Vita in ospedale. Pazienti, pudore e…padelle

Qualche giorno fa, mentre si calmavano i tremori e i brividi post anestesia spinale, mi sono ritrovata a guardare il soffitto della stanza d’ospedale e a pensare a come, in meno di due ore, mi fossi trasformata da creatura zoppicante ma autonoma a corpo dolorante e immobile: flebo, drenaggio, tutore lungo la gamba, discreto dolore e sensazione che mi fosse passato sopra un trattore. Più volte. “E se scoppia un incendio? Come faccio a scappare?”, mi è venuto da pensare tra i fumi del Toradol. Io non credo molto ai piani di fuga in caso di emergenza. Credo che predomini, in quei casi, l’istinto di portare a casa la pelle. La propria, intendo. Gli altri si arrangino. Poi, mentre passavano le ore, si è insinuato nella mente un altro pensiero, ossessivo, pertinace e sempre più potente. “Mi scappa la pipì! Come faccio?”. Questo tipo di pensiero gode della peculiare caratteristica che, più cerchi di ignorarlo, più prende forza e baldanza.

Prima dell’operazione avevo scambiato qualche parola con la dirimpettaia di letto, operata il giorno prima e quindi ormai esperta delle faccende pratiche. Naturalmente è saltato fuori subito il tema della famigerata padella, ma lei era riuscita a corrompere le infermiere del turno di notte e a farsi portare in bagno. Nel corso dei tre giorni di ricovero ho poi scoperto – e questo mi ha consolato – che l’imbarazzo era condiviso dalla maggior parte delle donne presenti in corsia, eccezion fatta per le infermiere, le quali, ormai abituate, trovano tutte queste fisime delle pazienti quanto mai fuori luogo. Ma vaglielo a spiegare, alle pazienti. Io ho pochissima esperienza di ospedali. Mi sono sempre frantumata le ossa degli arti superiori e il problema di poter camminare da sola non si era mai posto. In quanto ai ricoveri dei familiari, ho sempre dato per scontato che, dopo una certa età, ma ben oltre la mia, ci si rassegni, durante la degenza, a non potersi alzare dal letto a proprio piacimento e a dover dipendere dagli altri.

Mentre me ne stavo lì a cercare di non pensare assolutamente al fatto che mi scappava tanto, ma proprio tanto, la pipì e a sperare che nessuno accendesse il rubinetto del bagno, ho cercato di razionalizzare la cosa. Mi sono chiesta come mai è così forte in noi occidentali questo ritegno nei confronti di ciò riguarda funzioni naturalissime del nostro corpo, mentre lo è molto di meno in chi cresce in paesi orientali. Cosa ci impedisce di vivere con serenità i momenti in cui dobbiamo chiedere aiuto e lasciare che la nostra dimensione fisica predomini sulle nostre sovrastrutture mentali? Non mi sono data una risposta, ma sono sicura che esiste.  In compenso un’infermiera è riuscita a farmi immaginare un grado di disagio infinitamente peggiore e ha liquidato i miei patetici tentativi di corruzione con un secco “Con me di turno tu non salti fuori. Vedi tu: se non la fai nella padella ti metto il catetere. Al massimo puoi chiedere a quelle della notte.” Erano le sei del pomeriggio, il cambio era alle 22.00. Ho capitolato dopo un’ora. Però le infermiere sono state carine: scherzando, hanno spento la luce, acceso la tele, chiuso la porta e lasciato che la faccenda seguisse il suo corso, quasi fossimo ad un centro benessere. La mattina dopo, appena tolti tutti i tubicini, guaendo dal male, ho guadagnato in stampelle la porta del bagno, ringraziando tutti i santi che la mia condizione di inerme fosse stata del tutto temporanea.

6 commenti to “Vita in ospedale. Pazienti, pudore e…padelle”

  1. Ti posso confermare che le infermiere/i non ci fanno davvero caso, per loro è un lavoro di routine.
    Nonostante trattasse di dolore e fratture devo dire che mi sono molto divertita a leggere il tuo post, divertente e sdrammatizzante (almeno per chi lo legge).
    Grazie e ciao
    Silvana

    P.S. ma in che ospedale eri, perchè in quello in cui lavoro io nei reparti il wifi gratuito per i degenti c’è.

    • Davvero?! Profondissimo nord di una valle lombarda: il wifi qui e’ ancora un concetto embrionale ;).
      Prendo nota, casomai la meniscopessi fallisse e dovessi ripassare dall’ordalia della padella!
      Grazie a te!

  2. Dopo esperienze passate, ti posso garantire che la parola “catetere” sarebbe un bel lasciapassare.
    Ho di quei ricordi che la metà bastano…..
    Syl

  3. Ti dico solo che, tralasciando che ad un uomo la cosa è oggettivamente più complicata, nel mio caso dopo aver aspettato l’inverosimile per riuscire a risolvere autonomamente il problema della plin plin, ci hanno provato inutilmente prima gli infermieri (e ti posso garantire che il verbo “provare” in questo contesto potrebbe rientrare tra i mezzi di tortura citati nella convenzione di Ginevra) poi il medico di turno (era notte) finchè non è dovuto arrivare il primario di urologia la mattina successiva per riuscire a liberarmi la vescica (non so qual’è il record del mondo ma penso di esserci andato molto vicino)
    Al pensiero ho ancora i brividi e già che ci sono… vado a fare un giro in bagno.
    😉

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