Post contrassegnati da tag ‘racconti’

dicembre 27, 2012

L’anno del topo e un desiderio per l’anno che viene

S illuminata

tavo beatamente seduta, in una notte di tarda primavera, su una panchina di fronte al lago.

Era appena terminata una lezione di inglese e, con un’amica, avevo deciso di indugiare in chiacchiere e indulgere in gelato. “Vieni”, le avevo detto, ” ci scegliamo un posticino di fronte all’acqua e ci godiamo la quiete e il passeggio dei topi”. Scherzavo, non sulla quiete ma sui topi: mi avevano raccontato che col buio se ne uscivano a passeggiare anche loro ma ero convinta fosse uno scherzo, incompatibile con la composta eleganza del borgo medievale che sorge sulle rive. Quand’ecco che, tra una leccata alla vaniglia e una al cioccolato, dai massi frangiflutto di fronte a me comparve una testolina grigia, seguita da un corpo peloso altrettanto grigio e da una codina grigissima e mobile. Ritta sulle zampe posteriori l’immonda creatura se ne stava tranquilla ad osservarmi, sfregando le zampine anteriori. “Cambiamo panchina?” – chiesi supplice trattenendo urletti isterici a stento. La mia amica, essendo stata costretta a buttarne uno in avanzato stato di decomposizione la settimana precedente – ha un cane che omaggia i padroni con questi trofei di caccia – benignamente acconsentì.

Ho letto anni fa da qualche parte che chi utilizza la parola schifo è soggetto da psicanalisi. A me i topi non fanno schifo. Fanno schifissimo. Mi suscitano ribrezzo, li associo con lo sporco, con la sensazione di dentini che mordono carne senza requie e con l’odore delle fogne. Ho letto troppo, sono stata suggestionata da film, di sicuro ma, visto che la cosa riguarda solo me e i topi, mi tengo il problema ed evito i luoghi in cui la mia strada potrebbe incrociarsi con la loro.

Fino alla pantegana panchinara i miei incontri si erano limitati, in quarant’anni, a tre: uno con un topino della legna minuscolo che si era avventurato fino in casa e aveva reso ebbra di istinti primordiali la mia gatta; il secondo, trovato morto stecchito in giardino e il terzo, anzi i terzi, poiché si trattava di un branco, in un lunghissimo viale di Bangkok, mentre scorrazzavano di notte tra i vagabondi addormentati sui marciapiedi e cercavano resti di cibo sotto misere bancarelle di legno. Che schifo.

Mi sembrava potesse bastare.

Non so per quale motivo ma, quest’anno, io e i topi abbiamo continuato ad incontrarci.

A Dublino in una teca, nella Christ Church Cathedral, c’erano i corpi di un gatto e di un topo mummificati, trovati in una delle canne dell’organo nel 1860. Erano indiscutibilmente morti e morbosamente raccapriccianti.

Un ratto, questo autunno, grosso come un gatto, mi ha attraversato la strada di notte mentre guidavo verso casa. Che schifo.

In giardino si è scatenata una battaglia all’ultimo sangue tra mio padre e ignoti roditori che – testimonia il vicino che li ha scorti – paiono proprio dei bei topoloni che si divertono a scavare buche nel prato. Che straschifo.

In ufficio, la settimana scorsa – per fortuna che ero in Spagna – il mio capo ne ha ammazzato uno che ha avuto l’ardire di intrufolarsi tra le scrivanie e ripararsi sotto il termoconvettore. Forse avrei evitato di urlare e salire sul tavolo, come prevede il copione, ma non avrei resistito alla scena dell’uccisione dell’animale. L’idea di un corpo di topo spappolato sotto i miei occhi è in grado di suscitarmi immediatamente conati di vomito. Che superschifo.

E se la parola topo al femminile può anche farmi ridere per le goliardiche allusioni che sottintende e se da bambina trovavo simpaticissimi i topolini di Richard Scarry e i celeberrimi colleghi disneyani, e se Firmino, avido parassita lettore metropolitano mi aveva catturato il cuore, io preferisco che certe creature rimangano nel mio mondo letterario immaginato e non infestino quello reale.

Ecco, io vorrei esprimere un desiderio per l’anno che viene. Posso per favore incontrare farfalle, gattini, cagnolini, mucche o cavalli e non sorci schifosi?

dicembre 16, 2012

Sabato, tra silenzio e frastuono

Il lago si sveglia circondato dalle montagne imbiancate, dai cui fianchi spuntano massi neri e case colorate. La strada che lo costeggia e conduce sud è quasi deserta, risparmiata dal traffico dei giorni lavorativi. Lo sguardo è libero di spaziare sulla superficie grigia e immota. Nel punto in cui  la pianura si allarga per far rinascere il fiume, percorro vie secondarie tra i vitigni addormentati, file di paletti neri in mezzo ad un mare bianco che attutisce ogni rumore. Dalle colline basse si affacciano sagome di ville antiche che appaiono e scompaiono dentro la bruma che sale dalla terra. Brilla, nitido nella luce umida del mattino, il fianco di una chiesetta di campagna, delineato da una fila di lucine chiare.

La piazza del paese che non conosco ma da cui proviene una parte della mia famiglia –  incurante ignoranza di geografia prossimale – non è ancora stata spalata dalla neve: la pesto mentre si scioglie, mischiandosi alla polvere dell’asfalto. Entro nel caldo di un negozio di parrucchiere molto frequentato – una volta ogni molti anni cambio per sapere che cosa non è ancora arrivato lassù nella valle ma già è noto in città – e mi immergo per un paio d’ore in un sottofondo incessante di voci di donne e lamenti di phon che la mia testa zittisce, nell’attesa, intrappolata tra la righe di un libro.

Di nuovo ripiombo fuori, nel silenzio delle vigne bianche, lavate dalla pioggia che non smette di cadere, pulisce le strade e allontana i timori di gelate. Preso fiato, mi tuffo a testa bassa e sguardo attento tra i carrelli che si incastrano in un supermercato iper-affollato che ostenta le promozioni del Natale. Concludo la missione cappone in maniera quasi indolore. File lunghe alle casse di persone intabarrate e nervose si muovono lente verso l’uscita mentre fuori la pioggia continua a cadere e bagna borsine, automobili, ombrelli e sigarette, accese per far fronte all’attesa di coniugi che indugiano.

E’ ancora silenzio, nel parcheggio vuoto e nascosto del porticciolo: le barche ondeggiano piano senza riuscire a scrollarsi la neve di dosso mentre i gabbiani planano pigri sui pali di legno e confondono il grigio del piumaggio con quello delle acque attorno a loro. Nella piazza del paese si inaugura il primo giorno dei mercatini natalizi, in casette di legno scuro, da cui escono sapori e odori che catturano e invitano ad indulgere, per una volta, a cibo a breve conservazione, sprezzante delle logiche del mercato alimentare moderno.

La moda furoreggiante dei prodotti locali mi fa sorridere: noi che viviamo in questi luoghi lontani dal caos cittadino fin da piccoli impariamo che esistono posti diversi dai supermercati per avere cibo che poco ha a che fare con quello che passa per le catene industriali: l’orto del vicino, il maiale dell’amico dell’amico, il burro del caseificio e la farina del mulino. Era normale ed economico, una volta; adesso è ancora normale, anche se meno economico, perché avvolto dai ricarichi del marketing del chilometro zero,  ma altrettanto netta è la differenza tra la qualità. Mi chiedo se la chiave non stia nel consumare meno e meglio, mi chiedo se è vero che cucinare in casa quasi tutto fosse divenuta cosa sempre meno comune fino a poco fa: ora pare che tutti vogliano imitare i grandi chef e che la rete pulluli di cuochi per caso. Non so: di piatti pronti nella cucina di casa mia ne ho sempre visto girare pochissimi.

Rimugino, ma senza troppa concentrazione, mentre evito le pozzanghere. I commercianti che spuntano dalle finestrelle delle casine di legno sono scesi dalla valle e da quelle vicine – Valtellina, Valsugana, Alto Adige, Trentino – con formaggi, salumi, torte, pane scuro, strudel, marmellate. Arrivano da un po’ più lontano con le nocciole piemontesi e la porchetta marchigiana altri di loro e tutti aspettano che spiova perché così, tra il freddo e l’umidità, pochi si fermano a comprare e pure ad assaggiare.  Io mi fermo, assaggio e compro; non troppo ma compro, per nostalgia di un sapore, per ricordo di un viaggio in attesa di un altro viaggio, per il pranzo tranquillo della domenica in cui portare qualcosa di speciale.

Poi ritorno, infreddolita e umida, all’auto che aspetta nella calma delle rive del lago mentre mi accompagna la musica di un’orchestrina jazz che suona, sotto i portici, un medley natalizio e bagnato, che sfuma mentre mi allontano, un’altra volta, verso il silenzio caldo di un pomeriggio di chiacchiere tranquille e confortevole ozio.

dicembre 13, 2012

Notte del dodici dicembre: ricordi e incanti

Santa Lucia bella,

dei bimbi sei la stella,

nel mondo vai e vai e non ti stanchi mai,

porti regali e doni a tutti i bimbi buoni,

con l’asinello alato e col cestel fatato…

Per tutti gli anni in cui questa era la notte più meravigliosa e  spaventosa dell’anno. Per tutte le mattine in cui mi svegliavo, prestissimo, e poi svegliavo i miei, sempre troppo presto, e correvo  verso l’atrio e, dal grande scorrevole di legno parzialmente chiuso verso la sala, cominciavo a vedere pacchi, dolci, libri sparsi su tutto il pavimento e, poi  ancora al di là del terrazzo che congiunge la mia casa con quella che sarà sempre, per me, la casa dei nonni, c’erano altri regali, tantissimi regali. E per tutti gli anni in cui non capivo più niente per ore, tanta era la sorpresa.

Ogni volta la realtà superava l’immaginazione. Ogni volta si ripeteva la  magia, evocata nelle seri precedenti da trilli misteriosi e da brividi di eccitazione che mi facevano fremere. Babbo Natale e la Befana qui sono sempre passati solo di striscio. Questa era la casa di Santa Lucia.

A proposito…io vorrei dirle che qui da me  c’è ancora il suo campanello, casomai le servisse.

campanellino Santa Lucia

ottobre 7, 2012

Le inestimabili virtù del pigiama

Questa domenica ho chiesto una pausa al mondo e sto facendo una cosa che, per molto tempo, fino a qualche anno fa, ero solita fare spesso: oziare a letto per tutta la mattina.

Ci sono stati periodi in cui questo indugiare non era una pausa ma un rifugio, un modo di nascondermi e di meditare su quanta distanza ci fosse tra me e le altre persone, tra quello che io pensavo fosse giusto per me e quello che là fuori mi veniva richiesto di essere, tra la mia distonia al di là della porta della mia stanza e la quiete all’interno della mia tana.

Adesso le cose sono cambiate: da qualche anno ho cominciato a trascorrere più tempo oltre le mura e, senza che me ne sia accorta, pian piano ho imparato a riconoscere i miei limiti e a decodificare le risposte del mondo ai miei tentativi di infilarmici, mi sono resa conto che i miei punti di forza mi danno vantaggi e che quelli di debolezza si possono limare oppure accettare per trovar loro collocazione in modo che non disturbino oltre il tollerabile.

Trascorro le giornate fuori casa, al lavoro, oppure alla scoperta di immagini, sensazioni, persone, paesaggi; quando sono in casa per la maggior parte del tempo sono impegnata a fare. Ora le pause che mi prendo, in pigiama, capelli arruffati e pila di libri da leggere a portata di mano, sono molto più rare e, di conseguenza, più preziose. Non hanno più il sapore della fuga ma quello del riposo, della pausa; non invadono la mia voglia trovata di esplorazione e mi servono solo, come giusto che sia, per cardare le idee e riordinare gli appunti mentali.

La prossima sarà settimana intensa di spostamenti, viaggi e impegni e così questa mattina, dopo la colazione, fatta in un orario che per me è tardo – poco prima delle 8.00 – mi sono infilata di nuovo sotto le coperte e sto qui a pensarci su, tra le pagine de “L’anello di Re Salomone”, un’occhiata ai giornali e ai blog che seguo, qualche email a cui rispondere, una stiracchiata con allungo oltre i cuscini da una parte e fino al punto fresco in cui le lenzuola spariscono, rimboccate sotto il materasso, dall’altra.

Il pigiama ha un ruolo cardine in questa attività: morbido, confortevole, con una macchiolina di caffè sulla maglietta, tiepido del calore del sonno, pronto per essere infilato in lavatrice, insieme al lenzuolo, verso le 12.30, quando mi deciderò finalmente a recuperare la posizione eretta.

Il pranzo è già pronto, la mattinata è chiara, il quartiere tranquillo. Tutto invita a prendere le cose, per qualche ora, con calma e pigrizia.

Ne approfitto anche per una manutenzione al blog: oggi chiudo, senza vincitori nè vinti, la pagina dei Ritratti di Ringhiera: il mio grazie a quanti hanno partecipato – ho inviato a tutti un ebook come piccolo segno di gratitudine – e a Franco, per l’idea originale, a cui non ho inviato niente ma cercherò di far avere al più presto il rimpiazzo di quella bottiglia che sapeva, sciagurata, di tappo. Di quando in quando è probabile che i personaggi della casa di ringhiera torneranno a farsi rivedere su questo blog: in quelle occasioni metterò ancora il link a tutti i racconti.

Vi auguro buona domenica e  vado a sprimacciare i cuscini.

****************************************************************************************************************

RITRATTI DI RINGHIERA – COME TUTTO INIZIO’ E CHI C’E’ GIA’ STATO

A Franco e a me il racconto Butìglie ha fatto venire voglia di scoprire chi sono gli altri inquilini della casa di ringhiera. Alcuni li abbiamo già in mente: la Iole e il Gino in primis e il loro amore finito in tragedia, poi c’è la Sig.ra Adele del secondo piano, che insegna musica e ha due figlie bellissime, a pianterreno vive un misterioso orologiaio…Insomma, spazio libero alla fantasia.Mentre aspetta l’ispirazione per un disegno della casa di ringhiera che gli ho commissionato (come sempre gratis et amore Dei) e gioca con la nipotina, io ho aperto questa pagina, Ritratti di Ringhiera, che raccoglierà l’indice dei prossimi racconti.

Ci date una mano? Se avete voglia di scrivere un racconto e conoscete un personaggio della casa (unica regola: siamo all’inizio degli anni 60, in provincia, vicino ad un lago o ad un fiume) speditemelo e lo pubblicherò in un post. Spargete la voce: la casa è grande e tutti gli inquilini hanno una storia da raccontare. In questo post dell’Androide MInimalista un’intervista che Elisa mi ha fatto in cui potete trovare maggiori dettagli sui Ritratti.

Ecco i racconti già pubblicati, dal più vecchio al più recente.

Il Bùtiglie, di Franco Pina 

Natale, ragù e verginità, di Franco Pina 

La sera della macchina, di Elisa Barindelli 

L’eredità, di Anna P. 

Lo scamone e le attese alla fermata del tram di Angela Fradegradi 

La rivolta delle penne di Luigi Damiano Russo

L’orologiaio tranquillo (roba mia)

settembre 11, 2012

L’orologiaio tranquillo. Un (mio) racconto della casa di ringhiera.

Tic tac, tic tac, tic tac. Il metallo contiene in se’ perfezione assoluta.

Ascolta.

Senti gli ingranaggi minuscoli scandire ruotando il passare del tempo. Osserva il percorso circolare dei denti che si alzano e si infossano dalla circonferenza primitiva, che si incastrano armoniosamente gli uni con gli altri e trasmettono e trasformano il moto. Di quali altre prove hai bisogno dell’esistenza del divino che non siano contenute in questa ritmica tracciatura dei secondi?

Tic tac, tic tac, tic tac.

Mi portavano orologi sventrati, ruote arrugginite, casse criccate, vetri spaccati e io, alla luce concentrata della lampada, con le dita sottili che si muovevano sotto lo sguardo amplificato dal monocolo nero me ne prendevo cura. Li riparavo, li rassicuravo, facevo loro ritrovare la voce. Poche lire per il mio paziente lavoro e la certezza di aver ripristinato l’ordine.

Vivevo con poco, in  due stanze a pianterreno di una casa di ringhiera. In una dormivo su una rete cigolante coperta da un materasso di lana, cucinavo, riponevo qualche vestito in un baule di legno da viaggio che avevo trovato in soffitta che dissero non apparteneva a nessuno. Nell’altra c’era un tavolino, coperto da un panno scuro, la lampada, due sedie di legno e una cassettiera alta e lunga, di cassetti numerosi e ripiani separati dove tenevo, in ordine inviolato, i miei arnesi e i pezzi di ricambio.

Viti minuscole, rotelle piccole, alberini: ognuno aveva il suo cassetto e ogni cassetto era diviso in più scompartimenti che aumentavano con l’apparire di nuovi modelli e che contrassegnavo con etichette bianche e lettere inclinate. Ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa. Se un orologio era troppo danneggiato per poterlo riparare, lo acquistavo dal proprietario per qualche monetina e lo smontavo, pezzetto per pezzetto, recuperandone ogni componente.

Nelle ore di riposo aprivo i cassetti, controllavo il contenuto e lo contavo, aggiornavo le quantità delle minuterie su un taccuino nero che custodivo con cura. Facevo scorrere un dito ad increspare l’oro degli ingranaggi e godevo della sensazione fresca delle viti che si spostavano sotto le mie dita, in un tintinnare metallico, che componevano cumuli e si dividevano in rivoli al mio passaggio.

Tic tac, tic tac, tic tac. Il mio silenzio era interrotto solo dal respiro dei meccanismi e da un sottofondo di note, che provenivano dal piano di sopra. Credo ci vivesse un’insegnante di pianoforte, non ricordo bene. Mi sembra avesse due figlie. Non ne sono sicuro, non facevo più molta attenzione al mondo. Trascorrevo le ore da solo, ricevevo i clienti, aprivo la porta per ritirare una bottiglia di vino, il latte, il pane. Uscivo nel cortile quando arrivava il fruttivendolo; la mattina presto o la sera, all’imbrunire, passeggiavo lungo il fiume e non incontravo altro che un cane e qualche contadino cui bastava un cenno del capo come saluto.

A volte i ragazzini si  allungavano in punta di piedi per sbirciare oltre il vetro del mio studiolo. Li sentivo sussurrare ma facevo finta di non accorgermene. Li incuriosivo con la mia assenza, li spaventavo e affascinavano con la mia solitudine. Cercavano di capire chi fossi, da dove fossi spuntato, quel giorno di primavera, magro, lacero, stranito, in cerca di un luogo defilato in cui fermarmi a prendere fiato e riannodare le fila della mia esistenza. Gli adulti, forse, avevano intuito ma non chiedevano; le donne si zittivano in mia presenza e perfino la Iole, che faticava a stare zitta, raccoglieva la cesta delle mie quattro cose da lavare senza fare rumore. Tanti dicevano che forse ero una spia.

Me lo avevano urlato in faccia anche quel giorno in cui venirono a prendermi e mi portarono via.  Ripetevo che no, che era un errore, mi avevano sicuramente scambiato per qualcun altro ma non servì a nulla. Ruppero tutte le vetrine del negozio e il metallo rotolò argentino sul pavimento che subito luccicò d’oro e d’acciaio e scricchiolò sotto le dure suole. Non trovarono prove – coloro che avevo aiutato erano in salvo, ormai, e non c’erano tracce nel mio appartamento elegante che s’affacciava sulla piazza centrale. Non si fermarono e mi portarono via. Mi tolsero tutto tranne questo orologio, che ancora indosso, che con il suo tic tac, tic tac, tic tac sprofondò con me nel grigio.

Ma è passato molto da allora, una vita intera e i contorni sfumano nel ricordo. Lenti sono andati anche gli anni nelle due stanze della casa di ringhiera, scanditi dal tic tac, tic tac, tic tac che cantava tutt’intorno al mio tavolino, mentre trascorrevo i giorni alla luce della mia lampada e ripristinavo la musica degli ingranaggi.

E mentre il tempo del mondo camminava anche io mi aggiustavo pian piano, tornavo a dormire notti senza incubi, mi allungavo sull’argine, la sera, con la sigaretta della domenica ad osservare l’acqua del fiume che si univa al lago, sorridevo vedendo i bambini tuffarsi dal pontile e riemergere trionfanti.

E adesso che il mio di tempo è ormai consumato, nel suo tic tac, tic tac, tic tac rassicurante, guardo dalla finestra, le rondini che volano e so che presto mi unirò a loro, tra le nuvole. Sparirò nella notte, come fece il Butìglie, che scivolò lungo il fiume e nessuno lo vide più.

E forse, quando si occuperanno del mio corpo, sollevando la manica del pigiama vedranno i numeri incisi sulla mia pelle, non ancora sbiaditi e capiranno perché la perfezione del movimento del metallo è stato lo scoglio nel mare in tempesta della mia vita.

Etichette:
giugno 29, 2012

Metamorfosi – Presente.

Continua da qui

Cincischia con i lacci dei pattini, sente estraneo e imposto il guscio delle ginocchiere a cui ha dovuto arrendersi. Non si e’ ancora alzata dalla panchina: muove avanti e indietro i piedi, che scivolano morbidi sopra le ruote. Ci scherza su ma ha paura. Deve provare a capire se il dolore, compagno fedele da un anno, peggiorera’ o perdurera’ nel livello costante che e’ ormai familiare.

La pista e’ grigia, cemento puro: il rivestimento colorato, in questi tempi di ristrettezze, e’ stato destinato ad altri usi, dicono temporanei, ma lei sa che, se non si tratta del dio pallone, difficilmente i soldi per ripristinare gli stati di sopravvivenza degli sport minori saltano fuori.

Entra in pista, cauta, attenta al dolore e a ritrovare le posizioni corrette. Le pare di essere aliena nel grigio desolato di una periferia urbana, dove anche gli alberi nascono tristi e rassegnati alla mancanza di bellezza. L’acqua delle vasche le mormora ancora la propria canzone ma sembra si trovi molto lontana, nel giardino inaccessibile di un estraneo.

Sono pochissimi intorno a lei, si contano sulle dita di una mano: strano, non siamo a fine stagione. E’ invece giugno in esplosione d’estate. Dove sono gli altri? E’ questa la crisi? Questo rendersi conto che poche decine di euro fanno la differenza tra benessere e poverta’, come diceva Micawber? Riconosce un paio di visi, di qualche anno cresciuti, ancora infantili ma pronti a saltare nel mondo dei ragazzi.

Non c’e’ piu’ da tempo neppure l’amico con la figlia dolce e agilissima. La moto l’ha tradito in una mattina meravigliosa di settembre, che lo ha attirato fuori casa per un giro in montagna; in un sorpasso si e’ spento il sole. Lo aspettavano in pista, il pomeriggio: c’era festa e lui non arrivava mai. Poi i grandi hanno saputo e i piccoli sono diventati tristi, avvolti dalle magliette arancione d’ordinanza.

Fa qualche giro: il corpo riconosce movimenti istintivi. Resiste tre quarti d’ora e suda nel calore della sera, mentre il ginocchio geme il suo trito lamento di giunture infiammate. Pensa al ghiaccio, a casa, e a chi le vuole bene e ha provato a dirle, vedendola armarsi di pattini e incaponimento, che forse non era una buona idea.

Lei ha ascoltato senza ascoltare: sa di funzionare per sperimentazione diretta e, per qualche attimo, ha creduto di poterci riuscire. Sua madre l’avrebbe freddata con una frase di utilizzo raro e effetto deflagrante: “non e’ vero che sei una persona intelligente”. E poi se ne sarebbe rimasta inquieta, in attesa del suo ritorno, impegnata nelle molteplici e contemporanee attivita’ da madre che arrivavano dappertutto con inestinguibile amore.

Ogni cosa, intorno a lei, sembra aver perso colore qui, in questo angolo di paese, mentre altre, in altri luoghi, con altre persone, stanno, a poco poco, mettendosi a fuoco, con nuove abitudini e sorprendenti cromatismi. E’ finita un’epoca, forse, pensa richiudendo nella borsa i soliti fedelissimi pattini, con rimpianto solo per il corpo che aveva e che dovra’ rintracciare per altre vie.

L’acqua nota delle vasche, invece, la accoglie ogni volta, restituendola all’aria pulita e rilassata. Questo non e’ mai cambiato: l’odore dell’acqua e quello dei libri la aspettano sempre, immuni alle metamorfosi, oltre i cambiamenti apparenti.

Etichette: , ,
giugno 20, 2012

Metamorfosi – Quattro anni prima

Il caldo della giornata si stempera sulla riva del fiume. Le siepi alte proteggono il parco; l’acqua nota delle vasche esterne si raffredda alla brezza della sera mentre il robot aspiratore accarezza il fondo e si porta via i residui lasciati dai bagnanti.

Arriva mezz’ora prima dell’inizio e, seduta sul muretto, infila i pattini da hockey consunti che le si adattano come un guanto, offrendo il loro essenziale scrigno di sicurezza. Lotta con le lunghissime stringhe bicolore mentre sbircia di sottecchi il paio luccicante da fitness dell’amica insegnante, chiedendosi ancora una volta se non sarebbe meglio cambiare e procurarseli da donna, filanti ed eleganti, da rimirare nella rotondità perfetta delle rotelle nuove che girano vorticose al solo sfiorarle con un dito. Poi si alza in piedi, senza l’impiccio delle protezioni che fanno caldo e non servono più, ritrova la posizione familiare: guarda gli stivaletti solidi e spartani e decide che andranno bene ancora un’altra stagione, almeno.

Gli altri, adulti e bambini, arrivano a gruppetti, occupano le panchine, litigano con i para polsi infilati al contrario e girano intorno alla pista, senza entrare perché il maestro non vuole e urla se lo fai prima dell’inizio. Dentro! Dentro finalmente, in trenta a percorrere ovali sulla gomma gialla e azzurra che attutisce le cadute e stampa sulla pelle dolorose griglie di minuscoli quadretti.

Quelli che già sanno di equilibrio sfrecciano impudenti accanto a chi è alle prime lezioni e ancora non si stacca dalla balaustra, mentre i genitori li chiamano a raccolta con inascoltate minacce. C’è chi ha paura, chi è costretto, chi non si perde il corso per nulla al mondo e arriva in pista con i pattini ai piedi calzati già sull’auto. Ci sono le madri che entrano per provare con la scusa che così trascorrono del tempo con le figlie e cedono al fascino delle rotelle, antico sogno infantile. C’è l’amico che si è preso cura dei cuscinetti induriti e ha riportato a nuova velocità i suoi pattini: vanno a pattinare insieme ogni tanto, lungo la ciclabile che costeggia il lago, e lui, ex atleta, la prende in giro, ansimante e cianotica, e le dice che, dopo 33 chilometri, non è ancora riuscito a spezzare il fiato, che scarsa che sei. In pista è un clown e fa ridere tutti i bambini che provano il passo del volo dell’angelo: muove goffo le braccia e si proclama esperto nel volo del tacchino. La figlia, magra e agile di corpo, lo affianca come un’ombra adorante e sorridente.

Appoggia la bottiglia d’acqua sul bordo, accanto alle altre: basta un urto alla balaustra per provocare un effetto domino ma nessuno si arrabbia. E’ passata da casa velocemente: il tempo per una cena rapida, quattro chiacchiere con i suoi, maglietta e pantaloni di quelli che anche se si cade ormai il nuovo danno si somma a quelli precedenti, di quelli da infilare nel cestello della lavatrice, al ritorno, solo per togliere il sudore perché i colori non torneranno mai più brillanti e non serve stirarli tanto domani li lava di nuovo. Ha percorso i cinquecento metri che la separano dalla struttura in bicicletta, con la borsa dei pattini attorcigliata alla schiena, con cinque euro infilati tra i calzini di ricambio che bastano per un giro di ghiaccioli a chi rimane, dopo la lezione, a tirar notte tra i moscerini e la calma dell’immobilità estiva. Nelle orecchie le risuona il rimprovero consueto della madre – “bella la vita così, a non fare niente in casa, vero?” – con la voce per metà spazientita per metà di concessione. La madre sa che le evasioni di questa figlia strana che le è capitata sono del tutto innocue e molto semplici e per molti anni se ne è privata, per sua stessa incomprensibile scelta.

Le ha dato un bacio sulla guancia prima di filarsene via, a sua madre, perché sa che il conto alla rovescia è iniziato da tempo, anche se non si ferma quasi mai a pensarci davvero altrimenti le si farebbe tutto vuoto attorno, e perché le piace, in fondo in fondo, sentire la morbidezza della pelle della madre sotto le labbra anche se insiste a proclamarsi estranea al fascio della tenerezza. Ha trentacinque anni e conduce la vita che non era stata capace di avere quindici anni prima perché era troppo impegnata a credersi adulta e immune al fascino del mondo esterno.

Suda nell’afa della sera e nello sforzo dei passi incrociati, delle curve, dei limoni all’indietro. Si esibisce coi piedi a papera perché è l’unico trick che le esce in modo naturale: il resto se lo sogna e basta, non ne sarà mai capace. Si leva i pattini solo quando è stanchissima, cambia al volo la maglietta fradicia e poi, col ristretto e selezionato gruppo rimasto, si attarda in chiacchiere succhiando lo sciroppo da un ghiacciolo al limone che le incolla la lingua sulla superficie ghiacciata.

La notte si addormenta, pulita, dopo la doccia, non appena la testa tocca il cuscino mentre le voci dei suoi genitori che parlano di tutto e di niente, come fanno le coppie che si amano da anni, le arrivano attutite dall’altra parte della casa fresca e la rassicurano sull’integrità raccolta del suo microcosmo.

Il giorno dopo è di nuovo in ufficio, nelle ore serie di numeri e materiali ma protegge e si gode i ritagli serali d’estate e li trascina fino ad ottobre, fino al tempo dei libri da leggere sotto il piumone quando il mondo dorme nel grigio del freddo.

Continua qui

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 143 follower