Post contrassegnati da tag ‘Tecnologia’

luglio 20, 2012

All’attacco miei prodi!

Hai un lembo di giardino. Un fazzolettino di prato lungo quindici passi e largo quattro, costellato dai giochi dei tuoi bambini che splendono nuovi di zecca al sole e restano inutilizzati per giorni.

D’altronde, si sa, i bambini di oggi sono esigenti: voglio questo, voglio quest’altro, comprami. D’altronde si sa, i bambini di oggi sono volubili, hanno deficit dell’attenzione: non appena soddisfano la loro voglia di cose, ignorano il bottino e cercano di raggiungere il livello successivo, nella loro vita videogioco.

Ma tu ci tieni, genitore moderno e orgoglioso, proprietario di un bel villino di coda con porticato ombroso a dare ai tuoi figli e a te stesso una vita da mulinobianco. Hai dimenticato la meraviglia piena delle ore che passavano giocando con niente, liberando la fantasia con gli amici. O forse, quando eri piccolo, non hai mai trascorso i pomeriggi a sbucciarti le ginocchia in giro per il paese intento a memorabili imprese di conquista del mondo con nulla in mano e la fantasia dietro gli occhi?

Niente è abbastanza per te, per i tuoi figli, per assicurarti una vita comoda all’ultimo gadget. E così ti sei comprato un tagliaerba elettrico che hai programmato libero di scorrazzare silenzioso per il tuo praticello ad ogni ora del giorno e della notte  per mantenerti gli steli ad altezza prato-inglese-perfetto-campo-da-golf.

“Drrrrrr,drrrrr,drrrrrr” parla il robot che avanza, ritorna, riparte, attraversa, gira, procede, accerchia. “Bonk – drrr, drrr – bonk – drrr, drrrr – bonk” dice il robot che picchia contro il pallone, il tappetino elastico, le sedie, i muri del finto pozzo che ostacolano la sua missione.

“Bonk, bonk, bonk” insiste imperterrito il robot che ha sferrato l’attacco al castello, da davanti, da dietro, da sotto lo scivolo, e sempre la sua avanzata finisce contro una parete che lo arresta implacabile, inerme povero soldato impegnato in una guerra agli elementi che lo vede ogni volta perdente.

“Drrrr, drrrr, drrr” piange il robot che si allontana a rasare un metro più in là, milite sconfitto nella impari battaglia. Non arrenderti, macchina, gadget futuristico supercostoso: non te l’hanno mai detto che la tecnologia salverà il mondo perché l’uomo non ha più voglia di farlo?

Ma come, supercreatura, giaci accanto alla siepe ribaltato a testa in giù, con le rotelline che girano e girano nell’aria senza portarti più a brucare erba? Sei buffo così, pancia all’aria, ingranaggi al sole. Sei inutile così, ferro e plastica assemblati. Se non ti gireranno, da solo non sarai mai capace di riprendere il tuo cammino. Oppure stai solo riposando dopo la disfatta?

“Drrr,drrr,drrr, bonk”, continui a parlare, ridicolo coso tornato a pascolare in ridicolo prato in ridicola vita di umani ciechi alla semplice bellezza della vita a mani nude.

C’è il cancello aperto, vedi? Puoi scappare, dieci metri ed inizia la pista ciclabile che si perde tra le vigne: corri, vola, allontanati inosservato e liberati. Vai libero sotto i grappoli che stanno maturando al sole, mangia gli steli in mezzo alla terra fertile, finchè batteria avrà vita.

aprile 12, 2012

L’automobilista adesivo

Dicesi automobilista adesivo un automobilista particolarmente attratto dalle terga dei veicoli altrui.

Suole incollarsi a cinque centimetri di distanza dall’auto che lo precede e giungere in siffatta posizione fino alla propria meta.

Nella sfortunata ipotesi che la vittima prescelta svolti in una direzione diversa dalla propria, l’automobilista adesivo balza in avanti, ad una  velocità curvatura degna dell’Enterprise, fino ad aderire ad una nuova macchina nella scia della quale si accomoderà con naturalezza.

A nulla varranno i tentativi di invitarlo a superare o i repentini cambi di ritmo nella speranza di seminarlo: l’automobilista adesivo ha bisogno di distinguere con chiarezza le venature del vetro dei vostri fanalini posteriori per sentirsi sicuro e non vi abbandonerà più.

Conosciuta come tailgating nei paesi anglofoni, questa pratica può generare insicurezza, nervosismo, ansia da prestazione, intolleranza e attacchi di coprolalia all’autista del mezzo a cui l’automobilista adesivo si è  avvinghiato.

Nei casi peggiori, l’autista bersaglio può essere aggredito da un’irresistibile voglia di piantare un’inchiodata senza preavviso, per poi controllare con tutta calma  dallo specchietto retrovisore quando  viti e parabrezza hanno smesso di volare in ogni direzione. A questo punto, un modulo di constatazione amichevole pre-compilato alla mano, in cui l’automobilista adesivo converrà di non conoscere il significato dell’espressione “distanza di sicurezza”, l’automobilista bersaglio potrà scendere dal proprio mezzo.

Si appoggerà quindi mollemente al paraurti accartocciato del colloso inseguitore, fingendo di non notare le enormi pozze d’olio che si stanno formando per terra, sbatterà le palpebre su occhioni  innocenti e, per giustificare la brusca frenata, potrà prendere in prestito le famose parole di Titti: “Mi è sembrato di vedere un gatto.”

aprile 9, 2012

Emersione da un libro. “E’ abbastanza divertente fare l’impossibile”

“E’ abbastanza divertente fare l’impossibile”, come disse Walt Disney e come scoprì Steve Jobs. Sono riemersa ieri, dopo tre mesi dall’inizio,  dalla lunga biografia di Walter Isaacson dedicata al carismatico fondatore della Apple.

Leggo spesso biografie di scrittori, personaggi  storici, imprenditori e, di solito, ci metto molto meno tempo. Questo libro – o forse dovrei dire ebook ma bisognerebbe prima decidere se con libro intendiamo contenuto o contenitore – è interessante, enciclopedico e capitatomi tra le mani in un periodo di poche letture e molti impegni.

Sono un’utilizzatrice di prodotti Apple, di cui apprezzo il design, l’affidabilità, la semplicità d’uso e le caratteristiche innovative. Ho ammirato, leggendo il libro, la determinazione e la genialità di Steve Jobs sicura, d’altro canto, che avere a che fare con un personaggio così complesso fosse molto difficile. Dalle pagine emerge, mescolata alle caratteristiche da “genio mago”, l’umanità della persona, non nell’accezione di pietas del termine quanto in quella del limite di un essere umano dotato di una mente brillante e di un pessimo carattere. Al di là di ogni polemica, confronto, giudizio, alla fine della lettura mi rimangono in testa due concetti che si rincorrono costanti tra i capitoli.

Il primo è contenuto in due citazioni: “La natura ama la semplicità e l’unità”, di Keplero, e “Simplicity is the Ultimate Sophistication”, motto coniato da Steve Jobs stesso. Se penso al design degli oggetti o dei manufatti artistici che mi piacciono, al modo in cui si vestono  coloro che considero eleganti, alla maniera, scritta o orale che sia, in cui preferisco mi vengano veicolate le informazioni, al tipo di persone e di relazioni umane che trovo a me più congegnali, al genere di divertimento che ricerco e a molte altre cose so che queste sono il più possibile  prive di orpelli, lineari, immediate, per nulla roboanti eppur complete nella loro essenzialità. Le cose perfette sono, di solito, anche molto semplici.

Il secondo invece riguarda un approccio culturale, che ho sempre ritenuto fondamentale, che sostiene sia basilare l’incontro tra le discipline scientifiche e quelle umanistiche  per essere creativi, per capire il mondo, per esprimere se stessi, per uscire dalla massa grigia della conformità e dello stereotipo. I grandi artisti del passato, come Leonardo e Michelangelo, erano anche uomini di scienza. Noi siamo sottoposti ad una miriade di informazioni, a differenza dei nostri avi, e costretti ad un’eccessiva specializzazione o in un ambito umanistico o in uno tecnico. Questo ci porta a perdere di vista l’importanza di una solida educazione di base sia nelle arti liberali che nelle materie scientifiche e, di solito, propendiamo per una o per l’altra, in una dicotomia che si rispecchia anche nell’opinione che abbiamo dei mestieri altrui, nelle idee che sono veicolate dai giornali, nell’espressione dei gusti e dei disgusti nei confronti di qualche materia che “non capiremo mai”.

Il post di ieri, quello sulla mia pessima relazione con la Fisica, era, in fondo, scherzoso. Io vorrei possedere le chiavi per capire bene la matematica, la fisica, la chimica, l’economia perché esse sono alla base del funzionamento della maggior parte degli oggetti che uso e dei fenomeni naturali che mi circondano. Mi sono state fornite più volte, durante gli studi, le vie d’accesso alle parole; molto più raramente ho incontrato insegnanti in grado di togliere il velo di mistero da iniziati che sembra aleggiare su formule e teoremi. Durante i miei studi qualcosa ho imparato ma non è sufficiente: credo sia fondamentale, per l’evoluzione culturale delle persone, trovare il territorio comune in cui umanesimo e tecnica si incontrano e producono scintille creative. Lo penso adesso e lo pensavo a diciassette anni, quando leggevo e rileggevo queste parole di Hermann Hesse:

“pensa che per tutte le immagini e i fenomeni del mondo c’è una risposta in fondo al tuo cuore, che ogni cosa ti riguarda e di ogni cosa dovresti sapere tutto quanto è possibile che un uomo ne sappia”.

Ode al Polymath, l’uomo Universale, mio unico, enorme, oggetto di invidia.

aprile 9, 2012

Ignorate questo post

Questo post è un esperimento: contiene una serie di parole chiave, ivi escluse quelle a carattere sessuale, che dovrebbero aumentare la visibilità di questo blog. Questo post perciò non ha nessuna utilità né contenuto.

Nei giorni scorsi ho scoperto, del tutto per caso, che esistono professionisti pagati dalle aziende per incrementare il traffico sui siti web. Ogni tanto faccio di queste scoperte e mi sembra di essere ingenua come Cappuccetto Rosso quando incontra il  lupo.

Caso vuole che, per serendipità,  una persona che conosco mi abbia chiesto tempo fa consulenza al riguardo e che io non sappia proprio cosa rispondergli. E’ curioso quando ti chiedono consulenza su cose di cui non sai un piffero ma che, nella testa degli altri, dovrebbero essere incluse tra le tue competenze.E così approfitto spudoratamente di questo luogo per testare la teoria delle parole chiave. Siate pazienti: ho la sindrome di San Tommaso, tanto per rimanere in un tema adeguato a questi giorni. Nella remota ipotesi che vi chiediate quali siano i termini che secondo google vanno per la maggiore, dovrete scoprirlo da soli: sappiate che ho usato la versione digitale dell’inchiostro simpatico.

Facebook youtube mail giochi libero streaming    meteo google you    videogiochi libero mail groupon  www.libero.it Twitter autoscout stasera in tv traduttore diretta gossip il meteo ansa dragon ball amazon uomini e donne terremoto download windows apple samsung picnik mac android hp ipad3 galaxy s2 icloud jailbreak tablet traduzione cinema radio ebay tuning scarpe outlet primavera estate autunno inverno tendenze  capelli tatuaggi terme tattoo palestra dieta dimagrire unghie benessere dukan makeup hotel roma milano ryan air voli viaggi aereoporto inail calorie ibs inpdap tachipirina maturità versioni greco latino frasi libri riassunto poesie poesia lotto superenalotto estrazioni lotto lotteria auguri compleanno 

Etichette: ,
ottobre 6, 2011

La Morte è probabilmente l’unica, migliore invenzione della Vita. Steve Jobs 1955-2011

A volte la vita ti colpisce in testa come un mattone (…) dovete trovare ciò che amate. E’ questo è tanto vero per il vostro lavoro quanto per chi vi ama. Il lavoro riempirà gran parte della vostra vita e l’unico modo per essere veramente soddisfatti e quello di fare quello che pensate sia il lavoro migliore. E l’unico modo per fare il lavoro migliore è quello di amare quello che fate. Se non lo avete ancora trovato, continuate a cercare. Non vi fermate. Come tutti gli affari di cuore, lo saprete quando lo troverete. E, come nelle migliori relazioni, diventerà sempre migliore al passare degli anni. Quindi, continuate a cercarlo fino a quando non l’avrete trovato. Non fermatevi. (…) Ricordarsi che moriremo è il modo migliore che conosco per evitare la trappola di pensare di avere qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è nessun motivo per non seguire il vostro cuore (…). Il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro. Non lasciatevi intrappolare dai dogmi – che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altri. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui lasci affogare la vostra voce interiore. E, cosa più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore ed il vostro intuito. Loro sanno già quello che voi volete veramente diventare. Tutto il resto è secondario. (…) Siate affamati. Siate folli.

Steve Jobs 1955-2011 Stanford University.

Uno che i suoi sogni se li è tenuti ben stretti.

agosto 5, 2011

Il silenzio del metallo

Cammino sotto le volte dei capannoni per un ultimo giro di controllo. Regna inusuale il silenzio nello spazio immobile.

Le macchine sono spente. Si è arrestato il clangore continuo degli spezzoni che cadono nei cassoni di ferro; gli aspi vuoti non tendono più nastri di acciaio oscillanti sotto i colpi dei punzoni.  Rare voci percorrono rapide le corsie deserte del magazzino: “sei ancora lì?”- “si ma ho finito: sto andando via”.

I muletti incatenati al filo della corrente sono disarmati, le forche calate; si abbassano i tendoni delle ribalte. Da terra è sparita la polvere dorata che si mischia alle macchie di olio: ogni meccanismo, ripulito e lubrificato da uomini in tute bianche, riposa ora sotto fini teli trasparenti. Il sole filtra dai lucernari, incrementa l’effetto delle file chiare dei neon di sicurezza, gioca sui tavoli vuoti.

Percorro i corridoi deserti, verso l’ufficio: lo spazio sembra dilatato, ora che le corse frenetiche del materiale, che lo accompagnano  a mutare forma, sono state arrestate. Ogni oggetto è fermo.

“Buone ferie” – ci diciamo noi pochi rimasti -  “Anche a te. Vai via?”. Ci si scambia rapidi e allegri progetti di viaggi ed evasioni, due chiacchiere. L’eco delle risate riverbera lungo tra le campate.

Abbiamo finito, il resto può aspettare. In questi luoghi di attività convulse, per qualche giorno, comanderà irreale solo la quiete. Torno a casa, sotto il sole d’estate. Buone vacanze.


luglio 28, 2011

Anche se vai di fretta

Anche se vai di fretta e insisti a voler incastrare imperterrita mille cose in giornate la cui durata non muta. Anche se ci sono sempre le sedute di fisioterapia e tu devi continuare ad entrare ed uscire dal lavoro come una zoppicante trottola impazzita e tutti ti chiedono se adesso ti hanno dato il part time. Anche se, in detto lavoro, la gente fino a domani a mezzogiorno ti  scaricherà sulla scrivania problemi capitali che pretendono soluzioni immediate e poi, dal pomeriggio, passerà a salutare, ilare e svagata, mentre a te toccherà mantenere la concentrazione per risolverli, questi benedetti problemi, visto che sei uno degli anelli finali della catena dello scaricabarile. Anche se hai ancora le ore riempite da riunioni, audit interni, colleghi stranieri in cerca di risposte che orbitano intorno alla su citata scrivania –  gli stessi colleghi con cui ieri ridevi e scherzavi ad una felicemente riuscita cena aziendale e  che oggi pretendono serissimi il tuo tempo, dato che tra poche ore decolla l’aereo e c’è ancora tanto da fare – ma tu sei in cronica carenza di sonno e ti ingarbugli tra inglese e francese e poi ti ritrovi a parlare in dialetto. Anche se la settimana prossima lavorerai ancora, a far quadrare gli inventari semestrali, a rispiegare per la milionesima volta ai fornitori  perché è fondamentale che i conti tornino e a sorbirti per la milionesima volta i loro mugugni. Anche se tra dieci giorni te ne vai in un posto che desideri vedere da secoli ma l’unica cosa che ti preoccupa adesso è scoprire quanta distanza c’è tra una panchina e l’altra in Inghilterra perché dopo 500 metri a piedi ogni passo in più é ancora agonia e ti chiedi come diamine farai a gestirla, questa vacanza, ma non ci vuoi rinunciare. Anche se ti devi fare 120 km, incastrandoli in pausa pranzo, perché per avere un appuntamento per rx e risonanza, dove vivi, bisogna aspettare novembre mentre in città te la sbrighi dopo due giorni dall’impegnativa e non puoi aspettare perché vuoi sapere se  sei tu che frigni troppo o c’è qualcosa che non va, in questo benedetto ginocchio che proprio non vuole saperne di collaborare. Anche se poi sabato te ne devi fare altri 120, di km, per recuperare i risultati così avrai tempo tutta la settimana prossima per meditarci su e ti chiedi a cosa servano la carta dei servizi e la tua cartella sanitaria on line se poi devi sempre andare a recuperare e portarti appresso tonnellate di carta e lastre. Anche se domani sera ti aspetta un’altra cena tra colleghi, perché la stagione degli spiedi è in piena fioritura e poi ci si saluta per tre settimane ma tu desideri solo dormire una notte per otto ore filate dato che appena a scrivere questo post ti stanchi a pensare a quanto è lontana la domenica di nulla e meno male che a casa c’è qualcuno che si occupa di tutto, altrimenti vivresti di espedienti tra polveri ataviche. Anche se ti è toccato arrenderti alla suadente persuasione dell’ibuprofene, proprio a te che  eviti come la peste tutti i farmaci che non siano la propoli e il vicks vaporub perché dovevi attutirlo, anche solo per qualche ora, questo dolorino continuo che ti fa compagnia da tre mesi e mezzo ormai e che, evidentemente, ti si è affezionato. Anche se ci sono almeno tre email a cui hai una voglia matta di rispondere e cinque libri, accanto al letto, che ti stanno aspettando impazienti da giorni e tu ti addormenti dopo nove righe. Anche se la settimana prossima c’è un’altra lezione di tedesco e gli esercizi con le preposizioni bireggenti mica li hai finiti, figuriamoci.

Anche se tutte queste cose e altre ancora, oggi, però, un minuto l’hai trovato, per riempirti gli  occhi della gloria splendida e immota del lago, lassù verso il nord. (E naturalmente non avevi una macchina fotografica decente con te…)

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 144 follower