settembre 17, 2016

Settembre 2016

Guardate la cosa dal mio punto di vista. Sono ingegnere, specializzata in Pianificazione della Produzione e Logistica. Li scrivo in maiuscolo così sembrano lavori seri e difficili. Ho una fissazione per l’essenzialità, l’ordine e le cose giuste messe al posto giusto e che funzionano, possibilmente. Lasciate perdere ogni ragionamento etico, ogni discorso su consumismo, capitalismo, sfruttamento e similia. Immaginate me.

Ho aspettato per mesi, ma era sempre pieno. Si è liberato per caso, all’ultimo momento, un posto e l’ho saputo solo la sera prima. Ho detto di si, senza nemmeno pensarci. La mattina dopo ero a Castel San Giovanni, tra i visitatori scelti del magazzino Amazon. Ho tripudiato per ore. Andavo in giro con uno sguardo da ebete e la voglia di stare lì ad osservare tutta questa genete impazzire dietro i pacchi per tutto il giorno, per giorni e giorni, per vedere il flusso perfetto ininterrotto di processo complesso che funziona. Non lavorerei mai lì, non fraintendetemi: no ho più il fisco, l’età e nemmeno penso di aver mai avuto la mente così veloce. Ma…tutto che va…tutto organizzato al micron, tutto calibrato e in continua evoluzione nel futuro presente dei pacchetti che si muovono e della gente che sa cosa deve fare e dell’iperorganizzazione che regna sovrana e…wow!

A pensarci mi eccito ancora.

Poi sono tornata in azienda, direttamente nel medioevo. Dai taglierini con la punta in vetroceramica sono tornata ai miei magazzinieri che sul taglierino mettono il nastro adesivo e sul nastro adesivo scrivono il nome con il pennarello indelebile perché, se lo perdono, passano giorni prima che io riesca a fargliene avere uno nuovo. E quando glielo chiedi in prestito, mezzo minuto, ti chiedono in cambio di lasciare l’orologio in pegno.

E’ stato come aprire un pacco di Amazon e scoprire che, invece del padellino di rame in vendita (per errore, sicuramente) ad un quinto del suo prezzo e che hai infilato al volo nel carrello ti è arrivato un portadentiera.  (Da Amazon ovviamente ti spediscono le cose giuste, e io ho il mio primo e probabilmente ultimo padellino in rame stagnato comprato ad un prezzo sbagliatissimo. Invece il medioevo in azienda c’era e c’è veramente.)

Di giorno sto impegnata a tentare di trovare la via verso il rinascimento; prima e dopo sto ancora tanto in auto, anche se adesso i cantieri della tangenziale hanno chiuso i battenti e una mezz’ora al giorno l’ho guadagnata; la sera leggo o crollo o penso a come potrei vivere di rendita. Anche mentre guido penso a come potrei vivere di rendita. Pure mentre lavoro, mi capita.

E’ un chiodo fisso, ormai. Non mi vengono in mente metodi legali, però.

Insomma, la mia vita scorre  regolare. Tutto come al solito, anche nelle apparenti novità.

Ho conosciuto un’altra ragazzina ricca, straricca – di quelle che potrebbero passare i giorni a grattarsi la pancia sorseggiando mojitos sotto una palma caraibica – che non sa cosa fare di se stessa e della propria vita. O meglio: lo sa, ma non ha il coraggio di spezzare le catene. Forse dovrebbe farsi un’overdose di principesse disneyane degli anni duemila per farsi animo. Impararsi le canzoncine a memoria e ripetersele come un mantra. E’ la seconda che mi capita in queste condizioni in quattro anni. Capisco perfettamente il disagio esistenziale, l’impossibilità a sottrarsi a certi doveri che la famiglia impone e anche l’immaturità dovuta all’inesperienza. Ma. Ma. Ma…ma porca miseria! Ma vi sembra possibile con tutti i giovani che le idee ce le avrebbero ben chiare, il carattere lo trasudano, ma i portafogli li hanno vuoti e che finiscono a grattarsi la pancia su un terrazzo di un casermone di periferia vista cemento? E, ancora peggio, ma tutte a me, a me, proprio a me che conto alla rovescia i giorni alla pensione già sapendo che a settant’anni io non avrò bisogno della pensione, ma di un ricovero per anziani?!

Deve essere una specie di regola del contrappasso anticipata in terra per punizione al mio brutto carattere, alla mia invidia e alla mia inanità. In tutto ciò io proseguo, a qualche maniera. Spero anche voi. Buona serata.

agosto 28, 2016

Agosto 2016

Mese di andirivieni, questo.

Luglio è terminato in un presidio slow food. Si beveva birra artigianale con salumi e formaggi (del territorio, naturalmente, e inteso come territorio locale, naturalmente. Territorio è la parola più abusata degli ultimi 12 mesi. Mi sta quasi antipatica come lo pseudo colto “piuttosto che”). Si beveva birra artigianale, dicevo, e si guardava la pancia degli aerei in partenza da Orio, perchè il terrazzo all’aperto sede delle libagioni è proprio sotto al punto in cui gli aerei virano dopo il decollo. Al secondo bicchiere ho cominciato a rilassarmi da tutte le tensioni lavorative degli ultimi mesi. Al quarto  bicchiere mi chiedevo se guardando da sotto un aereo si capisce se è maschio o femmina. Al sesto – i tipi di birra da degustare erano sei e i bicchieri molto capienti – non mi chiedevo proprio più niente: ero troppo occupata a raggiungere il letto che, per fortuna, non era molto lontano.

Agosto è iniziato in Romania, per lavoro, da domenica a mercoledi. Sono partita dicendo al collega che era con me – un giovanissimo moldavo cresciuto a erasmus e cittadino d’europa –  che non intendevo più toccare alcol per giorni, dopo. “Ok, zia”, mi ha risposto. Mercoledi sono rientrata imbestialita. C’è qualcosa, tra le persone che sono cresciute nell’influenza dell’ex unione sovietica, che le porta a vivere cacciando balle e screditando gli altri. Ne fanno una specie di arte e io vagolo in questa cortina di menzogne, piccoli complotti e bassa professionalità, tentando di trovare un metodo di lavoro condiviso, che continua ad essere messo in discussione. Sarebbe stato meglio continuare a bere.

Tempo di disfare la valigia e fare il bucato e il giovedi mattina sono ripartita, in auto, questa volta, verso la Baviera settentrionale: su verso est, non molto lontano dal confine ceco (Repubblica Ceca, aspettami: prima o poi arriverò anche da te) giù verso ovest, sulla Romantische Strasse. Sono stati dieci giorni tranquilli tra borghi e cittadine ricostruite che tentano di avere il fascino alsaziano, ma non ne hanno il cuore. Tra colline verdissime di pascoli e colture, dal museo del giocattolo agli onnipresenti wurstel, da un castello all’altro, l’apice della faccenda è stato raggiunto, secondo me, nelle due serate passate in un complesso termale super organizzato, super rifornito e costoso un terzo rispetto ai prezzi italiani. Il mio ginocchio malandato e tutti i muscoli d’intorno hanno fatto amicizia con i bocchettoni dei percorsi di idromassaggio e non volevano più andarsene. Mi sono accontentata di un favoloso bagno turco: in sauna ci si va nudi nudissimi, in questi Paesi in cui i tabù sono altri e non i genitali ballonzolanti, e io non ero psicologicamente preparata alla cosa. Mi sono ripromessa di emanciparmi dalle vedute ristrette e provinciali e di esporre anche la mia carne abbondante e pendula, casomai mi ricapitasse: se le saune sono come le vasche, ne potrebbe valere la pena. Nel frattempo,a Bamberg, ci ho bevuto su altra birra, affumicata questa volta, e a Innsbruck, ho mangiato melanconia dell’ultimo giorno e torta Sacher all’omonimo caffè. Non c’è stato niente di spiacevole, durante la vacanza, nè di esteticamente brutto, ma non ne sono tornata soddisfatta. E’ mancato qualcosa, quel tocco di carattere che le popolazioni danno ai luoghi che abitano.

Tre giorni a casa e poi di nuovo in partenza per un mare breve: la solita Fano in camper. Sono tornata martedi in treno, lasciando il papà a respirare iodio e sbafare pesce. Mercoledi sono rientrata in ufficio e c’è stato il terremoto. Il mare, il giorno prima, era stato strano, di colori e voce. Come gli animali, forse anche l’acqua lo sente, l’odore della catastrofe.

luglio 25, 2016

Luglio 2016 (prima che finisca)

Neos Marmaras Calcidica agosto trent'anni fa

Forse non la vedrete bene. E’ la foto di una foto di una foto. Io non ci sono: sarò stata in acqua, o sulla sdraio a leggere, o a dormire. Avevo quindici anni, credo. C’è mio fratello, di schiena, con la maschera da esploratore. Rompeva già le scatole, ma era biologicamente normale, era un bambino.Il camper era parcheggiato a trenta metri dalla spiaggia, sotto la pineta. Accanto c’era un furgoncino di una coppia tedesca; poco più in là una famiglia inglese in roulotte. In fondo alla spiaggia sbarcava una colonia di bambini da Salonicco: le educatrici avevano voglia di conoscerci e parlavano un inglese migliore del mio – cosa non difficile. Allora odiavo l’inglese. Non avevo ancora incontrato Jane Austen. La sera anche il camion dei pompieri infilava la discesa che, dalla strada litoranea – l’unica strada -, scendeva alla spiaggia. I pompieri controllavano che nessuno stesse combinando guai in quella spiaggia libera, poi si sedevano con noi, che mangiavamo fuori, tra i tavolini da campeggio uniti, scambiandoci cibi di mezza europa e passandoci (ero minorenne: li passavo e basta) bottiglioni di vino greco. La notte calava sull’insenatura e la mattina dopo, con le dita rosate d’aurora, entravo in acqua prima di fare colazione e lì rimanevo per ore, alternando letture solitarie a grandi bagni. Seduta aspettavo la vita che doveva arrivare, immusonita perchè si faceva aspettare molto e io non potevo ancora decidere per me, pigra come solo un’adolescente solitaria e viziata sa esserlo, detestabile e infantile e completamente libera da ogni preoccupazione. Libera di stare nel mare per ore, per giorni, per sere fino ad avere la pelle asciugata e scura e la cassetta dei libri che ero riuscita a farci stare in uno spazio di stivaggio ristretto svuotata. Allora rognavo, perchè era arrivata l’ora di tornare a casa. A scuola. A quella vita di promesse che era solo lì da afferrare. Vicina e lontana come l’isola davanti a noi. Mi voltavo, dalla spiaggia, quando avevo fame. Vedevo mia madre affaccendata in solo lei sapeva cosa, mio padre che armeggiava con il barbecue portatile a gas, il pesce fresco pulito, l’insalata greca pronta. E pesche enormi e dolcissime. Intorno a me ragazzini che comunicavano con il linguaggio universale del gioco correvano sulla battigia.

Neos Marmaras Calcidica luglio 2016

E’ lo stesso posto. Lo abbiamo ritrovato. C’è la pineta, l’acqua perfetta, la sabbia di grana grossa che non si incolla alla pelle, i lunghi bagni, la frutta che sa di frutta vera. C’è anche una rete che impedisce ad altri di fare quello che facevamo noi: gli educati selvaggi. C’è un albergo a destra, un bar-ristorante a metà strada, appartamentini a sinistra. Non c’è troppo cemento, è ancora un gran bel posto. Se mi volto a guardare, dalla spiaggia, non vedo più il mio camper. Non c’è più mia madre. E’ in un posto per ora irraggiungibile come l’isola.  Non c’è più mio fratello: stiamo lontani. Il suo rompere le scatole ha raggiunto anni fa livelli per me insopportabili e il muro è fatto di solido cemento ormai. Mio padre entra in acqua e ricorda. Io entro in acqua e ricordo, ma, con R., che vede tutto con occhi nuovi, noleggiamo una canoa così scopro cosa c’è oltre il confine della spiaggia e aggiungo un ricordo ai ricordi.

Non uscirei mai dal mare. Nemmeno per leggere, se potessi ancora.

Grecia: luglio 2016. Delfi, Agios Loukas, Meteore, Verghina, Salonicco, Neos Marmaras.

giugno 26, 2016

Giugno 2016 (bis per i Floating Piers)

Nel delirio che si abbattuto in questi luoghi, di solito non usi a tanta notorietà e, soprattutto, non pronti a sostenerla, mi barcameno come posso. Nella percorso giornaliero feriale da mezza Valle Camonica a Brescia, zona stra-est, devo passare per forza da Sulzano.  Se parto presto la mattina e lascio l’ufficio alle 17.00 in punto,  stazionando come un bracco in punta davanti alla timbratrice, ho discrete speranze di percorrere, in entrambe le occasioni, in meno di un’ora e mezza i soliti 70 chilometri, scantonando per i paesini e le vie traverse. Se mi sbaglio con i tempi è la fine. La seconda settimana dell'”installazione” – ormai la chiamano tutti così –  potrebbe però essere, per noi oriundi, di molto peggiore di quella appena trascorsa.

La febbre dell’evento sale, sale, sale, alimentata dalla stampa, sostenuta dalle decisioni di chi si ritrova in mano una patata bollente (leggi= treni che non partono, folle che si accumulano, forze dell’ordine che presidiano, caldo che picchia, strade che si chiudono, zone rosse che si infrangono, navette che si inchiodano, parcheggi che rigurgitano) e non ha nessuno a cui passarla. Nemmeno un piatto in cui lasciarla cadere. Le aperture e le chiusure si susseguono con la stessa incertezza e lo stesso  alone di mistero che avvolge tutta l’Italia. Oggi si, domani no, stanotte forse, chissà. A volte è colpa del tempo:  di quando in quando vento e temporali abitano il lago. Sono come i cigni e i ratti che si appropriano della passerella: non seguono le regole, loro. A volte invece è esigenza di altro tipo che decide se si sale o no: meglio tenerne dei tratti preclusi per garantire al vip di turno la propria elitaria fruizione.

La mia opinione, ve lo dico subito, è che sia tutta una gran furbata. Un pontile galleggiante, come ce ne sono a bizzeffe, con costi spropositati, di un colore che non si può non notare e con un’operazione di marketing sensazionale alle spalle: non un’opera d’arte, forse un po’ di ingegneria. Il luogo in cui non si può non andare nel 2016.

Ora che – se non l’avevate capito da un paio di post fa – ho espresso la mia disapprovazione, vi dirò che ci sono andata lo stesso. Voglio dire: ci passo davanti due volte al giorno da mesi. Vi pare che non mi venga voglia di curiosare?! Anzi, ci sono stata ben una volta e mezzo: la volta piena la conto perchè ci ho messo i piedi sopra. La volta mezza la conto pure perchè ci sono arrivata, per tutta la sua lunghezza, a pochi metri, senza toccarla. Ed è stata, tra le due, quella che ho preferito.

La mattina dell’inaugurazione, R., che si è fatta prestare la barca dalla sorella (cui va eterna gratitudine), mi ha caricato su e se l’è remata tutta, avanti e indietro, alla distanza di due bracciate a nuoto. Se anche voi ve ne stavate lì e avete visto due tizie, di cui una molto grassa che faceva foto e una magra che faceva tutta la fatica, naviganti in una meravigliosa barca di legno di quelle classiche da pescatori, e restie a mollare la felpa in una giornata ancora poco convinta che fosse arrivata l’estate, ecco, eravamo noi. Ce la siamo goduta. Il lago è sempre uno spettacolo. Il lago dal lago e la terra dal lago ancora di più.

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Quel mattino, sempre con R., avrei dovuto partire per Parigi: quest’anno la nostra razione di fortuna l’abbiamo sprecata a Bruxelles e, vista l’aria che tirava, abbiamo deciso di fare le turiste a casa nostra.  Prima di armare la barca, però, ci siamo fermate in piazza ad Iseo, a comprarci due croissant appena sfornati da un pasticcere giovane e un po’ folle  di formazione francese, per consolarci. Nello zainetto avevamo anche ciliegie e acqua. La merendina l’abbiamo fatta con vista Floating Piers, zona Montisola, incuriosite dallo spettacolo dell’umanità che si riunisce in gregge. A mezzogiorno le acque cominciavano ad essere altrettanto frequentate dei pontili: ce la siamo filata a motore.

Giovedi, nel tardo pomeriggio, abbiamo invece deciso di unirci al gregge e, per non so quale combinazione tra conoscenza del territorio e sfacciato colpo di culo, la nostra attesa si è limitata ad una mezz’ora scarsa davanti alla fermata della navetta. Abbiamo perciò percorso, in compagnia della famiglia di una mia collega, tutta l’estensione arancio tra il vociare, il caldo che si faceva umido e scuro nella sera, i volontari che tentavano di ridurre i tempi di percorrenza della gente con ogni mezzo, la gente che faceva di tutto per ignorarli, le mise ridicole, l’artista che navigava su una chiatta a raccogliere ovazioni, La Capitanio 1926 (un vecchio battello lacustre) svegliata dal sonno, i sub di Iseo che hanno abbordato a nuoto la passerella e sono stati impietosamente ricacciati in acqua, il mal di mare, il ginocchio in fiamme dopo due ore di cammino su una superficie instabile, il pezzetto di tessuto da tenere per esperimenti scientifici (in che colore cangia se ci faccio pipì sopra?) il sudore appiccicoso, la conquista della navetta di ritorno, la doccia e il sonno profondi della notte, la voglia di tornare a vedere Montisola quando tornerà ad essere quello che è sempre stata, e cioè un posto in cui vivere e non lo sfondo caotico di una fotografia.

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Alla fine, la cosa più bella è sempre la stessa, con o senza passerella furba: il lago.

Offresi a caro prezzo consigli, segreti e scorciatoie per chi decida di tentare la conquista dei Floating Piers durante la seconda e (per fortuna) ultima settimana di apertura. Poi mi offrirò volontaria per aiutare a smantellarla.

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giugno 14, 2016

Giugno 2016

Ho trascorso qualche giorno in Alsazia. Pensavo che ci sarebbero state bene, qui, alcune foto e un racconto di viaggio. Invece oggi é accaduto un fatto che mi sta turbando non poco. Sara’ questo l’argomento del post mensile.

Questa mattina é stato arrestato, con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di un minore, il parrocco del paese in cui vivo. Non servono link. La notizia la trovate su tutti i giornali: in poche ore, due notizie in croce, le poche che sono trapelate, sono state rigirate e ben condite con frasi fatte e dal telegiornale locale sono arrivate ai mezzi di comunicazione nazionali. É bagarre di commenti.

Vi scrivo alcuni miei pensieri; mi servono per calmarmi:

  • ho visto di recente il film Spotlight: ne sono uscita scossa per il dolore delle vittime e per l’omerta’ di un’istituzione che dovrebbe proteggere, non reiterare il male;
  • sono flebilmente cattolica, praticante solo per i funerali e le messe in ricordo di chi amo e che non c’e’ piu; a fare il conto, andro’ in chiesa cinque volte all’anno. Forse. Qualcuno esiste, principio e fine, ma non ritengo necessario il rito per crederci. Mi basta provare a seguire quell’indicazione sul non fare agli altri quel che non voglio venga fatto a me. Riuscissi, sarebbe gia’ molto;
  • ritengo gli abusi su chi non si puo’ difendere, che siano minori, maggiori, maschi, femmine e pure animali tra le azioni piu’ vigliacche che una persona possa  commettere;
  • conosco l’uomo oggi accusato: frequenta la mia casa, ci é stato vicino in momenti difficili, é conosciuto come buono, onesto, gentile e generoso;
  • l’istinto, elaborando le percezioni che ho avuto di lui, mi porta a ritenere l’accusa infondata;
  • ci sara’ un’inchiesta, ci saranno troppe parole, moltissime delle quali inutili, come quelle che sto scrivendo;
  • ci sara’, spero, aiuto per accusatore e accusato;
  • se, alla fine di tutto, sara’ ritenuto non colpevole, oggi, in poche ore, é stata distrutta la vita di un uomo.
maggio 24, 2016

Maggio 2016

Aprile si é chiuso con un viaggio di lavoro, piuttosto piacevole, a sud di Napoli. Una pizza galattica da Gigino, all’Accademia della pizza, un caffe’ ustionante e inarrivabile dal Calabrese, a Pompei, la ricetta dell’acqua pazza, un’accoglienza calorosa e le prove della torta di ricotta e pere. Si, anche il lavoro é stato fatto, ma quello é scontato.

La settimana scorsa, sempre per lavoro, ero invece in Romania, per la prima volta. Sono atterrata in mezzo a colline, boschi e distese erbose cosi’ insolitamente ininterrotti da costruzioni umane che mi sono accorta  di quanto abbiamo perso noi. Tra i paesi di tetti bassi contornati da orti, lo scarso traffico, i carretti tirati dal cavallo di famiglia e le ville dei capi rom, ho avuto di che osservare. E si, anche in questo caso le ore di lavoro sono state impiegate bene, cosi’ come quelle serali, alla scoperta della cucina locale e ungherese.

Oltre alle ore di lavoro, sono in mezzo alle ire di lavoro. Vivo imbestialita, tra le otto e le diciotto dal lunedi al venerdi. E si’, mi sa che, dopo due anni, é di nuovo giunto il momento di guardarsi intorno e cercare altro. Pero’, se ci penso bene, per quanto sia interessante, devo ammettere che il mio lavoro mi sta stretto e che vorrei, oltre all’aria, cambiare anche il contenuto. Chiaro, la cosa migliore sarebbe non lavorare proprio! ( ma i tempi non sono ancora maturi).

Sempre in tema di irrealta’, ogni mattina e ogni sera, dall’alto della strada, osservo l’avanzamento di quello spreco immane di soldi che é, secondo me, il ponte di Christo, che a breve unira’ per 15 demenziali giorni, isole e terraferma sul lago d’Iseo. Cosa ci sia di artistico e innovativo nel riproporre la versione moderna di un antico ponte di barche mi sfugge. Sto invecchiando a rotta di collo, probabilmente. Cosa succedera’ alle tre ore giornaliere che trascorro in auto in quel periodo, se davvero fiumane si riverseranno all’adorazione, gia’ me lo immagino. E rabbrividisco di stanchezza a priori. L’aspetto positivo é che, dopo anni d’attesa, L’EVENTO sul TERRITORIO ha fatto in qualche modo far saltare fuori i soldi per riempire i crateri nell’asfalto che punteggiavano la statale sebina.

A stemperare il malumore, per fortuna, intervengono i fine settimana: sabato mattina, sotto un sole d’estate, ho camminato tra le centinaia di rose del castello di Rovato, ho resistito all’acquisto e me ne pento, ma mi sono portata a casa comunque fiori, erbe aromatiche e un pomodorino nano. Spero cresca piu’ allegro di me. Le gioie piccole sostengono a lungo.

Consigli di lettura per donne incarognite: “Puoi anche dire «no!». L’assertività al femminile”, di Bauer e Bagnato. Tanto per aumentare la carogna.

aprile 26, 2016

Aprile 2016

Aprile telegrafico,  prima che finisca.

Mese intenso, questo. É arrivato un bimbo in famiglia, dopo tantissimo tempo dall’ultima nascita. Dato che non l’ho ancora visto, mi riservo lo sdilinquimento per quando l’avro’ preso in braccio.

Ho ascoltato, al Teatro Grande di Brescia, Martha Argerich suonare il primo concerto di Beethoven. Io non sapevo, prima, cosa volesse dire sentire le note arrivare al cuore. Ho assistito alla perfezione.

Sto rissando, al lavoro. Se, da una parte, ho abbandonato pudori puerili e timidezze, ed era ora, dall’altra mi accorgo che non mi fa bene starmene in carogna per ore. La soluzione, al momento, non é attuabile. Prematuro.

Il parquet lamato é venuto benissimo, chiaro, piacevolmente ruvido sotto i piedi. La stanza é ancora vuota: il falegname rimanda, rimanda, rimanda. La mia stanza vuota é meravigliosa. Quasi quasi la tengo cosi’.

C’e’ una persona speciale, alle prese con problemi molto, ma molto piu’ grandi di lei. Tanto piu’ grandi, perche’ lei e’ ancora piccola, anche se, qualche giorno fa, ha votato per la prima volta. Anche in questo momento, mentre scrivo, sta affrontando i suoi demoni, in questa ora della sera in cui dovrebbe solo riposare e sognare tutti i suoi desideri.  Meriterebbe righe e righe di parole, pensieri, riflessioni. Forse un giorno le scrivero’ anche qui. Per ora vi basti sapere che lei combatte, io faccio il tifo. Altro non posso fare. E se lei barcolla, io cerco di farle capire quale é il senso del resistere, specialmente nel suo caso. Mica ce ne sono tante, in giro, di persone speciali.

Mese intenso, questo. Troppo, probabilmente.