novembre 16, 2016

Novembre 2016 – bis (post elezioni USA, con disincanto e preoccupazione)

A Letter to My Son

Your sister called me in tears last week, and I struggled to explain how her country had just elected a man like Trump. She sent me Andrew Sorkin’s beautiful attempt to give his own daughter some perspective. Luckily, because I had few words of comfort for her. What could I say? That she can be anything, except President? I thought that what I had to say was better addressed to you, the man I am most proud of, and in who’s hands the next chapter of a long saga will unfold.

This is an invitation to step up. I know you like a challenge, and we have all been set a new one. The outcome of this election was, perhaps with ‘wilful blindness’, unexpected. It will be parsed and analysed for years to come. But for me, its lessons lie at the heart of what I have devoted my adult life to: the need for better understanding, respect and cooperation between men and women and a better balance of power between the sexes at every level: country, company and couple.

Why wasn’t Hilary elected? In short, behind all the inter-connected complexities, it’s because she is a powerful woman. Every woman in business has seen this before. The smart, hardworking, rather uncharismatic woman getting shunted aside by a loud, less competent man. Malcolm Gladwell argues that she, like ex-Australian Prime Minister Julia Gillard, is feeling the brunt of “moral license,” a psychological finding that humans who do a bit of good can then do incredibly awful things. Because America has proven it is ethically progressive enough to elect a black man to office, it no longer has to prove its openness and tolerance…

 

continue reading here http://20-first.com/a-letter-to-my-son/

ottobre 25, 2016

Ottobre 2016

Il post del mese scorso era stato scritto ancora tra caldo, luce e zanzare. Quello di oggi, siamo a fine mese, è umido di pioggia e di giornate corte. Fatta questa premessa di minute banalità, ho da raccontarvi poche cose. Anche la mia vita è minuta banalità, come le stagioni.

Il mese è iniziato nel tumulto lavorativo: ho trascorso dei giorni così diversi dal solito e così simili a quelli dei miei primi anni in azienda che, non fossi stata stravolta dalla stanchezza e occupata ad arginare il fiume di cose da fare che mi si riversava nel PC, avrei perfino percepito un briciolo di commozione legata ai ricordi di una me ingenua e convinta che sarebbe stato sufficiente lavorare 13 ore al giorno ed essere onesta per fare carriera.

La me di adesso invece, dopo aver salutato le illusioni, è una creatura più carognosa, spesso collerica, ancora ostinata e convinta che la prossima cosa importante da fare sia quella di ritirarsi a vita privata.

Se il PC è invaso, sulla scrivania, ci tengo a precisare con meschina soddisfazione,  non si riversa niente. Il mio ufficio è digitale, completamente e totalmente: ho un portapenne di cartone sulla cui superficie è stampato un calendario, qualche foglietto per appunti al volo infilato nello stesso portapenne a  fare compagnia ad un nonnulla di biro e matite, il PC, il mouse, il cordless e nulla d’altro. Il tavolo bianco delle riunioni in mezzo alla stanza è un’unica superficie vuota; il mobiletto bianco alla mia sinistra è vuoto anch’esso  e i colleghi sanno che, servisse altrove, se lo possono portare via. La cassettiera sotto la scrivania ha quattro cassetti di cui uno occupato da un paio di documenti non ancora cestinabili e quattro cose di cancelleria, l’altro dal necessario per farsi il tè.  Se saltasse la corrente sarei totalmente inutile, ma io sono orgogliosa lo stesso del risultato, perché ho impiegato anni a perfezionare la tecnica per non accumulare ritardi, non procrastinare, non accettare la carta altrui – simbolo di sbolognamento inequivocabile di problemi – e, soprattutto, anche se mi piace giochicchiarci in riunione, non accetto pezzi di prodotti a qualunque stadio di vita in ufficio da tenere come campioni. Ti distrai un attimo e ti ritrovi invasa da pezzetti di plastica, metallo, carta, semilavorati sezionati: una pletora di robine che si trasformano in disordine nel corso dei mesi. Hanno inventato lo scanner e i file, e io ne faccio uso. Ecco, ho finito di raccontarvi di quanto mi piaccia il mio ufficio. Ci tenevo a  scriverne perché, a conti fatti, più ci penso, più capisco che è l’unica cosa che mi piace del mio posto di lavoro attuale.

Il mese sta finendo, per fortuna,  in un clima più tranquillo di come sia iniziato. Nel mio tempo libero, dato che non sono iscritta ad alcun corso – OSSANTOCIELO…NON SONO ANCORA ISCRITTA AD ALCUN CORSO….- ho ricominciato a giocare con le Lego, in una forma ossessiva di rilassamento che prevede la ricostruzione dei set che avevo da bambina, cui fa seguito inventario e collocazione in buste trasparenti fornite di immagine del set e lista dei pezzi mancanti per futuro acquisto e ricostruzione. L’ultima ondata seria risale 2009 ed è durata un paio di settimane. Questa sembra una forma più acuta. Gli ingegneri stressati si divertono così.

Così e con il trenino ad alta velocità, sempre Lego, che mi sono comprata approfittando degli sconti prenatalizi di un supermercato: l’ho portato via rapidissima dallo scaffale, passando sotto lo sguardo invidioso dei bambini presenti. Mio, mio, mio! L’ho montato il pomeriggio stesso, con l’aiuto di M, che ha diciotto anni tendenti ai sei scarsi quando si tratta di passatempi e ai cinquanta, quando deve affrontare la parte buia della sua vita. Avevamo entrambe bisogno di pensieri felici e di un paio di ore di idiozia infantile. Ha accettato subito la proposta, nonostante questi, per lei, siano giorni difficilissimi. Così difficili che mi vengono i brividi, a pensarci. E’ bello avere tra i propri amici una diciottenne così. Mio padre faceva la spola tra il tinello, in cui avevamo disseminato  mattoncini e binari, e il resto della casa, indeciso tra il distacco e la curiosità. E’ stato bellissimo. E’ stato come tornare all’infanzia e al tempo in cui non avevo altre responsabilità se non quella di non fare i capricci, mangiare tutto quello che mi veniva messo nel piatto e fare bene i compiti.

E’ il mio primo trenino elettrico, sapete. E’ un traguardo importante. D’altronde, era giunto il momento di possederne uno. Sto infatti compiendo 44 anni, in questi giorni. Come i gatti in fila e con il resto, i baffi e le code. E per festeggiare degnamente, veleggerò verso la Sicilia occidentale, per quattro giorni di scoperte e di libertà. Se qualcuno avesse suggerimenti su Trapani e dintorni (l’itinerario prevede già Segesta, Selinunte, saline, Erice e Marsala) non esiti a esprimersi, grazie.

settembre 17, 2016

Settembre 2016

Guardate la cosa dal mio punto di vista. Sono ingegnere, specializzata in Pianificazione della Produzione e Logistica. Li scrivo in maiuscolo così sembrano lavori seri e difficili. Ho una fissazione per l’essenzialità, l’ordine e le cose giuste messe al posto giusto e che funzionano, possibilmente. Lasciate perdere ogni ragionamento etico, ogni discorso su consumismo, capitalismo, sfruttamento e similia. Immaginate me.

Ho aspettato per mesi, ma era sempre pieno. Si è liberato per caso, all’ultimo momento, un posto e l’ho saputo solo la sera prima. Ho detto di si, senza nemmeno pensarci. La mattina dopo ero a Castel San Giovanni, tra i visitatori scelti del magazzino Amazon. Ho tripudiato per ore. Andavo in giro con uno sguardo da ebete e la voglia di stare lì ad osservare tutta questa genete impazzire dietro i pacchi per tutto il giorno, per giorni e giorni, per vedere il flusso perfetto ininterrotto di processo complesso che funziona. Non lavorerei mai lì, non fraintendetemi: no ho più il fisco, l’età e nemmeno penso di aver mai avuto la mente così veloce. Ma…tutto che va…tutto organizzato al micron, tutto calibrato e in continua evoluzione nel futuro presente dei pacchetti che si muovono e della gente che sa cosa deve fare e dell’iperorganizzazione che regna sovrana e…wow!

A pensarci mi eccito ancora.

Poi sono tornata in azienda, direttamente nel medioevo. Dai taglierini con la punta in vetroceramica sono tornata ai miei magazzinieri che sul taglierino mettono il nastro adesivo e sul nastro adesivo scrivono il nome con il pennarello indelebile perché, se lo perdono, passano giorni prima che io riesca a fargliene avere uno nuovo. E quando glielo chiedi in prestito, mezzo minuto, ti chiedono in cambio di lasciare l’orologio in pegno.

E’ stato come aprire un pacco di Amazon e scoprire che, invece del padellino di rame in vendita (per errore, sicuramente) ad un quinto del suo prezzo e che hai infilato al volo nel carrello ti è arrivato un portadentiera.  (Da Amazon ovviamente ti spediscono le cose giuste, e io ho il mio primo e probabilmente ultimo padellino in rame stagnato comprato ad un prezzo sbagliatissimo. Invece il medioevo in azienda c’era e c’è veramente.)

Di giorno sto impegnata a tentare di trovare la via verso il rinascimento; prima e dopo sto ancora tanto in auto, anche se adesso i cantieri della tangenziale hanno chiuso i battenti e una mezz’ora al giorno l’ho guadagnata; la sera leggo o crollo o penso a come potrei vivere di rendita. Anche mentre guido penso a come potrei vivere di rendita. Pure mentre lavoro, mi capita.

E’ un chiodo fisso, ormai. Non mi vengono in mente metodi legali, però.

Insomma, la mia vita scorre  regolare. Tutto come al solito, anche nelle apparenti novità.

Ho conosciuto un’altra ragazzina ricca, straricca – di quelle che potrebbero passare i giorni a grattarsi la pancia sorseggiando mojitos sotto una palma caraibica – che non sa cosa fare di se stessa e della propria vita. O meglio: lo sa, ma non ha il coraggio di spezzare le catene. Forse dovrebbe farsi un’overdose di principesse disneyane degli anni duemila per farsi animo. Impararsi le canzoncine a memoria e ripetersele come un mantra. E’ la seconda che mi capita in queste condizioni in quattro anni. Capisco perfettamente il disagio esistenziale, l’impossibilità a sottrarsi a certi doveri che la famiglia impone e anche l’immaturità dovuta all’inesperienza. Ma. Ma. Ma…ma porca miseria! Ma vi sembra possibile con tutti i giovani che le idee ce le avrebbero ben chiare, il carattere lo trasudano, ma i portafogli li hanno vuoti e che finiscono a grattarsi la pancia su un terrazzo di un casermone di periferia vista cemento? E, ancora peggio, ma tutte a me, a me, proprio a me che conto alla rovescia i giorni alla pensione già sapendo che a settant’anni io non avrò bisogno della pensione, ma di un ricovero per anziani?!

Deve essere una specie di regola del contrappasso anticipata in terra per punizione al mio brutto carattere, alla mia invidia e alla mia inanità. In tutto ciò io proseguo, a qualche maniera. Spero anche voi. Buona serata.

agosto 28, 2016

Agosto 2016

Mese di andirivieni, questo.

Luglio è terminato in un presidio slow food. Si beveva birra artigianale con salumi e formaggi (del territorio, naturalmente, e inteso come territorio locale, naturalmente. Territorio è la parola più abusata degli ultimi 12 mesi. Mi sta quasi antipatica come lo pseudo colto “piuttosto che”). Si beveva birra artigianale, dicevo, e si guardava la pancia degli aerei in partenza da Orio, perchè il terrazzo all’aperto sede delle libagioni è proprio sotto al punto in cui gli aerei virano dopo il decollo. Al secondo bicchiere ho cominciato a rilassarmi da tutte le tensioni lavorative degli ultimi mesi. Al quarto  bicchiere mi chiedevo se guardando da sotto un aereo si capisce se è maschio o femmina. Al sesto – i tipi di birra da degustare erano sei e i bicchieri molto capienti – non mi chiedevo proprio più niente: ero troppo occupata a raggiungere il letto che, per fortuna, non era molto lontano.

Agosto è iniziato in Romania, per lavoro, da domenica a mercoledi. Sono partita dicendo al collega che era con me – un giovanissimo moldavo cresciuto a erasmus e cittadino d’europa –  che non intendevo più toccare alcol per giorni, dopo. “Ok, zia”, mi ha risposto. Mercoledi sono rientrata imbestialita. C’è qualcosa, tra le persone che sono cresciute nell’influenza dell’ex unione sovietica, che le porta a vivere cacciando balle e screditando gli altri. Ne fanno una specie di arte e io vagolo in questa cortina di menzogne, piccoli complotti e bassa professionalità, tentando di trovare un metodo di lavoro condiviso, che continua ad essere messo in discussione. Sarebbe stato meglio continuare a bere.

Tempo di disfare la valigia e fare il bucato e il giovedi mattina sono ripartita, in auto, questa volta, verso la Baviera settentrionale: su verso est, non molto lontano dal confine ceco (Repubblica Ceca, aspettami: prima o poi arriverò anche da te) giù verso ovest, sulla Romantische Strasse. Sono stati dieci giorni tranquilli tra borghi e cittadine ricostruite che tentano di avere il fascino alsaziano, ma non ne hanno il cuore. Tra colline verdissime di pascoli e colture, dal museo del giocattolo agli onnipresenti wurstel, da un castello all’altro, l’apice della faccenda è stato raggiunto, secondo me, nelle due serate passate in un complesso termale super organizzato, super rifornito e costoso un terzo rispetto ai prezzi italiani. Il mio ginocchio malandato e tutti i muscoli d’intorno hanno fatto amicizia con i bocchettoni dei percorsi di idromassaggio e non volevano più andarsene. Mi sono accontentata di un favoloso bagno turco: in sauna ci si va nudi nudissimi, in questi Paesi in cui i tabù sono altri e non i genitali ballonzolanti, e io non ero psicologicamente preparata alla cosa. Mi sono ripromessa di emanciparmi dalle vedute ristrette e provinciali e di esporre anche la mia carne abbondante e pendula, casomai mi ricapitasse: se le saune sono come le vasche, ne potrebbe valere la pena. Nel frattempo,a Bamberg, ci ho bevuto su altra birra, affumicata questa volta, e a Innsbruck, ho mangiato melanconia dell’ultimo giorno e torta Sacher all’omonimo caffè. Non c’è stato niente di spiacevole, durante la vacanza, nè di esteticamente brutto, ma non ne sono tornata soddisfatta. E’ mancato qualcosa, quel tocco di carattere che le popolazioni danno ai luoghi che abitano.

Tre giorni a casa e poi di nuovo in partenza per un mare breve: la solita Fano in camper. Sono tornata martedi in treno, lasciando il papà a respirare iodio e sbafare pesce. Mercoledi sono rientrata in ufficio e c’è stato il terremoto. Il mare, il giorno prima, era stato strano, di colori e voce. Come gli animali, forse anche l’acqua lo sente, l’odore della catastrofe.

luglio 25, 2016

Luglio 2016 (prima che finisca)

Neos Marmaras Calcidica agosto trent'anni fa

Forse non la vedrete bene. E’ la foto di una foto di una foto. Io non ci sono: sarò stata in acqua, o sulla sdraio a leggere, o a dormire. Avevo quindici anni, credo. C’è mio fratello, di schiena, con la maschera da esploratore. Rompeva già le scatole, ma era biologicamente normale, era un bambino.Il camper era parcheggiato a trenta metri dalla spiaggia, sotto la pineta. Accanto c’era un furgoncino di una coppia tedesca; poco più in là una famiglia inglese in roulotte. In fondo alla spiaggia sbarcava una colonia di bambini da Salonicco: le educatrici avevano voglia di conoscerci e parlavano un inglese migliore del mio – cosa non difficile. Allora odiavo l’inglese. Non avevo ancora incontrato Jane Austen. La sera anche il camion dei pompieri infilava la discesa che, dalla strada litoranea – l’unica strada -, scendeva alla spiaggia. I pompieri controllavano che nessuno stesse combinando guai in quella spiaggia libera, poi si sedevano con noi, che mangiavamo fuori, tra i tavolini da campeggio uniti, scambiandoci cibi di mezza europa e passandoci (ero minorenne: li passavo e basta) bottiglioni di vino greco. La notte calava sull’insenatura e la mattina dopo, con le dita rosate d’aurora, entravo in acqua prima di fare colazione e lì rimanevo per ore, alternando letture solitarie a grandi bagni. Seduta aspettavo la vita che doveva arrivare, immusonita perchè si faceva aspettare molto e io non potevo ancora decidere per me, pigra come solo un’adolescente solitaria e viziata sa esserlo, detestabile e infantile e completamente libera da ogni preoccupazione. Libera di stare nel mare per ore, per giorni, per sere fino ad avere la pelle asciugata e scura e la cassetta dei libri che ero riuscita a farci stare in uno spazio di stivaggio ristretto svuotata. Allora rognavo, perchè era arrivata l’ora di tornare a casa. A scuola. A quella vita di promesse che era solo lì da afferrare. Vicina e lontana come l’isola davanti a noi. Mi voltavo, dalla spiaggia, quando avevo fame. Vedevo mia madre affaccendata in solo lei sapeva cosa, mio padre che armeggiava con il barbecue portatile a gas, il pesce fresco pulito, l’insalata greca pronta. E pesche enormi e dolcissime. Intorno a me ragazzini che comunicavano con il linguaggio universale del gioco correvano sulla battigia.

Neos Marmaras Calcidica luglio 2016

E’ lo stesso posto. Lo abbiamo ritrovato. C’è la pineta, l’acqua perfetta, la sabbia di grana grossa che non si incolla alla pelle, i lunghi bagni, la frutta che sa di frutta vera. C’è anche una rete che impedisce ad altri di fare quello che facevamo noi: gli educati selvaggi. C’è un albergo a destra, un bar-ristorante a metà strada, appartamentini a sinistra. Non c’è troppo cemento, è ancora un gran bel posto. Se mi volto a guardare, dalla spiaggia, non vedo più il mio camper. Non c’è più mia madre. E’ in un posto per ora irraggiungibile come l’isola.  Non c’è più mio fratello: stiamo lontani. Il suo rompere le scatole ha raggiunto anni fa livelli per me insopportabili e il muro è fatto di solido cemento ormai. Mio padre entra in acqua e ricorda. Io entro in acqua e ricordo, ma, con R., che vede tutto con occhi nuovi, noleggiamo una canoa così scopro cosa c’è oltre il confine della spiaggia e aggiungo un ricordo ai ricordi.

Non uscirei mai dal mare. Nemmeno per leggere, se potessi ancora.

Grecia: luglio 2016. Delfi, Agios Loukas, Meteore, Verghina, Salonicco, Neos Marmaras.

giugno 26, 2016

Giugno 2016 (bis per i Floating Piers)

Nel delirio che si abbattuto in questi luoghi, di solito non usi a tanta notorietà e, soprattutto, non pronti a sostenerla, mi barcameno come posso. Nella percorso giornaliero feriale da mezza Valle Camonica a Brescia, zona stra-est, devo passare per forza da Sulzano.  Se parto presto la mattina e lascio l’ufficio alle 17.00 in punto,  stazionando come un bracco in punta davanti alla timbratrice, ho discrete speranze di percorrere, in entrambe le occasioni, in meno di un’ora e mezza i soliti 70 chilometri, scantonando per i paesini e le vie traverse. Se mi sbaglio con i tempi è la fine. La seconda settimana dell'”installazione” – ormai la chiamano tutti così –  potrebbe però essere, per noi oriundi, di molto peggiore di quella appena trascorsa.

La febbre dell’evento sale, sale, sale, alimentata dalla stampa, sostenuta dalle decisioni di chi si ritrova in mano una patata bollente (leggi= treni che non partono, folle che si accumulano, forze dell’ordine che presidiano, caldo che picchia, strade che si chiudono, zone rosse che si infrangono, navette che si inchiodano, parcheggi che rigurgitano) e non ha nessuno a cui passarla. Nemmeno un piatto in cui lasciarla cadere. Le aperture e le chiusure si susseguono con la stessa incertezza e lo stesso  alone di mistero che avvolge tutta l’Italia. Oggi si, domani no, stanotte forse, chissà. A volte è colpa del tempo:  di quando in quando vento e temporali abitano il lago. Sono come i cigni e i ratti che si appropriano della passerella: non seguono le regole, loro. A volte invece è esigenza di altro tipo che decide se si sale o no: meglio tenerne dei tratti preclusi per garantire al vip di turno la propria elitaria fruizione.

La mia opinione, ve lo dico subito, è che sia tutta una gran furbata. Un pontile galleggiante, come ce ne sono a bizzeffe, con costi spropositati, di un colore che non si può non notare e con un’operazione di marketing sensazionale alle spalle: non un’opera d’arte, forse un po’ di ingegneria. Il luogo in cui non si può non andare nel 2016.

Ora che – se non l’avevate capito da un paio di post fa – ho espresso la mia disapprovazione, vi dirò che ci sono andata lo stesso. Voglio dire: ci passo davanti due volte al giorno da mesi. Vi pare che non mi venga voglia di curiosare?! Anzi, ci sono stata ben una volta e mezzo: la volta piena la conto perchè ci ho messo i piedi sopra. La volta mezza la conto pure perchè ci sono arrivata, per tutta la sua lunghezza, a pochi metri, senza toccarla. Ed è stata, tra le due, quella che ho preferito.

La mattina dell’inaugurazione, R., che si è fatta prestare la barca dalla sorella (cui va eterna gratitudine), mi ha caricato su e se l’è remata tutta, avanti e indietro, alla distanza di due bracciate a nuoto. Se anche voi ve ne stavate lì e avete visto due tizie, di cui una molto grassa che faceva foto e una magra che faceva tutta la fatica, naviganti in una meravigliosa barca di legno di quelle classiche da pescatori, e restie a mollare la felpa in una giornata ancora poco convinta che fosse arrivata l’estate, ecco, eravamo noi. Ce la siamo goduta. Il lago è sempre uno spettacolo. Il lago dal lago e la terra dal lago ancora di più.

IMG_7829

Quel mattino, sempre con R., avrei dovuto partire per Parigi: quest’anno la nostra razione di fortuna l’abbiamo sprecata a Bruxelles e, vista l’aria che tirava, abbiamo deciso di fare le turiste a casa nostra.  Prima di armare la barca, però, ci siamo fermate in piazza ad Iseo, a comprarci due croissant appena sfornati da un pasticcere giovane e un po’ folle  di formazione francese, per consolarci. Nello zainetto avevamo anche ciliegie e acqua. La merendina l’abbiamo fatta con vista Floating Piers, zona Montisola, incuriosite dallo spettacolo dell’umanità che si riunisce in gregge. A mezzogiorno le acque cominciavano ad essere altrettanto frequentate dei pontili: ce la siamo filata a motore.

Giovedi, nel tardo pomeriggio, abbiamo invece deciso di unirci al gregge e, per non so quale combinazione tra conoscenza del territorio e sfacciato colpo di culo, la nostra attesa si è limitata ad una mezz’ora scarsa davanti alla fermata della navetta. Abbiamo perciò percorso, in compagnia della famiglia di una mia collega, tutta l’estensione arancio tra il vociare, il caldo che si faceva umido e scuro nella sera, i volontari che tentavano di ridurre i tempi di percorrenza della gente con ogni mezzo, la gente che faceva di tutto per ignorarli, le mise ridicole, l’artista che navigava su una chiatta a raccogliere ovazioni, La Capitanio 1926 (un vecchio battello lacustre) svegliata dal sonno, i sub di Iseo che hanno abbordato a nuoto la passerella e sono stati impietosamente ricacciati in acqua, il mal di mare, il ginocchio in fiamme dopo due ore di cammino su una superficie instabile, il pezzetto di tessuto da tenere per esperimenti scientifici (in che colore cangia se ci faccio pipì sopra?) il sudore appiccicoso, la conquista della navetta di ritorno, la doccia e il sonno profondi della notte, la voglia di tornare a vedere Montisola quando tornerà ad essere quello che è sempre stata, e cioè un posto in cui vivere e non lo sfondo caotico di una fotografia.

IMG_7932

Alla fine, la cosa più bella è sempre la stessa, con o senza passerella furba: il lago.

Offresi a caro prezzo consigli, segreti e scorciatoie per chi decida di tentare la conquista dei Floating Piers durante la seconda e (per fortuna) ultima settimana di apertura. Poi mi offrirò volontaria per aiutare a smantellarla.

IMG_7960

giugno 14, 2016

Giugno 2016

Ho trascorso qualche giorno in Alsazia. Pensavo che ci sarebbero state bene, qui, alcune foto e un racconto di viaggio. Invece oggi é accaduto un fatto che mi sta turbando non poco. Sara’ questo l’argomento del post mensile.

Questa mattina é stato arrestato, con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di un minore, il parrocco del paese in cui vivo. Non servono link. La notizia la trovate su tutti i giornali: in poche ore, due notizie in croce, le poche che sono trapelate, sono state rigirate e ben condite con frasi fatte e dal telegiornale locale sono arrivate ai mezzi di comunicazione nazionali. É bagarre di commenti.

Vi scrivo alcuni miei pensieri; mi servono per calmarmi:

  • ho visto di recente il film Spotlight: ne sono uscita scossa per il dolore delle vittime e per l’omerta’ di un’istituzione che dovrebbe proteggere, non reiterare il male;
  • sono flebilmente cattolica, praticante solo per i funerali e le messe in ricordo di chi amo e che non c’e’ piu; a fare il conto, andro’ in chiesa cinque volte all’anno. Forse. Qualcuno esiste, principio e fine, ma non ritengo necessario il rito per crederci. Mi basta provare a seguire quell’indicazione sul non fare agli altri quel che non voglio venga fatto a me. Riuscissi, sarebbe gia’ molto;
  • ritengo gli abusi su chi non si puo’ difendere, che siano minori, maggiori, maschi, femmine e pure animali tra le azioni piu’ vigliacche che una persona possa  commettere;
  • conosco l’uomo oggi accusato: frequenta la mia casa, ci é stato vicino in momenti difficili, é conosciuto come buono, onesto, gentile e generoso;
  • l’istinto, elaborando le percezioni che ho avuto di lui, mi porta a ritenere l’accusa infondata;
  • ci sara’ un’inchiesta, ci saranno troppe parole, moltissime delle quali inutili, come quelle che sto scrivendo;
  • ci sara’, spero, aiuto per accusatore e accusato;
  • se, alla fine di tutto, sara’ ritenuto non colpevole, oggi, in poche ore, é stata distrutta la vita di un uomo.