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aprile 11, 2013

Pochi minuti per ricordare

A lezione di spagnolo, il martedi sera, mi diverto, rido, vado in ansia quando si parla degli esami imminenti che l’insegnante ha cominciato a simulare.

A lezione di spagnolo mi è venuta voglia, per la prossima primavera, di fare un viaggio in Andalusia, dopo le letture, i racconti e i video sulla regione che hanno fatto da filo conduttore di febbraio e marzo.

A lezione di spagnolo non ho aperto bocca per un pezzo e, come me, nemmeno gli altri, dopo aver guardato questo video, in ricordo dell’attentato dell’11 marzo 2004 nella stazione di Atocha. A volte è più efficace far ricordare cosa è successo senza menzionare l’episodio in sè ma attraverso storie ordinarie di persone comuni, fino ad un istante prima. Inevitabilmente si realizza l’impatto devastante di cosa e’ accaduto senza bisogno di immagini forti o di cronache dettagliate. Solo il filo interrotto di vite identiche alle altre. Alle nostre.

http://www.youtube.com/watch?v=gOQnxndCTI4

marzo 24, 2013

Vuoi vedere che è di nuovo il leone?

Santa Giulia Brescia

Raccontare la famosa barzelletta del leone in dialetto procura maggiore soddisfazione ma è di più difficile interpretazione. In ogni caso  mi riecheggia in mente con una certa frequenza, ogni volta che sento mio padre, di solito molto misurato nei toni e pacato nel comportamento, raccontare l’evento agli ancora ignari. Il cane sta crescendo, col passare del tempo, e le se dimensioni al garrese al momento assomigliano a quelle di un vitello, mi aspetto che aumentino ulteriormente, nei prossimi giorni, fino a raggiungere quelle di un sauro.

D’altronde, si sa, l’epica nasce da un fatto normale ingigantito, di bocca in bocca, di aedo in aedo, fino ad assumere valore di leggenda ed esempio, fino a penetrare nella conoscenza collettiva e a superare le dimensioni del tempo.

E il tempo trascorre anche qui come altrove, tra i sussulti dei giorni lavorativi e la calma rigenerante dei festivi. In casa giochiamo come al solito a ironizzare sugli avvenimenti per renderli più digeribili, aspettiamo l’epifania della padrona del cane ed io faccio opera di martellamento psicologico perché l’infortunato si decida a farsi fare una radiografia al dolorante coccige. Il ginocchio, sottoposto ad intense sedute riabilitative,  attraversa una felice fase di minimi miglioramenti che mi rendono più sopportabile il dolore e mi lasciano illudere che non siano, un’altra volta, fuochi fatui.

E il tempo si gonfia ancora di riflessioni, nelle ore di lettura rubate agli sconquassi della vita frenetica, tra due libri che da molto volevo leggere. Uno è un regalo di Pasqua giunto in anticipo, di Adriana Lotto, “Quella del Vajont”, biografia di Tina Merlin. L’altro è “Sulla pelle viva”, di Tina Merlin stessa perché alcune parole bisogna leggerle per conoscere, per sottrarle alle maree del tempo che fluiscono senza sosta e lavano gli arenili cancellando le impronte.

Anni prima del Vajont, qui nel fondovalle, un’altra cascata di furiosa acqua si era abbattuta, lacerando una diga e spazzando case, alberi e persone, rotolando dall’alto della montagna e sfogandosi dopo chilometri di terrore e morte. Se si sale, dopo una passeggiata poco impegnativa, fino a ciò che resta del manufatto, gli si può passare in mezzo, toccandone gli enormi monconi, squarciati nel centro della struttura. L’unico esempio al mondo di diga mista a gravità e archi multipli, la diga del Gleno, costruita in economia e incapacità, cedette in poco più di un mese dal primo invaso e procurò più di 350 vittime. Mia nonna e la mia prozia c’erano, quel giorno, e raccontavano di come l’acqua inghiottiva tutto, al suo passaggio, strappava via le persone che amavano, lasciando fango e macerie. Il tempo passa ma non bisogna dimenticare.

E il tempo si riempie di meraviglia, in luoghi rinati, come nel Museo di Santa Giulia a Brescia, enorme complesso che non ha bisogno di reperti per valere una visita perché è esso stesso un museo nel museo, con i suoi resti romani, i conventi longobardi e le chiese cinquecentesche che si sono stratificati, uno sull’altro, fino ad essere dimenticati per anni, invasi dalle galline e dai panni stesi nell’ortaglia, accanto agli antichi mattoni. Da qualche anno il complesso è stato recuperato, il sito è da poco entrato nel patrimonio dell’Unesco e ieri mattina, ancora una volta, io ero lì, a far correre la fantasia e ad immaginarlo attraversare un millennio. La guida era istrionica e lanciava ami di suggestione che si collegavano, di secolo in secolo, fino a formare quel filo conduttore che, dal passato, riporta al presente e indica la strada del futuro.

Io sono sempre stata affascinata da questo filo e vorrei poterne seguire il percorso con più attenzione, con più conoscenza, con più reverenza e meraviglia. Insieme a tante piccole curiosità è stato citato pure Foscolo, con i suoi Sepolcri, agganciato al filo del tempo, il cui oblio i Grandi travalicano e vincono, perché la signora, a cui il carme è dedicato, abitava giusto pochi palazzi più in là di Santa Giulia e aveva ospitato il poeta, impegnato nella stesura. Anche dalle colonne del Foro Romano da poco riaperto i secoli mi hanno guardato, ieri, ignari della mia esistenza poi però la mia giornata si è conclusa in meno grandiosità, davanti a Flight, di cui sconsiglio la visione in caso di utilizzo frequente degli aerei, che comprimono i tempi, sbeffeggiano i Grand Tour aristocratici d’antan e si spera arrivino indenni dove Icaro volle e non riuscì, fino a sopra le nuvole.

Buona settimana a tutti, buon utilizzo del tempo che abbiamo, che ci rimane, che non ci basta, che sprechiamo, che vorremmo, che attraversiamo indifferenti, che perdiamo, che elemosiniamo, che ricordiamo, che aspettiamo e soprattutto a chi, come pattylafiacca, affronterà un nuovo, affascinante, stimolante inizio.

febbraio 26, 2013

Passeranno, sapete, i rumori del mondo.

Passeranno, sapete, i rumori del mondo. E poi torneranno ancora uguali per passare di nuovo.

Passeranno questi giorni, tra strepiti e clamori televisivi, lunghi discorsi e brevi sarcasmi; arriveranno volti nuovi a mischiarsi tra quelli ben noti e allora vedremo se i loro occhi si manterranno limpidi e le loro mani pulite o, piano piano, saranno anche essi ricoperti dai veli grigi del compromesso. Potremmo rialzarci e riguadagnare la posizione eretta, potremmo seguitare ad incespicare, potremmo cadere definitivamente e poi scendere giù, ancora più giù, verso un altro periodo di buio. Passeranno le occasioni per fare un buon lavoro e saranno colte, a volte, e calpestate, altrettante. Avremo innumerevoli momenti per scegliere di essere nuovi di zecca e altrettanti per rimanere uguali a noi stessi, perpetuando i nostri errori o creandone di nuovi.

Passeranno ancora sotto casa le persone del paese che, a piedi, in bicicletta o in auto – ma guidando piano – percorrono la distanza tra le proprie case e i seggi nella scuola qui, in fondo alla via. Durante la bella stagione pare quasi una festa andare a votare: la gente si ferma a chiacchierare volentieri. Si abita vicino ma non ci si vede spesso però di domenica non si ha fretta e il tempo pare stiracchiarsi tra la messa del mattino e la pigrizia del pomeriggio, sembra che duri di più. Le signore anziane e fresche di permanente passeggiano, a braccetto, con la carta d’identità e la scheda tra le dita, e le frasi scherzose su questo o quel partito interrotte dagli immancabili “ma lo sai chi è morto” – “ma non mi dire, anche lui”. Passano lente mentre le guardo dalla finestra e passano i miei insegnanti di scuola, i miei compagni delle elementari, e poi passano anche quelli che abitano dall’altro capo della vecchia statale e di solito scelgono altri vicoli per andare oltre il fiume. Sono passati sotto la neve e gli ombrelli, questa volta, ma mai in silenzio e si sono intrecciati commenti e saluti.

Passeranno anche loro, mentre il calicantus in giardino fiorirà ancora sotto i miei occhi e poi, forse, fiorirà anche quando io non lo vedrò più.

Passerà la mia casa e prima o poi sarà inghiottita dal disfacimento del tempo e nessuno ricorderà più i suoi rumori; passeranno le lotte per i suoi mattoni e le contese per i parcheggi davanti ai suoi cancelli; passeranno gli abitanti di questo quartiere, sostituiti dai figli e dai figli dei figli; di generazione in generazione cambieranno aspetto le facciate, la scuola lì in fondo, il paese, la valle. Passeranno i dolori più atroci e la solitudine e la mancanza e gli amori più intensi e felici e saranno coperti da risate di bambini e da nuove lacrime e da nuovi amori. Passeranno le ore, i giorni e gli anni in questo angolo di mondo come in tutti gli altri e qualcuno lassù forse continuerà a ridere – o a dolersi – della piccolezza dell’uomo.

Ma io sono qui, stesa sul letto, e leggo un libro.

Lo leggo da venerdi, quando l’ho ritirato in biblioteca, poche righe per riporlo subito dopo perché avevo troppo da fare. Lo leggo da sabato e da domenica, tra una faccenda di casa e una nuotata in piscina, poche pagine, interrotte da altri impegni. Lo leggo da ieri sera, il primo capitolo completato con gli occhi che si chiudevano dopo una giornata turbinosa. Lo leggo da questa mattina, in sala di lunga attesa ai prelievi del sangue, pedalando sulla cyclette, allungandomi sotto il piumone così stropicciato che pare un sacco. Lo leggo e ogni volta che devo chiuderlo è sempre più difficile: pare come se mi dovessi togliere il pigiama, vestire e aprire la porta di casa per affrontare una giornata di freddo pungente a lasciare il palcoscenico delle sue parole. Lo leggerò questa notte e mi addormenterò tardi e ancora domani lo leggerò, incatenata dal fascino di una storia nuova.

A volte mi chiedo se non sarebbe stato meglio vivere fuori dal mondo, stralunata e inebetita, incapace di cambiare una lampadina o di farmi  largo tra la folla, di superare gli imbarazzi e il male di esistere per sembrare normale agli occhi degli altri, di fare baccano per farmi ascoltare, di giocare ad ignorare i miei limiti fino a farmi male, di parlare e parlare per riempire il vuoto dell’inconsistenza dell’affanno dell’accumulo di denaro. E’ più facile trovare in un libro la grandezza dell’uomo.

Lasciarmi passare le ore persa in una buona trama e lasciarmi passare con loro.

Rebecca West, La famiglia Aubrey,  Mattioli Editore. Traduzione di Francesca Frigerio.

febbraio 23, 2013

Riboh. Occhio che è lungo, però questa volta la risposta mi serve alla svelta.

“Cosa voti? Per chi voti?”

Strano ma, fino a poco tempo fa, nessuno me lo aveva mai chiesto. Adesso me lo chiedono tutti, così, di punto in bianco, per sapere che parte farò nel definitivo disfacimento di questo Paese ridicolo che tutto avrebbe per essere un luogo in cui si può vivere bene e che tutto fa per rovinare se stesso. Una volta chiedere per chi si vota era una domanda rara. Era come parlare di soldi: in questo paese nessuno sa quanto guadagnano gli altri. Si opina, si presume, si favoleggia, si smentisce, si aspetta la guardia di finanza sotto casa. Vi dirò che non ho nulla in contrario alla pubblicazione della dichiarazione dei redditi per ogni cittadino italiano, così ci capiamo subito su come la penso.

Nel caso del credo politico comunque il tabù era meno forte e, oltre un certo grado di conoscenza, l’intimità creatasi o la foga nel sostenere le proprie idee durante i dibattiti lasciava uscire la dichiarazione. Voto sinistra, sono di destra, tanto di sinistra, al di là della destra. Così, una volta chiarito, le concioni alle cene tra amici o le chiacchiere al bar potevano riprendere, scevre dall’ombra del dubbio. In questo caso, per quanto mi riguarda, non vi dirò come la penso e non perché non voglia, quanto perché non saprei da che parte collocarmi.

Vi riassumo la faccenda: ci fossero ancora, voterei liberali. In mancanza, ho votato per anni un noto partito secessionista del nord di cui condividevo le idee parzialmente perché, tra i tanti partiti di cui condividevo le idee parzialmente, mi ero illusa che fosse composto di  persone che avevano voglia di rimboccarsi le maniche e darsi da fare, in modo onesto, per dare una sistemata qua e là. A distanza di tempo ho chiaramente capito che è stato un voto sprecato. Mi sono sempre suonati fastidiosi certi inni volgari e razzisti ma ho anche sempre pensato che servissero per raccogliere consensi in una certa fascia della popolazione e raggiungere così i luoghi in cui si possono cambiare le cose che non funzionano. Quando si vive in una valle montana a 50 km da una città e per raggiungere questa città ci si impiega più di un’ora in auto e un’ora e mezza in treno perché l’unica strada da cui ci si arriva è in condizioni pessime, e poi arriva qualcuno che dice “i soldi che guadagna la Lombardia ce li teniamo in Lombardia e mettiamo a posto le strade” una ci crede e si aspetta, poco tempo dopo le elezioni stravinte, che arrivino in massa pachere e asfalto per coprire le buche, luci per illuminare le gallerie buie in cui ogni anno qualcuno perde la vita, e piani logici per varianti che non vengano chiuse dopo pochi anni perché il terreno cede e l’acqua si infiltra.

Ecco, io avevo sperato ma, a distanza di anni, i posti presi dai rappresentanti del partito secessionista sono gli stessi prima occupati da altri e per arrivarci si sono seguite le stesse logiche, se non peggiori perché mascherate da proclami di onestà, di favori reciproci e raccomandazioni. Il denaro si spreca, le opere non vanno avanti, l’ignoranza e l’incapacità di chi occupa queste poltrone è spesso palese e la situazione degli immigrati, che non sono più gli italiani del sud, minaccia ormai passata in secondo piano, ma gli stranieri, è esplosa senza che il territorio fosse pronto a gestirla. E’ inutile pensare che si possano rispedire le persone a casa propria ed è anche profondamente ingiusto. Se avessi preso altre decisioni, tempo fa, forse sarei io la straniera in un Paese diverso dall’Italia, come lo sono stati per decenni gli abitanti di questa valle che partivano per la Svizzera, il Belgio, l’America. I corsi e ricorsi storici delle ondate migratorie verso nord, verso sud, verso est, verso ovest sono vecchie quanto la storia dell’uomo. Invece di combatterle, forse dovremmo accettarle e provare a organizzare mentalmente noi stessi, in primo luogo, e poi le nostre infrastrutture per accogliere e crescere insieme. Questo non implica che si debbano accettare l’aumento della criminalità o l’assistenzialismo immotivato, né per chi arriva, né per chi è nato qui ma, tra una persona e un delinquente ci sono chilometri e chilometri di distanza. Se l’occasione fa l’uomo ladro sarebbe meglio lavorare sul diminuire le occasioni che non sul riempire le carceri.

In ogni caso, non voterò più quel che rimane del partito secessionista del nord anzi, spero che stia tirando le cuoia e diventi solo un ricordo, visto che ha perso, ai miei occhi, anche i pochi motivi che aveva di esistere. Tale cambio di pensiero mi ha ripulito però mi ha anche lasciato davanti un bel vuoto. E adesso che faccio? A votare ci vado perché con la fatica che abbiamo fatto per avere il diritto di voto, non vedo perché dimostrare che non ce ne facciamo niente. Scheda bianca non la voto, perché non mi va che qualcuno scelga per me. Detto ciò, il dubbio resta.

Se mi siedo e rifletto per quel poco che so di politica -perché, lo confesso, l’argomento mi ha sempre annoiato a morte – metto a fuoco tre punti cardine. Sono stereotipati ma sono gli unici che ho.

Il primo è che, per certi versi, ho uno stile di vita tipico di una persona di destra: educazione borghese, tenore di vita piccolo borghese, pochi abiti, stile classico, ma firmati perché a me piace così, uno pseudo suv che ha sei anni e ne deve fare altri quindici prima che lo cambi, a meno che uno non decida che gli euro4 non possono più circolare, un lavoro da quadro in azienda, una incrollabile fiducia nell’utilità della meritocrazia e della proprietà privata.

Il secondo è che, per altri versi, credo di avere idee di sinistra.  Dico credo perché, quando parlo con chi viene dal mio stesso ambiente, mi accorgo che c’è sintonia di pensieri sulle cose di cui sopra ma c’è un immediato irrigidimento da parte del mio interlocutore quando dico, ad esempio, che la Chiesa dovrebbe puntare allo spirito e non al potere; che adozioni e fecondazione artificiale dovrebbero essere permessi a chiunque abbia un certo equilibrio psicologico indipendentemente dal suo stato di famiglia – e mi sembra già di essere severa, in questa selezione psicologica che introdurrei, dato che montagne di balenghi si riproducono quotidianamente per via naturale; che oltre al genere femminile e a quello maschile c’è anche quello neutro, così come in molte lingue anche in molte caratteristiche antropologiche e che perciò gli incroci da questo assunto derivanti possono essere molteplici, variabili e con pari dignità, diritti e doveri rispetto a quello di riferimento tra uomo e donna; che la sanità di base e la scuola di base devono essere pubbliche e funzionanti, ma veramente funzionanti e con retribuzioni decenti per chi ci lavora, e che quelle private possano essere un’alternativa, non la regola. E, prima ancora di occuparci di queste riforme, ci sarebbe da sistemare non solo sulla carta e nella pubblicità la faccenda della disparità di trattamento tra uomo e donna e non me ne frega niente se le donne comandano in casa. Le donne comandano in casa perchè fa comodo agli uomini così non devono sbattersi loro in faccende che paiono a basso valore aggiunto – e non lo sono – e confinate nello spazio. Fuori casa le donne hanno margini di azione limitatissimi. Le donne devono, se ne hanno le capacità e le competenze, poter comandare anche fuori ma non perchè sono donne ma perchè sono capaci. E devono avere, a parità di mansione, la stessa busta paga. E i bambini continueranno a farli le donne, meglio rassegnarci tutti, e facciamo in modo di accelerare il rientro al lavoro, se è questo il problema, creando infrastrutture e reti sociali che possano aiutarle. E basta usare termini come “cazzo, figa, troia” e bestemmioni alle riunioni di lavoro. Non fa manager, non fa uomo vero: fa tristezza. Scusate, sto deragliando ma era tanto che non vi ammorbavo con i miei ragionamenti femministi. Volevo dire che sono convinta però che la sinistra italiana non avrà mai, con le persone che la rappresentano oggi, il coraggio di attuare queste riforme quindi non la voto.

Il terzo è che, da ingegnere, ho più fiducia nei tecnocrati che nei politici ma no, non voglio votare Monti. L’avrei fatto, forse, prima della campagna elettorale. Negli ultimi mesi il tecnocrate si è trasformato in politico, contagiato anche lui da questo morbo incurabile di paraculismo, dibattiti, battutine e presenzialismo. Io credo che una persona, prima di avere accesso alla gestione della cosa pubblica ad un certo grado, dovrebbe aver avuto esperienze  a gradi minori e crescenti. Se deve gestire le infrastrutture forse sarebbe meglio se fosse un ingegnere edile di comprovata esperienza che sappia però di amministrazione aziendale. Se deve fare il ministro della salute sono sicura che sarebbe buona cosa se provenisse dall’ambiente e magari avesse diretto un’azienda sanitaria per qualche tempo, dimostrando di saper far quadrare i conti senza uccidere i pazienti. Potrei fare altri esempi: il concetto, nella mia testa, è che prima si inizia con il piccolo, nel privato, poi si passa al pubblico, sul territorio, poi alla regione, poi allo stato, bilancio di esercizio alla mano come principale presentazione  cardine della campagna elettorale. Non importa che sia laureato o no: certe persone passano anni sui libri ma non imparano niente, altre, dall’osservazione della realtà, apprendono moltissimo. L’importante è che sappiano fare. Nella mia testa il tecnocrate lavora e risolve a bocca chiusa. La apre solo una volta ogni trimestre, quando presenta i numeri e un ente trasversale, apartitico e apolitico, glieli controlla. Ne ho infinitamente piene le scatole delle parole dei politici però di tecnocrati ce ne sono pochi e, dato che quelli bravi magari sono anche saggi, se ne stanno a casa propria ad amministrare la cosa privata, così hanno meno rogne e meno riflettori addosso.

Dati questi tre assiomi, da cui non mi schiodo, lunedì mattina, quando andrò a votare, dove la metto la croce? Io mi guardo intorno ma non vedo nessuno che possa rispondere alle mie richieste. Ho sbagliato per anni, mi piacerebbe non sbagliare più.

Nelle ultime due settimane, dopo aver ignorato per mesi il movimento 5 stelle, ho letto articoli, ascoltato i discorsi e riflettuto su questa possibile scelta. Condivido il desiderio di fare piazza pulita del vecchio e ne ho una voglia matta di levarmi di torno certe facce, vere o rifatte che siano però ho già dato ad un partito, che professava democrazia con toni non democratici, che voleva cambiare tutto e alla fine ha solo peggiorato le cose. Ero lì lì seriamente per decidere per un sì poi ho letto che Dario Fo e Celentano hanno dato il proprio appoggio al partito. Celentano forse l’avrei sopportato: lo trovo qualunquista da una ventina di anni ma le sue canzoni mi sono sempre piaciute, lo avrei scusato a metà. Dario Fo invece non lo capisco: non afferro proprio quale possa essere stato il grande suo contributo all’umanità. Non parlo di soldi, beneficenza, impegno. Parlo di idee. Sono come i quadri di quel tipo che faceva i tagli nelle tele o come i libri di Bret Easton Ellis. Sono al di là della mia capacità di comprensione; siccome non lo capisco, così non capisco da dove possa essere venuto il suo appoggio a Grillo e, siccome Fo non mi piace, non voterò Grillo. Mi sembra abbastanza maturo come ragionamento.

No, Berlusconi non se ne parla, anche perché, oltre al fatto che della sua incapacità ha già dato prova non si sa, con tutta quella gomma, se si è candidato lui o il suo avatar. Dei più piccoli e più o meno nuovi no so niente.

Quindi, o mi chiarisco le idee mentre faccio fisioterapia sulla cyclette, o voto Radicali, perché a me piace Emma Bonino.

Non mi va nemmeno un po’ non aver chiare le idee. Sapete che è molto grave che una persona di quaranta anni, di buona cultura, discreta intelligenza e poca modestia, non abbia le idee chiare su una questione così seria come la decisione di chi scegliere per essere rappresentata al Governo? E quelli che mi chiedono in questi giorni “per chi voti?” per chi voteranno veramente? Cambieranno mai le cose? Cambieremo mai le cose?

dicembre 4, 2012

Dopo tanta attesa

L’ho piantata cinque anni fa, forse piu’, dopo averne vista una fiorita di grossi boccioli rosa in un febbraio in cui ogni colore assumeva sfumature di grigio, di inverno freddo e immobile.
Lei era la’, in un giardino sulle sponde del lago della culla, dove andavo spesso a camminare, prima di ritrovarmi con un ginocchio inutile, lei era una macchia viva e sfrontata. Ho pensato che avrei potuto avere fiori in giardino anche da lei, non solo dal calicantus, quando il mondo dorme in attesa della primavera e ne ho comprato un esemplare e l’ho piantato.

Cinque anni di attesa, senza un fiore, con le foglie malate, con il dubbio stesse soffrendo, con le cure di chi ha provato a farla stare bene. Le ho messo poco lontano la rosa verde, che invece continua a produrre infiorescenze indistinguibili, imperterrita e comoda nel suo angolo. Ho pensato di porre fine al tentativo, bruciandola nel camino, poi mi sono detta che era forse solo una questione di tempo. Certi fiori, come certe persone, hanno bisogno di piu’ tempo degli altri.

Domenica pomeriggio, mentre le passavo accanto, ho visto qualcosa di strano con la coda dell’occhio. Credevo fosse una carta di caramella, tante ce ne buttano nel prato i ragazzi che vanno a scuola in fondo alla strada, perche’ le carte bruciano sul fondo delle tasche, anche solo per pochi metri, bisogna liberarsene presto.

Invece no. Mi sono avvicinata e ho visto un fiore dischiuso. E poi altri boccioli in arrivo. E se a voi questi piccoli gusci sembrano poca cosa, a me invece pare moltissimo. A me invece sono sembrati bellissimi, questi petali rosa della mia camelia invernale.

Camelia invernaleRosa Verde

novembre 27, 2012

Umide perplessità

E’ proprio necessario dare un nome agli eventi naturali?

Cosa è questa moda recente all’americana di affibbiare nomignoli, presi a prestito dalla storia e dalla mitologia, ad ogni acquazzone? Dobbiamo per forza copiare tutto?

Cosa cambia tra il prevedere l’arrivo di Medusa  e l’informare, tramite i soliti canali, che una perturbazione dalle caratteristiche più o meno intense, si abbatterà sulla penisola nei prossimi giorni, come si è sempre fatto?

Dare un nome ad una tempesta la rende diversa? Più o meno ostile?

Ricominceremo tra poco a costruire are votive e a sacrificare agnelli agli dei per placarne le ire e mitigare la rabbia di Beatrice, Poppea o Caronte quando passano nel nostro cielo?

Sono state le nuvole che hanno chiesto di avere una carta d’identità?

Ma, soprattutto, chi (è il pirla che) sceglie il nome per primo? E in che modo lo comunica a tutti?

Si fanno conferenze stampa, ci si mette d’accordo tra meteorologi a cena la sera prima, si tira a sorte, si apre a caso il sussidiario delle elementari?

Sono sempre più reazionaria, rivoglio la poesia.

E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto.
Il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì e si chiuse, nella notte nera.

Il Lampo. G. Pascoli

novembre 13, 2012

Acidissima con il Flash Mob. 90.000 ore sprecate per 5 minuti di inutilità.

Metti che vivi a Roma centro e ti ci vogliono venti minuti ad andare e venti a tornare, via metro o tram, per arrivare a Piazza del Popolo. Oppure te ne stai in periferia e, tra una cosa e l’altra, passano un paio d’ore per raggiungere il luogo dell’appuntamento. Oppure ancora  sei di fuori e prendi  treno,  auto o  pullman ed ecco che quattro o cinque ore se ne vanno negli spostamenti.

Chiediamo aiuto al pollo e facciamo la media a sua maniera: possiamo dire che tre ore a persona per trentamila persone, così dicono i giornali, sono state impiegate per trovarsi in tempo a Piazza del Popolo, accendere i cellulari, ballicchiare tutti in gruppo per cinque minuti sulle notarelle di una musichetta che tra un anno nessuno ricorderà più e poi tornarsene a casa?

Novantamila ore uomo.

Novantamila ore uomo buttate alle ortiche per una cosa della quale io non riesco, neppure sforzandomi, a trovare il senso. Che cosa significa  un balletto di trentamila persone che non si conoscono neppure tra loro, che non hanno niente da chiedere né da esprimere, che sono lì solo perché è di moda? Che cosa lascia?

Non lo so. Il significato di questi raduni supera la mia capacità intellettiva e si perde lontano lontano nei luoghi a me inintelligibili, dove riposano fuori dalla mia comprensione, tra gli altri, i barattoli di alluminio che contengono merda d’artista, le trasmissioni della De Filippi, i libri delle sfumature, la zumba, le bambine di cinque anni con lo smalto alle unghie e il gnè-gnè nella voce, i bambini di dieci con in tasca il cellulare e cinquanta euro, le donne con le labbra rifatte e quelle con il piercing sull’avambraccio, gli uomini che riempiono gli spazi col potere dei soldi perché altri modi non conoscono.

Novantamila ore uomo svanite nel nulla.

Sapete cosa ci si potrebbe fare con novantamila ore uomo? Tantissimo, a seconda dei gusti.

Per esempio andarsene a passeggiare in un luogo lontano dalle vetrine dove ci sia la spiaggia, il lago, un fiume, quattro alberi o la pista ciclabile del paese che si perde tra campi di nulla. Oppure chiamare un amico che da molto si vorrebbe risentire ma non si trova mai il tempo per farlo, leggere un libro, ascoltare musica dal vivo, imparare qualcosa. Oppure dare una mano ad una persona sola e non del tutto autosufficiente a fare la spesa, dormire, giocare con un bambino, fumarsi in santissima pace una sigaretta, darsi un’occhiata dentro a rimirare le nostre parti belle e provare a sistemare quelle ammaccate, visitare un museo. Fare i conti e scoprire perché i soldi non bastano mai,  lavare l’auto di casa, fare qualcosa per i propri genitori, stare in silenzio, infilare la testa in un ricovero per anziani per quattro parole con chi aspetta che il mondo arrivi da lui perché al mondo non riesce più ad arrivare da solo, cucinare per sé o per gli altri qualcosa di buono. Oppure ancora fare l’amore, dipingere, sfogliare un fumetto, riordinare un cassetto, leggere un blog, portare a spasso il cane, farsi un giro in bicicletta, costruire qualcosa. Oppure proprio niente, ozio totale. Lo capirei, lo condividerei, ci troverei un significato all’ozio totale. Ogni tanto è sublime, l’ozio totale.

Novantamila ore di vita in cui si potrebbero aggiustare tante, tantissime cose.

Novantamila ore di vita immolate sull’altare del Gangnam Style.

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Constantinos Kavafis

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