giugno 25, 2015

Pecore al mare

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giugno 23, 2015

Il massimo sforzo intellettuale della giornata

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giugno 14, 2015

Foto ricordo

Visto che ho scritto poco, negli ultimi mesi, deposito qui qualche foto riassuntiva. Servono  per il muretto, di cui al commento del post precedente.

Veneziane – Marzo

Veneziane Marzo

 

Biscotti – Aprile

Biscotti Aprile

Pasticceria Salata – Aprile

Bignè Pasticceria salata Aprile

Cioccolato – Aprile

Cioccolato Aprile

Parigi – Maggio


Parigi Murales Belleville Maggio

Mignon – Maggio

Mignon Maggio

Torte – Maggio

Torte Maggio

Svizzera – Giugno

Lucerna Svizzera Giugno

Domani

Snopy in ufficio

giugno 11, 2015

La voce dell’acqua

Ho registrato il rumore dell’acqua che precipita in cascata a Neuhausen, in Svizzera, al confine con la Germania, per averlo a portata di mano la prossima volta che avro’ bisogno di ricordarmi il suono della liberta’. Bastava allungare una mano per farsela sbattere indietro dalla forza acquisita in discesa. Bastava avvicinarsi, da sotto, per sentirsi strappare via. Dall’alto della roccetta che da millenni resiste in mezzo alla corrente, vedevo l’acqua correre, padrona.

L’altra mattina, dopo una grandinata furibonda, l’ho rivista, pero’ stavolta e’ sgorgata da sotto in su, dalle fogne al pavimento del mio bagno, passando dal wc. Aveva un colore diverso, che non vi racconto. Un lunedi di cacca, direi.

Gia’, la forza stupefacente e distruttiva degli elementi.

In Svizzera ogni cosa ha un suo posto, le voci sono attutite, i limiti di velocita’ severi e rispettati, i prezzi spaventosi e i parcheggi hanno tutta una fila di lucine: verde se il posto e’ libero, rosso altrimenti. Cosi’ uno non vagola avanti e indietro per trovarsi un buco. In Germania, anche solo dieci chilometri oltre confine, a Costanza, i prezzi sono molto piu’ ragionevoli, l’approccio alla vita un po’ piu’ sciolto – non all’italiana, comunque -, i supermercati biologici fornitissimi e pur sempre abbordabili, le ciclabili lungo i corsi d’acqua una goduria.

A parte l’episodio nauseabondo, la settimana e’ iniziata con due sere dedicate alla scoperta di vasocottura e cottura confit, alla Cast Alimenti cui faccio fatica a dire addio, sta proseguendo all’insegna delle disillusioni lavorative – la prossima volta che cambio sara’ davvero per rimanere a casa e  vivere di rendita – e nell’attesa del fine settimana. Devo fare la valigia: tra pochi giorni vado al mare.

Altra acqua, altro rumore. Molti, forse troppi, ricordi.

giugno 2, 2015

Untangling misunderstandings

Jackson Browne e’ sul palco e ha gia’ cominciato a suonare. Sono le 21.00 o poco piu’ di mercoledi 27 maggio. La biglietteria del Teatro Sociale di Como ha funzionato male: c’e’ ancora gente che sta entrando, alcuni biglietti sono stati stampati doppi, alcune persone sono ancora fuori, in fila. I professionisti pero’, se c’e’ scritto che si inizia alle 21.00, alle 21.00 iniziano a suonare. Le chitarre e la batteria occupano l’aria. 

“Posso avere un pos*****?”

La mia compagna di viaggio, fan accanita da lustri, ha gli occhi lucidi e il corpo in fibrillazione.

“Cosa?”

“POSSO AVERE UN POOOOOSS??????”

Intorno a noi, seduti sulle minuscole seggiole di platea, si agitano persone di eta’ piacevolmente superiore alla mia. Capelli lunghi, o zero capelli, uniformi di jeans, magliette o camicie fantasia, aspetto comodo, un poco sciatto. Mi ci trovo benissimo in mezzo: evidentemente vesto sinistra- anche perche’ la roba di destra si ferma alla taglia 48. Mi ci trovo bene in mezzo probabilmente perche’ di destra non posso dirmi piu’, se non per alcune cose, di sinistra non son mai stata, se non sempre per alcune altre cose, e un pubblico confortevolemente riunito per ascoltare un sessantaseienne che canta da anni di diritti sociali mi mette a mio agio. Non so ancora se la mousse au chocolat e’ rimasta su – c’e’ là chiusura di corso in Cast Alimenti – ma, per il resto, me la godo.

“Non capisco….”  

Mi avvicino. La musica suona alta.

“VOGLIO UN POOOOS**** DI LUI!!!”

Mah. Faccio di si’ con la testa. Forse vuole un post sul concerto. Da quando R. ed io ci siamo conosciute, questo blog e’ diventato, tra le altre cose, un piccolo diario di viaggio, ci troviamo entrambe le tracce per legare i ricordi.

Le prime canzoni di Jackson Browne le ho ascoltate canticchiate da lei. Quelle da lui, le ho sentite nel viaggio da Brescia verso Como. Mi sento osservatrice esterna. Percio’ osservo. R.ha cominciato ad ascoltare Jackson a sedici anni. Le ha fatto compagnia durante le distonie dell’adolescenza, le ha insegnato l’inglese, l’ha consolata lungo le solitudini alterne della sua vita. Se vuoi capire R., devi passare dalle canzoni di Jackson Browne. Ad esempio, la prima impressione che si puo’ avere, di lei, e’ che sia timida o distaccata. Invece no. Si sente perpetuamente d’impiccio, per cui se ne sta alla larga, riccioli bassi, berretta in testa. Non chiede mai alla gente come sta, a meno che le interessi davvero,  perche’ Jackson le ha spiegato che “people ask how you’re doing because it’s easier than letting know how little they could care”. E cosi’ si e’ convinta che le frasi di rito si possano saltare e che in giro ci sia pochissima gente sinceramente preoccupata di come lei si senta. R. detesta lo small talk, alle cui regole si assoggetta di rado e a disagio, sospetto per lo stesso motivo.

R. e’ anche, di solito, molto gentile. Mentre la mia regola morale cardine ruota intorno al non fare agli altri cio’ che non voglio che gli altri facciano a me, ben ancorata a principi di umano egoismo, R. ricorda un monito di Jackson: “Go on ahead and throw some seeds of your own and somewhere between the time you arrive and the time you go may lie the reason you were alive but you’ll never know.” E cosi’ sparge semini in terra, per far crescere le piantine del suo orto, e sorrisi timidi che arrivano agli occhi con chi percepisce debole e in difficolta’. Coi forti e coi prepotenti si rintana in un mutismo elettivo e si accende una sigaretta.  ” Leave me where I am. I am not losing if I am choosing not to live this way”. Ma mica tutti la capiscono.

Ed e’ per questo che R. non si perde una nota del concerto, perche’ riannoda i fii dei ricordi,  verifica la propria coerenza, si accarezza la pelle d’oca che le spunta sull’avambraccio all’attacco di ” For a dancer”. A R.viene la pelle d’oca quando e’ davanti alla bellezza: una canzone, un quadro – ma gliel’ho vista anche mentre si sbafava   un Paris-Brest di Conticini. Anche un dolce puo’ essere un’opera d’arte. 

Usciamo poco prima di mezzanotte: Jackson Browne non si e’ risparmiato.  R. guida, ancora su di giri. Io dormo, in autostrada, dopo aver letto una mail in cui mi si diceva che si, che la mousse stava su, ed era pure buona. E queste parole sono  per R., che forse voleva un poster, ma ha avuto un post.

maggio 27, 2015

E allora muoviti, muoviti!

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Nel fine settimana ho fatto un giro, ancora qui, perchè sono monotona e affezionata. Ci sono sempre tante cose da nuove da vedere e tante cose vecchie da salutare. Stavolta c’è stato il Père-Lachaise, con le sue tombe aggrovigliate sulla collina, Bellevile, col suo panorama e i suoi graffiti, La Sainte-Chapelle, con le vetrate restaurate che splendevano nella luce fissa della sera. Poi ancora il Marais, che festeggiava le conquiste dublinesi, il Museo d’Orsay, che è una sicurezza, il Museo Marmottan, che è stata una novità, il duplice pellegrinaggio in adorazione alla Patisserie  des Rêves, la scoperta delle praline di Chapon. E poi il ritorno a casa, quel tanto che basta per disfare la valigia e rifarla.

Sto trascorrendo una settimana movimentata. Lunedi sera è terminato il corso di pasticceria, dopo 120 ore, con un esamino finale, nel quale mi sono cimentata con la mousse au chocolat. Stasera consegneranno i diplomi e si sbaferanno i temi d’esame, ma io non ci sarò. Sarò, infatti, a Como, ad un concerto di Jackson Browne: arrivo tardi, alla musica moderna, e ci arrivo per le vecchie glorie.

Ci arriverò anche assonnata: ieri ho fatto tardi in pizzeria, in ottima compagnia. Vi ricordate del periodo in  facevo la spola tra il mio vecchio ufficio e Madrid? A distanza di un anno, ho rivisto uno dei protagonisti, in Italia per lavoro, con la collega con la quale ho condiviso il progetto. E’ stata una cena di chiacchiere, aggiornamenti, risate. Che belle persone. Che bel progetto. Chissà se me ne ricapiterà mai uno così piacevole – e massacrante – da fare e ricordare.

Domani, invece, si chiude il corso di disegno. Ho imparato poco, partendo da talento nullo e abitudine alle matite inesistente. Sono state ore di immersione in una dimensione di concentrazione rilassante con risvegli di frustrazione. Dubito che farò mai qualcosa di buono, ma da tanto volevo iniziare, e sono soddisfatta per averlo fatto. Lo sono molto di meno pensando che i miei sgorbi saranno messi in mostra, insieme agli altri, per testimoniare il lavoro dell’associazione. Secondo me l’unica ambizione dei miei fogli è quella di finire a fare gli inneschi del caminetto insieme alla diavolina.

Venerdi sera…- vorrei dirvi gran finale, ma non è ancora finita – cena di fine corso pasticceria in un ristorante stellato appena fuori Brescia. Non vedo l’ora, perchè sarà una scoperta piacevole. Ne uccide di più la gola che la spada, e io sarò tra loro. Non devo però pensare al fatto che sarà l’ennesima giornata di ore piccole, e io sono un ronfo, soffro, se vado contro natura.

Il gran finale arriverà nel fine settimana lungo: quattro giorni in Svizzera, tra Zurigo e il lago di Costanza: altri posti nuovi, altro giro.

Poi giugno sarà di gran riposo, a confronto.

maggio 21, 2015

Last act in Palmyra

Uno dei gialli di Lindsey Davis ambientato ai tempi dell’Impero Romano, con protagonisti Marco Didio Falco e Elena Giustina – che a me stanno molto simpatici – si intitolava proprio così. “Ultimo atto a Palmira”. Io Palmira vorrei tanto visitarla, come pure Petra, e le piramidi, e i siti romani in Libia e tutta un’altra serie di luoghi dai quali, al momento, è meglio tenersi alla larga.

A Palmyra nei prossimi giorni non ci sarà un ultimo atto, ma solo un altro episodio: molti moriranno, antiche pietre crolleranno, tanti cercheranno il modo di sopravvivere, adattandosi, o scappare. Lì, come in altri luoghi.

Sembra strano, no, osservare quasi indifferenti le notizie sulle stragi e inorridire di dispiacere quando crollano vecchie colonne. Forse perché quelle colonne sono lì a ricordarci che un modo per sopravvivere al tempo esiste, anche se con qualche acciacco, e che si può vincere di mille secoli il silenzio che fa tanta impressione saperle minacciate. E’ come perdere pezzettini di speranza. E’ come capire che dietro le distruzioni ci sono furia e ignoranza: fanno paura, più della vista dei corpi dilaniati o delle colonne di profughi in fuga.

Non so. Io vivo nel mio mondo protetto e mi lamento delle mie cose. Penso per me, alle mie faccende. Ieri, ad esempio, c’è stata l’ultima lezione vera del corso di pasticceria: mignon. La settimana prossima faremo da soli una preparazione a scelta e poi ci saranno la cerimonia di fine corso e il buffet. Sono stanca: è stato impegnativo frequentare, per l’impegno che ha richiesto in tempo e attenzione. Sono malinconica: mi mancherà. Sono eccitata: ho imparato moltissimo e di cose pratiche. Io non sono mai stata una da cose pratiche, ma animale da scrivania. E’ bello scoprirsi imbranati, incapaci, pasticcioni, e, nello stesso tempo, imparare e provare e riuscire a migliorare. Sono ammirata: un ambiente serio, motivante, professionalizzante. Ce ne vorrebbero di più; forse smetteremmo di essere i pressapochisti d’europa. E poi….ecco, tre mesi e mezzo di dolcezze, difficili da dimenticare…

E poi c’è il lavoro, impegnativo a tratti, disteso ad altri, sempre in coda la mattina, e tanta tanta tanta pazienza da radunare, perchè le cose non cambiano abbastanza velocemente. E poi la mia casa e un’altra casa e le gambe distese a riposare al caldo di maggio che ha spalancato le finestre e accorciato le maniche. E poi c’è un viaggio in arrivo, proprio dietro l’angolo (prego notare che quest’anno sto viaggiando pochissimo, rispetto alla media recente).

Ed è tutto qui, poco più, poco meno, mentre altrove le pietre antiche temono, e i bambini piangono. E un altro giorno passa, senza che nulla muti.

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