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aprile 10, 2013

AAA Cercasi

Cerco la voglia di saltar giù dal letto,

infilarmi mutande, calzini e un colletto;

presto! un caffè, ma che sia ben ristretto

mi serve che agisca fino al cervelletto.

 

Il sole è spuntato, poco convinto,

forse preferiva l’altro lato del mondo

però mi ha svegliato da un sonno profondo

si sarebbe offeso l’avessi respinto?

 

La cerco in alto fin verso il cielo,

la cerco in basso, tra i rami del pero;

la cerco di qua, la cerco di là

la mia già poca voglia ma dove sarà?

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marzo 24, 2013

Vuoi vedere che è di nuovo il leone?

Santa Giulia Brescia

Raccontare la famosa barzelletta del leone in dialetto procura maggiore soddisfazione ma è di più difficile interpretazione. In ogni caso  mi riecheggia in mente con una certa frequenza, ogni volta che sento mio padre, di solito molto misurato nei toni e pacato nel comportamento, raccontare l’evento agli ancora ignari. Il cane sta crescendo, col passare del tempo, e le se dimensioni al garrese al momento assomigliano a quelle di un vitello, mi aspetto che aumentino ulteriormente, nei prossimi giorni, fino a raggiungere quelle di un sauro.

D’altronde, si sa, l’epica nasce da un fatto normale ingigantito, di bocca in bocca, di aedo in aedo, fino ad assumere valore di leggenda ed esempio, fino a penetrare nella conoscenza collettiva e a superare le dimensioni del tempo.

E il tempo trascorre anche qui come altrove, tra i sussulti dei giorni lavorativi e la calma rigenerante dei festivi. In casa giochiamo come al solito a ironizzare sugli avvenimenti per renderli più digeribili, aspettiamo l’epifania della padrona del cane ed io faccio opera di martellamento psicologico perché l’infortunato si decida a farsi fare una radiografia al dolorante coccige. Il ginocchio, sottoposto ad intense sedute riabilitative,  attraversa una felice fase di minimi miglioramenti che mi rendono più sopportabile il dolore e mi lasciano illudere che non siano, un’altra volta, fuochi fatui.

E il tempo si gonfia ancora di riflessioni, nelle ore di lettura rubate agli sconquassi della vita frenetica, tra due libri che da molto volevo leggere. Uno è un regalo di Pasqua giunto in anticipo, di Adriana Lotto, “Quella del Vajont”, biografia di Tina Merlin. L’altro è “Sulla pelle viva”, di Tina Merlin stessa perché alcune parole bisogna leggerle per conoscere, per sottrarle alle maree del tempo che fluiscono senza sosta e lavano gli arenili cancellando le impronte.

Anni prima del Vajont, qui nel fondovalle, un’altra cascata di furiosa acqua si era abbattuta, lacerando una diga e spazzando case, alberi e persone, rotolando dall’alto della montagna e sfogandosi dopo chilometri di terrore e morte. Se si sale, dopo una passeggiata poco impegnativa, fino a ciò che resta del manufatto, gli si può passare in mezzo, toccandone gli enormi monconi, squarciati nel centro della struttura. L’unico esempio al mondo di diga mista a gravità e archi multipli, la diga del Gleno, costruita in economia e incapacità, cedette in poco più di un mese dal primo invaso e procurò più di 350 vittime. Mia nonna e la mia prozia c’erano, quel giorno, e raccontavano di come l’acqua inghiottiva tutto, al suo passaggio, strappava via le persone che amavano, lasciando fango e macerie. Il tempo passa ma non bisogna dimenticare.

E il tempo si riempie di meraviglia, in luoghi rinati, come nel Museo di Santa Giulia a Brescia, enorme complesso che non ha bisogno di reperti per valere una visita perché è esso stesso un museo nel museo, con i suoi resti romani, i conventi longobardi e le chiese cinquecentesche che si sono stratificati, uno sull’altro, fino ad essere dimenticati per anni, invasi dalle galline e dai panni stesi nell’ortaglia, accanto agli antichi mattoni. Da qualche anno il complesso è stato recuperato, il sito è da poco entrato nel patrimonio dell’Unesco e ieri mattina, ancora una volta, io ero lì, a far correre la fantasia e ad immaginarlo attraversare un millennio. La guida era istrionica e lanciava ami di suggestione che si collegavano, di secolo in secolo, fino a formare quel filo conduttore che, dal passato, riporta al presente e indica la strada del futuro.

Io sono sempre stata affascinata da questo filo e vorrei poterne seguire il percorso con più attenzione, con più conoscenza, con più reverenza e meraviglia. Insieme a tante piccole curiosità è stato citato pure Foscolo, con i suoi Sepolcri, agganciato al filo del tempo, il cui oblio i Grandi travalicano e vincono, perché la signora, a cui il carme è dedicato, abitava giusto pochi palazzi più in là di Santa Giulia e aveva ospitato il poeta, impegnato nella stesura. Anche dalle colonne del Foro Romano da poco riaperto i secoli mi hanno guardato, ieri, ignari della mia esistenza poi però la mia giornata si è conclusa in meno grandiosità, davanti a Flight, di cui sconsiglio la visione in caso di utilizzo frequente degli aerei, che comprimono i tempi, sbeffeggiano i Grand Tour aristocratici d’antan e si spera arrivino indenni dove Icaro volle e non riuscì, fino a sopra le nuvole.

Buona settimana a tutti, buon utilizzo del tempo che abbiamo, che ci rimane, che non ci basta, che sprechiamo, che vorremmo, che attraversiamo indifferenti, che perdiamo, che elemosiniamo, che ricordiamo, che aspettiamo e soprattutto a chi, come pattylafiacca, affronterà un nuovo, affascinante, stimolante inizio.

febbraio 2, 2013

Legàmi

“…Pacificata in me ripeti antichi

moniti vani. E il tuo soggiorno un verde

giardino io penso, ove con te riprendere

può a conversare l’ anima fanciulla,

inebriatasi del tuo mesto viso,

sì che l’ ali vi perda come al lume

una farfalla. E’ un sogno

un mesto sogno; ed io lo so. Ma giungere

vorrei dove sei giunta, entrare dove

tu sei entrata

                     –ho tanta

gioia e tanta stanchezza!—

                                       farmi, o madre,

come una macchia della terra nata,

che in sé la terra riassorbe ed annulla.”

da Umberto Saba – Preghiera alla madre

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novembre 27, 2012

Umide perplessità

E’ proprio necessario dare un nome agli eventi naturali?

Cosa è questa moda recente all’americana di affibbiare nomignoli, presi a prestito dalla storia e dalla mitologia, ad ogni acquazzone? Dobbiamo per forza copiare tutto?

Cosa cambia tra il prevedere l’arrivo di Medusa  e l’informare, tramite i soliti canali, che una perturbazione dalle caratteristiche più o meno intense, si abbatterà sulla penisola nei prossimi giorni, come si è sempre fatto?

Dare un nome ad una tempesta la rende diversa? Più o meno ostile?

Ricominceremo tra poco a costruire are votive e a sacrificare agnelli agli dei per placarne le ire e mitigare la rabbia di Beatrice, Poppea o Caronte quando passano nel nostro cielo?

Sono state le nuvole che hanno chiesto di avere una carta d’identità?

Ma, soprattutto, chi (è il pirla che) sceglie il nome per primo? E in che modo lo comunica a tutti?

Si fanno conferenze stampa, ci si mette d’accordo tra meteorologi a cena la sera prima, si tira a sorte, si apre a caso il sussidiario delle elementari?

Sono sempre più reazionaria, rivoglio la poesia.

E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto.
Il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì e si chiuse, nella notte nera.

Il Lampo. G. Pascoli

novembre 13, 2012

Acidissima con il Flash Mob. 90.000 ore sprecate per 5 minuti di inutilità.

Metti che vivi a Roma centro e ti ci vogliono venti minuti ad andare e venti a tornare, via metro o tram, per arrivare a Piazza del Popolo. Oppure te ne stai in periferia e, tra una cosa e l’altra, passano un paio d’ore per raggiungere il luogo dell’appuntamento. Oppure ancora  sei di fuori e prendi  treno,  auto o  pullman ed ecco che quattro o cinque ore se ne vanno negli spostamenti.

Chiediamo aiuto al pollo e facciamo la media a sua maniera: possiamo dire che tre ore a persona per trentamila persone, così dicono i giornali, sono state impiegate per trovarsi in tempo a Piazza del Popolo, accendere i cellulari, ballicchiare tutti in gruppo per cinque minuti sulle notarelle di una musichetta che tra un anno nessuno ricorderà più e poi tornarsene a casa?

Novantamila ore uomo.

Novantamila ore uomo buttate alle ortiche per una cosa della quale io non riesco, neppure sforzandomi, a trovare il senso. Che cosa significa  un balletto di trentamila persone che non si conoscono neppure tra loro, che non hanno niente da chiedere né da esprimere, che sono lì solo perché è di moda? Che cosa lascia?

Non lo so. Il significato di questi raduni supera la mia capacità intellettiva e si perde lontano lontano nei luoghi a me inintelligibili, dove riposano fuori dalla mia comprensione, tra gli altri, i barattoli di alluminio che contengono merda d’artista, le trasmissioni della De Filippi, i libri delle sfumature, la zumba, le bambine di cinque anni con lo smalto alle unghie e il gnè-gnè nella voce, i bambini di dieci con in tasca il cellulare e cinquanta euro, le donne con le labbra rifatte e quelle con il piercing sull’avambraccio, gli uomini che riempiono gli spazi col potere dei soldi perché altri modi non conoscono.

Novantamila ore uomo svanite nel nulla.

Sapete cosa ci si potrebbe fare con novantamila ore uomo? Tantissimo, a seconda dei gusti.

Per esempio andarsene a passeggiare in un luogo lontano dalle vetrine dove ci sia la spiaggia, il lago, un fiume, quattro alberi o la pista ciclabile del paese che si perde tra campi di nulla. Oppure chiamare un amico che da molto si vorrebbe risentire ma non si trova mai il tempo per farlo, leggere un libro, ascoltare musica dal vivo, imparare qualcosa. Oppure dare una mano ad una persona sola e non del tutto autosufficiente a fare la spesa, dormire, giocare con un bambino, fumarsi in santissima pace una sigaretta, darsi un’occhiata dentro a rimirare le nostre parti belle e provare a sistemare quelle ammaccate, visitare un museo. Fare i conti e scoprire perché i soldi non bastano mai,  lavare l’auto di casa, fare qualcosa per i propri genitori, stare in silenzio, infilare la testa in un ricovero per anziani per quattro parole con chi aspetta che il mondo arrivi da lui perché al mondo non riesce più ad arrivare da solo, cucinare per sé o per gli altri qualcosa di buono. Oppure ancora fare l’amore, dipingere, sfogliare un fumetto, riordinare un cassetto, leggere un blog, portare a spasso il cane, farsi un giro in bicicletta, costruire qualcosa. Oppure proprio niente, ozio totale. Lo capirei, lo condividerei, ci troverei un significato all’ozio totale. Ogni tanto è sublime, l’ozio totale.

Novantamila ore di vita in cui si potrebbero aggiustare tante, tantissime cose.

Novantamila ore di vita immolate sull’altare del Gangnam Style.

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Constantinos Kavafis

novembre 11, 2012

Avrebbe dovuto essere un commento

Il blog di esercizidipensiero e’ stato uno dei primi che ho scoperto quando ho aperto il mio, qui su wordpress. E’ uno di quelli che leggo sempre, anche se in perenne ritardo, perché di questi tempi sono di corsa e recupero solo la domenica le fila delle mie abitudini.  Ho conosciuto l’autrice e mi piacerebbe avere la possibilita’ di rivederla perche’ è una persona con cui mi sono confrontata volentieri e lo farei ancora. E’ difficile trovare qualcuno con cui analizzare punti di vista diversi facendolo con le regole cavalleresche del gioco. E poi mi piace come scrive, trovo che di post in post migliori il modo in cui comunica se stessa, senza essere mai scontata.

Stamattina sono passata dalle sue parti e ho letto i post più recenti e i commenti e, per qualche strano meccanismo, mi sono soffermata su uno di essi a pensare ed è venuta voglia di commentare a me pure ma il commento si faceva lungo lungo, troppo lungo, e allora è diventato questo post, scritto come se fosse appunto un commento ma riposizionato qui, dove non usurpa spazio alle parole dell’autrice e rimane confinato tra i miei pensieri.

Sono figlia e nipote di insegnanti: a casa mia c’e’ stato un tempo in cui il 90% del parentame era in cattedra, nelle scuole di ogni ordine e grado. Ci sono stata anche io un anno in cattedra, mentre mi stavo laureando, per essere sicura che non stavo facendo errori a scegliere l’azienda; mi capita a volte ancora di insegnare, gratis, ai ragazzi che mi dicono: “sono senza speranza”.

E allora non insegno la materia, insegno ad imparare perche’ so come ci si sente, perché a me lo hanno spiegato, a casa, a volte a scuola – ma soprattutto a casa – come si fa, ad imparare perche’ la scuola esiste solo per qualche anno poi per il resto della tua vita sei da solo e devi scegliere se vuoi fermarti a quello che ti hanno spiegato fino alle medie o all’universita’ o vuoi proseguire e se prosegui devi essere capace di andare avanti in modo autonomo. Ho pensato se fare o non fare il concorso: non ho molto tempo libero per prepararlo ma potrebbe essere un’alternativa per il futuro perche’ si dimezzerebbe lo stipendio ma anche il tempo di lavoro.

Lo so che chi insegna protesta e dice che non e’ vero e che non si lavora solo 18 o 20 ore perche’ poi c’ e’ da preparare le lezioni, da aggiornarsi, le riunioni, i compiti da correggere. Pero’ queste cose, per la maggior parte, si possono fare a casa, secondo i propri ritmi; chi lavora in altri settori se ne sta fuori dieci, dodici ore al giorno e quando esce i negozi sono chiusi, il buio e’ calato, gli asili costano, i nonni non sempre ci sono, la spesa la si fa di sabato o domenica, le visite mediche sempre utilizzando le ferie e si dice “sissignore” perche’ si lavora sotto padrone. Devi essere sicuro che vuoi dire “sissignore” per 40 anni anche quando non ci credi, non sei d’accordo, e’ ingiusto.  A scuola il signore è l’insegnante e deve farsi capace di essere signore, illuminato ma regnante.

Non ho rimpianti, dicevo, perche’ anche se mi piace spiegare, fornire le chiavi di acceso alla comprensione, mi ricordo che su piu’ di 70 ragazzi tra i 16 e i 17 anni forse 5 stavano ad ascoltare, gli altri erano seduti dietro quei banchi come se fossero in transito, tra altre occupazioni e interessi, gli occhi spenti, la testa altrove. E poi ai colloqui arrivava la madre ubriaca di uno e alzava la voce, il padre di un altro a chiedere severita’ e se non basta ci penso io a castigarlo e dopo il castigo spariva di nuovo e ritornava a castigare al colloquio successivo e per il resto del tempo solo chiedeva “haifattoicompiti?” senza mai verificare o aiutare, la madre di un altro ancora a dire che il suo bambino  sedicenne studiava tutto il giorno mentre lei e il marito erano al lavoro e lui a casa da solo così bravo,così responsabile e perchè me lo bocciate e invece io lo vedevo nei bar del paese, e poi c’era quella arresa che confessava disperata che non sapeva proprio più cosa fare per suo figlio, che non la ascoltava mai ed era sempre in giro a fare cosa non si sa aiutatemi voi, e il ragazzino che ogni mese si metteva in tasca seicento euro, un po’ dal papà, un po’ dalla mamma, separati e in guerra, poi dalla nonna e dall’altra nonna e cosa te ne fai di tutti questi soldi li metti via per il motorino di sicuro ah no, te li spendi tutti in tante cose tanto il mese dopo te ne danno altri e spegnete il cellulare per favore…e mi viene in mente la fatica emotiva di quell’anno e il successo per aver catturato l’attenzione di uno che si era dato per fallito e messo insieme tutto no, niente concorso, resto tra i miei numeri e i miei materiali, ci ripenso tra qualche anno.

E poi, alla fine, ho ricordato me stessa da studente circondata da professori in gamba e da gente vergognosamente impreparata e incapace: io studiavo per due ragioni. La prima era quella di ottenere da loro un volto alto, perché la scuola in Italia e nel resto del mondo funziona che con i voti alti non hai problemi, anche se ti sei imparato tutto a memoria e non hai capito un tubo mentre con quelli bassi sono rogne. La seconda era che studiavo per me stessa, non per gli insegnanti o per la scuola, nonostante gli scioperi, le proteste, le aule fatiscenti, i traslochi di sede in sede, il materiale inesistente, quelli che ci davano del lei e parlavano ai muri perche’ nessuno li stava a sentire, quelli che regalavano indizi per seguire le strade dei libri…avrei potuto avere il caos intorno ma ho sempre pensato che fossi io sola la responsabile della mia educazione e gli insegnanti compagni di strada se ne avevano voglia altrimenti pace, mi sarei arrangiata…E poi i miei a scuola ci sono andati sempre, anche se ritenevano le leggi ingiuste, gli stipendi poco adeguati, le condizioni pessime, anche se stavano male; entravano in aula anche quando l’aula era quasi vuota e facevano quello che sapevano fare: trasmettere conoscenza. E mia madre restava alzata fino a dopo mezzanotte a correggere pacchi e pacchi di temi, di verifiche, per un tema anche un’ora ci passava perché ogni ragazzo, anche quelli meno dotati, meritava, per la sua prova, ascolto e risposte. E gli insegnanti che facevano così con me io li ricordo con gratitudine tutti, uno per uno, e disprezzo, come allora, quelli che regalavano gli otto, quelli che aprivano il giornale nelle ore di lezione, quelli che non si presentavano mai se appena appena c’era la voce di uno sciopero di qualunque sindacato, quelli che facevano politica in aula,quelli che non si ricordavano nemmeno come ci chiamavamo, quelli che insegnare era un lavoro di ripiego perché non avevano trovato di meglio, quelli di intelligenza poca e risorse caratteriali anche meno, quelli maleducati, quelli che rubavano il posto a chi insegnare lo ha scelto, per passione, e ancora resiste, nonostante tutto.

E poi penso che, se avessi un figlio, a scuola non so se lo manderei, ne’ pubblica ne’ privata. Forse sceglierei qualche insegnante di quelli innamorati dell’insegnare – li riconosci da come si illuminano loro gli occhi mentre spiegano – che, in ciabatte a casa propria, ogni tanto avesse voglia di arrotondare lo stipendio, qualche aio moderno per le materie piu’ difficili, e poi me lo porterei in giro a fare due passi nel bosco, il mio improbabile figlio, e, a casa, mi siederei con lui davanti ad un libro di scienze per dare un nome alle cose e ai processi che ha visto, e gli leggerei una storia dopo la merenda e mi fermerei a meta’ e gli direi inventalo tu un seguito, scrivilo sul quaderno, vediamo come ti viene che poi lo mettiamo in ordine e ci facciamo il tuo libriccino, col computer, certo che usiamo anche il computer, e gli facciamo i titoli belli e il carattere tipografico, dai che andiamo a vedere sul dizionario cosa vuol dire tipografico e poi sabato ti porto al museo della stampa così capisci bene.

E la matematica di base si impara anche con le monetine del portafoglio, e le lingue straniere con il figlio dei vicini che vengono da lontano e la musica con un flauto dolce da poche lire … insomma, io gli darei le chiavi, come le hanno date a me, per quello che so, per capire il mondo e gli darei lo sport e l’impegno in un gruppo di volontariato, per imparare a seguire le regole e a convivere con gli altri, non una gita scolastica e aule affollate di rumori di fondo e ragazzi sperduti in cui i versi delle poesie non li ascolta piu’ nessuno.

Fortuna che non ho un figlio: ne farei un disadattato, come sono stata io, per anni. Come ancora, probabilmente, sono.

ottobre 30, 2012

Pioggia a Madrid

Que llueva, que llueva
La Virgen de la Cueva
Los pajaritos cantan,
Las nubes se levantan.
¡Que sí, que no,
que caiga un chaparrón!
Que siga lloviendo,
Los pájaros corriendo
Florezca la pradera
Al sol de la primavera.
¡Que sí, que no,
que llueva a chaparrón,
que no me moje yo!
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