febbraio 25, 2015

A metà del guano. Ops, guado.

Mercoledi, pausa pranzo. Esatta metà della settimana lavorativa. Qui si resilia, più o meno bene. E’ una settimana più complicata dal punto di vista degli impegni extra ufficio che da quelli in. La prossima settimana si prevedono invece slavine in pantani di guano: lo si sa, non ci si può far molto. Vuol dire che ci si affonderà dentro preparati.

Mentre accendo il computer, collego il cervello, digito tasti, analizzo dati, penso a soluzioni, mi invento caoticità, mi trasbordo dalla scrivania, al magazzino, ai reparti e poi torno ai tasti, le ore scorrono, con meno fatica rispetto alle settimane scorse. Merito della luce. Se devo (dovrei) uscire di casa prima delle sette, meglio farlo col chiaro: il lago è bellissimo la mattina presto. Se devo tornare a casa tardi, meglio farlo col chiaro: il lago è bellissimo anche all’imbrunire. Sento primavera nell’aria, anche se ancora non c’è.

Questa sera sesta lezione in CastAlimenti del gran corso di aiuto pasticcere serale: lunedi abbiamo preparato creme e ancora crema. La mia prima crema pasticcera su fornello a induzione è finita nel lavello. La seconda l’ho immortalata in fotografia. Tra profumi di zabaione, assaggi di mousse al cioccolato bianco e consumi irriguardosi di burro, si sono fatte le 23.00 e poi sono anche passate. Il problema dei corsi serali non sono i corsi, è il rincretinimento che mi resta addosso il giorno dopo, per sonno accorciato. Questa sera le creme finiranno su letti di frolla, pan di spagna e non so che altro: ogni volta è una scoperta. Ogni lezione realizzo che sull’argomento cibo, chimica del cibo, trasformazioni del cibo, non so nulla. Ansia. Ansia da studente impreparato.

Domenica pomeriggio ho mischiato margarina (comprata apposta, solo il burro varca la soglia di casa) con fecola e zucchero a velo scaduti. Ne è uscita una montata oleosa e chiara, fatta apposta per giocare con la sac à poche. Frustrazione. Frustrazione da persona capace di usare la testa, ma non le mani. Ad ognuno il suo, nella vita. Non c’è una rosetta che mi esca uguale all’altra. Prevedo altre sedute di prova. Ieri sera, invece, dopo una cena preparata dal papà (che si adegua ai miei orari e a richiesta produce perfino polentina à l’ancienne, quasi come si faceva una volta….oh, l’insuperabile cucina economica a legna della nonna…), ho fatto un esperimento.

Non è un esperimento difficile, anzi. Quando al corso un paio di colleghi mi hanno spiegato come si fa a fare i biscotti bicolore a spiraline di frolla normale e frolla al cioccolato, lo hanno fatto con aria da compatimento. Mi è sembrato di capire che anche un bambino dell’asilo sarebbe in grado di farli. Effettivamente. E’ che non ci avevo mai ragionato su, prima, a pensare che se metti uno strato sotto e uno sopra e poi avvolgi a rotolo il risultato finale, in sezione, è un effetto a spirale…

La mia profe di greco e latino del liceo ci diceva, scuotendo la testa, che noi ragionavamo a cassettini. Un cassettino per il latino, uno per la storia, uno per la grammatica, e così via. Noi le sorridevamo con aria di compatimento, povera donna, pensavamo, cosa racconta. Noi siamo fighi. E invece aveva ragione: io ragiono ancora a cassettini, in effetti, e quando ogni tanto mi accorgo che la differenza tra intelligenza e genialità sta nello scorgere le connessioni tra le cose, abbasso le orecchie come un cagnolino mortificato, perchè i miei fili li lancio, ma troppo di rado si aggrappano al mondo concreto. I biscotti alla fine sono venuti decenti, ma molto migliorabili. E ho capito il procedimento: è già qualcosa. Un’altra informazione per il cassettino “pasticceria”.

Domani sera, invece, corso di disegno soft. Ho lasciato a metà la riproduzione di un particolare a scelta della Venere Italica del Canova (copia in gesso a disposizione) e mi piacerebbe proseguire. Avrei voluto disegnarle il culo, perchè ha un culo da invidia, ma l’avevo in vista girata di fronte e ho deciso per l’incrocio delle braccia sul petto. Sarebbe bello che le braccia mi venissero somiglianti a due braccia e non ad alberi motore, e che il drappeggio si profilasse morbido, e non simile a chiglie di navi spezzate. Dall’inizio del corso spedisco una foto del mio foglio da disegno ogni giovedi sera, dopo la lezione, a lui per farlo ridere un po’. Lui ha visto che sono disgrafica. Dice che ci sono miglioramenti, minimi, ma ci sono. E’ sempre stato un tipo gentile. Gli porterò biscotti spiralati, prima o poi. Per ora ho individuato in giro per il quartiere gente disponibile (obbligata) a farmi da cavia: tra domenica e ieri ne ho già arruolati alcuni  (mica posso mangiare tutto io). Adesso ho uno scopo nella vita: non intossicarli.

E dopo….dopo si prosegue con un venerdi sera senza eventi degni di nota che non siano un “a nanna presto che domani si va in gita”, tutto proteso verso il sabato. Se non diluvia come l’anno scorso, vado a Venezia, a vedere una mostra al Correr e ad inaugurare la stagione dei viaggi. L’inverno è stato lungo e sedentario. Dovrei andare al Guggenheim, in realtà, perchè è una vita che è inserito nella mia lista dei luoghi da visitare almeno una volta nella vita. E’ che temo che ci rimarrei dentro un’oretta, perchè l’arte moderna mi deprime, perchè non la capisco. E a me non piace sentirmi che non capisco. E allora forse non andrò nemmeno questa volta, se il sole splenderà sulla laguna.

Torno nel guano: ne ho ancora un po’ da spalare prima che se ne depositi altro. Buon pomeriggio a tutti.

febbraio 21, 2015

Grand Budapest Hotel e frolle montate

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Infornare a casa una torta, faccenda di mezz’ora, non avra’ piu’ lo stesso significato, dopo aver visto quante chilate di impasto si possono produrre in un laboratorio attrezzato. Le teglie entrano ed escono dal grande forno ventilato che ruota: frollini, pan di spagna, plum cake appaiono e scompaiono davanti al vetro del portello. Le planetarie girano, il cioccolato cola, le creme si addensano. Preparo margarina vegetale e recupero fecola scaduta per fare esercizi con la sac à poche nel fine settimana. É un corso nato per imparare qualcosa e sfruttare un’occasione di prossimita’, ma il gioco puo’ anche farsi serio e allora tanto vale prenderlo sul serio. Dieci ore al giorno tra magazzini da tenere sotto controllo, sussidiarie rumene dalla produzione inceppata, mercati cinesi blindati, progetti che si svelano, nervosismi, pacche sulle spalle da dare e scansafatiche da riportare sulla via della cooperazione, e parrucche viola di carnevale indossate per ridere un po’ e ricordarsi che é meglio non perdere mai di vista quel che é davvero importante nella vita: viverla, senza tradire se stessi.

Il venerdi sera arriva, dopo essersi fatto aspettare a lungo, e con esso una cena tranquilla, la distensione dei muscoli e un lungo sonno senza sogni in cui si impastano ricordi e recriminazioni, finalmente. E tra la sera del venerdi e questa mattina di sabato, Grand Budapest Hotel in attesa delle statuette: era ora, un ottimo film, che fa sorridere e immaginare.

Buon fine settimana: io faro’ cose che mi rilassano, oltre alle prove con la sac à  poche. Ho da riordinare pezzetti di casa – riporto l’ordine fuori nella speranza che se ne faccia un po’ anche dentro di me -, da studiacchiare reazioni chimiche tra farina, uova, burro e zucchero, da leggere un Christopher Morley e da fare quattro passi.

Il tempo é brutto, ma sento odore di primavera in arrivo.

febbraio 10, 2015

Altro elenco frettoloso (sottotitolo: sto per aria)

Di questi tempi va così…la prosa va a farsi benedire e lascia il posto alle liste…alors, cominciamo:

1) vi ricordate questo post in cui poetavo di tremolii dopo aver superato per strada un furgoncino che portava a zonzo alberi? Lo avevo intitolato, appunto, “Tremolii”. La settimana scorsa ne avrei potuto scrivere, per simmetria, uno intitolato “Pantegane”, dato che, mentre proseguivo nel vialone che porta all’azienda in cui lavoro, ho incrociato un altro pick-up sul quale era appoggiato, zampe posteriori sul pianale, zampe anteriori sul tettuccio dell’abitacolo, muso sporto ad annusare l’aria, un ratto più grosso di un uomo grosso, grigio e nero e peloso e orrendo. Bleah! Ma bleah! Ho rabbrividito subito. Poi mi è venuto anche da ridere, mentre lo vedevo allontanarsi di culo dallo specchietto retrovisore, perchè ho pensato appartenesse a un qualche carro di carnevale dal tema sorghesco. Eh no, mi hanno disilluso i colleghi. É il tipo delle disinfestazioni. Chissà se quando porta il topo a lavare lo sostituisce con una blatta. Ma bleah!

2) sto incasinata, e parecchio. Non rispondo alle email, non scrivo, non leggo i blog, non leggo i giornali, non leggo libri, figuriamoci le riviste. Un’entrata in piscina in un mese, più per farmi la doccia che per far vasche. Troppe uscite a orari oltre dal lavoro. É che ho voluto la bici. E adesso…pedalo.

3) poi me le cerco anche, comunque. Ieri è iniziato il supercorso serale di pasticceria alla superscuola. Quattro ore, due volte alla settimana, tre mesi e mezzo. Sono anche superseri, nel senso che offrono serietà e ne chiedono in cambio. E rispetto alla roba improvvisata per cui ho pagato l’anno scorso, qui il mio lato ingegneristico gode.

4) il mio lato orgoglioso invece è umiliato perchè sono una pasticciona di natura. Nel senso che non ho abilità manuale e ho fretta di fare le cose, per cui a questo corso prevedo per me stessa: buona preparazione teorica, perchè sono secchiona inside e outside e lo sono sempre stata, pessimi risultati pratici perchè non ci sarà verso. Ad esempio: stasera, dopo essere arrivata a casa alle 19.00, sistemato quattro cose, cenato con roba pronta in anticipo e su tavola apparecchiata da altri, ho fatto quel che faccio sempre, cioè troppe cose in una volta. Tre macchinette del caffè, una nuova e due poco usate, ricondizionate con un caffè che più economico non si può ( e che probabilmente era sughero macinato), una lavatrice, un rammendo rapido di una federa, e, dulcis in fundo, finalmente una seduta di applicazione pratica della lezione di ieri sulla pasta frolla su cui ho rimuginato durante il giorno.

5) nella suddetta applicazione pratica ho sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare ed è difficile arrivarci, considerando che è una preparazione banale, che così banale non si può, che meno banale c’è giusto giusto la banana schiacciata nel bicchiere con zucchero e limone. Ho sbagliato: le dosi, nonostante i calcoli, per mancanza di materie prime e la preparazione, perché non mi sono resa conto che nel mio fantasmagorico Kenwood Cooking Chef era rimasta impostata la temperatura del risotto di domenica e quindi il burro si è sciolto in tre secondi netti, appena accesa la planetaria. Quindi ciaomare, col cavolo che la frolla verrà come dove venire.

6) per cui questo non si trasformerà in un blog di ricette e cucina, ma di cronaca di paciugate abissali. Posso arrivare a vette indicibili di paciugate. Di bello c’è da raccontare che domenica, davanti al risotto, c’erano a pranzo un paio di amici di ritorno dallo Sri Lanka che mi hanno portato un po’ di spezie che desideravo. Nel pomeriggio ho giocato a sistemarle nei vasettini e a macinare la cannella. C’era polvere di cannella, curcuma e curry che andava dappertutto e profumi in cucina che mi hanno fatto venire voglia di prender su da questo pazzo mondo e mettermi a girare con uno zaino in spalla, una maglietta, un paio di calzoni di lino e un paio di sandali piatti il subcontinente indiano (e un ipad, ma io sono fatta così) e dedicarmi alla vita contemplativa sotto un banano (dotato di presa elettrica e connessione wifi).

7) stamattina ho perso una chiavetta usb che conteneva documenti, di cui ho copia sul computer, pfffuuiii, ma che tra le varie ed eventuali di poca importanza contenevano anche: le cose che sto scrivendo qua e là, di cui alcune anche un po’, ecco…così, che dire…ognuno ha diritto ai propri lati oscuri e alcuni schemini piuttosto espliciti della mia situazione finanzaria. E mi girano tanto se qualcuno li vede, perchè nella chiavetta il mio nome lo si trova, ovviamente, volendolo cercare. Ho ribaltato l’auto, setacciato un parcheggio, chiesto nei negozi, scavato nei meandri dello zainetto e perso le speranze. Stordita, è il complimento più simpatico che mi sono potuta rivolgere, dato che ho deciso a inizio anno di diminuire drasticamente il numero di parolacce che dico e sto tenendo duto. Però mi sono mandata da sola degli sms con frasi da querela.

Per aria sto. Vado a stendere, poi ci ritorno. Mi dicono che adesso grido, di notte, mentre dormo, oltre a russare. Naturalmente io mica me ne accorgo: i sogni non me li ricordo e dormire dormo perchè sono stanca, mica mi sveglio. Si vede che mi sfogo oniricamente.

Statemi bene, voi, mi raccomando, mentre io sto per aria. A presto.

gennaio 26, 2015

Elenco frettoloso

In questi giorni ho:

  1. lavorato troppo; non troppissimo, però troppo sì, che va e fa male;
  2. cucinato poco, ma soprattutto verdure, che va e fa bene;
  3. ricominciato col decluttering sospeso un paio di anni fa; che va benissimo dato che da ieri in poi non dovrò più fare il cambio stagione negli armadi perchè è tutto raggiungibile senza scale; che va bene ma fa male perchè ho ancora le ossa peste dopo due giorni di sfacchinate;
  4. visto due film: La teoria del tutto, al cinema, che mi ha lasciato perplessa perchè, a parte la testimonianza di una vita da genio nonostante la malattia, mi sembrava fosse un po’ senza sugo, alla fine, ed Educazione Siberiana, a casa mia, che, nonostante la testimonianza di una vita oltre il confine della delinquenza, mi ha lasciato ammirata, alla fine, perchè mi sembra abbia detto molte altre cose;
  5. ascoltato la prima, la seconda e la quinta sinfonia di Beethoven, come studio/ripasso, perchè giovedi sera sarò qui;
  6. prenotato un’andata e ritorno ad Atene nella seconda metà di giugno perchè mi prudevano le dita dalla voglia; ai tempi che furono, più di vent’anni fa, per sette o otto estati c’era stato un agosto ellenico in camper, puntuale come l’estate. Ma, appunto, sono tempi che furono. Adesso ci sarà solo una settimana,  a ranghi ridotti se non nei ricordi, per una visita tra ricordo, nostalgia e voglia di farsi un bagno di cultura e di mare come si deve.

Basta, mi pare, più o meno. L’andazzo della settimana entrante mostra evidenti similitudini con quella uscita, purtroppo.

gennaio 15, 2015

Ehi, signori…c’è un errore…

C’è un errore di sicuro…questo blog, che nelle classifiche riportate a fondo pagina, angolo a destra, ha sempre vegetato stabile attorno alla sua ima media, adesso si ritrova balzato dal 1.860esimo al 139esimo posto delle classifiche blog multitheme e dal 6.160esimo posto al 1.536esimo della classifica generale dei Teads labs.

Impossibile: qui il traffico non è mutato (grazie a chi non demorde e torna a leggermi), la frequenza di post solo leggermente aumentata, grazie alle vacanze, ho qualche iscritto in più, ma non cosi’ tanti…cosa è? Un errore di calcolo? O ci sono un sacchissimo di blog spariti?

Comunque sia, ho fatto la foto alla statistica: capiterà mai più.

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gennaio 13, 2015

Cara Nico. Lettera alle Seychelles.

Cara Nico,

 domenica mattina ho parcheggiato l’auto sul piazzale vicino alla chiesetta. Era pieno. Per quanto il cielo si stesse rannuvolando, l’aria di questo gennaio gentile invogliava ad una passeggiata. Il nostro lago piace a molti. In estate a troppi. I territori valorizzati diventano, è vero, maggiormente usufruibili e portano occasioni di guadagno per chi aspetta che qualcuno arrivi, e chieda un gelato e un caffè, almeno un paio di volte al giorno. E’ ragionevole. I territori valorizzati fanno però anche molto alla svelta a trasformarsi in nome comune di cosa. Mentre svuotavo sul mio lurido parabrezza l’acqua residua dalle bottigliette che tengo in auto per emergenza, ho calcolato che da più di un anno non salivo fino qua. Come cambiano le abitudini. C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui da casa, da sotto, in paese, mi arrampicavo un paio di volte a settimana per le scorciatoie nel bosco, arrivavo dal castagneto alla riva, risalivo per la stradina fino a metà della collina e di gran carriera facevo il giro, poi tornavo di corsa verso casa, tra i tornanti d’asfalto. Già, le cose cambiano. Ho riempito le bottiglie alla vecchia fontana: l’acqua scorreva gelida e buonissima. Non è vero che l’acqua è un liquido inodore, incolore e insapore. La più buona del mondo scendeva dal rubinetto della cucina, a casa della mia nonna paterna, prima che facessero i lavori per l’acquedotto. Veniva giù direttamente dalla montagna: in qualunque stagione dell’anno sembrava di bere un ruscello. Usavamo il mestolo di alluminio, tutto bugnato – che parola italiana potrebbe sostituire quel che il dialetto sa descrivere meglio? – appeso sullo scolatoio sopra alle vasche. Sotto, spesso, c’era in ammollo il paiolo della polenta cotta sulla grande stufa a legna. Ho sistemato al loro posto le bottiglie: sono ricordi dei giorni lavorativi spagnoli. E’ plastica spessa, con una forma diversa da quella che vendono nei supermercati italiani. Mi ricorda molte persone.  Io mi circondo di ricordi e alle cose nuove non attribuisco importanza fino a quando non le associo ad una sensazione piacevole. Camminare intorno al nostro lago è ricordare il passato e progettare il futuro, godendosi il presente del panorama. La chiesina era aperta: sull’altare c’è ancora il presepe; l’unico affresco sopravvissuto al tempo è ben protetto sottovetro. Le candele illuminano la volta e le panche di legno vecchio. Subito oltre il noce indicava la strada verso il prato che, in estate, diventa una spiaggia. Il centro visitatori ormai è completato, di legno e di pietra. Ci sono pure i bagni. Chiusi a chiave, in bassa stagione, ma ci sono. E’ una buona cosa, che li abbiano fatti, per evitare che piogge di urina estiva brucino i già tormentati castagni. Il paesello sarà pure fatto da venti case, ma un minimo di pulizia bisogna garantirgliela. Appena superate le rocce, si apre il lago, grigio, immobile, intatto. Domenica l’unica increspatura era provocata dalle sei anatre in perpetuo viaggio tra i moli e le panchine di pietra, avanti e indietro, in formazione compatta.

Ho cominciato a salire nel bosco: non si può più sbagliare il punto di accesso. Adesso ci sono cartelli ovunque. 50 minuti, per il periplo, dicevano. Ce ne impiegavo 40, allora. Ne ho usati 70, domenica, per il fiato che mancava e per il ginocchio che si faceva trascinare, un passo dopo l’altro, tra fitte acute e scricchiolii di protesta. Anche la salita nel bosco è cambiata: hanno fissato dei tronchi nel terreno, per realizzare gradini più agevoli del viscido delle foglie e dei gusci vuoti dei ricci. Solo un pezzo, quello che gira intorno al grande albero, è rimasto com’era. Sono arrivata in cima, dove inizia il sentiero, con il sangue alla testa e la voglia di vomitare. Eppure ero andata piano, un gradino alla volta come i bambini. Mi sono seduta sul pietrone che delimita la salita, a riflettere sulla rovina che è il mio corpo, e a riguadagnare il controllo sul respiro guardando il lago dall’alto. Quella pietra ha ospitato molto spesso i miei pensieri, senza mai protestare. Poi ho ricominciato a camminare. In quel punto i castagni, da una parte e dall’altra del sentiero, dalla primavera all’autunno formano una specie di tetto da cui filtra la luce dall’alto, dal cielo, e da un lato, riflessa dall’acqua. E’ il pezzo che preferisco, quello che porta da te. Non ho svoltato a sinistra, per venire a spiare come sta la tua casina nel bosco: non avevo molte energie di scorta e voi non eravate là. Ti vedo, sai, che vieni a leggermi. Di tanto in tanto si illumina un puntino rosso sotto l’Africa, a destra, e so che sei tu. Ti immagino con i piedi nella sabbia, il costume sotto ad un paio di calzoncini di cotone, e una maglietta nera, a goderti una sigaretta all’ombra e con lo sguardo verso il mare, o mentre corri su e giù dalla reception, alle camere, alla cucina, a vedere come sta lo chef che ti sei sposata. Chissà perché, quando vi penso, vedo sempre il sole. Magari non è proprio così. Però, dalle acque invernali di questo lago misterioso e freddo, non è difficile immaginarti così. Cosa è vivere a pochi metri dal mare al sud del mondo?

Ho proseguito il cammino e ho incontrato un gruppo di cavalli e cavalieri, nel punto in cui la strada curva e risale. Mi sono fatta da parte, non tanto per i cavalli, quanto per i cavalieri: non si sa mai quante ore di equitazione abbia alle spalle uno in jeans e hogan, di questi tempi agrituristici. Mi è venuto da ridere, pensando che, fino a metà del secolo scorso, una persona a piedi e una a cavallo probabilmente incrociavano i loro passi di continuo, senza farci caso. Ora il cavallo è un mezzo privilegiato di locomozione e l’azienda avviata pochi anni fa qui propone passeggiatine sugli stessi sentieri percorsi da gitanti e cani. Mi sono appuntata, nella testa, che adesso so dove venire a cercare cacca di cavallo per l’orto, a primavera. Passati i cavalli sono arrivata davanti a quelle due ville, con le finestre ad arco, che vedo sempre ben tenute ma deserte, un attenti al cane appeso al cancello per un cane che non c’è mai. Di fronte l’edera era grigia e filamentosa, un pallido rigoglio della cascata di fuoco d’autunno che ha sempre avuto il potere di farmi fermare, per catturarne l’immagine di incendio sulla pietra rossa. Sono arrivati due cani: uno aveva in bocca un bastone. Mi sono fermata, nel dubbio. Sai che io e i cani abbiamo bisogno di prenderci le misure da lontano, prima di accettare la reciproca presenza. Erano accompagnati da una signora con le labbre tipiche di chi è passato sotto l’omologazione della chirurgia estetica. Ha visto la paura nei miei occhi e mi ha commiserato: lei, coi cani, pareva invece saperci fare. Pane e burro, pentole e coperchio, tiro del bastone e ripresa. Ho ripreso il cammino, fino a sotto la villa nuova di colui che, a forza di braccia, ha ripulito tutto il bosco e lo ha trasformato in uliveto, e poi oltre ancora, dopo il punto più alto, fino a dove c’è l’incrocio di strade e la santella. Ho bevuto, alla fontanella lasciata aperta perché non geli. Dalle montagne a nord si stava alzando il vento. Le foglie delle primule tremavano nel prato. I lavori di sistemazione dei vecchi ruderi di pietra simona sono finiti, in questa zona che porta al paese. Uno di loro mi piace molto: è largo poco più di un garage e alto due piani: zona giorno e zona notte, un portichetto. Peccato che da lì non si veda il lago. Ogni tanto ci penso: e se restringessi a questo limite intorno a me lo spazio in cui vivo? E se in futuro mi ritirassi in eremitaggio in cinquanta metri quadri a vista sull’acqua? Una scelta consapevole di serena premorte. Potrebbe essere un modo per tirare le somme e respirare silenzio. Non penso che succederà mai. Seguendo la pista delle cacca di cavallo fino alle stalle, sono arrivata giù, tagliando le discese a zig zag per non fare imbestialire la rotula, già poco convinta, fino alle quattro case che sono il paese vero e proprio, così strette tra loro che a malapena nella via ci passano due biciclette affiancate. Sono arrivata all’auto, sotto le prime gocce. Sono cambiate un po’ di cose, lassù, oltre ad essere cambiata io, in questi anni, ma non così tanto da non poter ospitare il tuo eremitaggio, se e quando tornerai. Per ora ti auguro lavoro, che era ciò che cercavate, quando avete radunato il coraggio e l’incoscienza per traslocare la vostra vita da qui, persone piacevoli, onde quiete del mare e spiaggia calda in cui affondare le dita dei piedi, mentre ti fumi una sigaretta e prendi fiato, tra una corsa e l’altra. Qui restano le anatre, ad aspettare.

gennaio 10, 2015

Puff.

In tre giorni il benessere accumulato durante il riposo nel periodo natalizio è sparito, sciolto come neve al sole, afflosciato come il copertone di una ruota di bicicletta a metà di una passeggiata. Iniziare a ranghi ridottissimi qualche giorno prima ha avuto perlomeno il vantaggio di rendere la ripresa meno brusca,ma, come da previsione, il pressappochismo di chi avrebbe dovuto garantire l’avvio in tranquillità di un bel progetto ha prevalso e il tardo pomeriggio di questi tre giorni si è trasformato in un frenetico, nervoso, deprimente tour de force.

Non ha giovato all’umore la cronaca di quanto accaduto in una delle mie città del cuore, così lontana, così vicina, il dispiacere per l’insensatezza di altre morti e per chi resta a piangerle, la preoccupazione per i giorni futuri, i pensieri su quel che è giusto e quel che è sbagliato nel mio microcosmo personale di leggi morali, tutte in discussione, tutte di nuovo da riformulare.

Gennaio è iniziato così. Speriamo non continui allo stesso modo.

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