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aprile 27, 2013

In mezzo a lenti pensieri

Di ritorno da un viaggio interessante, costellato di scoperte casuali e predeterminate certezze, resta una certa stanchezza apatica, che si dilunga nel disfare la valigia, trovare posto ai semplici ninnoli che tornano con me da queste esplorazioni, lavare i pochi vestiti e riconnettere le fila dei discorsi sospesi.

Davanti al cottage in riva al canale le anatre emettevano i loro richiami che si mescolavano ai canti degli uccelli; nei paesini dei pescatori lungo le coste a nord di Amsterdam la brezza soffiava piano, facendo cantare le sartie delle imbarcazioni nei porticcioli. I ponti si alzavano al passare delle chiatte, i mulini di  Kinderdijk roteavano al vento, tra gli scricchiolii delle ruote dentate di legno che si incastravano e trasmettevano il moto della lotta centenaria tra la natura e l’uomo. I quadri dei musei stavano immobili, nel loro messaggio estetico, circondati da rumorosissime scolaresche in gita che invadevano le sale in un vociare confuso e caotico. Fuori le fila di casette con le tendine bianche si asciugavano al sole e si specchiavano nelle acque.

MARKEN

Qui mi aspettava ancora un venerdi di ferie, giorno cuscinetto per sbrigare commissioni, senza fretta particolare, e per ritornare ad una casa odorante di vernice fresca e scintillante di serramenti imbiancati.

Prendo le ore senza fretta, rientro piano piano nell’atmosfera di giornali inutili che raccontano di altrettanto inutili discussioni e tentativi di governo, leggo qualche post, studio spagnolo senza troppa convinzione – questo esame a cui non avrei dovuto iscrivermi lo sto sottovalutando, prevedo un attacco di panico a breve – spulcio le email dell’ufficio, mi riconnetto col mondo mentre continuo a sentire il quack quack degli anatroccoli e  a vedere lo scorrere placido della vita, qualche chilometro più a nord.

Consiglio di lettura: Mike Dash “Tulipomania”, la prima, affascinante, bolla economica dell’era moderna.

PENSIERI

aprile 17, 2013

No, no, non splendere su tanti guai

“…No, no, non splendere su tanti guai,
sole d’Italia, non splender mai;…”
Bandiera bianca
Vi ricordate le strofe di questa poesia, che una volta era su tutti i sussidiari e adesso invece è sparita per far largo a rime rap? Voi che sapete, esiste ancora l’amor di patria? Esiste ancora una patria?
Voi non siete stufi? Non vi viene voglia di prenderli tutti, vecchi e nuovi, chiudere a chiave le porte del Parlamento, e lasciarli lì a discutere tra loro? Si può fornire loro anche una troupe televisiva e mandare in onda finti telegiornali su televisori interni. Un Truman show all’incontrario, per rassicurarli della loro utilità. Mandiamo lì anche quel pirla che si mette sempre dietro i giornalisti mentre vanno in onda in esterno così ci leviamo di torno un fulgido esempio di vita inutile.
Intanto noi scendiamo di nuovo a lavorare su base locale? Facciamo pulizia dal basso, nei comuni; mettiamo ordine tra i conti piccoli, utilizzando la regola della brava massaia secondo la quale non si spende quel che non si ha? Poi dal piccolo ridisegniamo le reti delle amministrazioni territoriali includendo man mano i comuni col segno più e usiamo il credito per aiutare i comuni col segno meno a invertire la rotta? Poi saliamo un altro gradino e, di passo in passo, ricostruiamo quello che si è perso o che, forse, non è mai nemmeno esistito, non secondo i nostri desideri: lo Stato, una Patria? Si potrebbe fare?
Partecipavo alle riunioni delle associazioni industriali, tempo fa, per capire come funzionasse il Sistri che, però, non funzionava. Futuri utenti già allibiti prima ancora di iniziare per le evidenti carenze o assurdità del sistema, aziende che pagavano l’iscrizione per un servizio che già si sapeva non sarebbe stato reso, di dilazione in dilazione. C’erano tutti gli indizi della corruzione, c’erano i precedenti, c’era l’inutilità delle procedure. Ho letto oggi che i responsabili sono stati indagati e i ministri saranno ascoltati come testimoni. Sapevamo già due anni fa che sarebbe finita così.
Milena Gabanelli ha fortunatamente rifiutato una proposta paradossale. L’avesse accettata avrei ribaltato l’opinione che ho di lei. Se una persona sa fare bene un lavoro e non desidera farne un altro, perchè (pseudo)candidarla ad un ruolo non suo? Perchè disperdere di nuovo le energie? Tanto per capirci, io ci vedrei bene Emma Bonino, su quella sedia. E’ volto noto ma, per quel che ne so, pulito e fa il politico di mestiere. Ne abbiamo guadagnati tanti due mesi fa di quelli che vogliono fare i politici e invece si ritrovano a scaldare gli scranni, pedine inermi in una partita più grande di loro. Faccio il tifo per loro, io, non crediate, non certo per chi è arrivato anni fa e adesso non vuol più andarsene ma, come nel caso del Sistri, temo che la conclusione sia quella che tanti si aspettano: un nulla di fatto e altro tempo perso.
Scoppiano bombe ad una maratona negli Stati Uniti: giusto due post fa rispondevo ad un commento di pani “tanti altri ce ne saranno”. Però ha ragione Silvia, a chiedersi quando il nostro mondo, quello occidentale, si indignerà e protesterà con voce altrettanto alta per tutto quello che succede altrove, dove i bambini muoiono ogni giorno per gli stessi motivi.
Terremoti, donne sfigurate con l’acido qui, nelle nostre città, omicidi che escono di galera e ladruncoli da due lire che ci entrano, raccolte differenziate di sacchetti che si rimescolano negli inceneritori, istituzioni artistiche che barcollano, ospedali che licenziano, soldi che viaggiano verso la svizzera o i paradisi fiscali, fabbriche che chiudono, bulli che picchiano. Per fortuna si sta avvicinando l’estate e, con essa, le prime foto dei belli e famosi in costume. Meno male che c’è il gossip.
Ma voi, ma voi davvero non siete arcistufi? Io sono vicina all’alienazione, a quella fase in cui non mi interessa più niente di quel che succede fuori dai confini della mia vita. Spero di essere l’unica perché se tutti fossero come me il mondo rischierebbe l’anarchia, l’apice dell’individualismo, il disordine. Non che questo cambierebbe molto le cose, rispetto a come le percepisco adesso, però non è bello ritrovarmi, una sera di fine aprile, a pensare questo e a non vergognarmene neppure un po’.
Buonanotte, con le parole di Anna Shirley, che, insieme a Jo March e al padre di Enrico Bottini ha tracciato le linee guida della mia inutile anacronistica formazione civile. Nessuno di loro tre  sarebbe scampato  a così esasperante, deludente, irrimediabile casino.
“Marilla, isn’t it nice to think that tomorrow is a new day with no mistakes in it yet?”
(“Marilla, non è bello pensare che domani è un giorno nuovo, ancora senza errori?”)
aprile 4, 2013

Breve e sconclusionato

In queste giornate di pioggia dove un raggio di sole è più raro della maggioranza del governo ho preso fiato, pulito casa, lasciato entrare la prima aria tiepida nelle stanze e osservato la crescita di rucola, lattughino e ravanelli sul mio micro orto in terrazzo. C’è vita sottoterra.

Ho dormito, anche, ma non abbastanza: due giorni dopo la ripresa del lavoro sono già in debito di sonno. Poco prima delle cinque un sms mi ha svegliato, stamattina. Era un collega, che stava vivendo in bagno da qualche ora causa colpo di freddo micidiale. Era sveglio, lui, per ovvi motivi. Mi informava gentilmente che non sarebbe venuto in ufficio. Buona idea lasciare il cellulare acceso durante la notte, non ti perdi niente. Mi ero addormentata dopo mezzanotte: praticamente è stato un pisolino, non un sonno ristoratore.

In ufficio i giorni trascorrono nella loro uguaglianza gli uni con gli altri; faccio le cose col pilota automatico, eseguo azioni  che ho imparato dieci anni fa e mi chiedo come certe persone desiderino vivere nella ripetitività delle proprie giornate. Io mi spengo sempre più ogni ora che passa.

Oggi ho scoperto due cose interessanti: la prima è che chi ha subito una tonsillectomia può ancora ammalarsi di tonsillite. Varrà per ogni rimozione chirurgica di parti del corpo? La seconda è che c’è in corso in Italia una conferenza a tema ginocchio, dove si parlerà anche di un’ipotesi alternativa, in certi casi, alla protesi. Oggi è stato il turno del Kinespring e della ricerca immagini di google correlata. Brividi e morbosa curiosità. E’ il mio lato oscuro.

In palestra prosegue la riabilitazione ma la parte migliore degli ultimi giorni l’hanno fatta i cerotti infiammatori, recente scoperta dopo una settimana di dolore particolarmente acuto. Non tutto il male viene per nuocere: rischio l’assuefazione ma ho scoperto che nel nostro corpo abbiamo una zona che si chiama “zampa d’oca”, soggetta a borsiti. Vorrei camminare e camminare e camminare fino a sentire il fiato corto, il sangue alle gote e l’aria fresca nei polmoni, fino a dolorare di muscoli sfruttati bene e non di posture sbagliate e zoppia. Vorrei ma non posso, non riesco. Mi sento imprigionata. Dove sono le chiavi per uscire da questo corpo?

Domani è venerdi, il fine settimana si preannuncia ricco di impegni, a partire dalla serata. Faccio la punta alle matite e studio spagnolo, con poca ansia e molta allegria. Poi, prima di crollare addormentata, con google reader verrò a leggere cosa fate voi.

Buonanotte intanto. Prima o poi mi ripiglio, vedrete.

febbraio 23, 2013

Riboh. Occhio che è lungo, però questa volta la risposta mi serve alla svelta.

“Cosa voti? Per chi voti?”

Strano ma, fino a poco tempo fa, nessuno me lo aveva mai chiesto. Adesso me lo chiedono tutti, così, di punto in bianco, per sapere che parte farò nel definitivo disfacimento di questo Paese ridicolo che tutto avrebbe per essere un luogo in cui si può vivere bene e che tutto fa per rovinare se stesso. Una volta chiedere per chi si vota era una domanda rara. Era come parlare di soldi: in questo paese nessuno sa quanto guadagnano gli altri. Si opina, si presume, si favoleggia, si smentisce, si aspetta la guardia di finanza sotto casa. Vi dirò che non ho nulla in contrario alla pubblicazione della dichiarazione dei redditi per ogni cittadino italiano, così ci capiamo subito su come la penso.

Nel caso del credo politico comunque il tabù era meno forte e, oltre un certo grado di conoscenza, l’intimità creatasi o la foga nel sostenere le proprie idee durante i dibattiti lasciava uscire la dichiarazione. Voto sinistra, sono di destra, tanto di sinistra, al di là della destra. Così, una volta chiarito, le concioni alle cene tra amici o le chiacchiere al bar potevano riprendere, scevre dall’ombra del dubbio. In questo caso, per quanto mi riguarda, non vi dirò come la penso e non perché non voglia, quanto perché non saprei da che parte collocarmi.

Vi riassumo la faccenda: ci fossero ancora, voterei liberali. In mancanza, ho votato per anni un noto partito secessionista del nord di cui condividevo le idee parzialmente perché, tra i tanti partiti di cui condividevo le idee parzialmente, mi ero illusa che fosse composto di  persone che avevano voglia di rimboccarsi le maniche e darsi da fare, in modo onesto, per dare una sistemata qua e là. A distanza di tempo ho chiaramente capito che è stato un voto sprecato. Mi sono sempre suonati fastidiosi certi inni volgari e razzisti ma ho anche sempre pensato che servissero per raccogliere consensi in una certa fascia della popolazione e raggiungere così i luoghi in cui si possono cambiare le cose che non funzionano. Quando si vive in una valle montana a 50 km da una città e per raggiungere questa città ci si impiega più di un’ora in auto e un’ora e mezza in treno perché l’unica strada da cui ci si arriva è in condizioni pessime, e poi arriva qualcuno che dice “i soldi che guadagna la Lombardia ce li teniamo in Lombardia e mettiamo a posto le strade” una ci crede e si aspetta, poco tempo dopo le elezioni stravinte, che arrivino in massa pachere e asfalto per coprire le buche, luci per illuminare le gallerie buie in cui ogni anno qualcuno perde la vita, e piani logici per varianti che non vengano chiuse dopo pochi anni perché il terreno cede e l’acqua si infiltra.

Ecco, io avevo sperato ma, a distanza di anni, i posti presi dai rappresentanti del partito secessionista sono gli stessi prima occupati da altri e per arrivarci si sono seguite le stesse logiche, se non peggiori perché mascherate da proclami di onestà, di favori reciproci e raccomandazioni. Il denaro si spreca, le opere non vanno avanti, l’ignoranza e l’incapacità di chi occupa queste poltrone è spesso palese e la situazione degli immigrati, che non sono più gli italiani del sud, minaccia ormai passata in secondo piano, ma gli stranieri, è esplosa senza che il territorio fosse pronto a gestirla. E’ inutile pensare che si possano rispedire le persone a casa propria ed è anche profondamente ingiusto. Se avessi preso altre decisioni, tempo fa, forse sarei io la straniera in un Paese diverso dall’Italia, come lo sono stati per decenni gli abitanti di questa valle che partivano per la Svizzera, il Belgio, l’America. I corsi e ricorsi storici delle ondate migratorie verso nord, verso sud, verso est, verso ovest sono vecchie quanto la storia dell’uomo. Invece di combatterle, forse dovremmo accettarle e provare a organizzare mentalmente noi stessi, in primo luogo, e poi le nostre infrastrutture per accogliere e crescere insieme. Questo non implica che si debbano accettare l’aumento della criminalità o l’assistenzialismo immotivato, né per chi arriva, né per chi è nato qui ma, tra una persona e un delinquente ci sono chilometri e chilometri di distanza. Se l’occasione fa l’uomo ladro sarebbe meglio lavorare sul diminuire le occasioni che non sul riempire le carceri.

In ogni caso, non voterò più quel che rimane del partito secessionista del nord anzi, spero che stia tirando le cuoia e diventi solo un ricordo, visto che ha perso, ai miei occhi, anche i pochi motivi che aveva di esistere. Tale cambio di pensiero mi ha ripulito però mi ha anche lasciato davanti un bel vuoto. E adesso che faccio? A votare ci vado perché con la fatica che abbiamo fatto per avere il diritto di voto, non vedo perché dimostrare che non ce ne facciamo niente. Scheda bianca non la voto, perché non mi va che qualcuno scelga per me. Detto ciò, il dubbio resta.

Se mi siedo e rifletto per quel poco che so di politica -perché, lo confesso, l’argomento mi ha sempre annoiato a morte – metto a fuoco tre punti cardine. Sono stereotipati ma sono gli unici che ho.

Il primo è che, per certi versi, ho uno stile di vita tipico di una persona di destra: educazione borghese, tenore di vita piccolo borghese, pochi abiti, stile classico, ma firmati perché a me piace così, uno pseudo suv che ha sei anni e ne deve fare altri quindici prima che lo cambi, a meno che uno non decida che gli euro4 non possono più circolare, un lavoro da quadro in azienda, una incrollabile fiducia nell’utilità della meritocrazia e della proprietà privata.

Il secondo è che, per altri versi, credo di avere idee di sinistra.  Dico credo perché, quando parlo con chi viene dal mio stesso ambiente, mi accorgo che c’è sintonia di pensieri sulle cose di cui sopra ma c’è un immediato irrigidimento da parte del mio interlocutore quando dico, ad esempio, che la Chiesa dovrebbe puntare allo spirito e non al potere; che adozioni e fecondazione artificiale dovrebbero essere permessi a chiunque abbia un certo equilibrio psicologico indipendentemente dal suo stato di famiglia – e mi sembra già di essere severa, in questa selezione psicologica che introdurrei, dato che montagne di balenghi si riproducono quotidianamente per via naturale; che oltre al genere femminile e a quello maschile c’è anche quello neutro, così come in molte lingue anche in molte caratteristiche antropologiche e che perciò gli incroci da questo assunto derivanti possono essere molteplici, variabili e con pari dignità, diritti e doveri rispetto a quello di riferimento tra uomo e donna; che la sanità di base e la scuola di base devono essere pubbliche e funzionanti, ma veramente funzionanti e con retribuzioni decenti per chi ci lavora, e che quelle private possano essere un’alternativa, non la regola. E, prima ancora di occuparci di queste riforme, ci sarebbe da sistemare non solo sulla carta e nella pubblicità la faccenda della disparità di trattamento tra uomo e donna e non me ne frega niente se le donne comandano in casa. Le donne comandano in casa perchè fa comodo agli uomini così non devono sbattersi loro in faccende che paiono a basso valore aggiunto – e non lo sono – e confinate nello spazio. Fuori casa le donne hanno margini di azione limitatissimi. Le donne devono, se ne hanno le capacità e le competenze, poter comandare anche fuori ma non perchè sono donne ma perchè sono capaci. E devono avere, a parità di mansione, la stessa busta paga. E i bambini continueranno a farli le donne, meglio rassegnarci tutti, e facciamo in modo di accelerare il rientro al lavoro, se è questo il problema, creando infrastrutture e reti sociali che possano aiutarle. E basta usare termini come “cazzo, figa, troia” e bestemmioni alle riunioni di lavoro. Non fa manager, non fa uomo vero: fa tristezza. Scusate, sto deragliando ma era tanto che non vi ammorbavo con i miei ragionamenti femministi. Volevo dire che sono convinta però che la sinistra italiana non avrà mai, con le persone che la rappresentano oggi, il coraggio di attuare queste riforme quindi non la voto.

Il terzo è che, da ingegnere, ho più fiducia nei tecnocrati che nei politici ma no, non voglio votare Monti. L’avrei fatto, forse, prima della campagna elettorale. Negli ultimi mesi il tecnocrate si è trasformato in politico, contagiato anche lui da questo morbo incurabile di paraculismo, dibattiti, battutine e presenzialismo. Io credo che una persona, prima di avere accesso alla gestione della cosa pubblica ad un certo grado, dovrebbe aver avuto esperienze  a gradi minori e crescenti. Se deve gestire le infrastrutture forse sarebbe meglio se fosse un ingegnere edile di comprovata esperienza che sappia però di amministrazione aziendale. Se deve fare il ministro della salute sono sicura che sarebbe buona cosa se provenisse dall’ambiente e magari avesse diretto un’azienda sanitaria per qualche tempo, dimostrando di saper far quadrare i conti senza uccidere i pazienti. Potrei fare altri esempi: il concetto, nella mia testa, è che prima si inizia con il piccolo, nel privato, poi si passa al pubblico, sul territorio, poi alla regione, poi allo stato, bilancio di esercizio alla mano come principale presentazione  cardine della campagna elettorale. Non importa che sia laureato o no: certe persone passano anni sui libri ma non imparano niente, altre, dall’osservazione della realtà, apprendono moltissimo. L’importante è che sappiano fare. Nella mia testa il tecnocrate lavora e risolve a bocca chiusa. La apre solo una volta ogni trimestre, quando presenta i numeri e un ente trasversale, apartitico e apolitico, glieli controlla. Ne ho infinitamente piene le scatole delle parole dei politici però di tecnocrati ce ne sono pochi e, dato che quelli bravi magari sono anche saggi, se ne stanno a casa propria ad amministrare la cosa privata, così hanno meno rogne e meno riflettori addosso.

Dati questi tre assiomi, da cui non mi schiodo, lunedì mattina, quando andrò a votare, dove la metto la croce? Io mi guardo intorno ma non vedo nessuno che possa rispondere alle mie richieste. Ho sbagliato per anni, mi piacerebbe non sbagliare più.

Nelle ultime due settimane, dopo aver ignorato per mesi il movimento 5 stelle, ho letto articoli, ascoltato i discorsi e riflettuto su questa possibile scelta. Condivido il desiderio di fare piazza pulita del vecchio e ne ho una voglia matta di levarmi di torno certe facce, vere o rifatte che siano però ho già dato ad un partito, che professava democrazia con toni non democratici, che voleva cambiare tutto e alla fine ha solo peggiorato le cose. Ero lì lì seriamente per decidere per un sì poi ho letto che Dario Fo e Celentano hanno dato il proprio appoggio al partito. Celentano forse l’avrei sopportato: lo trovo qualunquista da una ventina di anni ma le sue canzoni mi sono sempre piaciute, lo avrei scusato a metà. Dario Fo invece non lo capisco: non afferro proprio quale possa essere stato il grande suo contributo all’umanità. Non parlo di soldi, beneficenza, impegno. Parlo di idee. Sono come i quadri di quel tipo che faceva i tagli nelle tele o come i libri di Bret Easton Ellis. Sono al di là della mia capacità di comprensione; siccome non lo capisco, così non capisco da dove possa essere venuto il suo appoggio a Grillo e, siccome Fo non mi piace, non voterò Grillo. Mi sembra abbastanza maturo come ragionamento.

No, Berlusconi non se ne parla, anche perché, oltre al fatto che della sua incapacità ha già dato prova non si sa, con tutta quella gomma, se si è candidato lui o il suo avatar. Dei più piccoli e più o meno nuovi no so niente.

Quindi, o mi chiarisco le idee mentre faccio fisioterapia sulla cyclette, o voto Radicali, perché a me piace Emma Bonino.

Non mi va nemmeno un po’ non aver chiare le idee. Sapete che è molto grave che una persona di quaranta anni, di buona cultura, discreta intelligenza e poca modestia, non abbia le idee chiare su una questione così seria come la decisione di chi scegliere per essere rappresentata al Governo? E quelli che mi chiedono in questi giorni “per chi voti?” per chi voteranno veramente? Cambieranno mai le cose? Cambieremo mai le cose?

gennaio 1, 2013

Chi ben finisce e la mia frase per l’anno che viene

Ieri pomeriggio, sulla scia dell’intenso Amour, mi sono ritagliata un paio d’ore per Il nastro bianco, sempre dello stesso regista e per tutte le due ore la storia narrata in bianco e nero sullo schermo del televisore mi ha ipnotizzato.

L’anno scorso avevo scritto la frase motto per me stessa per il 2012 : me ne sono ricordata nei mesi passati, ho seguito spesso il consiglio della signora Roosvelt e non me ne sono affatto pentita.

Quest’anno invece rubo le parole al regista del film come monito per smantellare i principi assoluti che mi imprigionano, invece di rendermi libera.

«Diventano giustizieri perché pensano di essere la mano destra di Dio. Coloro che devono mettere in pratica alla lettera le regole dei padri. Quando un ideale, religioso o politico, diventa principio assoluto crea disastri. E’ successo in Germania, dove quella generazione vent’anni dopo abbraccerà il nazismo, ma succede anche nel resto del mondo, dove ogni fondamentalismo crea guerre, terrorismi, sofferenza»

luglio 27, 2012

Impulsi cubani

Questo sarà un post interminabile e dispersivo, un concentrato inarrivabile di fatti miei. Vi avverto subito così potete decidere se avete di meglio da fare o vi accomodate in poltrona, per così dire, a leggervi qualche altra delle mie sciocchezze.

Lunedi e martedì, comincio col dirvi, ero impegnata a gestire la tristezza da rientro, dopo il gran bel fine settimana parigino. In ufficio il lavoro seguiva andamenti simili all’altimetria della tappa del Mortirolo, con pause di falso-piano seguite da picchi verticali. Di quando in quando mi facevo un giretto sul web, portali meteo in particolare, per capire quanta acqua prenderò la prossima settimana ad uno spettacolo al Teatro Romano di Verona.

Durante una di queste spedizioni virtuali sono successe due cose: la prima è che sono finita su un articolo che mi ha condotto ad un sito che mi ha portato ad un altro e quello che lì ho trovato costituirà l’argomento principale di questo post che però scoprirete solo alla fine perché, come potete già intravvedere, l’ho presa alquanto larga.

La seconda è che mi sono messa a cincischiare con le password di accesso al sito in cui mercoledì sarebbero stati pubblicati i risultati del Proficiency, per vedere se funzionavano. Dopo aver bloccato l’account per smemoratezza, ho sudato sette camicie per ottenere la collaborazione del severissimo sistema di sicurezza cambridgiano e riuscire a sbloccarlo; finalmente apertisi i cancelli supersegreti della mia pagina personale, ho scoperto che – o miracolo – gli esiti c’erano già e io ho passato il CPE.

Ho guardato tre volte in mezz’ora la pagina, scaricato il pdf con i voti, ricontrollato altre sei volte mentre mi veniva la ridarella e mi si annullavano perfino i sintomi della sindrome premestruale. L’ho passato per un pelo, con un listening gravemente insufficiente e uno speaking mediocre: il resto ha probabilmente fatto brodo e così mi sono ritrovata con un 60/100, coincidente con la soglia minima di passaggio. Oh che culo, mi è venuto da dire in modo poco educato ma accuratamente descrittivo. Mentre cominciavo ad elaborare l’eventuale opportunità di rifarlo a dicembre in modo più dignitoso e cercavo di evitare che le rogne lavorative venissero a me, ho continuato però a rimuginare, con l’ilarità incredula che ormai avevo addosso, su quell’altra cosa che avevo scoperto di cui, adesso, prometto, comincerò sul serio a raccontarvi.

Prima però lasciatemi dire che, nel dicembre del 2003, ho trascorso tre settimane a Cuba. Era il mio primo vero viaggio da adulta: due compagni di viaggio, zaino in spalla, niente di programmato, miglia e miglia lontano da qualunque cosa assomigliasse a Varadero, notti nelle case private, spostamenti con mezzi locali. Cuba non era all’inizio della mia lista di cose da vedere però mi incuriosiva e avevo voglia di fare come i globetrotter che per anni mi erano sfilati davanti agli occhi nelle mie estati da camperista.

L’Havana ci accolse a sera inoltrata, in un caldo umido e dolciastro e nell’oscurità quasi completa. Silenzio, poche automobili, nessun lampione per strada. Abituati al bagliore europeo continuo e ancora ignari della situazione locale, ci facemmo portare da un taxi sgangherato fino alla prima delle nostre mete, seguendo non so quale guida: la casa particular di un certo Tommy Reyes, Notre Dame de Bijoux. Cercatelo su internet: troverete qualche articolo interessante su di lui ma, se potete, fate di meglio e soggiornate da lui: vi fornirà materiale di suggestione pregevole.

Dai finestrini dell’auto decrepita avevamo visto sfilare sotto gli occhi edifici diroccati, strade costellate di voragini, macerie: l’aspetto della via in cui ci depositò il taxista manteneva lo stesso profilo. Davanti all’unica facciata colorata ci aspettava Tommy, di età indefinibile, corporatura robusta, testa completamente calva, avvolto da un kaftano blu cobalto e adornato, in ogni centimetro di pelle disponibile, da anelli, orecchini, collane e monili. Fuori imperava il diroccato ma, dietro il muro, c’era un tripudio di colori.

La sua casa era meravigliosamente kitsch, zeppa di oggetti collezionati in anni, con un giardino tropicale in miniatura; il telefono suonava continuamente, gente di ogni età, genere, umore, orientamento sessuale, colore della pelle entrava e usciva dal cancello bianco d’ingresso ad ogni ora del giorno e della notte. Le stanze erano pulitissime, con soffitti altissimi, colorate e arredate in uno stile coloniale semplice e d’effetto, la cucina ottima. Erano così particolari, quelle stanze, ognuna di un diverso colore, che uno dei miei amici, al ritorno, decise di usare una fotografia, scattata mentre mi rifacevo il letto, per farmi un ritratto su sfondo azzurro.

Tommy ci diede giusto il tempo di mettere a terra lo zaino prima di farci sedere attorno ad un tavolino: fu l’unico momento in cui lo vedemmo serio nei tre giorni che trascorremmo a casa sua. Ci disse due cose: la prima che a Cuba avremmo visto tutto e il contrario di tutto, perché il suo paese era la quintessenza del surrealismo tropicale. La seconda è che noi, per la maggior parte dei cubani indistintamente, lui stesso incluso, non eravamo altro che portafogli con le gambe. Aveva ragione su entrambe le cose: amava profondamente la sua patria e la sua gente ma era lucidamente obiettivo. A Cuba ci sono il sole, l’acqua, la frutta e la verdura: il resto te lo devi inventare, in una vita che non è altro, per molti, che un continuo arrabattarsi.

Fu un viaggio incredibile e complesso, nelle nostre teste oltre che in luoghi diversi dai nostri. Impossibile rimanere indifferenti, difficilissimo, nonostante i pregiudizi, nonostante quello che osservammo nelle tre settimane in cui girammo l’isola in lungo e in largo, parlando con la gente, leggendo tra le righe, mescolando le impressioni al nostro modo occidentale di gente libera di intendere l’esistenza, tirare una conclusione. La mattina dicevamo una cosa, la sera dopo pensavamo l’esatto opposto.

Nessuno di noi tre avrebbe mai scelto di vivere in un posto così, nessuno di noi tre poteva dire, al termine della vacanza, che qualcosa di Cuba non ci fosse rimasto sotto la pelle. E se pure eravamo stufi di vedere miriadi di piazze intitolate a Josè Martì, confusi dall’aria sfatta delle case e delle automobili, stupiti dalla rassegnazione mescolata all’umorismo delle persone, increduli davanti ad aragoste favolose che costavano 5 dollari e mojitos che ci ritrovavamo tra le mani anche sulle spiagge libere, offerti da gente nascosta dietro i cespugli, totalmente immuni al fascino di Che Guevara, di Fidel Castro e della Revoluciòn, pronti a barattare increduli un anellino di corallo nero con un pacchetto di fazzoletti di carta, merce di scambio al mercato nero, infastiditi dalle continue profferte sessuali di uomini e donne nelle zone più turistiche, disgustati dai comportamenti dei nostri connazionali che sembrava fossero al mercato della carne umana, a distanza di anni ancora ricordiamo con nostalgia la nostra esperienza e l’indefinibile aurea di assurdità che rivestiva l’isola come una bolla.

A Cuba c’è musica ovunque e la gente sa ballare come nessun altro al mondo sa fare; perfino i bambini piccoli, quando sentono due note, si muovo inconsciamente a ritmo e ti incantano per la naturalezza con cui il loro corpo oscilla. “Tommy”, gli chiesi prima di salutarlo, “mi procuri un po’ di canzoni cubane belle, magari un po’ di son?”. “ Lascia fare a me”, rispose, “ti darò di meglio.” Poche ore dopo, per un ridicolo prezzo, avevo nello zaino una decina di CD. Fu una grossa delusione: avevo chiesto musica cubana bella e mi ritrovai tra le mani l’equivalente insignificante della musica pop del luogo, un concentrato di pausiniramazzotttiantonacci rockettaro e urlante sulla solita solfa sol, besos y amor mescolato a rap e ritmo della stessa specie destinata all’oblio rapido che si trova in ogni luogo del mondo. A Trinidad, una sera, mi risollevò la speranza un’orchestrina alla Casa della Musica: il loro è l’unico cd del viaggio che ho conservato. Mi è rimasto il rimorso di non essere stata capace di rintracciare, durante quelle tre settimane, le stesse sensazioni che mi suscitano le prime note del Chan Chan, anche dopo il centesimo ascolto.

Ed è per questo che, martedì pomeriggio, nel mio bighellonare per il web, la notizia che avevo letto mi rimaneva nella testa e continuava a girare. Un concerto di musica cubana, la sera dopo, biglietti ancora disponibili.

Li prendo, non li prendo, qualcuno vuol venire con me? Intanto che ci ragionavo e ci rinunciavo e ci riragionavo si erano fatte le 21.00. All’ultimo giro sul sito, di quelli di accerchiamento degli squali verso la preda, il contatore segnalava un solo biglietto disponibile. Uno. Uno solo.

E perché non ci dovrei andare da sola? E perché non seguire l’impulso e farmi quasi duecento chilometri tra andata e ritorno, in mezzo ad una settimana movimentata di sonno scarso e impegni troppi se sono anni che li voglio sentire, io creatura da musica classica e poco più? Deciso, sul filo di lana, come il CPE, di puro impulso. Quell’ultimo biglietto alle 21.04 aveva finalmente un nome: il mio.

Mercoledì sera ero al Teatro del Vittoriale, a Gardone Riviera, davanti ad un palcoscenico che dava le spalle ad una cornice lacustre da cartolina. Sul palcoscenico c’era, finalmente, musica cubana bella. C’erano il son e il chachacha. C’erano le mani e i piedi che tenevano il tempo, le labbra che sorridevano e strumenti che rispondevano ai magistrali richiami delle dita.

C’era l’orchestra del Buena Vista Social Club con alcuni mostri sacri. C’era Omara Portuondo e adesso che finalmente ve l’ho detto non scrivo altro perchè non serve più e vi lascio immaginare quanto sia stato bello.

(E c’era pure una gomma bucata dell’auto che, visto che non me ne sono accorta, si è fatta tutti quei chilometri a cento all’ora. Forse c’era anche qualcuno, lassù, che mi ha tenuto d’occhio per tutto il tempo. Quizás, quizás, quizás.)

giugno 11, 2012

Il passo più lungo della gamba

The Leader

I wanna be the leader
I wanna be the leader
Can I be the leader?
Can I? I can?
Promise? Promise?
Yippee I’m the leader
I’m the leader

OK what shall we do?

Roger McGough
Voglio essere il capo, voglio essere il capo. Posso essere il capo? Posso? Dai posso? Promesso? Promesso? Evviva, sono il capo. Io sono il capo. Benissimo: cosa si fa?
A volte bisogna osare e puntare in alto. A volte bisogna sapersi fermare e capire se si è in grado di arrivare in alto. A volte bisogna rendersi conto che non si sarà mai capaci di arrivare in alto. A volte bisogna essere fortunati ed avere accanto qualcuno che ci apra gli occhi sul fatto che non abbiamo le caratteristiche per arrivare in alto. A volte dobbiamo imparare ad ascoltare coloro che hanno il coraggio di dircelo. A volte dobbiamo dirlo a chi ci sta accanto e prende decisioni sulla nostra vita che quello non è il suo ruolo.
Buon inizio della settimana lavorativa: esco e vado a giocare a fare il capo e a vedere gli altri giocare a farlo con me. L’importante è essere animati dalle migliori intenzioni.
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