aprile 1, 2020

2 Km in giardino

14 giri in giardino, intorno alle case, sono un chilometro.

E’ come nuotare in piscina: una bracciata dopo l’altra, un passo dopo l’altro. Quel che hai intorno perde di importanza, contano solo il movimento periodico degli arti e i tuoi pensieri sfusi. Ad ogni giro vedi una macchia di viole in più, una foglia raggrinzita che il vento fa saltellare, i fiori nuovi del ciliegio nano.  Non c’è più rumore, nel quartiere. Stare in casa, ci hanno chiesto. Lo stare in silenzio lo abbiamo aggiunto noi.

Cammini. La vicina che ha rifiutato il ricovero in ospedale, la settimana scorsa, non sta ancora bene, ma la sera la luce nelle stanze è accesa e ha promesso che chiama, servisse. Cammini. Il cane da borsetta al confine est abbaia. Cammini. A nord c’è un muro grigio su cui si appoggiano gli oleandri. Chissà  se il glicine fiorirà,  quest’anno, l’anno scorso era troppo piccolo. Cammini. Il cane da borsetta a ovest è in casa. Le piramidi inverse sui rami della magnolia hanno aumentato l’angolo di apertura e il bianco si mescola al viola, pronti ad esplodere. Cammini. La strada a sud  non sai più nemmeno ci sia da quando hanno chiuso le scuole. Passano due carri funebri  in venti minuti: vanno verso il cimitero, a 300 metri in linea d’aria da te. Tornano vuoti. Senza corteo intorno. Li guardi al di là  della ringhiera.

Se stai a casa non ti ammali. Quanti giorni sono passati? Dieci? Aveva gli occhi lucidi, ma era al lavoro ad aiutare i pochi rimasti a spedire merce al mondo che continua a funzionare e non accetta i no come risposta. Dietro la mascherina vi siete guardati. Vai a casa, gli hai detto. Non ho la febbre. Ha risposto. Vai a casa e grazie per esserci stato. La febbre è arrivata qualche ora dopo.

Dieci giorni a casa bastano per sentirsi sicuri al di là  della ringhiera? Hai un padre che negli ultimi due anni non si è fatto mancare niente: due interventi di chirurgia oncologica, la chemioterapia, il diabete…ha qualche anno di troppo addosso e un’incredulità attonita verso il potere di organismi invisibili. Ti manca l’ipertensione, gli hai detto, poi possiamo essere certi che se ti ammali non hai speranza. Si è rassegnato alla clausura, ma se hai portato dietro la ringhiera qualcosa tu, come la mettiamo?

Lavorare da casa è manna per chi come te soffre di orsite. L’ideale. Fai brighi e disfi in tuta, il bicchiere di spremuta accanto. Riapriamo? No, non possiamo. Si, per forza riapriamo, dobbiamo. Dalle barre di metallo escono anche componenti per apparecchi respiratori. Elabori piani strategici immaginari, gli ordini di produzione come soldatini chiusi in una scatola. Faremo questo e quello e in questo ordine. Grandi battaglie a macchine ferme. Ma i soldatini hanno l’ansia, addosso. I clienti vorranno tutto. Subito, senza scuse. Non importa se il telefono squilla e quasi ogni giorno ti dicono chi non c’è più. Qui abbiamo nelle orecchie le sirene delle ambulanze anche quando non passano, ti hanno raccontato tre settimane fa, da una casa in mezzo al focolaio bergamasco. Ma è Italia. Gli italiani…si sa come sono. C’era da aspettarselo che si sarebbero presi il virus. I tedeschi invece non si fermano e vogliono la merce. In Germania  di covid pare non si muoia. 

Cammini. Non sei mai stata così orgogliosa di essere italiana, anzi, non ti è mai importato molto di essere italiana, fino a qualche settimana fa. Ma adesso hai gli amici in corsia che curano le persone e si ammalano e si disperano perché sono costretti a fermarsi. Hai colleghi su cui non avresti scommesso due lire, prima, che lavorano il triplo per tenere insieme le cose. Hai la gente di una valle economicamente depressa del nord che raccoglie due milioni di euro in tre settimane per un ospedale di montagna che, improvvisamente, assume la stessa dignità e segue gli stessi protocolli dei grandi nosocomi e si trasforma e allarga, per quanto possibile. E perfino la burocrazia che si fa di colpo da parte e succede il futuro e le ricette arrivano con l’sms e i permessi della legge 104 te li aumentano senza passare dall’INPS. Ci avresti mai creduto, prima?

Cammini. Non pensare ad addii non detti a persone che muoiono sole, senza una carezza, a decine. Passi ancora del tempo nella tua testa, a distanza di dieci anni, seduta accanto al letto d’ospedale in cui tua madre muore. E se non fossi stata lì quali rovelli avresti in quella testa strana che hai? E’ più che sufficiente immaginarlo. Non pensare al dolore degli altri finché non arriva a te. Fai quello che devi, a testa bassa. Piangerai più avanti, quando lo leggerai in un libro. Le parole scritte sono sempre state il tuo filtro emotivo, in attenuazione e in espansione.

Cammina.

Cammini. Non ci sono sorprese per lo sguardo all’orizzonte, ma musica allegra nelle orecchie che tiene compagnia. 

Cammini. E ti chiedi se sarebbe diverso tutto questo ad osservarlo da dietro ad una finestra affacciata sul mare.

 

luglio 25, 2017

Non lo so

Non lo so, come intitolare questo post. Molto è cambiato, nello spazio di poche settimane. Dalle mie giornate, da quello che mi accade ricavo sensazioni e pensieri, ma non sono pronta a dare loro una forma scritta. Non mi piace l’incertezza e ci sono piombata in mezzo. Faccio piani a breve termine e mi organizzo il tempo in orizzonti settimanali. Non vado oltre: le condizioni al contorno mutano e non le posso più controllare. Se guardo più in là vedo il grigio e mi spavento e mi chiedo come farò e come sarà e mi agito e allora smetto. Mi fermo e riduco i confini a quello che è a fuoco.

Non c’è niente di grave adesso: è iniziato un periodo difficile in cui bisogna resistere e sperare. Il primo passo è andato per il meglio, il secondo anche. I primi passi sono la cosa più importante di un cammino, anche solo per il coraggio che serve per partire. Gli altri che seguiranno li valuteremo tra qualche mese quando le foglie si staccheranno dagli alberi e sarà tornato il fresco. Fuori dai confini della mia casa c’è un’altra persona che lotta ogni giorno contro quanto non si può controllare, ma solo affrontare. La penso spesso e la ammiro e aspetto, con lei, il prossimo momento di quiete.

Potrei scriverne, senza smettere, per ore, ma è tutto ancora troppo confuso e i flussi di coscienza mi sono sempre sembrati molto noiosi, come i racconti dei sogni altrui.

Non mi piacciono i blog appesi nelle pause, l’ho scritto spesso: tornerà o è un incompiuto? Non sono domande che voglio che un mio lettore per caso formuli. Forse questo sarà l’ultimo post. Per un po’ o per sempre. Tornerò qui o in un posto nuovo, se alla fine del po’ deciderò che questo non ci sarà più. Non lo so, adesso.  Va bene lo stesso, non sapere. Andare più piano non significa non arrivare mai. Anzi, magari c’è più tempo per godersi il panorama.

giugno 1, 2017

E questo è quanto

Ci eravamo lasciati – dopo la parentesi delle foto di un viaggio in Italia, con mio padre e in camper alla scoperta della Reggia di Caserta e di Paestum, e di un’incursione aerea con R. in quel di Praga, che da tanto volevo visitare –  con un post in cui vi spiegavo che no, il blog non era ancora chiuso, ma languiva perché mi ero imbarcata in un’altra impresa delle mie, che mi stava assorbendo quel poco di tempo libero che ho.

L’impresa in questione, ridicola, visionaria e del tutto fuori dalla mia portata, è stata concepita a febbraio, dopo un paio di settimane di ripresa del nuoto. Chi mi legge da un po’ sa che ho un ginocchio fuori uso con cui non sono ancora arrivata all’armistizio e che, puntualmente, sfido in battaglia. Stavolta la faccenda è iniziata davanti ad un cartellone che compare periodicamente in molte piscina d’Italia e che da tempo aveva allungato la lista delle cose che vorrei fare prima di morire.

Dato che avevo bisogno di una motivazione fortissima per non mollare il nuoto o qualunque altra forma di pseudo movimento io riesca a fare, questa volta, contro ogni logica, ho deciso che era quella buona. Mi sono perciò iscritta, con la massima serietà e l’assoluta certezza dell’inadeguatezza, ad un corso FIN per diventare Assistente Bagnanti.

Due sere a settimana ci sono stati allenamenti per i quali non ero pronta e che mi lasciavano sfinita. Altre quattro volte a settimana entravo in acqua per conto mio, per ricostruire il fiato, imparare ad ignorare il dolore al ginocchio, combattere per far coesistere  un corpo da otaria con un sogno da delfino. Certe volte nuotavo malissimo, scoraggiata. Certe altre uscivo stanchissima, ma carica. E sempre, sempre, lenta, ma così lenta che anche il cronometro, dal chiodo in cui è appeso, rideva guardandomi soffrire. Il giorno in cui sono riuscita a fare una vasca in apnea gli incubi notturni, in cui la certezza che non ce l’avrei mai fatta mi perseguitava, sono terminati e hanno lasciato posto ad una lucida determinazione: se non quest’anno, il prossimo, mi sono detta.

Ho fatto del mio meglio, combattendo contro bronchite e disperazione per cause terze, e alla fine della settimana scorsa, ho ricevuto il mio brevetto. Non è nelle mie intenzioni lavorare come AB: vorrei però proseguire con il corso per ottenere le qualifiche di Istruttore. Prima o poi. Il giorno dell’esame pratico e teorico, che tanto avevo paventato, ero reduce da una settimana di quelle che nessuno vorrebbe mai trascorrere e l’ho fatto come se fossi fuori di me, a guardare un’altra persona rantolare nuotando.

La prossima settimana inizierò con mio padre un altro viaggio, tra operazioni chirurgiche, reparti oncologici, lente riabilitazioni e molta speranza: non sarà splendido come quello che abbiamo condiviso qualche settimana fa, ma, alla fine, ne sono sicura, torneremo insieme all’acqua. Al mare.

maggio 13, 2017

Praga – 11-14 maggio 2017



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maggio 13, 2017

Viaggio in Italia – 22-30 aprile 2017

Arezzo


Orvieto


Montecassino


Paestum


Caserta


Fano

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aprile 17, 2017

Brevissimo

Per quelli che si chiedono dove io sia finita, che da febbraio mi aspettano per un caffè o una cena, che passano da qui e non leggono da tempo niente di nuovo: questo post brevissimo è per voi, per salutarvi, farvi in ritardo gli auguri di Pasqua, farvi sapere che sono viva e vegeta e che latito solo perché me ne sono inventata un’altra delle mie.

Questa nuova occupazione, mirata ad un obiettivo a breve termine così al di sopra delle mie possibilità fisiche che il mio tentativo è ridicolo e risibile per prima cosa ai miei stessi occhi, mi tiene impegnata dalle due alle tre ore, cinque o sei giorni a settimana. Se aggiungete perciò che dal lunedi al venerdi undici ore le trascorro al lavoro, ivi incluso il pendolarismo, altre due se ne vanno tra colazione e cena,  e loro rapidissime preparazioni – altro che corsi da chef -,  e sette e mezza le occupo a dormire, capite bene che avanzano pochissimi minuti per farci stare dentro tutto il resto. Che infatti non ci sta. L’igiene personale è per fortuna compresa nell’occupazione del momento.

Coloro che sanno in cosa mi sono imbarcata ridono con me e hanno il permesso di farlo anche senza me presente. La faccenda finirà tra un mese e mezzo, più o meno e, probabilmente, una volta rimessi insieme i pezzi dell’autostima, vi racconterò contro cosa mi sono schiantata. Fino ad allora, aspettatemi. Io sono impegnata a trovare un impossibile miracolo che mi faccia scendere sotto il minuto e quaranta secondi nei 100 a stile libero.

PS: nel frattempo ho inaugurato la stagione dei viaggi 2017 visitando Matera, che meriterebbe uno spazio qui tutto per sé, un paio di foto e qualche parola di ringraziamento per l’incanto e non un post scriptum sotto queste due righe da cartolina.

gennaio 31, 2017

Perplessità

La fine del mese è arrivata e, con essa, il mio post. E’ molto probabile, visto quanto adesso trascuro questo luogo, che sia anche uno degli ultimi. Non mi piacciono i blog appesi e lasciati lì, senza nemmeno la parola fine a definirne i contorni: se e quando deciderò che questa esperienza avrà raggiunto la sua naturale conclusione, questo spazio sparirà, senza malinconie, senza tristezza, senza prolungati addii. Si chiuderà come accade ad un libro, come quando, giunti all’epilogo, si sospira, ci si pensa su, magari si rileggono alcuni passaggi e poi lo si ripone su uno scaffale, chissà fino a quando.

Di argomenti di cui scrivere ce ne sarebbero molti e pochi di essi confortanti, ma io non possiedo la necessaria conoscenza per evitare superficialità o inesattezze. Il mio sgomento davanti all’elezione di Trump, al nuovo delinearsi degli equilibri di forza in Europa, non lo posso dire in altro modo se non che mi provoca un’irrequietezza e la sensazione che qualcosa di molto grave possa succedere, nei mesi a venire.

Mi pare che si stiano acuendo eventi, sentimenti, pensieri che tirano indietro, come elastici forti, verso anni che furono, il cui pensiero avrebbe dovuto essere solo un ricordo doloroso di cui misurare le distanze incrementali. E invece stiamo percorrendo la strada a ritroso, indietro, verso l’involuzione delle conquiste civili. Gli uomini che odiano le donne sono ancora qui, più forti e numerosi che mai; i pezzi di terreno che si sbriciolano e ci inghiottiscono continuano a punirci per le nostre scelte di guadagno immediato cieco alle perdite future; il ricorso al sotterfugio e alla via più rapida e più conveniente per noi è sempre più spesso la scelta più ovvia, a scapito dell’integrità professionale; l’impoverimento economico e, soprattutto, culturale lo attesto prima di tutto su me stessa – sempre meno concentrata, sempre più lasca nell’accettare il compromesso e il chiacchiericcio di sottofondo – e ogni volta che leggo i giornali.

I giornali. Ma c’è da crederci, ai giornali? Le regie occulte che portano in primo piano eventi che servono solo a rinforzare e raccogliere pensieri inconsci che moltissimi di noi nutrono e allevano in segreto nella parte buia della coscienza sono potentissime e inarrestabili. Basterà la resistenza di chi non si arrende? Non lo so, ma me lo chiedo spesso, in questi giorni.

Qualche settimana fa sono stata invitata a teatro per due volte di fila: nel primo caso ho assistito ad un musical, uno di quelli che si sarebbe potuto tranquillamente evitare di mettere in scena. La seconda volta c’era Tullio Solenghi che leggeva e spiegava un canto dell’Odissea. La parola, vecchia di millenni, detta e ridetta, è ancora una volta tornata viva con forza nel buio della sala, e, con essa, la debolezza e la forza dell’uomo alle prese con se stesso e con il mondo.  E’ stata un’ora e mezza di luce, in un gennaio di perplessità. Ho, per l’ennesima volta ancora,  voglia di trovarmi un angolo e di rimanere lì, ad aspettare che il tempo passi, senza di me.