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dicembre 4, 2012

Dopo tanta attesa

L’ho piantata cinque anni fa, forse piu’, dopo averne vista una fiorita di grossi boccioli rosa in un febbraio in cui ogni colore assumeva sfumature di grigio, di inverno freddo e immobile.
Lei era la’, in un giardino sulle sponde del lago della culla, dove andavo spesso a camminare, prima di ritrovarmi con un ginocchio inutile, lei era una macchia viva e sfrontata. Ho pensato che avrei potuto avere fiori in giardino anche da lei, non solo dal calicantus, quando il mondo dorme in attesa della primavera e ne ho comprato un esemplare e l’ho piantato.

Cinque anni di attesa, senza un fiore, con le foglie malate, con il dubbio stesse soffrendo, con le cure di chi ha provato a farla stare bene. Le ho messo poco lontano la rosa verde, che invece continua a produrre infiorescenze indistinguibili, imperterrita e comoda nel suo angolo. Ho pensato di porre fine al tentativo, bruciandola nel camino, poi mi sono detta che era forse solo una questione di tempo. Certi fiori, come certe persone, hanno bisogno di piu’ tempo degli altri.

Domenica pomeriggio, mentre le passavo accanto, ho visto qualcosa di strano con la coda dell’occhio. Credevo fosse una carta di caramella, tante ce ne buttano nel prato i ragazzi che vanno a scuola in fondo alla strada, perche’ le carte bruciano sul fondo delle tasche, anche solo per pochi metri, bisogna liberarsene presto.

Invece no. Mi sono avvicinata e ho visto un fiore dischiuso. E poi altri boccioli in arrivo. E se a voi questi piccoli gusci sembrano poca cosa, a me invece pare moltissimo. A me invece sono sembrati bellissimi, questi petali rosa della mia camelia invernale.

Camelia invernaleRosa Verde

novembre 27, 2012

Umide perplessità

E’ proprio necessario dare un nome agli eventi naturali?

Cosa è questa moda recente all’americana di affibbiare nomignoli, presi a prestito dalla storia e dalla mitologia, ad ogni acquazzone? Dobbiamo per forza copiare tutto?

Cosa cambia tra il prevedere l’arrivo di Medusa  e l’informare, tramite i soliti canali, che una perturbazione dalle caratteristiche più o meno intense, si abbatterà sulla penisola nei prossimi giorni, come si è sempre fatto?

Dare un nome ad una tempesta la rende diversa? Più o meno ostile?

Ricominceremo tra poco a costruire are votive e a sacrificare agnelli agli dei per placarne le ire e mitigare la rabbia di Beatrice, Poppea o Caronte quando passano nel nostro cielo?

Sono state le nuvole che hanno chiesto di avere una carta d’identità?

Ma, soprattutto, chi (è il pirla che) sceglie il nome per primo? E in che modo lo comunica a tutti?

Si fanno conferenze stampa, ci si mette d’accordo tra meteorologi a cena la sera prima, si tira a sorte, si apre a caso il sussidiario delle elementari?

Sono sempre più reazionaria, rivoglio la poesia.

E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto.
Il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì e si chiuse, nella notte nera.

Il Lampo. G. Pascoli

aprile 19, 2012

Una proposta in tempi di 730: i bambini che sorridono.

Questo blog non ha fini di lucro. Non ci troverete mai inviti a servirvi delle mie competenze professionali né pubblicità di siti commerciali. Questo è uno spazio che contiene solo le mie parole e vi garantisco che ce n’è abbastanza.

Un anno fa, quando ho cominciato a scrivere, un’amica mi ha detto: “Tu non fai mai niente per niente. Non capisco cosa ci guadagni”. Forse la mia amica si sbagliava, sia nell’opinione che di me ha nella propria testa, sia sul fatto che sia impossibile guadagnare qualcosa che non sia misurabile a monetine. Durante questo anno ho conosciuto molte persone, tramite questo blog o per via indiretta: non mi capitava da molto tempo. E’ difficile, assorbiti dalla vita lavorativa, dalle incombenze quotidiane, dalla routine, dalla limitatezza di un luogo di provincia avere la possibilità di venire a contatto con chi condivide comuni interessi o ha voglia di esprimere le proprie opinioni in un reciproco scambio di stimoli. Mi sembra un guadagno enorme.

Oggi però vi segnalo il link di un’associazione molto molto importante. Dato che ieri mi hanno messo in mano una copia del 730, ricordandomi che è stagione e che sarebbe il caso di riportarlo compilato, ho pensato che fosse il momento giusto per presentarvela, dato che sul sito troverete anche i dettagli per sostenerla con la preferenza del 5 per mille.

E. ha due bellissimi occhi azzurri, un enorme sorriso e la sindrome di Angelman. E. è una bambina speciale, come tutti i bambini affetti da malattie rare. E. ogni giorno combatte, con i suoi genitori e i tanti amici che le vogliono bene, per conquistarsi piccole abilità che per gli altri bambini sono scontate. E., e con lei tutte le persone affette dalla sindrome di Angelman, ha disperato bisogno dell’aiuto della ricerca medica per sconfiggere questa terribile malattia.

 Questo è il link all’Associazione, appena nata ma già attivissima. In bocca al lupo, E.

aprile 10, 2012

Cavoli! (E unguenti)

Nella speranza di rimandare il più possibile il secondo incontro con l’artroscopio, dato che il più saggio consiglio che tutti mi danno – “perché non dimagrisci un po’? – non lo sto mettendo in pratica, nelle ultime settimane mi sono dedicata alla scoperta di cure alternative che non prevedano l’utilizzo di sostanze chimiche.

Ho deciso, infatti, di saltare la terza infiltrazione di corticosteroidi e lidocaina per puro istinto di conservazione e perché, dopo la botta d’euforia iniziale, la situazione è ritornata al punto di partenza. A proposito: tra pochi giorni sarà passato un anno dalla rottura del menisco. Credo festeggerò con una bottiglia di passito e quel che resta dei cantuccini senesi. Ho scoperto un paio di giorni fa che il mio ortopedico è conosciuto nell’ambiente come “Il Puntura” per la sua tendenza ad estrarre un ago subito dopo averti detto “buongiorno, si accomodi”. Non so se questa propensione è dovuta al fatto che guadagna 150 euro a somministrazione o se cerchi di ricorrere al bisturi solo come ultima spiaggia. E’ un suo problema; il mio è evitare, a quarant’anni, di iniziare un cammino di abusi farmacologici prima del tempo.

La prima cura alternativa che ho sperimentato, sublime quanto il consiglio di essere casti per evitare di prendere l’aids, consiste nell’ignorare di avere il problema. “Oh ginocchio, mi fai male? Fai pure: a me non interessa.” Vi ricordate quando da bambini ci mettevamo le mani sulle orecchie, canticchiavamo ossessivi “lalalalalalala non ti sento lalalalalala” e invece non ci perdevamo una parola? Ecco, stesso effetto.

La seconda cura alternativa prevede invece fasi compulsive di spalmatura di estratti d’arnica, a diversa titolazione, e di creme all’artiglio del diavolo. Il loro profumo mi piace da impazzire e mi segue tutto il giorno perché ormai ho i pantaloni aromatizzati. Ho seri dubbi sulla loro efficacia ma proseguo imperterrita. Anzi, dato che nutro cieca fiducia nelle proprietà della propoli, affibiandole anche quelle che non possiede, la prossima settimana affiancherò un unguento a base di questa ad arnica e artiglio.

La terza cura alternativa prevede il ripescaggio di rimedi atavici: sono l’unica persona al mondo allergica all’argilla, probabilmente, quindi devo ripiegare su pratiche meno note ma altrettanto astute. Qualche giorno fa mio padre mi ha riferito, dietro indicazione di una signora che viva qui ma viene da lì, che in Romania si fanno applicazioni di cavolo verza, meglio se stirate in modo da ammorbidirle: un paio di foglie per qualche notte di fila. Anche da noi il rimedio sembra essere conosciuto, viste le reazioni di quelli a cui l’ho raccontato. Mio padre si è quindi procurato la materia prima, insieme a qualche costina – come perché? non vorrai mica usarle tutte tu? – così ha risolto anche il problema di un paio di pranzi, e mi ha lasciato alle prese con queste foglie scure e tutte rugose che, durante la notte, danno un fastidio incredibile a tutto il mio corpo tranne che a quello di Hoffa, che invece dovrebbe essere il primo ad accorgersi del loro potere curativo.

A mia difesa, prima che pensiate che io sia poco scientifica, in queste svolte terapeutiche, vi racconto che, una ventina di anni fa, curai un fastidiosissimo grappolo di verruche subplantari gettando dietro le spalle, in una notte di luna piena, sette fagioli e facendo implacabili applicazioni di succo di celidonia. Le verruche sparirono, io evitai il bisturi e capii che ci sono delle cose per le quali non esiste risposta, solo cieca fiducia ed effetto placebo.

Se qualcuno sa di altri rimedi, mi piacerebbe conoscerli. La quarta cura alternativa, non ancora messa in pratica, potrebbe ridurmi in questo stato:

aprile 9, 2012

Emersione da un libro. “E’ abbastanza divertente fare l’impossibile”

“E’ abbastanza divertente fare l’impossibile”, come disse Walt Disney e come scoprì Steve Jobs. Sono riemersa ieri, dopo tre mesi dall’inizio,  dalla lunga biografia di Walter Isaacson dedicata al carismatico fondatore della Apple.

Leggo spesso biografie di scrittori, personaggi  storici, imprenditori e, di solito, ci metto molto meno tempo. Questo libro – o forse dovrei dire ebook ma bisognerebbe prima decidere se con libro intendiamo contenuto o contenitore – è interessante, enciclopedico e capitatomi tra le mani in un periodo di poche letture e molti impegni.

Sono un’utilizzatrice di prodotti Apple, di cui apprezzo il design, l’affidabilità, la semplicità d’uso e le caratteristiche innovative. Ho ammirato, leggendo il libro, la determinazione e la genialità di Steve Jobs sicura, d’altro canto, che avere a che fare con un personaggio così complesso fosse molto difficile. Dalle pagine emerge, mescolata alle caratteristiche da “genio mago”, l’umanità della persona, non nell’accezione di pietas del termine quanto in quella del limite di un essere umano dotato di una mente brillante e di un pessimo carattere. Al di là di ogni polemica, confronto, giudizio, alla fine della lettura mi rimangono in testa due concetti che si rincorrono costanti tra i capitoli.

Il primo è contenuto in due citazioni: “La natura ama la semplicità e l’unità”, di Keplero, e “Simplicity is the Ultimate Sophistication”, motto coniato da Steve Jobs stesso. Se penso al design degli oggetti o dei manufatti artistici che mi piacciono, al modo in cui si vestono  coloro che considero eleganti, alla maniera, scritta o orale che sia, in cui preferisco mi vengano veicolate le informazioni, al tipo di persone e di relazioni umane che trovo a me più congegnali, al genere di divertimento che ricerco e a molte altre cose so che queste sono il più possibile  prive di orpelli, lineari, immediate, per nulla roboanti eppur complete nella loro essenzialità. Le cose perfette sono, di solito, anche molto semplici.

Il secondo invece riguarda un approccio culturale, che ho sempre ritenuto fondamentale, che sostiene sia basilare l’incontro tra le discipline scientifiche e quelle umanistiche  per essere creativi, per capire il mondo, per esprimere se stessi, per uscire dalla massa grigia della conformità e dello stereotipo. I grandi artisti del passato, come Leonardo e Michelangelo, erano anche uomini di scienza. Noi siamo sottoposti ad una miriade di informazioni, a differenza dei nostri avi, e costretti ad un’eccessiva specializzazione o in un ambito umanistico o in uno tecnico. Questo ci porta a perdere di vista l’importanza di una solida educazione di base sia nelle arti liberali che nelle materie scientifiche e, di solito, propendiamo per una o per l’altra, in una dicotomia che si rispecchia anche nell’opinione che abbiamo dei mestieri altrui, nelle idee che sono veicolate dai giornali, nell’espressione dei gusti e dei disgusti nei confronti di qualche materia che “non capiremo mai”.

Il post di ieri, quello sulla mia pessima relazione con la Fisica, era, in fondo, scherzoso. Io vorrei possedere le chiavi per capire bene la matematica, la fisica, la chimica, l’economia perché esse sono alla base del funzionamento della maggior parte degli oggetti che uso e dei fenomeni naturali che mi circondano. Mi sono state fornite più volte, durante gli studi, le vie d’accesso alle parole; molto più raramente ho incontrato insegnanti in grado di togliere il velo di mistero da iniziati che sembra aleggiare su formule e teoremi. Durante i miei studi qualcosa ho imparato ma non è sufficiente: credo sia fondamentale, per l’evoluzione culturale delle persone, trovare il territorio comune in cui umanesimo e tecnica si incontrano e producono scintille creative. Lo penso adesso e lo pensavo a diciassette anni, quando leggevo e rileggevo queste parole di Hermann Hesse:

“pensa che per tutte le immagini e i fenomeni del mondo c’è una risposta in fondo al tuo cuore, che ogni cosa ti riguarda e di ogni cosa dovresti sapere tutto quanto è possibile che un uomo ne sappia”.

Ode al Polymath, l’uomo Universale, mio unico, enorme, oggetto di invidia.

aprile 8, 2012

Incubo ricorrente

Il giorno di Pasqua bisognerebbe scrivere di cose allegre visto, tra l’altro, che ogni tanto si fa pure vedere un raggio di sole, nonostante le fosche previsioni. Tutti però scrivono, appunto, di cose allegre: io vorrei provare a raccontarvi invece di un mio incubo ricorrente; magari l’operazione è catartica e riesco a liberarmene.

La frequenza dell’incubo è casuale. A volte  è innescato da un episodio che ha qualche legame con l’argomento, come nel caso di venerdì notte: in simili occasioni me ne faccio una ragione perché i nessi logici mi rasserenano. Altre volte invece me lo ritrovo nel letto per caso, non riesco a capire da che parte è arrivato e rimango perplessa davanti all’inesplicabile.

Quando mi sono iscritta ad ingegneria, l’ho fatto con la sprezzante presunzione di chi, in anni di scuola, non aveva mai avuto il minimo problema nell’apprendere o nel capire. Studiare mi piaceva e mi dava soddisfazione. Ignorando le suppliche dei familiari che mi si erano attaccati alle caviglie nel tentativo di fermarmi e di farmi ragionare – non si fa ingegneria con quattro concetti di trigonometria, due formule sul moto rettilineo uniforme e una passione smisurata per la storia e la letteratura –  ho compilato i moduli e mi sono infilata in un oceano di casini.

Fin dal primo giorno mi sono resa conto che le lezioni erano tenute in una lingua straniera, i libri erano scritti in un’altra lingua straniera e i temi d’esame in un’altra ancora che, per quel che ne sapevo, poteva non essere ancora stata decifrata. Ho impiegato molti anni per trovare la via d’uscita ma il mio mostro personale è stata, senza nessun dubbio, la Fisica. La versione II l’ho portata  casa in un paio d’anni, la I mi ha perseguitato per quasi cinque. Ho preso parte ad almeno una ventina di sessioni d’esame perché non sapevo più che cosa altro fare, dopo mesi di esercizi di cui capivo poco, se non sperare nella fortuna di problemi simili a quelli svolti di cui mi ero imparata a memoria la tecnica risolutiva. E quando mi ritrovavo ad avere a che fare con bambini seduti su un’altalena colpiti da un proiettile credevo ci fosse una candid camera nascosta e che qualcuno sarebbe saltato fuori a dirci che era tutto uno scherzo. Gli insegnanti erano sicuri che li stessi prendendo in giro, io oscillavo tra l’ipotesi  di aver perso da qualche parte tutta la materia grigia e quella che sarebbe stato bello incontrare qualcuno che si rendesse conto che mi mancava solo la stele di rosetta e me ne fornisse una copia.

Tutto è bene ciò che finisce bene, come disse il poeta: nel mio lavoro evito di fare calcoli complicati e mi sono trovata un ramo d’attività che mi calza come un guanto. Gli anni sono trascorsi e la sensazione di nausea che provavo nell’ultimo periodo prima della tesi ogni volta che mi ritrovavo vicino alla sede di facoltà si è pian piano attenuata. Nelle settimane scorse ho provato a mostrare la chiave di decifrazione che, alla fine, ero riuscita a scoprire ad una universitaria, alle prese con il mio stesso problema: l’esperimento è  miracolosamente riuscito ma, puntuale, l’incubo si è ripresentato.

Sogno che non sono ancora laureata, che sto lavorando come ingegnere senza però esserlo:  ovviamente mi manca, per concludere, solo l’esame di Fisica I. Quale altro se no? Nell’incubo sono nelle stesse aule, con gli stessi insegnanti  che mi vedono, alzano gli occhi al cielo e mi dicono “E’ ancora qui Lei? Non si vergogna?”, che i problemi sono sempre demenziali, che mi sono dimenticata a casa il libretto e non ricordo più nemmeno il numero di matricola, perché sono passati troppi anni, che non so proprio più cosa fare. Mi sveglio sudata, il cuore a mille, vado a cercare il tubo in cui conservo il certificato di laurea, controllo più volte che il nome sia proprio il mio e l’università esistente e legalmente riconosciuta e resto preoccupata per ore.

Ogni tanto penso che, una volta deciso di smettere di lavorare, io dovrei iscrivermi a Fisica pura e provare ad affrontare, con la maturità presunta dell’adulta che sono, il drago una volta per tutte, comunque vada. Il fatto è che mi sembra di aver lasciato qualcosa in sospeso, qualcosa che, nel mio incubo ricorrente, torna di notte dal passato a reclamare attenzione.

aprile 7, 2012

Zoologia pasquale: le capacità riproduttive dei coniglietti

Qualche giorno fa leggevo con un certo divertimento della guerra tra i coniglietti, scatenatasi tra due case produttrici di cioccolato per presunta imitazione di un noto prodotto pasquale.

Non ho particolari antipatie verso le diverse epifanie del cioccolato: preferisco e compro quello in stecche, possibilmente al caffè e fondente, e alcuni tipi di creme gianduia meritevoli di illimitata ammirazione. Scelgo  di solito marche non troppo commerciali, perché sospetto una certa indulgenza all’uso dei surrogati,  ma raramente dico di no se mi offrono cioccolatini, torte al cacao, gelato e similia. Sono una persona educata, in fondo.

Tutto il battage pubblicitario della guerriglia di cui sopra deve aver però avuto l’effetto sperato anche su di me, dato che, giovedi, dopo l’ufficio, in cerca di qualche ovetto colorato per regalini, mi sono lasciata indurre in tentazione da tutto quell’oro e ho infilato nella cesta della spesa due esemplari di coniglio legalmente doc, uno per me e uno per un’amica. Ho resistito all’impulso di staccare loro dal collo la campanellina e zittirne il tintinnio metallico che, dopo pochi passi, già mi dava fastidio e, in coda alla cassa, visto che non avevo altro di meglio per tenere occupati i pensieri, ho elaborato strategie di attacco. Il miglior punto da addentare per primo, ho deciso alla fine, sono le orecchie.

Trovato un posto molto a portata di mano al coniglio, la sera sono uscita per la lezione di inglese che, causa chiusura per vacanze della scuola che ci ospita, si è svolta in pizzeria, con poco inglese e molta soddisfazione. Un’anima gentile aveva lasciato, accanto ad ogni piatto, un coniglietto della stessa specie del mio per ognuno di noi. Dopo una rapida occhiata, mi sono accorta che erano sì della stessa specie ma due di essi sfoggiavano un nastrino marron e non quello rosso tipico dei supermercati. Versione fondente.

Mio, mio, mio, mio, assolutamente. Ho scambiato di posto gli esemplari senza particolare ritegno e ho trascorso la serata a difenderne strenuamente il possesso dalle mire lascive degli altri commensali. Ma figurati se lo mollo.

Il coniglietto col collarino rosso e quello col collarino marron, entrambi senza campanella, hanno vissuto insieme solo per poche ore senza potersi veramente conoscere. Già dal giorno dopo ho infatti sferrato un lento attacco a partire, come pianificato, dalle orecchie per arrivare, con calma e senza rimorsi, fino alla codina.

Mi dispiaceva un po’ lasciare il fondente, che sarà consumato solo tra qualche giorno, perché le cose migliori le lascio sempre alla fine, tutto solo sulla mensola della scrivania e già stavo meditando sull’opportunità di procurargli prima di sera un nuovo compagno quand’ecco che oggi, appena prima dell’ora di pranzo, suonano al cancello.

“Non dovevate”, dico come di prassi ma tutta felice, mentre vedo avvicinarsi a me un grosso pacco rosa e verde. Nessuna battuta, non sanno che ho un blog: è stata una mera scelta di colori primaverili. In ringraziamento per un piccolo favore ho ricevuto, oltre ad un bonsai che non sa in che mani è capitato, poverino, un’ulteriore dose di cioccolato, in forme ovoidali di diversa grandezza, sorvegliate, manco a dirlo, da un coniglietto d’oro, con collare rosso e campanellino, mollemente adagiato sulla paglia decorativa.

E’ proprio vero, quello che dicono della velocità riproduttiva di questi animali.

Secondo voi, se faccio fuori anche questo, il ciclo di rimpiazzo potrebbe continuare anche dopo le feste?!

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