Natale, ragù e verginità – un nuovo racconto della casa di ringhiera

Natale, ragù e verginità, di Franco Pina

– Se ti dico: “ragù”, cosa ti viene in mente? – Spesso mio fratello se ne esce con queste domande, così, a bruciapelo, come adesso che siamo qui sotto la veranda di casa sua a berci una birra e a guardare in lontananza il volo degli aironi oltre l’argine del fiume. Sorrido e sto al gioco. 

– A me viene in mente il Natale del sessantaquattro, quando abitavamo in via degli Angeli e la  Elvira; te la ricordi la signora Elvira? – 

– Come no! Secondo piano. Parrucchiera e manicure a domicilio: il suo.  – risponde. – E callista. – Aggiungo io, mentre lui, con lo sguardo perso nel vuoto, continua. – Te lo ricordi il ragù della mamma? Quello era Ragù! Anzi RAGU’.- Mentre lo dice, sembra ne abbia la bocca piena.

– Lei sì che lo sapeva fare coi sacri crismi. Lo faceva cuocere nel coccio, lentamente, sull’angolo della stufa a legna della cucina; lo lasciava pipiare piano piano, coperto, per tutto il giorno. Il profumo si spargeva per la casa, attraversava i muri e poi giù per le scale, che tutti dicevano ” la signora Maria si prepara per le feste!” –

E anch’io ormai perso in quel ricordo, penso alle lasagne preparate con quel ragù, per il giorno di Natale, multistrato, millefoglie, meravigliose mattonelle, croccanti sopra ma dal cuore morbido, con la pasta che si fondeva con tutti gli ingredienti in sublime armonia. E quando, dopo l’inevitabile scarpetta, cominciavano i complimenti all’indirizzo di mia madre, lei puntualmente ci diceva sorridendo: – La prossima volta che andate al cimitero, ringraziate vostra nonna: è lei che mi ha dato la ricetta. –

– Perché proprio il Natale del sessantaquattro? E che c’entra la signora Elvira? – mi chiede mio fratello, riportandomi al presente.  – Perché proprio la sera del ventiquattro dicembre di quell’anno, oltre al fatto che nell’aria c’era il profumo di ragù, credetti di aver perso la verginità. – gli rispondo.

– Come “credetti”? Con la Elvira? Ma se avevi dodici anni…  –

– Non correre e versami dell’altra birra che ti racconto. Quell’anno, tu non puoi ricordare, eri piccolo… – Mi fermo, bevo un generoso sorso di birra, guardo mio fratello che si è alzato dalla sedia per mettersi comodo in poltrona davanti a me, lasciando sul tavolino una nuova bottiglia, casomai non ci bastasse questa, e ricomincio:

– Era, o meglio, sembrava essere la solita sera di Natale, se non fosse stato che a cena, oltre a noi, il papà aveva invitato un suo vecchio commilitone. Luigi, mi sembra si chiamasse, Bertocchi, Bertelli…non ricordo il cognome. Comunque, si presentò con famiglia al seguito: moglie capello cotonato, tutta ingioiellata, smalto e rossetto fiammante, lucida come il serbatoio della Gilera di Filippo – quello del primo piano, te lo ricordi? – e con la figlia Cinzia, una ragazzetta quattordicenne, che si atteggiava a femme fatale e faceva la svenevole: treccine bionde, camicia bianca, gonnellina scozzese con fiocchi per capelli rossi a fare pendant con smalto e rossetto materno. A cena mangiammo cappelletti in brodo con l’inevitabile conseguente carne di manzo bollita con verdure e mostarda, come di regola la sera della vigilia. Non ricordo di cosa si parlò a tavola ma solo degli sguardi ammiccanti di Cinzia, che avevo seduta di fronte, e del profumo delle bucce d’arancia messe ad abbrustolire sulla stufa. Ad un tratto papà, girandosi verso di me, mi mise in mano un mazzo di chiavi, porgendomele come se  fossero quelle del paradiso e mi disse: – Franco, scendi in cantina a prendere una di quelle bottiglie di vino bianco che abbiamo imbottigliato il mese scorso. – Mi alzai, e subito Cinzia disse: – Vengo anch’io, posso mamma? –

Bastò un piccolo cenno col capo della madre e me la ritrovai accanto, con un sorrisetto ammiccante sul viso. Scendemmo i due piani di scale, in quella semi oscurità da lampadine da cinque candele, giù fino nell’androne. Nel cortile i ragazzi Brasa avevano acceso il fuoco in un bidone e stavano preparando le caldarroste e il vin brulé. Ci facemmo ancora una rampa di scale fino al vano cantine. Con la scusa che il buio le faceva paura,  mi ritrovai  appiccicata Cinzia che, mentre aprivo il lucchetto della cantina, mi sussurrò in un orecchio: – Fra tre giorni compio quattordici anni e ho deciso che prima di quella data voglio perdere la verginità. – 

Mi caddero le chiavi per la sorpresa; spalancai in tutta fretta la porta della cantina, accesi la luce sperando di riuscire a togliermela di dosso ma lei mi spinse contro il muro e continuò: – vuoi essere tu il primo? – Avevo dodici anni e, anche se non lo avrei mai ammesso con gli amici, non avevo chiaro di cosa stesse parlando: non ne sapevo molto, io, di vergini. Il primo a fare cosa? Cosa dovevo dire…? Non dovetti dire niente: mi prese il viso, avvicinò il suo e mi infilò mezzo metro di lingua in bocca, cominciando a farla roteare. Le chiavi caddero per terra un’altra volta. –

Mio fratello mi guarda con gli occhi sbarrati: decido di tenerlo sulle spine, mi fermo, prendo la bottiglia di birra e verso lentamente, bevo, ancora più lentamente poso il bicchiere… -e daiii, posa quel bicchiere e va avanti! – Sorridendo, proseguo.

– Quello che stavamo facendo l’avevo visto fare un giorno dalla figlia della signora Arnioni. Sapevo anche che si chiamava “limonare”, e, dato che il sapore che sentivo era quello delle arance che avevamo mangiato poco prima, mi ricordo d’aver pensato che probabilmente noi stavamo aranciando.

Alcuni secondi dopo, Cinzia si scostò e riaprì gli occhi estatica: – Ecco fatto, ora sono diventata una donna. Tu non lo so se sei diventato un uomo, però: ho fatto tutto io… – E se ne uscì dalla porta. Rimasi un momento a rimuginarci su, il sapore umido del bacio ancora sulle labbra, poi presi la bottiglia di bianco e seguii lei, che si faceva  i gradini a due a due, mentre continuavo a non capire la strana eccitazione che mi aveva preso e mi ritrovavo con una potente, quanto fastidiosa, erezione nei pantaloni. Meno male che fuori faceva un freddo becco. Alla porta di casa ci raggiunse un suono che era per me sinonimo di Natale: -I baghecc, i baghecc! – La musica delle zampogne arrivò piano, attraversando il portico d’entrata dello stabile per poi riempire tutto il cortile su, su fino al tetto, così come aveva fatto il profumo del ragù per tutto il giorno. La gente uscì di casa. C’erano tutti; tutti fuori, appoggiati alle ringhiere ad ascoltare e guardare in giù, anche se faceva un freddo boia. I musicisti si fermarono davanti al fuoco improvvisato e tra una canzone e l’altra mangiarono le castagne abbrustolite bevendo il vino offerto dai ragazzi. Dopo una decina di minuti  uno dei quattro fece un cenno: rigonfiarono le pive e ripresero il loro viaggio. Mentre il suono delle zampogne e quello degli applausi scemavano, l’ovattato silenzio appena ripristinato venne interrotto da lamenti altrettanto ovattati:

– Aiaautoooo, aiutooooo! –

– Avete sentito anche voi? – disse la mamma – Veniva di là! – disse Cinzia, indicando l’appartamento della signora Elvira. Papà si avvicinò allora alla porta. 

-….uuutooo…. –

Gli uomini presenti, con una spallata, la sfondarono ed entrarono: tutta la gente dal ballatoio  si riversò nelle due misere stanze. Pure Cinzia ed io venimmo risucchiati ritrovandoci, senza sapere come,  ai piedi del letto della Elvira ad osservare la scena in prima fila. Osvaldo Picchi, di professione messo comunale, un uomo alto più di un metro e ottanta e sicuramente di un peso che superava il quintale, completamente nudo, se non fosse stato per i calzini corti, color vinaccia, se ne stava sdraiato. Immobile. Sotto di lui gemeva un’altrettanto nuda Elvira.

Mentre le donne presenti si disperavano urlando “Ussignur l’è mort! L’è mort! Ussignur, signur!” quattro uomini presero per braccia e gambe il cianotico Osvaldo, che già presentava un inizio di rigor-mortis, e lo spostarono sull’altro lato del letto, mentre la malcapitata Elvira poteva finalmente riprendere a respirare. A me, che me ne stavo appunto ai piedi del letto, si presentò una visione indimenticabile, una cosa che avrei rivisto tale e quale, molti anni dopo, nel quadro di Courbet “L’origine del mondo”. E l’effetto del gelo del cortile sparì tutto di colpo, mentre il sangue riaffluiva di nuovo, cavalcando, verso il mio inguine. Qualcuno si accorse di noi e ci spinse fuori dalla porta: mi ritrovai fuori, appoggiato alla ringhiera, in silenzio, a sbollire di nuovo al freddo, con lo sguardo perso nel bianco del cortile e la testa persa nei miei pensieri in subbuglio. Cinzia, guardandomi negli occhi e con l’ espressione di una persona che ha capito tutto, alla fine sentenziò:

“Niente da fare: mi sa che sono ancora vergine”. E si lasciò cadere, sconsolata, su di una piccola panca che si trovava lì vicino. Io non ero sicuro di aver capito bene il nesso delle cose, però una cosa l’avevo ben chiara, a quel punto: l’Osvaldo, che avevo visto prima di cena salire le scale zoppicando, lamentandosi con papà per il dolore tremendo provocato da un callo, non era certo venuto lì per farselo togliere, anche perché era morto con i calzini ancora ai piedi. L’evento non impedì a tutti noi di partecipare alla messa di mezzanotte, nei banchi della chiesa di S. Cristoforo; me ne rimasi seduto e ancora perplesso accanto a Cinzia che, le guance rosse e l’espressione febbrile,  aveva cominciato a ripetere “laverginemaria, laverginemaria”, lo sguardo fisso sulle statuine ad altezza naturale del presepio, allestito in un vicino altare laterale. –

 – E alla Elvira cosa è successo dopo? – chiede mio fratello, dondolando il collo della bottiglia vuota tra le dita – In paese si sarà sparsa la voce riguardo al fatto, giusto? Chissà quante chiacchiere? E i clienti? 

– Infatti ripercussioni ce ne sono state, ma non quelle che potresti pensare tu – gli rispondo.

– Elvira infatti non perse neanche una delle sue clienti che venivano da lei per farsi i capelli, ed il motivo era semplice: Osvaldo era quello che oggi chiameremmo un single e lei era vedova, quindi, non c’erano mogli tradite da tenere a bada. Ti dirò di più: da quel giorno in avanti, molti più uomini ebbero problemi di calli e il traffico, su e giù dalla scala, aumentò, tanto che la Elvira fu costretta a sostituire la misera targa in cartone:        



 con  una  grande il doppio  che recitava così:


E ti dico anche, prima che tu me lo chieda, che Cinzia, dieci anni dopo, entrò in un convento di clausura, delle clarisse di Maria Immacolata. –

– Tutto merito tuo: devi averle fatto un’ottima impressione – mi dice mio fratello sogghignando. Gli sorrido e gli faccio notare come è strano che lo stesso evento, vissuto da persone diverse, porti a decisioni completamente diverse.

 – Il genere umano è bello proprio per quello, non credi? – mi dice. E io a questo punto propongo un brindisi. Alza il bicchiere verso di me: – a tutte le suore di clausura, a tutte le calliste e a tutti i dodicenni imbranati – mi dice ironico.

– Facciamo solo alle calliste, dai – rispondo, riducendo l’augurio. E ci finiamo in silenzio anche l’ultima bottiglia di birra, davanti agli aironi che giocano sul fiume.


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