Maschilismo, femminismo, immobilismo

Questa mattina, mentre aspettavo che l’unica tazza di caffè della giornata facesse effetto, ho letto un articolo pubblicato su un blog che mi piace e che leggo di frequente. Ho risposto e sto seguendo il dibattito perché, anche questa volta, vedo ripetersi le stesse dinamiche a cui assisto nella vita di ogni giorno. Avrei potuto tranquillamente non partecipare, dato che nessuno ha colto cosa volevo dire. Off topic, cosa vuole questa qui? avranno pensato. Il link all’articolo è questo.

Proviamo a vedere se riesco meglio ad esprimere la mia opinione in questo post, anche solo a me stessa. L’articolo denuncia una condizione di disuguaglianza tra sessi in un ambito lavorativo. Non aggiunge, secondo me, niente di nuovo ad un argomento di cui tutti – le donne perché lo vivono sulla propria pelle, gli uomini perché ne detengono le regole – ormai siamo a conoscenza. Ho fatto gli stessi discorsi alla macchinetta del caffè per dieci anni al lavoro, ho detto e ascoltato le stesse cose nelle chiacchiere tra amiche. Sono sicura che ognuno di noi potrebbe dire, in base  alla propria esperienza personale, “è successo anche a me”. Cambiano gli ambienti in cui si svolgono i fatti, protagonisti e dinamiche restano gli stessi. Ha senso continuare a parlare di situazioni ovvie? Quale è il valore aggiunto di tutti questi discorsi? Parlarne risolve le cose? Parlarne significa denunciare una situazione. E poi? Cosa succede? Cambia qualcosa? E, se cambia, quale velocità di evoluzione dobbiamo aspettarci? 

Mi è piaciuta l’iniziativa di Se-non-ora-quando e la calata in massa delle donne per strada, perché qualunque cosa, a questo punto, è meglio di niente. Mi è piaciuto molto di meno capire che la motivazione che ha dato il via a  questo movimento tellurico sia stata uno scandalo sessuale. Come se le cifre che emergono dalle statistiche non fossero abbastanza vergognose e sufficienti a sollevare polveroni e sommosse. Detto tra noi: per quanto la faccenda aggiunga amarezza ad un quadro desolante di suo, il nostro premier stava facendo i fatti propri nel suo tempo libero e con soldi suoi e, al momento, non c’è motivo di pensare che anche solo una delle protagoniste femminili sia stata trascinata lì per i capelli. Anzi, la cosa più triste è realizzare che ci andavano spontaneamente.  In quanti altri posti è capitato o sta capitando? Perché le altre volte siamo sempre state zitte? E se fosse solo una strumentalizzazione politica che si spegnerà strada facendo? Spero proprio di no.  Tengo d’occhio il loro sito, sperando di vedere la notizia che qualcosa di concreto, non solo raduni, è stato fatto.  Sto cercando, in questi ultimi mesi, di capire se, dove e come qualcuno ha smesso di parlare e sta veramente facendo qualcosa per cambiare le cose. Cerco sul web, controllo tra le iniziative comunali o delle città vicine. Non ho ancora trovato niente. Sto guardando dalla parte sbagliata? Sto cercando le cose sbagliate? Mi piacerebbe poter smettere di parlarne  e dare una mano. Qui, in questa valle del profondo nord, nulla cambia e le proprie battaglie bisogna combatterle da sole. Chiedo lumi a chiunque ne sappia di più.



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12 commenti to “Maschilismo, femminismo, immobilismo”

  1. Il motivo per cui le donne stentano ad avere una carriera soddisfacente (nella maggior parte dei casi) è legato alla scarsa considerazione che hanno di loro gli uomini, soprattutto a livello sociale. Le considerano umorali, leggermente nevrasteniche, prive di senso dell’umorismo e incapaci di fare squadra. Senza contare la spada di Damocle che pende su tutte le donne o quasi: la maternità, che priva il datore di lavoro di una dipedente per mesi – se non addirittura anni, quando la fanciulla è recidiva ^^
    In linea di massima quindi un imprenditore preferirà puntare su risorse maschili, che considera più affidabili e facili da comprendere/gestire. Calcolando che per antica tradizione quasi tutte le aziende italiane sono in mano a uomini, i conti sono presto fatti…

    • Sono giunta alle tue stesse conclusioni. Aggiungerei solo che, a parità di competenze, le donne tendono a sminuirsi. Penso che questa battaglia, combattuta solo dalle donne, sia persa in partenza. Sarà mai possibile che si cominci a ragionare in termini di persone, e non di genere, nel rispetto e nella tutela delle reciproche differenze, per ottenere pari diritti, pari doveri, pari dignità?

  2. Ciao Rosa Verde,
    capisco le tue perplessità. Sono io la prima a stancarmi di ripetere la descrizione dell’ovvio, sai. Anche Lorella Zanardo – ne parlavamo qualche giorno fa – è stanchissima di ripetere sempre le stesse cose. Ma insiste. E pure io insisto.

    Questa volta, ho deciso di tradurre il mio disagio – e quello di tutte – in numeri perché sono talmente schiaccianti che spero di ottenere una reazione da parte di quei signori che scrivono nelle presunte “nuove” testate on line. Nuove? Forse per tanti motivi, ma non certo per la presenza delle donne. Finora nessuno ha fiatato, però. Vedremo: ho persino scritto a una delle loro redattrici, che è una mia ex studentessa. Vedremo.

    Che fare? Parlarne e riparlarne, martellare, rompere le scatole non credo sia inutile. D’altra parte, non vedo altre strade, oltre alla battaglia quotidiana che ognuna di noi fa nel suo piccolo, a casa e sul lavoro.

    “Se non ora quando?” è emersa da tre anni di battaglie sul web e fuori. Battaglie di parole, certo, ma anche di azioni. Non so cosa si riuscirà ancora a organizzare sotto quella sigla. Ma sta anche a ognuna di noi non ritirarsi nel proprio piccolo e dire: “Tanto, tutto è inutile”.

    Ti mando un abbraccio e grazie per l’attenzione al blog.
    Giovanna

    • Grazie per la tua risposta. Spero di non essere stata offensiva: se si, me ne scuso. Non era nelle mie intenzioni. Sto cercando di esprimere il mio disagio, raccogliere le idee e, nello stesso tempo, di capire come posso contribuire, cosa posso fare per aiutare a cambiare le cose. Ho lavorato da sola, per me stessa, per anni. Adesso sono, finalmente, arrivata ad un punto della mia vita e della mia maturazione come essere sociale in cui non riesco più a ritirarmi nel mio piccolo, per usare le tue parole. Per ora, però, l’unica soluzione “pratica” che sono riuscita a trovare mi sembra quella di contattare il comitato di Se non ora quando della città più vicina. Altre idee non ne ho.

      Grazie ancora per il tuo intervento e per la qualità dei contenuti del tuo blog

  3. Beh, mi pare che i diritti e i doveri siano già “pari”. Anzi, tutto sommato le donne godono di prerogative che non hanno un equivalente nel mondo maschile (ad esempio le orribili e insensate Quote Rosa). Per quanto riguarda invece la diversa percezione che un datore di lavoro ha di due candidati, un maschio e una femmina, credo che le cose non cambieranno. Perchè le donne avranno sempre certi limiti (primo tra tutti, e scusa se mi ripeto, l’assenza forzata dal lavoro per procreare, che non è proprio una sciocchezza nell’ambito dell’economia produttiva di un’azienda). Credo che le donne facciano bene – come stanno facendo negli ultimi anni – a dirigersi verso le libere professioni, che sono l’ambito ideale per esprimere creatività, competenza e determinazione, e consentono anche di gestire il proprio tempo e i propri spazi

    • Vedi, questo è il tipico genere di risposta che ottengo da molti uomini con cui lavoro quando si discute dell’argomento. Deriva da un serio problema di percezione della situazione. Indubbiamente ci sono leggi ingiuste sia per gli uomini che per le donne. E’ sconfortante però sentirsi dire che, dato che facciamo bambini, non possiamo essere considerate come risorse per un’azienda e che dovremmo indirizzarci verso altre scelte. Le donne si indirizzano verso la libera professione perchè non hanno scelta. La maternità non è una malattia ma l’unico modo in cui, al momento, la specie umana si perpetua. Non ci sono alternative. C’è malcostume quando ogni gravidanza diventa a rischio, anche senza motivo. C’è arretratezza perchè, se ci fossero le strutture sociali di supporto (asili, diritto alla paternità, incentivazione del lavoro part time,…), molte donne sarebbero felici di poter continuare a lavorare. Ho un’amica che partorisce tra 5 settimane: è rimasta a casa venerdi scorso e, sono sicura, sta continuando a fare il suo lavoro anche dal divano. Perchè dovrei relegarmi? Ho una laurea in ingegneria meccanica, sono piuttosto brava nel mio lavoro, offro la massima disponibilità alle trasferte, parlo bene tre lingue straniere e sto studiando la quarta nel tempo libero, me la cavo egregiamente col computer. L’azienda vede in me una risorsa. E io sono solo una: ce ne sono tante altre, molto più capaci di me. Quello che voglio la sicurezza di poter essere tutelata e trattata dall’azienda con la stessa correttezza con cui io mi comporto nei suoi confronti. Non si tratta di un problema di genere: è un problema di diritti della persona. E’ un problema di risorse sprecate. Ma finchè non sarà percepito come tale, continueremo solo a costruire inutili barricate.

  4. Mi sembra che non ci capiamo 🙂
    Tu parli di massimi sistemi, io di cose molto più concrete.
    Questa discussione è partita da un articolo che hai linkato, nel quale ci si chiedeva, a grandi linee: perchè nelle testate online ci sono molti più uomini che donne? E io sto cercando di rispondere, allargando volutamente il discorso perchè la medesima domanda è valida anche alla maggioranza degli altri campi: perchè i datori di lavoro, a parità di qualifiche, hanno la tendenza ad assumere più volentieri giovani uomini che giovani donne?
    La risposta è duplice e inconfutabile:
    – le donne godono di minor considerazione dal punto di vista sociale/caratteriale (appunto perchè sono considerate emotive, troppo insicure o al contrario troppo competitive, incapaci di supportarsi tra loro)
    – le donne, anche le più brave (anzi, soprattutto le più brave) nel momento in cui ti salutano per minimo cinque mesi ti mettono in seria difficoltà. E tu magari le stimi e le rispetti e riconosci il valore fondamentale della maternità, ma nel frattempo hai un’azienda da mandare avanti, sant’iddio, e quindi preferisci assumere qualcuno che in linea teorica sarà sempre presente a fare il suo sporco lavoro.
    Cosa c’è di così complicato da capire? Non dico di essere d’accordo con questa linea di azione, però la comprendo perfettamente, soprattutto quando è attuata da aziende medio-piccole nelle quali la mancanza del singolo elemento pesa di più.
    Tu dici che la maternità non è una malattia, e sono d’accordissimo. Però dal punto di vista aziendale è molto simile, nel senso che il risultato è identico: il dipendente è stipendiato lo stesso, ma non viene al lavoro. QUINDI il suo lavoro lo deve fare qualcun altro, magari assunto appositamente a tempo determinato (il che significa spesa doppia per il titolare, nel caso ti fosse sfuggito). QUINDI assumere per una mansione importante una donna che pensa di farsi una famiglia è tale e quale ad assumere una persona che al momento del colloquio ti dice “le dico già che, per problemi personali, mancherò sicuramente dal lavoro per cinque o sei mesi; e forse questo non accadrà solo una volta, ma magari due o tre nel corso dei prossimi anni. Però lei mi deve assumere sennò sta facendo delle discriminazioni”.
    Beh, tu cosa penseresti?

    • Cosa farei io se fossi un imprenditore? E’ questa la tua domanda? Quello che faccio già adesso quando, nel mio piccolissimo, devo selezionare del personale. Valuto le competenze e scelgo la persona che penso risponda meglio alle esigenze del ruolo che deve ricoprire.
      Quando un’azienda assume qualcuno, si assume sempre un rischio. E’ il lavoro di un imprenditore, e del suo management, assumersi rischi. Al di là dell’errore di valutazione delle competenze o dell’affidabilità di un candidato (hai in genere mezz’ora per decidere e solo su base teorica, perché non puoi valutare l’effettivo saper fare: puoi non fare la scelta giusta), già a partire dal giorno dopo la persona assunta potrebbe cadere, mentre va al bar a prendersi un caffè, e rompersi una gamba, in un modo così grave da aver bisogno di almeno sei mesi di cure. Oppure scoprire di avere una malattia per cui servono un paio di anni di battaglie prima di poter guarire. Eventi improbabili? Mica tanto, altrimenti gli ospedali sarebbero vuoti. Quello che mi devo chiedere è: questa persona può portare un contributo positivo alla mia azienda, qualunque ruolo occupi? Se è si l’assumo, altrimenti no.
      E per quello che riguarda una gravidanza vale lo stesso principio. Supponiamo che una donna rimanga 15 anni nello stesso posto di lavoro. In questi 15 anni quanto rimane assente? Supponiamo che abbia due figli. Se non ha gravidanze a rischio si tratta di 5+5 mesi, dieci mesi su 15 anni, 180 mesi. Il 5% del tempo. Mi sembra ininfluente e facilmente gestibile: ci si divide il lavoro, si ricorre a forme di lavoro flessibili. Nessuno deve essere indispensabile in un ufficio, altrimenti significa che è gestito male.
      Facciamo il caso estremo e aggiungiamo tutti i fattori che possono allungare questo periodo: 7 mesi di gravidanza a rischio; 4 mesi di congedo obbligatorio dopo il parto (sposto un mese da prima a dopo); 6 mesi di astensione facoltativa in entrambe le gravidanze. Se non ho fatto male i conti sono 34 mesi, pari al 19% del tempo sui 15 anni. Se mancano dei pezzi fammelo sapere: sono del tutto ignorante in materia e questo per me è un esercizio di stile, dato che, al momento della scelta di una persona, non ho mai fatto questi conti. 19% è un valore elevato. Cosa posso fare io imprenditore per diminuirlo? Posso proporre alla lavoratrice un contratto part-time flessibile. Posso partecipare alla creazione di un asilo interno o comunale, con la collaborazione di altri imprenditori che operano sul territorio. Ci sono molti altri strumenti a disposizione. Perché dovrei sbattermi a cercarli quando posso assumere un uomo per eliminare il fattore di rischio gravidanza? Perché se faccio così perdo risorse, competenze, capacità preziose. Cancello da solo metà del bacino di utenza da cui posso selezionare. Non è più economico, nel medio e nel lungo periodo, ragionare così. In molti Paesi se ne sono già accorti e sono corsi ai ripari. Qui invece continuiamo a tenere gli occhi chiusi e la mano sul portafoglio. E intanto scivoliamo indietro, nella palude del terzomondo.

  5. sarà che io vivo in un’isola felice ma vorrei solo condividere la mia situazione:
    nel mio gruppo di ‘misero’ helpdesk c’è una predominanza di donne. in età fertile (media sui 30 anni, significa qualcuna di 25, qualcuna di 38 e il resto nel mezzo). di cui si sa che nei prossimi anni ci saranno almeno due maternità contemporaneamente. ma io scommetto anche di più di due.
    siamo state assunte in gran parte negli ultimi 3 anni. altre, 5-6 anni fa.
    tra i miei più o meno diretti responsabili, un terzo è donna. e coi ‘cosiddetti’.
    credo che non sia l’unico ufficio così. certo, i grandi dirigenti assicurativi dei vari colossi italiani sono quasi tutti uomini. ma mi chiedo quante donne reggerebbero un carico di stress e lavoro simile.
    ad ogni modo, io credo che le quote rosa siano un insulto a me come donna: dev’essere permesso a tutti indistintamente la candidatura per un posto di lavoro o per una seggiola in politica e chi merita entra.
    certo è che fintanto che ci sono donnicciole che vanno avanti a suon di battiti di gambe (per non esser volgare), il lavoro di donne toste che lavorano seriamente viene facilmente rovinato.
    io non sono femminista, ma per il rispetto dei diritti di tutte le ‘categorie’.
    però sono dell’idea che se voglio la parità dei diritti, come donna, devo rispettare anche la parità dei doveri. e se faccio la militare, anche esser disposta a strisciare nel fango col ciclo.

    • Mi trovi d’accordo sul problema delle quote rosa: è desolante pensare che occorra imporre per legge qualcosa che dovrebbe essere percepito come naturale. Idem sulla faccenda di strisciare nel fango col ciclo: parità significa parità di diritti e di doveri. Non voglio sconti. Voglio solo giocare una partita ad armi pari.

  6. E aggiungo alle vostre riflessioni: se fossi donna
    – chiederei l’abolizione della Festa delle Donne (come sopra scritto, non è necessaria una festa per riconoscere il Valore delle donne, il che dovrebbe essere naturale…non per niente non esiste una Festa degli Uomini che sono ben consci del loro valore-anche se a volte molto sovrastimato)
    – vorrei pagare l’ingresso in discoteca come tutti ( conosco solo una ragazza che un giorno si rifiutò di entrare in una discoteca se non pagando come gli amici maschi il biglietto d’ingresso…)
    – costringerei le altre donne a fare un esame di coscienza verso il proprio comportamento: si parla di Donna Oggetto, ma mi sembra che molte donne si OGGETTIZZINO da sole (e per lo più per vantaggi economici). E’ vero che gli uomini vogliono tette e culi (pardon il francesismo), ma è altrettanto vero che molte glieli offrono spontaneamente….Chiaro che è più impegnativo sia mentalmente che fisicamente dedicarsi alla carriera di astrofisica o ing, o casalinga…

  7. Rileggendo i commenti sovra riportati vorrei lanciare un appello alle donne che si lamentano degli uomini eccessivamente maschilisti.
    SBAGLIO O UNO DEI RUOLI NATURALI DELLE DONNE E’ QUELLO DI PARTORIE E ALLEVARE I FIGLI? SE LA RISPOSTA E’ SI’ MI CHIEDO PERCHE’ LE DONNE NON ABBIANO MAI FATTO MOLTO PER EDUCARE I LORO FIGLI ALL’UGUAGLIANZA TRA MASCHI E FEMMINE (ES. INSEGNANDO A CUCINARE, LAVARE STIRARE , RIFARE I LETTI ANCHE AL MASCHIO)
    CONOSCO DONNE CHE SI LAMENTANO DEI MARITI, MA EDUCANO I FIGLI MASCHI A NON ALZARE UN DITO IN CASA
    IO RINGRAZIO MIA MADRE CHE HA INSEGNATO A ME E AI MIEI FRATELLI (3 MASCHI) A FARE DI TUTTO.
    E MI CHIEDO COME GLI UOMINI INCAPACI DI CUCINARE, LAVARE ECC. POSSANO NON SENTIRSI HANDICAPPATI NELLA VITA DOVENDO DIPENDERE DA UNA DONNA (CHE SPESSO NON CAPISCE IL POTERE CHE HA, …)

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