziato da poco l’asilo, o la ‘scuola materna’, come insistevano le maestre. Ed era una serata di primavera. Forse era proprio un venerdì, ma non lo so di sicuro perché allora non ci facevo ancora caso.

La mamma era in casa a preparare la cena, la porta era socchiusa per far entrare un po’ d’aria, che il profumo della pasta e il caldo dell’acqua bollente d’estate, nel nostro piccolo bilocale, non ci facevano respirare. Io giocavo sulla soglia. 

Sono sempre stata una bambina silenziosa, di quelle che potrebbero star sole per ore ed ore senza dir ‘beh’. 

Mi piaceva perdermi nel mio mondo, con i miei giocattoli consumati, ereditati dai cugini più grandi. Giocavo e non davo fastidio, a volte ci si dimenticava addirittura fossi in casa anch’io. 

Gli altri bambini canticchiavano, o facevano dialogare le proprie bambole. Alcuni ridevano da soli. Io no. Io stavo in silenzio, completo. Qualcuno trovava strano questo comportamento, ma alla fine tutti lo trovavano anche estremamente comodo, un insolita grazia concessa ai genitori con una bimba così piccola, e si guardavano bene dal suggerirmi un’alternativa.

Anche la sera della macchina forse la mamma si era dimenticata per un momento che fossi in casa anch’io. Così non si era neppure accorta, quando dalla porta socchiusa sono uscita sulla ringhiera. Lì c’era più luce, potevo giocare meglio.

Nel silenzio del riposo che era calato su tutti i lavoratori stanchi e sulle loro dimore, solo io avevo ancora voglia di giocare: lo facevo tranquilla come mio solito, senza parole né canzoni, accovacciata dietro la ringhiera.

E’ stato allora che ho sentito i passi della Carla.

La Carla era una donna, o per meglio dire una ragazza che si atteggiava a donna, che aveva trovato da poco un lavoro presso un’azienda della città. La sua famiglia non era mai stata molto ricca, ma come a volte capita nelle famiglie non estremamente povere, che possono dedicarsi non solo ad arrivare alla fine del mese, ma anche a godersi quelle due lire in più che avanzano, avevano con gli altri inquilini più poveri un atteggiamento di superiorità, un certo snobismo non ben giustificato, che non li isolava del tutto, ma (almeno ai loro occhi) li elevava al di sopra degli altri. 

La Carla era stata simpatica finché era bambina, ma crescendo si era uniformata all’atteggiamento dei genitori, e lo aveva anzi estremizzato.Se loro si credevano dei “poveri di lusso”, lei si credeva ricca. Se loro salutavano con un sorriso accondiscendente ma gentile, quando incrociavano qualcuno sulle scale o nel cortile, lei il più delle volte non salutava per niente, e quando lo faceva sembrava ti facesse un favore.

Come si direbbe oggi, la Carla se la tirava moltissimo.

Con il lavoro in città poi, lo snobbismo aveva iniziato ad accompagnarsi alle scarpe lucide e i vestiti alla moda, con la manicure e le pettinature del parrucchiere.

La Carla aveva iniziato a farsi bella, e le riusciva bene.

Tutto questo, naturalmente, a me lo hanno raccontato dopo. Anni dopo.

La sera della macchina io non sapevo nulla. Per me la Carla era una dei grandi che mi vivevano intorno e niente di più, e come molti di loro andava via alla mattina e ritornava alla sera. La vedevo spesso rientrare un po’ dopo gli altri, mentre giocavo accovacciata dietro la ringhiera. Il passo veloce e sicuro, diversa dalle altre donne della casa. Un po’ strana, lontana dal nostro mondo… più “moderna”.

Anche la sera della macchina.

Nei giorni seguenti se ne parlò tanto. 

Si ripeterono sempre le stesse cose, ognuno con la sua versione dei fatti, ognuno con la sua interpretazione, il suo commento, la sua morale.

Ricordo il tono di voce dei grandi che si abbassava, lo sguardo velato ma curioso, le occhiate in direzione della casa dei genitori di Carla, al primo piano, la finestra in fondo.

Ricordo lo strano alone di mistero e di macabro che per settimane aveva avvolto la nostra casa, unendoci tutti in una sola, grande famiglia di curiosi, che lasciava fuori solo i genitori della Carla, sempre chiusi nella loro casa, la nell’angolo del primo piano.

Non capivo tutto, ma l’atmosfera generale non la potevo fraintendere. Alla Carla era successo qualcosa di brutto. 

Se ne parlò tanto, ma per me che ero lì a vedere, tutto successe velocemente.

La macchina si era avvicinata all’ingresso del cortile dove stava entrando la Carla, un uomo era sceso e l’aveva presa, tappandole la bocca con la mano, e l’aveva buttata sui sedili di dietro. Poi aveva chiuso la portiera e se n’erano andati.

Il tutto era durato pochi secondi, quando qualcuno si era affacciato pigramente a vedere da dove venisse quel rumore di auto dentro al cortile, era già tutto finito, non c’era più nessuno.

La Carla l’avevano aspettata per ore, quella sera.

L’avevano cercata al lavoro, poi sulla strada del ritorno, poi nei dintorni. 

L’avevano trovata senza troppa fatica, buttata in un fosso nei campi poco distanti. Morta.

Dicevano che avesse i vestiti strappati. Altri dicevano che fosse addirittura completamente nuda. Chissà com’era davvero, non importa più ormai.

Io ascoltavo tutto, silenziosa come mio solito, ma non capivo esattamente di cosa parlassero. Capivo solo che quella sera, mentre tornava a casa, la Carla era stata portata via, chissà perché. Ma non facevo domande. Non dicevo niente a nessuno. Ascoltavo e basta, e poi tornavo a giocare.

Poi, piano piano, avevano smesso di parlarne.

La mamma e il papà della Carla avevano perso tutta la loro superiorità, e avevano anche perso tutta la loro giovinezza. Di colpo sembravano invecchiati di cento anni: pareva che con la figlia avessero perso anche la voglia di vivere e la capacità di farlo.

Con gli anni la loro storia si andò a impolverare con le molte della nostra casa, un racconto nel mucchio che veniva tirato fuori in inverno, quando ci si trovava vicino alla stufa e si aspettava che il freddo passasse, con il profumo della brace nell’aria e il ticchettio della neve sui vetri della cucina.

Io però non avevo dimenticato la sera della macchina.

Non l’ho mai dimenticata. 

Ma al contrario di quel che potrebbe sembrare, non ci penso con tristezza. Mi torna in mente ancora oggi, a volte, nelle sere del venerdì. E ancora oggi mi strappa un sorriso.

Morire così, in una sera di primavera, magari di venerdì. 

Con la quiete della settimana che finisce, con il tepore nell’aria, con il rosa del cielo prima che arrivi la notte e le prime stelle che spuntano, lontane.

Ho iniziato ad immaginarmela, la Carla, appoggiata là nel canale ad aspettare la fine. 

Qualche secondo prima di chiudere gli occhi, con il corpo di ragazzina che si atteggia ad essere donna, circondata dal profumo dell’erba. Cullata dalla quiete di quel momento magico, di quelle serate tranquille come solo le serate di provincia sanno essere.

Non è forse un modo supremo di andarsene? 

Un passare da un istante di paradiso terrestre al paradiso dei cieli, quello vero, che magari assomiglia un po’ a questo?

Con i grilli che iniziano a canticchiare, ma ancora sommessi, come si scaldassero la voce per la notte. I gatti randagi che vanno ad accoccolarsi sul davanzale più vicino, a scaldarsi il pelo sulla pietra che è stata al sole tutto il giorno. E le nuvole che si abbassano e si preparano a sparire, sciogliendosi nel buio.

Per non tornare più, fino a domani.

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