aprile 26, 2016

Aprile 2016

Aprile telegrafico,  prima che finisca.

Mese intenso, questo. É arrivato un bimbo in famiglia, dopo tantissimo tempo dall’ultima nascita. Dato che non l’ho ancora visto, mi riservo lo sdilinquimento per quando l’avro’ preso in braccio.

Ho ascoltato, al Teatro Grande di Brescia, Martha Argerich suonare il primo concerto di Beethoven. Io non sapevo, prima, cosa volesse dire sentire le note arrivare al cuore. Ho assistito alla perfezione.

Sto rissando, al lavoro. Se, da una parte, ho abbandonato pudori puerili e timidezze, ed era ora, dall’altra mi accorgo che non mi fa bene starmene in carogna per ore. La soluzione, al momento, non é attuabile. Prematuro.

Il parquet lamato é venuto benissimo, chiaro, piacevolmente ruvido sotto i piedi. La stanza é ancora vuota: il falegname rimanda, rimanda, rimanda. La mia stanza vuota é meravigliosa. Quasi quasi la tengo cosi’.

C’e’ una persona speciale, alle prese con problemi molto, ma molto piu’ grandi di lei. Tanto piu’ grandi, perche’ lei e’ ancora piccola, anche se, qualche giorno fa, ha votato per la prima volta. Anche in questo momento, mentre scrivo, sta affrontando i suoi demoni, in questa ora della sera in cui dovrebbe solo riposare e sognare tutti i suoi desideri.  Meriterebbe righe e righe di parole, pensieri, riflessioni. Forse un giorno le scrivero’ anche qui. Per ora vi basti sapere che lei combatte, io faccio il tifo. Altro non posso fare. E se lei barcolla, io cerco di farle capire quale é il senso del resistere, specialmente nel suo caso. Mica ce ne sono tante, in giro, di persone speciali.

Mese intenso, questo. Troppo, probabilmente.

 

marzo 22, 2016

Marzo 2016 bis. Da Bruxelles

Con il vivere per raccontarla, nel post precedente, scherzavo. Invece é successo davvero.

Bruxelles é sotto assedio, allerta massima, trasporti pubblici bloccati, stazioni chiuse. Ho camminato sotto il sole che illuminava i muri colorati con i personaggi dei fumetti verso la gare du midi questa mattina, tra gli ululati delle sirene. Il terminal degli autobus per Charleroi era inaccessibile. Abbiamo condiviso un taxi con una coppia spagnola, senza pensarci su troppo. L’ultimo chilometro verso l’aeroporto lo abbiamo fatto a piedi: tutto era bloccato. Il mio aereo, se partira’, é nel tardo pomeriggio. Qui in aereoporto quello che piu’ si sente é il silenzio: lontano il caos dell’andirivieni. Siamo tutti qui, sospesi, in attesa. Sperando.

Il concerto é stato bellissimo: Natalie Merchant ha emozionato al Cirque Royal. Ha parlato di tolleranza, anche. Dalla finestra di un appartamento del quartiere Marolles stamattina si diffondeva a volume altissimo Give peace a chance.

Ci pensero’ quando saro’ a casa.

PS. Io invece ho paura. E non sono Charlie. Sono io e basta. Con la mia vita piccola, le persone che mi vogliono bene e quelle a cui ne voglio. E le mie cose e le mie abitudini. Io sono questo, come ognuno di voi. Se mai ne usciremo, ora che é iniziata davvero, lo faremo in qualche altro modo. Quale, non so.

marzo 18, 2016

Marzo 2016

Qui si vive infiammati.

Nel senso che, dopo due mesi, l’esperimento della piscina con la sua micro ipotesi del ritorno a fare sport è miseramente tramontato in dolore atroce, di muscoli e ossa, che non passa nemmeno nell’immobilità della notte. Ad inizio settimana mi sono trascinata ad un bancone di farmacia e ho supplicato per una confezione di cerotti antinfiammatori: “I più forti che ha, per favore”. Quando mi hanno consegnato il pacchetto, avrei preferito leggere morfina nei principi attivi invece di Diclofenac, ma non ho osato chiedere di più. Ora, l’ultima speranza è dimagrire nel modo classico, cioè optando per un taglio drastico delle calorie. Al solo pensiero mi viene voglia di aprire una tavoletta di cioccolato Dulcey e perdermi nella sua cremosa carezza.

E’ stata una settimana complicata, questa, da tutta una serie di imprevisti che, visti nella loro singolarità, sono delle dimensioni di una pulce, cumulati uno sull’altro irradiano stanchezza solo a pensarci. C’è solo da sperare che a Bruxelles ritorni una parvenza di quiete prima di lunedi, perché mesi fa prenotai aereo e biglietti per un concerto ed ecco, adesso che ci siamo, preferirei sopravvivere all’esperienza per raccontarla.

Tra una cosa e l’altra, a metà settimana – l’auto era dal dottore delle auto per il tagliando -, mi sono ritrovata sul treno diretto verso casa, in una parentesi di beatitudine con un’ora e venti libera da cose da fare, in una carrozza piena zeppa di studenti e pendolari. Ero ingolfata sia nella lettura di Psicologia delle differenze di genere, di Vivien Burr, sia nei pensieri da essa derivanti (quando leggo saggi che affrontano l’argomento della disparità di trattamento tra uomini e donne in ambienti lavorativi prima reagisco con rabbia, perché leggo dell’ovvio di cui sono testimone ogni giorno e perché vederlo scritto nero su bianco lo rende più spiacevole, poi mi deprimo, perché non vedo soluzione al problema né nel breve, né nel medio periodo. Faccenda per altre generazioni).

Così presa da questi rimuginamenti intestini tempestosi, solo quando sono arrivata alla bibliografia  ho messo a fuoco le persone sedute intorno a me. Una giovane, molto carina e poco truccata, bionda e bianca, era alle prese con una lotta tra lei e il suo pc. Possedeva: una valigia con le rotelle debitamente infilata sotto i sedili perché non desse fastidio, una borsa bianca di quelle in si infila di tutto e tanti saluti, uno zainetto nero semivuoto, una borsina porta PC. In queste occasioni mi viene sempre in mente lo zio Alec, (Alcott, sapete che io cito o la Alcott o Malot o la Montgomery e molto oltre non vado), quando assiste alla prova di un vestito all’ultima moda che alla nipote addosso sta pure un gran bene.

Lo zio Alec chiede a Rose di correre, come se durante una passeggiata dovesse incontrare un cane ringhioso e mettersi in salvo. La faccenda finisce dopo pochi passi, nel rumore di orli strappati e il vestito viene riconsegnato alla modista. (non credo di aver mai scritto la parola modista prima, meraviglia). Per cui, come lo zio Alec, avrei tanto voluto vedere come potesse fare questa tizia alle prese con quattro valige di dimensioni diverse e un cappotto a correre dietro al ladro che sfilasse il portafoglio dalla borsa, o a correre davanti a qualcuno che la stesse inseguendo per altre ragioni, attività che, per altro, è abbastanza frequente, stando alle cronache.  Chissà perché, anche senza giare da mettere in equilibrio sulla testa, le donne riescono sempre ad assomigliare ad animali da soma mentre gli uomini se la cavano col portafoglio in una tasca o poco più.

Tanto nera di vestiti quanto la vicina era bianca, paffuta e col viso ancora congestionato dal freddo e dalla corsa con cui era salita poco prima che il treno partisse, sul sedile accanto se ne stava una ragazza al telefono che continuava a parlare come una bambina di sei o sette anni, sia nella modulazione della voce che nel contenuto delle frasi. Ancora sotto l’influsso nefasto del libro (in realtà avrei dovuto chiedermi cosa dovrebbero fare gli uomini per cambiare atteggiamento e non ancora una volta le donne per farlo loro cambiare, ma probabilmente la faccenda dei condizionamenti culturali è salda in me come le mura della porta di Micene) ho pensato che pigolare non ci farà andare molto lontano. E che dovremmo incontrare qualche educatore, tra l’asilo e la maturità, che ci impedisca a cinghiate di pigolare, per il nostro bene. Già è faticosissimo farsi ascoltare in una riunione senza alzare la voce, figuriamoci se squittiamo pure.

Quella seduta accanto a me non l’ho osservata: non avevo voglia di girare la testa di novanta gradi: era anche talmente tranquilla e persa nei fatti suoi, che non mi sembrava neppure di averla vicino. Nel sedile accanto al finestrino di fronte, invece, si stava svolgendo una conversazione che ho fatto davvero fatica a ignorare, una volta percepitone il contenuto. C’erano due donne, vestite normalmente, sopra i quarant’anni, sedute con una postura che indicava un certo affaticamento fisico – addette alle pulizie, mi sembra di aver capito da quanto si dicevano – e un sacerdote, anziano, ma non troppo. Finiti i convenevoli e il lei di dove è e cosa fa e conosco il don del vostro paese, alle due donne è stata rivolta una domanda che a me suonata troppo intima. E’ stato loro chiesto se la domenica andavano a messa. A risposta negativa – una volta, quando avevo i bambini piccoli, adesso non più perché ho altro da fare – è partita una predica sul fatto che la domenica è un giorno che non ci appartiene perché appartiene al Signore, sul fatto che un’ora su ventiquattro libere la si può trovare, così come si trova il tempo per fare altre cose e se ci si sentiva a posto con la coscienza per questa cosa.

Sono diventata irrequieta come un’anaconda con l’indigestione. E’ come per la faccenda della parità dei sessi, questa. Non ne vedo la fine, stavolta nemmeno nel lungo periodo. Non si può continuare a colpevolizzare, peraltro in pubblico, le persone perché non hanno la necessità di essere cattoliche e praticanti o a veicolare la religione, qualunque essa sia, come unica e sola verità con lo stesso tono di comando e presunzione che usa un imprenditore bergamasco con le persone nel suo libro paga.  O no? Certo però che io stavo predicando tolleranza in modo intollerante nello stesso tempo: vi rendete conto di quanto avessi bisogno di morfina? E di una revisione dei miei paradigmi?

Invece ho dovuto accontentarmi di Alice Basso e del suo imprevedibile piano della scrittrice senza nome. Sul dolore ha avuto effetto, me lo ha fatto ignorare per un po’. I paradigmi invece restano ahimè saldissimi.

febbraio 11, 2016

Febbraio 2016

Mi sono svegliata storta, questa mattina. Prima di tutto, era troppo presto. Le 6 e mezza. Non che fosse l’alba, intendiamoci, ma lo era in rapporto alle otto ore di sonno che mi permettono di funzionare e che, da qualche giorno, si sono ridotte. La colpa è mia e del gioco agli incastri che conduco tra impegni e desideri. Di solito mi alzo, faccio la pipì, levo l’allarme, sciabatto in cucina, aspetto che la moka preparata la sera prima produca – no, niente cialde, grazie; la beneficienza sul margine di guadagno la faccio ad altre aziende meno oscene – e pian piano mi sveglio con la complicità della caffeina e dello zucchero di un qualche dolce fatto in casa. Poi torno a letto e ci resto una ventina di minuti, sfogliando i giornali e ripassando mentalmente l’organizzazione della giornata. Alla fine mi alzo e sono pronta ad affrontare il fuori.

Stamattina il rituale è stato identico, salvo il fatto che non ha funzionato. A volte capita. Perciò, quando sono uscita, non ero pronta.

Non ero pronta ad affrontare settanta chilometri da percorre in coda, non ero pronta per i rumori dell’ufficio, non ero pronta per leggere email  di rimpallo costantemente incomplete, non ero pronta ad affrontare rifiuti. Stavo come la borsa: giù. Caduta. Ci sto anche adesso e anche la borsa, mi risulta. In pausa pranzo ho finito di leggere Peep Show, di Federico Baccomo e mi sono ulteriormente intristita. Ho pensato che tutta questa vita sovraesposta – si vede che sto frequentando il corso di fotografia, vero? Ieri sera ritratti con modelli veri, niente meno…e mi sono pure uscite le foto anche se non ho ben chiaro cosa ho impostato e, soprattutto, perché l’ho fatto -, tutta questa vita sovraesposta, dicevo, non sia l’ultima tentazione e che, invece di fare il voto quaresimale di mangiare dolci solo una volta al giorno, a colazione appunto ( giorno due: sta funzionando)  e di non dire parolacce che contengano z e gl o inizino per c, m, b, p e per f (giorno due: non sta funzionando) io dovrei concentrare i miei sforzi per accelerare le pratiche per la mia sparizione.

Tale sarebbe, appunto, anche se non nell’accezione funebre classica, il mio piano B: fuori dal fuori, via dalla mischia, lontano dal sistema. No smodati usi di automobile, no 46% di ritenuta annua media sullo stipendio, no colloqui con su la faccia di bronzo per ricordare al mio capo che mi aspetto in busta paga quanto da contratto e che no, non va bene che se ne siano dimenticati, no giramenti di scatole (inizia con s, posso) se la borsa crolla, poi ricrolla, poi ricrolla ancora e che sto pagando servizi alla banca perché mi perda i soldi, e no con lo shopping bulimico online di robe bellissime, non c’è che dire, ma che non mi servono, ma le compro perché sono bellissime e poi sai mai. E no che non m’importa – inizia con la i, sto andando bene – della solidarietà di Sanremo alle cause per i diritti civili perché è vuota e scontata e ostentata come i testi delle canzoni e la giornata di questo, e la giornata di quello e quando tutte le trecento sessantacinque giornate dell’anno saranno piene andremo in doppia fila? Che so, oggi giornata del cotechino dop e dell’herpes labiale. E no, che non voglio più sapere chi ha rubato cosa, chi è colluso con chi, che cosa dice il premier – che premier? Chi ha eletto il premier? Ma con tutta la fatica che si sta facendo per mandare via quello che si rigenera nella formaldeide ce ne arriva uno uguale e falsamente contrario, autoproclamatosi e peraltro giovanissimo che se ne starà ancorato alle poltrone come una patella al suo scoglio per lustri? Il Corriere diventa bellissimo e a pagamento così l’ho tolto dai preferiti, perché tanto no, che non voglio leggere.

Aspetta che cambio obiettivo, la mia l’ho comprata un anno fa, ma la voglio cambiare, guarda questa foto, e questa identica scattata un nanosecondo dopo allo stesso soggetto, stessa inquadratura, e questa ancora, questa e questa e bisogna impegnarsi molto e ti mando il link al mio album di flickr sui tre sassolini che stamattina c’erano davanti al cancello, che espressivi vedessi. E no che non capisco cosa ci sia da fotografare se una tizia si sdraia su un velo bianco sinuosa come un boa e vestita di pelle nera bondage, con il broncetto e le pose – e pensa che è pure  carina, un viso di occhi dolci e pelle chiara, sarebbe stata bene anche in jeans e maglietta, comoda su una sedia, per dire-, no proprio non lo capisco, anche se scatto e cerco di non bruciare la foto o di non ridurla ad una massa scura, anche se mentre si muove mi ricorda più le contorsioni da cagotto (cagotto non è una parolaccia) che una seduzione. Preferisco la foto alla luna, che ho trovato tra i messaggi una volta raggiunto il rifugio del piumone, dopo l’ultimo sforzo della giornata alle prese con un trinciante affilato, un cappello del prete da due chili e la preparazione della marinatura per il brasato di domenica. La luna è naturale, distaccata, naturalmente ombrosa e del tutto inconsapevole del fatto che sia famosa e che le ho sbadigliato in faccia.

E anche questo blog mi sovraespone, appaga la mia smania di rendermi visibile, di emergere e anche da questo blog mi allontanerò, prima o poi, e lui sparirà con me, perché non mi piacciono i blog appesi in attesa di un ritorno come vecchi golf dimenticati sull’attaccapanni nascosto dietro la porta. Prima o poi ce ne andremo via. Per ora rimane, ad accogliere questi flussi di coscienza scombinati e incoerenti, di rimandi e sottintesi che solo io posso cogliere. Ne farò un’edizione digitale, ad uso privato, da rileggere quando mi verranno le malinconie per la me che ero, che sono stata, che avrei potuto essere. Per quel che mi ha circondato e per gli odori, i colori, i suoni le immagini davanti agli occhi della vita di qui. Sto ancorata al passato con un’immaturità che peggiora di anno in anno.

E me la coltivo, la mia immaturità, perché trattengo mobili che hanno più di quaranta anni, che portano addosso i segni del mio passaggio e l’ingiallimento causato dalla luce del sole. Me li tengo e vorrei dar loro nuovo impulso, un revamping, e magari, se riesco, togliere di torno un po’ di rosa e tenermi solo il bianco. Il bianco è un buon colore con cui percorrere la strada verso i cinquanta. Lo spiegavo, ieri, ad un falegname, in un intervallo ritagliato tra la coda del ritorno con incidente altrui e la cena pronta di avanzi riscaldati miei, che ci sono affezionata a questa camera, tanto.  Ma non gli ho detto che la sto preparando per quando sarò sparita da fuori e la abiterò più a lungo. Non avrebbe capito. Ha ventisei anni, e fuori ci vuole stare ed è giusto che sia così. L’ho trovato per caso dopo un tentativo fallito con un altro giovane, ma non capace. Mi ha rassicurato quando gli ho chiesto da quanti anni lavorasse, mentre lo inondavo di chiacchiere e richieste e gli impedivo di concentrarsi per prendere le misure. Sono giovane, ma ho sempre lavorato, anche quando studiavo: in estate, il sabato, mi è sempre piaciuto e adesso sono io che progetto, mi ha risposto. Forse anche lui arriverà con i mobili storti e gli spessori dei ripiani sbagliati, o forse no. Perché io non gli ho chiesto da quanti anni lavorasse perché non mi fido di lui. Anzi. Era solo per vergognarmi di me davanti a quello che ho scoperto. Perché questo ragazzino ha qualcosa che da molto non mi sento più nella voce: la passione per quello che faccio per la maggior parte del tempo. E non basta, questa sola, come ragione per sparire? Game over. Avanti il prossimo. Io mi ritiro a contemplarmi i pensieri.

gennaio 24, 2016

Gennaio 2016

Ciao! Come state? Io sto. Sto, come al solito. Cambiano le condizioni al contorno, ma il centro della scena resta lo stesso. Negli scampoli di vita, dall’inizio dell’anno, mi occupo di altro. Finiti i corsi di cucina – non del tutto, ce ne saranno altri, qua e là, ma molto meno intensi rispetto all’impegno con cui mi ci sono dedicata nei mesi scorsi – mi sono trovata altro da fare. la mia lista di cose da imparare è lunga e quello che non è in lista, se mi interessa, si aggiunge.

Una delle nuove attività e, in realtà, un vecchio e mai perduto amore: sono tornata in piscina. Per la quarta o quinta volta, da quando mi sono fatta male al ginocchio, precludendomi qualunque attività che si svolga in posizione eretta – per fortuna che lavoro con il sedere saldamente ancorato ad una sedia -, sto provando a ricominciare a fare sport. Piscina, due albe a settimana, prima dell’ufficio, corso con istruttore FIN. Vediamo questa volta quanto dura. Di bello c’è che in acqua sto un gran bene, sia mentre nuoto, sia mentre faccio la doccia e tento di recuperare un colorito meno cianotico. Il nuoto è uno sport autopulente, l’unico in cui sudi, ma ne esci comunque linda.

La seconda nuova attività, invece, occupa una sera a settimana: breve corso introduttivo di fotografia, proprio breve, cui però seguiranno attività annuali del circolo fotografico locale. Fino a due settimane fa non avevo mai usato la mia reflex – una Nikon D40 senza nessuna pretesa se non quella di essere adattissima ad una principiante -in una modalità che non fosse quella automatica. E invece adesso la nebbia che avvolgeva concetti come “esposizione”, “diaframma”, “tempi”, “luce”, si sta pian piano dissipando. Bello, no? Sarebbe bello riuscire a fare qualche scatto sapendo cosa sto facendo.

Il lavoro fa il suo corso. In questa frase ci sono racchiuse tutta la mia mancanza di entusiasmo e la mia frustrazione che se ne vanno a braccetto e si fomentano l’una con l’altra in un gioco al ribasso. L’immane quantità di tempo che si perde in un’azienda a correre dietro al nulla invece di tirarsi su le maniche e affrontare i problemi seri, per eliminarne le cause, potrebbe essere oggetto di serie indagini. Noi invece preferiamo riderci su, alla Quo vado (sì, confesso che l’ho visto, ma l’ho visto come se fossi stata una protagonista di questa ode all’italiano medio, cioè nella sua versione piratata), così è più facile sia adattarsi che lamentarsi. Il problema, dice mio padre, che mentre mi annoio io penso e pensare, tradotto negli effetti pratici, significa che gli invento qualcosa da fare. In questo momento sto lavorando ad un restyling della mia adoratissima camera, con tanto di progettino, (non è che qualcuno di voi ha cassettiere o altro della cameretta Play della IVM degli anni 60 che gli avanzano?!) che prevede la collaborazione di un falegname in gamba – incarico al momento vacante – e una levigatura dei parquet. Quest’ultima faccenda, da svolgersi in primavera, prevede lo svuotamento di un paio di stanze: da quantificare in ore mulo, non ore uomo.

Per fortuna ci sono stati altri film, molto più utili ad aggiungere spunti al mio immaginario: Il ponte delle spie, Revenant, Carol…la scena dell’orso che gioca con un corpo umano come fosse un sacchetto di patatine si farà sicuramente strada nei miei sogni. C’è anche qualche libro, di ogni tipo di genere: “Woody”, simpaticissimo e molto tenero, “Il fattore D”, vero e deprimente, un romanzo rosa di Lucinda Riley – non chiedetemi il titolo, volevo solo capire come scrive, e scrive come vanno scritti i romanzi rosa: poca testa richiesta, tutti i drammi e colpi di scena immaginabili, il meraviglioso bacio finale-, “Il diario segreto di Maria Antonietta, di cui non ho capito l’utilità, però ho sperato fino alla fine che arrivasse Lady Oscar; un paio di romanzi di Michael Connelly per andare sul sicuro, Preghiera per  Chernobyl, per agghiacciarsi un po’, Il teorema del pappagallo – ma è noiosissimo, e l’ho chiuso quasi subito, infilandolo nel mucchio di libri ai quali trovare un nuovo padrone. Robe così, insomma, senza coerenza, senza illusioni.

E così è, la parte del “faccio cose” di questo mese, scritta al ritmo dei Bruskers.

Poi ci sono le faccende serie, quelle alle quali penso mentre guido, andando e tornando, quelle che meriterebbe ognuna almeno due post, ma ultimamente ho le parole annodate, corrono dietro ai pensieri. C’è la consapevolezza che devo trovare una soluzione seria per la mia noia intellettuale lavorativa, altrimenti avrò davanti anni di desolazione, e io non ho mica voglia di desolarmi. Ci sono le brutte notizie, di persone forti che devono continuare ad esserlo, e che lo faranno, nonostante tutto, perchè lo sanno che, da qualche parte, ci sarà sempre e ancora una piccola parte di felicità per ognuno di noi. C’è la giovane milionaria, bella, non completamente priva di neuroni, e vittima di un carattere cui nessuno ha mai messo freni che si rivolge alla cameriera che la sta servendo con una tale maleducata veemenza, per una faccenda di nulla, che non puoi fare altro che provare una pena infinita per lei, per la potenzialità perduta, e rabbia, perchè devi contare fino a tremila per fare finta di non aver sentito e per farti passare la vergogna che provi per lei, e per te stessa, che non hai (ancora) il coraggio di farglielo notare perchè suo padre ti paga lo stipendio. E c’è la costante presenza della mancanza, continua, in ogni momento. E molte altre cose che, chilometro dopo chilometro, si intrecciano e si confondono, tra lo smog della città e i chiaroscuri delle gallerie che risalgono la strada, verso la valle, in questo gennaio freddo, ma non troppo, secco e inquinato. Un altro gennaio.

dicembre 29, 2015

Ciao! Come va?

Ho perfezionato negli anni la tecnica dello sparire: gli amici non mi trovano, i parenti non sanno nemmeno se esisto. E pure questo blog manda notifiche ad una assente. Non sono mai stata capace di gestire bene le relazioni sociali: se sto imparando qualcosa, questo mi ingolfa la mente e fagocita il mio tempo libero, annullando ogni altra cosa. Poi capita che in pochi giorni riceva piu’ visite al blog che in un mese tutto insieme, che mi ritrovi qualche ora di ferie ed occasioni per passare a salutare questo e quella e allora mi ricordo che esiste altro, fuori da me, che vale la pena incontrare.

Il cappello da cuoco e’ stato lanciato in aria alla consegna del diploma, gli esperimenti proseguono, il lavoro e’ scivolato nella routine del dicembre, che vede concitazione prima e rilassamento poi, mentre le visite al blog sono schizzate per le ricerche sull’albero del Chechen, che confluiscono in questo post. Ora, mi chiedo, che cosa sia successo mentre non guardavo fuori da rendere cosi’ interessante l’albero messicano velenoso. Un farmaco miracoloso, una ricerca di scuola? Chissa’. Fatto sta che qui arrivano, il post dubito che fornisca risposte, ma wordpress mi comunica tutto orgoglioso che ehi! C’e’ traffico da te!

Traffico non paragonabile a quello che infesta le strade bresciane…ma quanti pirla siamo a muoverci avanti e indietro ogni giorno nell’era in cui l’informatica permette la gestione dei dati a chilometri di distanza? Su, non é il caso di rognare: sono in ferie da quattro ore, sono a riposo. Potrei essere in viaggio, come ai tempi del Chechen…che belli i miei viaggi a inizio anno. Che belli tutti i miei viaggi. Ma chi ha voglia oggi di salire su un aereo col clima che si respira? Boooommmm! Si fa presto a saltare. Il ponte delle spie racconta di una storia terribile che potrebbe diventare ridicola a confronto con quel che potrebbe accadere adesso. Si vive di incertezze e speranze, e di piccole cose: il ritorno del fiore del calicantus, l’odore della mia casa ad ogni ritorno.

Passate bene questi giorni tra il vecchio e il nuovo. Sono come tutti gli altri, ma é piu’ bello pensare che siano inizi.

dicembre 1, 2015

Al lumicino

E’ sconfortante constatare che, in un mese, avrò scritto sì e no tre post, e confrontare le frequenze con quelle di quando, piena di entusiasmo, ho aperto questo blog.

Sconfortante, ma atteso: io parto sempre in quarta e poi, salvo poche sacre cose, cambio direzione una volta esaurito l’argomento e capito il meccanismo. A volte bastano pochi mesi, altre anni, ma così funziono e, tutto sommato, finché da un’esperienza ne nascono altre, con un effetto a catena di apprendimento e scoperte, mi sta anche bene così.

Questo, ad esempio, è stato l’anno della cucina. Non si è trattato, nel mio caso, di suggestioni modaiole, quanto di prossimità: l’azienda per cui lavoro adesso si trova a 500 metri dalla Cast Alimenti. Quale miglior occasione per imparare seriamente qualcosa di nuovo? Anche perchè oggi sono qui e domani chissà: su lavoro per me resta fisso l’argomento e mobile il contesto.

A dirla tutta, l’unico posto in cui mi vedo benissimo fissa è la mia stanza. Ci trascorrerei l’esistenza, nella mia stanza, uscendo giusto per qualche viaggio e una passeggiata: c’è il letto per leggere e dormire, la scrivania per studiare, gli armadi dei vestiti per ricordare come si stava da quasi magra, le mensole cariche di libri, i miei ricordi, il silenzio, la musica in sottofondo che arriva dal pianoforte, il lontano sussurrare del traffico di giorno, i miagolii dei gatti perduti di sera, la luce dei lampioni e della luna, l’immobilità del quartiere di paese durante la notte.

Ci starei magnificamente nella mia stanza. Davvero. Mi tieni a casa, papà?! Sai, tutte quelle storie sulle donne in carriera e la parità dei sessi da raggiungere, e le risorse intellettuali da sfruttare, eccetera, eccetera…tutte chimere, tanto non ce la faremo mai. Faccio posto ad altre: io ho una casalinga dentro di me che chiede solo di essere ascoltata.

Come? Come dici? Per la solvibilità della sua carta di credito? Ehm, ecco….ci devo ancora lavorare su…

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 457 follower