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febbraio 20, 2013

Corsi, ricorsi e nuove sfide

A settembre dell’anno scorso ho scritto che non avrei seguito nessun corso, per una volta tanto. Non ne avrei avuto il il tempo, con le settimane inframmezzate in continuazione da viaggi di lavoro. Sono stata ferma e salda nei miei principi, almeno fino a ieri sera.

Poi e’ successo che, di punto in bianco, l’azienda per cui lavoro ha ricominciato ad investire in formazione linguistica e, cosa ancora più’ gradita, si e’ rivolta al centro Eda che frequento da anni e che conosco bene. Così’, con il preavviso di pochissimi giorni, ho ricominciato a fare la studente, due ore a settimana, in una classe di spagnolo.

L’insegnante e’ lo stesso che, nel lontanissimo 2003, mi ha insegnato i rudimenti, mi ha preparato al DELE di primo livello e mi ha lasciato in eredita’ un’ottima base per superare, da autodidatta, anche il secondo. Con lui prima, e con un’altra insegnante poi, ho imparato ad amare la lingua e la cultura ispano-americana che conoscevo in parte e che ho cominciato ad approfondire con i viaggi in Centro America. Se oggi sono in grado di fingere di conoscere lo spagnolo e cavarmela anche sul lavoro e’ merito loro.

Per provare a smettere di fingere e ricominciare a studiare sul serio la grammatica ricorrerò’ al solito mezzuccio, all’unico sistema che conosco per costringere me stessa a fare sul serio: la prossima settimana, all’apertura delle iscrizioni, mi candiderò’ per il DELE di terzo livello, il C1, convocatoria di maggio.

E come l’anno scorso vi ho ammorbato con le fatiche della preparazione al Proficency, questa primavera aspettatevi di nuovo la stessa solfa: “o come e’ bello ricominciare a studiare, o come e’ dura la vita dello studente adulto e lavoratore”.

Voi tenete sempre presente che, sia sotto sotto che sopra sopra, a me questa storia del preparare esami piace da matti, perché con la testa non sono mai uscita dal sistema scolastico “tu studia e io ti valuto”.

Infantile, narcisista, autoreferenziale ma, come sempre, l’importante e’ che almeno un metodo funzioni.

Hasta pronto.

febbraio 13, 2013

Boh.

Qui non c’e’ trippa per gatti. Anzi, di trippa ce ne e’, dato il sovrappeso, e di gatti pure, poiche’ sette di loro vivono nella casa accanto, quella delle zie, e non conoscono confini di aiuole. Hanno ucciso quattro azalee e un rododendro in un inverno di pisciatine, pur avendo cassette e sabbiette pulite ogni giorno. Convengo con loro, meglio in plein air. Hanno anche amici che li vengono a trovare, i gatti delle zie: uno di loro miagola come un matto dall’imbrunire fino a tarda sera. Forse e’ in amore, forse sta aprendo richiesta formale di adozione. Non c’e’ in senso metaforico, intendevo, perche’ non so proprio cosa scrivere, in questo periodo.

Covo pensieri bui di piani di evasione che terminano dopo pochi secondi perche’ sono troppo stanca per seguirne i fili logici. Ho ricominciato la fisioterapia, tutti i giorni, anche per piu’ di due ore, a volte, e mentre piego, stiro, stringo i denti, osservo l’effetto strano che fa vedere i culturisti e gli atleti di calcio e pallavolo allenarsi nelle macchine accanto a chi zoppica o indossa un tutore al braccio. Le fisioterapiste della ASL erano signore di mezza eta’ rassicuranti e implacabili, che lavoravano in locali angusti con strumenti obsoleti, tirando e piegando per costringere arti malmessi a tornare normali. I fisioterapisti di questo centro privato si muovono sicuri e atletici – sono tutti sportivi semiprofessionisti – tra apparecchi di ultima generazione in stanze che sanno ancora di nuovo e nessuno di loro permette che io superi la soglia del dolore. Agli obiettivi ci si arriva per gradi: e’ questione di tempo, di soldi e di ottimismo profuso. Sudare dopo mesi di inattività’ mi stanca ma mi permette, a sera, di addormentarmi di colpo e dormire sonni profondi fino al mattino. Non posso stare in piedi senza sentire dolore ma ancora mi illudo che un giorno il dolore passera’ e i fili logici dei pensieri si perdono in sbadigli.

Sono di nuovo a Madrid, oggi, per un altro viaggio di lavoro. Vedo visi amici e controllo che il lavoro fatto nei mesi scorsi prosegua nel migliore dei modi. Qui il cielo pare già’ indossare i colori della primavera: c’erano venti gradi nel pomeriggio e la sera si e’ ammantata di rosa. Volo, atterro, riparto, dormo in letti alieni e stranieri, faccio e disfo la borsa e non penso. Agisco di riflesso, di abitudine, mentre vorrei essere altrove, fare altre cose, avere davanti un’altra sfida con contorni diversi e ignoti. Non ho voglia di stare in compagnia, se non in quella di pochissime persone e nei tempi che decido io; sto troncando vecchie conoscenze via email perché’ sono stanca di dialoghi superficiali in cui si parla ma non si comunica, perché’ manca interesse ma non lo si dice. E allora prendo io l’iniziativa e faccio quella che spala via l’inutilità’ a colpi di badile e neppure sente rimorsi.

Ho bisogno di cambiare aria e, nello stesso tempo, ho bisogno di quiete. Non spiego nemmeno a me stessa cosa c’e’ che mi ronza in testa perche’ non questo nulla non ha ancora preso forma, figuriamoci se riesco a scriverlo. Faccio ordine fuori, nelle stanze, negli armadi, compenso il caos e il sobbollire di rabbia, noia, stanchezza, voglia di reagire. Sogno tempi nuovi in cui non devo piu’ ricevere ordini e nemmeno darne, luoghi in cui non sia il profitto, o il costo, la leva decisionale, ma mi accorgo che con quello che so e che so fare questi soli sono i contesti in cui ho significato professionale. Ho voglia di reinventarmi ma non so come.

Questo succede ad essere uno pseudo-ingegnere con una forte inclinazione umanistica: ogni tanto sbarello ( non e’ italiano, e’ dialetto locale) e la logica lascia il posto all’istinto e all’emozione. Poi mi passa.

Passera’ anche stavolta.

gennaio 22, 2013

Sui banchi di scuola

Anche solo per poco, pochissimo, da ieri sono tornata davanti ad una lavagna, con carta e penna a portata di mano. Tre giorni di corso di formazione, a Milano, due serate con amici che vedo troppo di rado.

Domani, forse, faro’ una fuga all’alba, faccenda a lungo progettata – se riesce vi raccontero’ – ma poco dopo tornero’ ancora ad imparare, per tutto il giorno.

Chissa’ quando sara’ la prossima volta.

Se raccolgo tempo e voglia potrebbe capitare presto. Anche di questo vi raccontero’.

Non stasera pero’: la vita da studente, a quarant’anni, e’ difficilissima da sostenere. Yawn!

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gennaio 3, 2013

Incontri

Guardo con aria di scuse un ragazzo verso il quale mi sta spingendo un uomo che cerca spazio per se’ e per il bimbo nel marsupio, facendosi largo nella navetta piena. Poi abbasso gli occhi ma li rialzo subito perché’ sento il ragazzo dirmi “Ma tu non sei la professoressa Xxxx”?

Vorrei rispondergli che si sta sbagliando, io non insegno pero’ ha usato il mio nome di battesimo e allora lo riguardo bene negli occhi e ricordo. “Michele!”.

Sei proprio tu, Michele, con lo sguardo di allora che ha perso pero’ i lampi di pazzia e riflette solo allegria, con i capelli chiari, la corporatura forte di ossa grosse e agile di aria aperta.

Michele, che faceva casino in classe e non stava mai zitto e non studiava niente e che ho buttato fuori e che ho spedito dalla preside, alla fine, con dispiacere enorme perche’ la vedevo dietro a questi occhi l’intelligenza ma era offuscata dalla turbolenza dei diciasette anni e io proprio non riuscivo a tenerlo in classe fermo.

Michele, che non era al suo posto in quell’aula dove ho provato ad insegnare una materia che non conoscevo senza averlo mai fatto prima a settanta ragazzi, mentre stavo finendo la tesi.

Michele che non si arrabbiava se allungavo la lista delle note sul registro e diceva che sorridevo sempre e gli andavo bene cosi’.

Michele che a meta’ anno spari’ e mi dissero che faceva il palista e io pensavo che era come andare a cercarsela, matto che era con un lavoro cosi’ e che peccato se si fosse perso per strada.

“Michele stai bene? Hai rimpianti? E’ vero che fai il palista?”. No, per fortuna. Sei un operaio specializzato, installi impianti termici in tutti i paesi del mondo e stai andando a Madrid, dove ti aspetta un aereo per Bogota’.

Michele, che sollievo. Di tutti i settanta ragazzi quelli che mi sono rimasti sul cuore sono tre: tu, uno che si faceva di acidi e pillole e si rincretiniva in discoteca mentre cercava se stesso e mi portava le cassette con la musica del pogo perche’ io capissi e uno che tutti prendevano in giro, perche’ era serio, educato, studioso e forse in giro lo hanno preso troppo perche’ ha smesso di credere in se stesso o forse no. Di nessuno dei due ho piu’ avuto notizie.

Michele che mi ha chiesto dove insegno adesso. Ho risposto che quello era il mio primo e unico anno, una parentesi tra il tempo dell’apprendere e quello del fare, e che ora lavoro in azienda, e che no, non stavo andando a Madrid per turismo.

Avrei voluto dirti tante cose, Michele, ma avevamo in mezzo un aereo intero e la concentrazione tesa di un giorno particolare, quello a cui mi hanno portato tre mesi di lavoro perche’ ieri tutto qui e’ cominciato per davvero e adesso mi aspettano giorni di fuoco e ogni cosa deve funzionare bene, alla svelta. Sto insegnando anche qui, senza che nessuno mi chiami professoressa piu’.

Michele, ci ha separato la folla dell’aeroporto all’arrivo e la tua coincidenza per Bogota’ e chi mi aspettava fuori, per portarmi al lavoro e non ti ho piu’ visto.

Michele, con quegli occhi chiari e sereni, senza rimpianti e con la consapevolezza dei trent’anni: non ti sei perso per strada.

Bravo Michele. Bravo. Questo avrei voluto dirti oltre ad un altro ciao.

dicembre 29, 2012

Abusi di parole, compagni di letto e un altro desiderio per l’anno che viene

Negli ultimi anni si è imposta la tendenza di coniare una parola, o di darle una sfumatura di significato differente da quella originale, e di usarla e abusarne fino alla nausea. I tormentoni piacciono, servono a coalizzare le masse sotto insegne verbali prive di senso che regalano però sensazioni di appartenenza ad un gruppo e di riconoscimento.

Come in ogni cosa, il troppo stroppia. Alcune sono parole passeggere: il porcellum, l’agenda monti, il bipartisan letto all’inglese. Vanno e vengono nello spazio di due mesi. Altre invece sedimentano e ci seguono per molto tempo, occupano i giornali e infestano le conversazioni sui mezzi di trasporto e nei bar. “Assolutamente si”, “ma anche no”, parliamo tutti nello stesso modo senza neppure accorgerne e ci dimentichiamo dell’esistenza di innumerevoli altri vocaboli, più pertinenti, più coloriti, meno sciupati.

Di solito questi modi di dire ossessionanti entrano ed escono dalle mie orecchie senza che presti loro molta attenzione ma alcuni hanno il potere di innervosirmi e di causare una categorizzazione mentale, per un effetto pavloviano che non riesco a razionalizzare, con la quale inquadro senza possibilità di redenzione le persone in determinate categorie culturali.

Prima di essere accusata di essere snob o intellettualizzante, vi confesserò che adoro i registri linguistici. Quando scrivo cerco di esprimermi in modo corretto: ho il dizionario a portata di mano, a distanza di un giorno mi rileggo e spesso correggo errori che mi erano sfuggiti. Quando parlo invece calibro il mio lessico rispetto all’ambiente in cui mi trovo: spesso, sul lavoro, utilizzo il dialetto, con gli amici e nelle conversazioni rilassate mi piace pescare nel gergo, preferisco chi è in grado di esprimersi in maniera semplice e chiara, senza giri di parole, e, quando devo spiegare, cerco di farlo anche io. Mi fido infatti poco di chi si incarta in ipotassi e termini aulici  perché sospetto sempre che lo faccia come si fa quando si incarta e infiocchetta un regalo di poco spessore per farlo apparire più importante di quello che è o per nasconderne la poca essenza.

Rido quando sento neologismi e strafalcioni ma non mi inquieto: colleziono, di rado correggo e lo faccio solo se conosco bene la persona che mi sta parlando e so che non si offende, a volte riciclo perché l’effetto comico è assicurato.

Qualche tempo fa ho scritto un post sulla parola “lugubrazioni”: dato che da allora ho ricevuto 23 visite tramite ricerca di questo termine, comincio a pensare che sia più diffuso di quel che pensavo. Lasciatemelo scrivere allora, perchè pleonastico forse non è: si dice “elucubrazioni”. Elucubrare è una parola con una storia affascinante: deriva dal latino, dalla parola lucubrum, lucerna, e significa lavorare, comporre al lume di candela. Anche lugubrazione comunque, seppur inesistente, ha un fascino spettrale: io la passerei tra i neologismi con tutti gli onori. Sarebbe bello trovare il tempo per conoscere la storia delle parole che usiamo. Quindi, ecco, per me c’è posto quasi per tutti, anche, a volte, per i termini volgari.

Chi però utilizza determinate espressioni, non corrette, e persiste, perchè le sente dire, se ne appropria e non controlla mi infastidisce molto, specialmente se lo fa possedendo una laurea in materie umanistiche. Mi sembra, ecco, superficiale, pseudo-colto. Mi dispiace, sono fatta così. Dovrei desiderare di diventare una persona migliore per l’anno che viene, invece desidero che una di queste parole, quella che aborrisco sopra ogni altra, scompaia da ogni bocca per sempre.

Io vorrei non sentire più la frase “piuttosto che”, povere parole martoriate e annichilite, impropriamente utilizzate come sinonimo di oppure, tra scelte equivalenti.

Altrimenti finisce che poi sono io che scado e mi ritrovo, come già capitato anche in ambienti poco consoni, a ricorrere ad esempi grossolani, nella speranza che facciano breccia nei piuttostochettari più incalliti e li muovano a compassione.

Per chi fosse interessato, l’esempio che utilizzo è simile a questo ma il tono di voce fa la differenza e il soggetto dell’azione è un altro, vi lascio immaginare. Non ci faccio una bella figura.

La frase: “Tizia la dà a Caio piuttosto che a Pinco Pallo piuttosto che a Sempronio” non va bene. Sembra che per Tizia sia del tutto indifferente la scelta del destinatario dei suoi favori.

“Piuttosto che darla a Tizio, Pinco Pallo o Sempronio, Tizia si fa suora” invece è corretta. Esprime una scelta di Tizia ben precisa, a favore di una delle opzioni. Andrebbe bene anche “Tizia la dà a Pinco Pallo piuttosto che a Sempronio”, se Tizia, alle brutte, costretta dalle circostanze ad una scelta, preferisce far felice Pinco Pallo, data la sua particolare antipatia nei confronti di Sempronio.

dicembre 26, 2012

I vantaggi del Natale: tempo di visite

Ce l’ho fatta, finalmente.

Dopo anni e anni in cui, periodicamente, ricordavo a me  stessa che sarebbe stato bello trovare un paio d’ore per fare visita ad una persona speciale, questa volta mi sono messa d’impegno e mi sono detta che era giunto il tempo.

Questa persona ed io, vedete, abitiamo a meno di un chilometro di distanza, in linea d’aria e, di tanto in tanto, seppure molto di rado, capita di incontrarci, di solito in eventi tristi e collettivi come i funerali: ci scambiamo poche parole, brevi saluti e poi torniamo a sparire. Per gli strani casi della vita poche centinaia di metri possono sembrare miglia e miglia.

Eppure c’è stato un tempo in cui questa persona ed io abbiamo trascorso cinque anni insieme, vedendoci quasi tutti i giorni.

Ero una bambina, allora, impegnata nel compito di crescere. Avevo sete di libri, ero inquieta, nervosa, timida e, nello stesso tempo, sfacciata. Avevo una madre e un padre che mi erano molto vicini e si preoccupavano che io ricevessi un’educazione intellettuale ed emotiva a casa; mi piaceva imparare. Mi avevano affidato volentieri nelle mani di questa persona che assunse immediatamente un ruolo complementare e fondamentale nella mia vita.

Le volevo bene: sapeva sempre come prendermi per farmi fare bene le cose, mi riempiva le giornate di parole nuove e di fatti interessanti, mi insegnava l’autodisciplina con dolce fermezza. Le devo una cosa speciale: il “quaderno dei dati”. Lì, insieme, raccoglievamo ogni giorno i sinonimi, i contrari, i verbi di movimento e percezione, i visivi e gli uditivi, quelli fatti apposta per descrivere i sapori…insomma ci scrivevamo tutti i modi diversi in cui si possono narrare le storie. Ho ancora quel quaderno e, ogni tanto, lo consulto con nostalgia.

Sono andata a trovarla, finalmente, con calma, e ho trascorso con lei un paio d’ore, da adulta, non più da bambina; abbiamo ripercorso insieme la strada dei ricordi.

Questa persona è la mia maestra delle elementari e, se oggi so scrivere, lo devo a mia madre e a lei.

(Grazie a R., ancora una volta, per l’acquerello: sfortunatamente nessuno fino ad ora è mai riuscito ad insegnarmi a dipingere, seppur mettendoci  tutto l’impegno possibile)

Albero di Natale

novembre 15, 2012

Patemi paterni e atavica pudicizia

Entro in ufficio e già mi aspettano i colleghi spagnoli.  Questa settimana sono arrivati loro da me. La prossima riparto io. Piazzo il portatile, abituato agli sballottamenti, sul tavolone delle riunioni, àncora fedele nel porto di mare che sempre è questo luogo tra gente che va e che viene in continuazione da tutti i capi d’Europa,  e riprendiamo le fila del lavoro, controlliamo quel che resta da fare.

Alla mia sinistra sento un borbottio: X. è impegnato al telefono in una lunga conversazione. Strano. Di solito qui si comunica con frasi rapide, seguendo il ritmo delle macchine che tagliano il metallo e dei pezzi che si incastrano nei meccanismi che compongono i prodotti. Mi sembra stia parlando di sesso e di scuola. Riappende la cornetta, se ne va a prendere il caffè poi, quando torna, mi leva la curiosità così capisco finalmente il motivo di tanta agitazione.  Avrei chiesto io altrimenti.

Ha due figlie già grandi ed è temprato sul mestiere di genitore. Poi però ne ha una piccola, arrivata quando nessuno la aspettava, che ha prolungato ai suoi genitori la giovinezza. E’ una bimba sveglia e difficilmente lo preoccupa. Ieri però è successo qualcosa di nuovo. Ieri le maestre della terza elementare hanno scoperto che i bambini si danno appuntamento “per fare sesso”.

Non dicono proprio così. Parlano in codice, questi ragazzini di otto anni appena appena compiuti. Si dicono: “adidas”.

“Adidas?” – chiedo io perplessa. Mi sembrava fosse una marca di abbigliamento sportivo. No, mi risponde, pare che significhi altro. La curiosità è forte e, da una brevissima ricerca su internet, scopro che in gergo giovanile “a.d.i.d.a.s” è un acronimo  che significa “All day I dream about sex”.

Casco dal pero, come si suol dire. Non solo non sono aggiornata sul vocabolario moderno ma mi sembra anche un po’ difficile che un bambino di otto anni possa avere siffatto desiderio. Scherzo. “Dai – gli dico – magari è semplicemente il vecchio gioco di tirare su la gonna alle bimbe per vedere le mutandine”, tappa imprescindibile della crescita. Scherza anche lui, ma non molto. Oggi pomeriggio, alla fine del turno, si dedicherà a un interrogatorio casalingo, delicato ma deciso, con l’obiettivo di capire cosa esattamente intendano la figlia e i suoi compagni.

Certo che l’argomento sesso noi italiani lo adoriamo e lo temiamo nello stesso tempo. Siamo tutti ingarbugliati in un sistema di desiderio, libertà, senso di peccato e morbosità che a volte perdiamo di vista l’essenziale e cioè che sarebbe meglio dirne senza giri di parole ed espressioni più o meno poetiche. Forse lo prenderemmo anche un po’ più sul serio. O un po’ meno, dipende da che parte si guarda alla faccenda e come uno sta messo a tal proposito.

Ripenso ai discorsi della sera precedente: con alcuni amici che parlano spagnolo, ho portato questi colleghi a mangiare una pizza italiana vera, ma proprio vera, per ricambiare l’ospitalità che sempre dimostrano quando io sono da loro. Tra gli scambi di informazioni sul cibo, quelli sui viaggi e quelli sulla situazione economica dei nostri rispettivi paesi, ogni tanto il discorso scivolava sulle malas palabras che, come sempre, in tutte le lingue sono le più divertenti da imparare. Mi hanno visto in queste settimane utilizzare  il sempiterno abusato “pippo”,  come parola chiave per fare le prove nel sistema gestionale aziendale: erano curiosi di sapere perchè lo facessi.

Una volta chiarito chi fosse questo Pippo e come mai ce lo ritrovassimo sempre tra i piedi, passare al femminile “pippa” è stato un attimo, un batter di ciglia.Tra giri di parole, strani gesti e risate per tentare di spiegarne il significato, ci ha tolto dal pantano uno di loro, che, intuita la faccenda, ha pronunciato una delle parole che un italiano, per quanto evoluto sia, a fatica emette. “Pues claro. Masturbaccion”. No, proprio non ci piace la parola “masturbazione” a noi italiani, eppure ne parliamo in continuazione. “Pippe”, “pippe mentali”, “seghe”, “pugnette”, “ditalini”  e sinonimi coi contrari tutti.

Impariamo presto questo dizionario parallelo e poi ci dimentichiamo che esistono altri termini, quelli corretti, quelli scevri dai significati morbosi e dalle risatine, che tanto  ci faciliterebbero la vita, se imparassimo ad usarli, ma che tanto ci spaventano con la loro oggettività.

Per fortuna c’è sempre un termine nuovo che ci aiuta. ”A.d.i.d.a.s.” quindi, e buona notte a tutti, in attesa di scoprire di che cosa si tratta.

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