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maggio 7, 2013

Nessuna cosa è perduta

Detesto perdere gli oggetti. Mi innervosisce talmente tanto che il livello di controllo conscio o inconscio che imposto su quelli che mi appartengono è molto elevato. Di solito, per esempio, palpo il portafoglio e il cellulare periodicamente, mentre sono fuori, con un semplice tocco delle dita nella borsa, o nella tasca o con un più energico rivoltamento di ciò che eventualmente li occulta. Un tizio, recente ma sporadica frequentazione, mi disse che da lontano mi aveva riconosciuto in aeroporto perché avevo le mani infilate nello zaino a frugare.

Questi sfoghi di ansia, quando li metto a fuoco, mi infastidiscono: li considero come manifestazioni di insicurezza anche se, a pensarci con indulgenza, mi fanno anche sorridere e, tutto sommato, con il passare degli anni, queste incursioni stanno diminuendo. Ognuno ha diritto alle sue piccole manie.

Uno dei vantaggi dell’aver digitalizzato – e scartato -molto materiale è che documenti, foglietti, liste e – ultima frontiera –  carte fedeltà, sono finiti nelle app del telefonino: una volta controllato che quello ci sia, posso fare a meno di accertarmi ogni dieci minuti che il biglietto aereo non sia scappato, che quello del treno non si sia incamminato con le sue gambe verso la meta, che la prenotazione del’albergo non abbia deciso di farsi un giretto aprendosi le zip delle borse e i bottoni delle giacche. Avere meno oggetti intorno ha significato diminuire, drasticamente, le ansiogene verifiche ispettive.

Il lato positivo della faccenda è che di oggetti ne ho persi veramente pochi: l’orologino della prima comunione mentre ero a Verona quando avevo dieci anni – episodio che ha causato singhiozzi e disperazione epici – un cappellino bianco e rosso che è volato via su una strada statale marchigiana quando ho sporto troppo il viso fuori dal finestrino dell’auto – giochi da bambina di pochi anni – un libro illustrato di Biancaneve che non so proprio, ma nemmeno per idea, che fine abbia fatto: non lo vedo dal tempo delle elementari. Tutto qui, direi, in quarant’anni.

La settimana scorsa, perciò, quando all’Hermitage di Amsterdam mi sono accorta che non trovavo più la sciarpina, mi sono stupita. Di solito io ho completa fiducia in me stessa. Come avevo fatto a perdermela per strada? Ricostruendo gli eventi, ho immaginato che, fosse successo mentre me ne stavo sprofondata, esausta, su un divanetto nella hall, accanto al museumshop, a ripigliare fiato. Rialzandomi velocemente, la sciarpina deve essere caduta, senza che la vedessi: la mia attenzione era attratta da altro. Non era una sciarpina di valore ma una di quelle sei o sette che comprai a Chichicastenango, in Guatemala, qualche anno fa. Se ne possono trovare di identiche nei negozietti o sulle bancarelle che vendono etnico dappertutto ma le mie possiedono ancora il profumo del copal che riannuso, ogni volta che me le avvicino al naso, anche se la traccia olfattiva non proviene dal tessuto ma dalla mia memoria. Era la sciarpina più abusata: quella infilata in auto nel portaoggetti, per ogni emergenza, quella nei toni del blu che va bene con tutto, quella presa e stropicciata e cacciata in valigia all’ultimo momento, quella che, tra tutte, era la prima che avrei potuto perdere. Ho chiesto al guardaroba, ho chiesto alla Security ma, dopo una ventina di minuti dal fatto, ho desistito, senza apparente sofferenza, e ho abbandonato il luogo.  Addio, sciarpina perduta.

La sera, dopo la doccia e il ritorno della sensibilità nelle dita dei piedi, dopo tanto girovagare, seduta sul divano del cottage, con le anatre  che passeggiavano avanti e indietro sul canale che scorreva lì accanto, ho pensato che, gusto come ultimo tentativo, avrei potuto mandare una email al Museo, chiedendo se, in caso di ritrovamento, avrebbero potuto, a mie spese, spedirmi l’oggetto. Proprio così, senza particolare aspettativa di successo.

L’oggetto è stato ritrovato in due giorni, infilato in un busta e spedito in Italia, la settimana scorsa, dopo le vacanze per la festa della Regina ed è giunto a me ieri, sano e salvo. Non si preoccupi, glielo mandiamo noi “as a service”, mi hanno scritto, “and Best Regards”.

La sciarpina è stata ritrovata, il museo Hermitage di Amsterdam mi ha regalato un esempio di gentilezza raro, di questi tempi, e voi adesso potete prendermi in giro o, meglio, confortarmi con aneddoti simili con i quali io possa capire che non sono l’unica che coltiva amorevolmente, come un’aiuola fiorita, le proprie manie.

marzo 17, 2013

Pensierini

Madrid, che mi ha di nuovo ospitato per tre giorni la settimana scorsa, è sempre affascinante. Piena di persone di tutte le età che invadono le strade e i locali e li animano di chiassosa allegria insegna a sdrammatizzare e a godersi la vita, dopo le ore di lavoro. Madrid, d’altro canto, sembra una città sotto assedio: la polizia aumenta; è ovunque, nelle zone centrali, e, quasi ogni giorno, ci sono manifestazioni più o meno pacifiche. I mandorli e i pruni sono in fiore, incuranti degli scampoli di inverno, ma l’atmosfera, nell’aria, è preoccupata e chi ha un lavoro dice, sempre più spesso, “per fortuna”.

Mentre ero lì, sono riuscita a vedere in diretta l’annuncio dell’Habemus Papam – che mi è parso pronunciato con un tono di felicità particolare – e le prime parole di Papa Francesco. Io sono cattolica, non praticante. Credo che esista un inizio e una fine e che queste coincidano in una sorta di circolo. Credo esista qualcosa che la nostra mente non può intelligere, credo che tutto ciò che l’uomo fa per avvicinarsi a questa cosa scivoli, nella maggior parte dei casi, nell’idolatria, più che nella spiritualità. Per cui, anche se per forza di cose molte idee del nuovo Papa saranno lontane dalle mie convinzioni, fin dalle sue prime parole a me è parso che la sua dimensione umana, la sua capacità di essere diretto e semplice e il suo disdegno per quello che luccica siano un punto di partenza insperato.

Pattylafiacca lancia buone idee e io le raccolgo e aderisco al sabato del tortello. Con l’occasione di un impegno mattutino in zona, ho seguito i consigli, pranzato felicemente, fatto scorta di pasta fresca, visto finalmente Borghetto dal Ponte Visconteo e il Ponte Visconteo da Borghetto. Per aggiungere una postilla alle parole di Patty, direi che la sbrisolona di quel negozietto lì è migliore di quelle che ho comprato a Mantova. Pausa gastronomica e sguardo che spazia sulle colline verdi e fresche per riposare la mente e, come si suol dire, staccare la spina.

Ieri sera, a casa, le ore si sono movimentate un poco. Mentre stava passeggiando verso un luogo in cui si sarebbe tenuto un concerto, mio padre è stato aggredito da un cane sfuggito al controllo della sua padrona. Il risultato è stato un paio di pantaloni rotti, – per fortuna il cane aveva una museruola a cinghia sul muso – una gran botta al coggice perchè l’animale lo ha fatto cadere, quando si è avventato abbaiando furioso contro di lui, e molto, molto, molto spavento. Dopo il controllo della guardia medica e il ritorno di pressione e pulsazioni a valori meno preoccupanti, sono iniziati gli interrogativi etici. L’animale proviene, sembra, dal canile; non conosco ancora la sua storia ma, se un animale reagisce in modo inatteso e immotivato così, lanciandosi contro un passante al di là della strada, qualcosa di poco piacevole deve essergli accaduto. Sembra anche che non sia la prima volta che la sua attuale padrona abbia avuto problemi a gestirlo. Ora, se si andasse dai carabinieri a sporgere denuncia, il cane sarebbe soppresso? Se non si andasse dai carabinieri il cane potrebbe risultare pericoloso per altre persone?

Questa mattina, con una preziosa collaboratrice e supervisora, ho riempito qualche cassetta di terra, ci ho sparso sopra qualche semino e ho dato il via al mio primo esperimento di coltivazione diretta, anzi,di micro coltivazione diretta limitata al terrazzo, causa pericolo altissimo di inondazioni di pipì di gatto in giardino. Ho piantato poche cose che dovrei riuscire a non uccidere: insalatina, rucola, ravanelli e basilico. Se funziona i prossimi esperimenti saranno: pomodori, lattuga, carote, melanzane e erba cipollina.

I mei amici che si sono trasferiti alle Seychelles e hanno iniziato a gestire lì un albergo l’autunno passato sono stati intervistati per l’edizione locale del Corriere della Sera che oggi ha pubblicato un lungo articolo su di loro. Galeotto fu il corso di inglese e grande il loro coraggio: le cose stanno andando benissimo e, prima o poi, credo sarà doveroso andare a verificare di persona come se la passano. Un sacrificio ma, per gli amici, questo e altro. L’articolo invece contiene alcune imprecisioni, non solo linguistiche, ma anche di cronaca. Insomma, la solita storia secondo la quale i fatti si svolgono in un certo modo e chi scrive ci ricama su. Se è un romanziere fa benone, se è un giornalista non sta facendo correttamente il proprio mestiere.

Ogni volta che la mia testa tocca il cuscino, io non so più quando riuscirò a svegliarmi: oggi pomeriggio credo di aver dormito più di tre ore. La cosa positiva è che mi sono sparite le occhiaie e che ho ancora sonno, quindi dormirò anche stanotte. Quella negativa non la trovo.

Lunedi è dietro l’angolo e, con lui, la solita montagna russa di cose da fare. Buon inizio settimana a tutti.

marzo 12, 2013

Budino con i grumi

La mia vita, in questo periodo, assomiglia ad un budino con i grumi. A me il budino piace moltissimo ma, da preparare, è fetente. Non ti puoi distrarre un attimo che, pur avendo da subito sciolto bene tutto, si formano immediatamente palline di farina e zucchero o di polvere già preparata che si avvicinano al mestolo e risalgono su, per il manico, accomodandosi nell’incavo del cucchiaio e a nulla vale continuare a rimestare e prendere la frusta. Vincono i grumi.

Ho fisioterapia tre volte a settimana, di solito nella seconda parte del pomeriggio di lunedi, mercoledi e venerdi. Ogni volta ho sedute che oscillano tra le due, di rado, e le tre ore, più spesso. Martedi e giovedi dovrei andare in piscina a proseguire la riabilitazione – tra ire et redire due ore se ne vanno in un soffio e non sono neppure sufficienti ma altri decidono per me in questo caso: l’impianto chiude  e mi cacciano fuori. Devo dimagrire, tanto, e dovrei fare esercizio aerobico quotidiano, qualunque cosa non preveda la posizione eretta: cyclette e nuoto. Ho la domenica per il secondo e scampoli di quarti d’ora per il primo ma non bastano. Dovrei stare a casa e concentrarmi solo su me stessa ma non posso. La mutua, più che richiedibile in questo caso, mi costringerebbe ad osservare gli orari di visita fiscale sette giorni su sette. L’infortunio l’avevo chiuso dopo otto giorni dal trauma, mai più immaginando che sarebbero passati due anni senza guarigione. Non lo riapro, non avrebbe senso.

Sto ritagliando le attività di cui sopra all’interno di un orario lavorativo normale che, sottoposto a queste variazioni, si allunga e si restringe a fisarmonica perchè gli straordinari non me li pagano più da dieci anni e se c’è da fermarsi, ci si ferma, come è giusto che sia dopo un certo livello di inquadramento nel quale si suppone ci siano, a forfait, almeno venti ore di lavoro al mese in più rispetto a quelle ufficiali.

Ho chiesto il part time, presa dalla disperazione, la settimana scorsa.  I capi erano d’accordo, l’ufficio del personale no, lo ha dichiarato incompatibile con l’alta responsabilità della mia posizione. La mia posizione non ha nessuna altitudine: sono un quadro di basso livello, giro intorno ad uno stipendio superiore a quello di un operaio non specializzato o di un impiegato medio, non certo grazie alla laurea o ad un mazzo tanto ma, principalmente, a tre cambi di lavoro in dodici anni, uno dei pochi modi per una donna che lavora in azienda e che gioca pulito di ottenere duecento euro in più lordi una volta ogni tanto. Sono cinque anni che non vedo un aumento che non sia quello contrattuale del settore metalmeccanico. Non ho prospettive di carriera nel breve o nel medio termine, non sto imparando niente di nuovo e non ci sono progetti all’orizzonte o, meglio, se ce ne sono non sono per me. Prendi permessi non retribuiti, mi hanno detto.

Una collega ha avuto purtroppo un serissimo problema di salute, qualche giorno fa, e rimarrà assente per molto e, tra i miei salti mortali, c’è stata pure qualche ora per supplirla, visto che in pochissimi sanno cosa lei faccia. Io non volevo il part time per lavorare di meno: io avrei voluto il part time perchè ho un’esigenza di salute che in questo momento ha la priorità su qualunque cosa ma non so cosa fare e come fare per gestirla nel modo corretto senza diventare matta. Comincio ad essere troppo vecchia per fare i salti mortali.

Non ho il tempo di preparare l’esame di spagnolo C1 per maggio, è meglio che me lo levi dalla testa e rimandi il progetto a novembre. Mi dispiace, è un’occasione sprecata. Non ho tempo per leggere, non ho tempo per vedere gli amici, non ho tempo per questo blog e scrivere mi manca, non ho tempo per rispondere alle email, non ho tempo per leggere i vostri, di blog, o, se li leggo, lo faccio con tale velocità che non mi vengono neppure in mente i commenti; per fortuna vado in piscina: lì, insieme al movimento, mi lavo anche e almeno questo è fatto senza ore aggiuntive.

Ho il fine settimana, corto e velocissimo, per tirare il fiato e recuperare il sonno ma non basta: lo spreco quasi tutto in ore catatoniche. Mercoledi riparto per lavoro, vado a fare una cosa che mi piace ma saranno di nuovo cinque giorni di interruzione delle terapie. E il ginocchio fa sempre male, ad ogni passo. Sommo al bruciore fisico il nervosismo e il malumore che crescono, la consapevolezza che sto facendo troppe cose e tutte male ma anche quella che non ho possibilità di rallentare. Mi invade una sensazione di prigionia che mi fa mancare il fiato e mi spinge alla ribellione.

Allora occupo i pochi minuti liberi che ho per leggere di gente che ha mollato tutto, ha mandato a farsi benedire il sistema precostituito e ha trovato l’energia e il coraggio per ricominciare da capo, seguendo la passione e non il denaro.  Poi penso che c’è gente che fatica molto più di me, con lavori più umilianti, in situazioni di salute molto più critiche  e per procurare da mangiare ai propri figli e mi dico di smettere di essere immatura.

Però non mi convinco, non funziona, non dura. A me gli altri interessano dopo: prima vengono le mie esigenze, se non sto bene.

Sto solo sopravvivendo, in queste settimane; lo farò anche per le prossime, ed è un enorme spreco di energia, continuare a sciogliere i grumi, uno dopo l’altro, mentre si riformano.

Forse sarebbe meglio togliere il padellino dal fuoco.

dicembre 31, 2012

Atterraggi, decolli e il terzo desiderio per l’anno che viene

S illuminata

arà che quest’anno, più di ogni altro, è nato all’insegna del viaggio – il 31 dicembre l’anno scorso ero in volo verso il Messico - e sotto la stessa bandiera è proseguito fino alla fine – venerdì notte sono tornata da un’altra breve trasferta a Madrid. Sarà che sta passando il testimone ad un gennaio altrettanto movimentato. Sarà che sono sempre in giro sia per piacere che per lavoro e la disposizione d’animo nei due casi è abbastanza diversa e mi suscita reazioni opposte. Sarà che invecchiando mi stanno scappando la pazienza e la capacità di aspettare  ma mai come adesso mi piacerebbe trascorrere un giorno in un aeroporto, non da viaggiatrice ma da osservatrice, per capire la logica che si nasconde dietro l’organizzazione di questi spazi.

Non mi dispiace l’automobile, non fosse che a volte, dopo un giorno in giro, sono stanca e guidare può essere un peso; il camper è per me un mezzo di vacanza naturale e ovvio; la nave mi serve per attraversare le acque e trovo poco attraenti le crociere; il treno è meraviglioso, col suo oscillare e il tempo per leggere; l’aereo è veloce, la bicicletta e le mie gambe sottoutilizzate ma non è mai troppo tardi per sfruttarle, come ho imparato lungo il Cammino di Santiago. Ogni mezzo è buono, pur di viaggiare.

Però io non capisco ancora perché, per prendere un aereo, ci siano tempi morti di una lunghezza e di una insensatezza estenuanti. Dove posso adesso faccio il check-in on line e ho sperimentato, per le compagnie che me lo consentono, la carta di imbarco digitale. Il bagaglio è a mano e anche questo mi fa risparmiare tempo.

Gli aeroporti però non sono vicinissimi, ci si deve sempre arrivare presto, molto presto, le sedie sono poco confortevoli, il rumore dilaga, ma parte o non parte e se parte quanto ritardo ha, le finestre non si aprono e i ricambi d’aria sono artificiali, ogni volta io e le mie cose veniamo scandagliate, frugate, passate ai raggi,  c’è sempre coda per entrare ai gate di gente a piedi nudi con le mani colme di oggetti, c’è coda pure per imbarcarsi anche quando i posti sono già assegnati, anzi, si forma appena spunta l’addetto alle procedure di  controllo anche se l’aereo non è ancora arrivato, e poi c’è la coda  per prendere il pulmino, sulle scale fredde, e quella in piedi, nel corridoio stretto tra i sedili in attesa che ogni cosa venga sistemata sulle cappelliere e che la fila umana proceda, un passo alla volta, verso la sistemazione finale, i rollii sulle lunghissime piste, il cibo carissimo e pieno di conservanti dei punti ristoro e il tempo perso ad aspettare prima e dopo che trasforma un volo di due ore in una faccenda di sei.

Io vorrei per l’anno che viene un aereo simile ad un treno: arrivi venti minuti prima, validi il biglietto ad una macchinetta che capisce chi sei e ti dice anche buongiorno, benarrivata, passi sotto uno scanner che in un colpo solo dia un’occhiata a te e al tuo bagaglio, se hai cose proibite non sali e aspetti il volo successivo e la prossima volta leggi meglio le indicazioni, molli la valigia ai piedi dell’aereo all’addetto alla stiva così sei sicuro che poi la ritrovi all’arrivo, ti accomodi sul sedile e hai anche un po’ di spazio per allungare le gambe e per sistemare la borsa, senti parlare il pilota e l’equipaggio solo alla partenza e all’arrivo, il resto del volo lo passi indisturbato, a pisolare o a leggerti un libro o a far conversazione con il vicino di posto e, una volta atterrato, recuperi il bagaglio dai nastri e in venti minuti sei fuori, a respirare aria vera che non puzzi dell’aroma dolciastro dei tester cosmetici. E il tempo che guadagni lo investi in ore di sonno dato che non si dorme mai abbastanza o in una bella passeggiata nel mondo diverso in cui sei capitato.

Ecco. Questo terzo esaurisce i desideri che si possono scrivere su un blog, perchè quelli veri e seri me li tengo stretti per me, altrimenti non si avverano: niente topi, niente “piuttosto che” e rapide logistiche aeree.

E questo post conclude anche i post del 2012. Grazie a tutti voi che continuate a passare da qui: questo luogo di pagine digitali è diventato casa, per me, e voi amici della blogosfera in visita che portate i vostri pensieri e la vostra attenzione come fanno i miei amici della vita di carne e ossa.

A proposito di mondi diversi: buon viaggio a M&A in volo verso lo Sri Lanka senza di me. Non fateci l’abitudine ad andarvene senza avermi al seguito, non vi andrà sempre così bene. Buona continuazione a N&R al caldo delle Seychelles dove pian piano state ridefinendo le abitudini della vostra vita in un insperato piano B. Grazie a mio padre che , con mia madre, mi ha insegnato il senso del  viaggiare  per imparare e mi apre il cancello quando parto, come sempre, e mi fa trovare la cena pronta, quando arrivo, come faceva la mamma e non si lamenta, anche se lo lascio solo in continuazione. E grazie a R., perfetta nuova compagna di viaggio: la scorpacciata di quest’anno è stata solo l’antipasto, la lista è ancora lunghissima e altre mete si aggiungeranno. Tieni pronti lo spazzolino da denti, le mutande di ricambio e il passaporto. E prendi la waboba per giocare per favore. Il resto lo possiamo comprare là, ovunque il là sia.

Buon viaggio a tutti, verso il 2013. Che i giorni che arriveranno vi portino ciò che desiderate di più.

dicembre 18, 2012

Quasiminimalismo 2012: non cadere in tentazione. E smettila di sogghignare.

Il post più letto di questo blog è quello in cui ho elencato il contenuto del mio zaino per il Cammino di Santiago.

Quello zaino era il risultato di giorni e giorni di selezione, fino alla nausea, mia e di quelli che mi stavano intorno perché, quando ho un problema, di solito ammorbo e comunico le varie fasi di elaborazione delle soluzioni mentre le escogito. Quello zaino ha rappresentato, più di ogni altra cosa, il momento in cui ho cominciato a capire quale è il costo reale degli oggetti: non solo bisogna tenere in considerazione il prezzo d’acquisto ma anche i successivi costi di gestione, in termini di tempo, peso, ingombro, accumulo, lavoro.

Da quella prima, radicale esperienza, affinata ogni volta che ripartivo per percorrere un altro tratto del Cammino, ne sono nate altre: sono arrivati i tentativi e gli esperimenti di razionalizzare il contenuto di borse e valigie, come quelli che descritto qui,  e che sono culminati a gennaio di quest’anno, quando sono partita con una borsa a tracolla di dimensioni minime per una vacanza  di quindici giorni in Messico,  nella quale non mi è mancato nulla e ho trovato pure il posto per gli animaletti di legno, la vaniglia e il cioccolato che ho comprato nel viaggio.

Mi sono sentita libera: questi tentativi sono ormai diventati una prassi consolidata.

Lo zaino è stato solo l’inizio: contemporaneamente ho proseguito lungo questa strada, pulendo i cassetti, le stanze, eliminando molte cose che nel tempo si erano accumulate e che non mi servivano più. Ne ho vendute molte – in modo particolare più di mille libri – ne ho regalate altrettante. Dove volevo il ricordo ho digitalizzato, ho conservato tanto ma ho liberato altrettanto spazio.

Spesso su questo blog descrivo quello che sto facendo o ho fatto e, se siete interessati, potrete leggerne seguendo i tag minimalismo e downshifting sotto i quali li ho raccolti, come questo, o questo o questo ancora. Di lavoro da fare ne ho ancora molto ma non ho fretta  e so che continuerò, per piccole approssimazioni.

In questi giorni, per esempio, sto rivedendo di nuovo la mia biblioteca con l’obiettivo di identificare altri libri da vendere,  che inserirò in questa pagina,  e sto digitalizzando un immane archivio fotografico. So dove voglio arrivare, a mio modo, con i tempi che sono giusti per me, conciliando le mie passioni e le mie esigenze fisiche e intellettuali, e mi sto impegnando per questo. So quanto spendo e come lo spendo, ho un piano di risparmio a cui mi attengo. Quando mi dicono che sono fortunata perchè posso permetterlo rispondo che si, moltissima è fortuna ma molto deriva anche da una programmazione precedente, da scelte precise e da molti anni di impegno. Io non ho le risposte per gli altri ma ho quelle giuste per me. Il bilancio del mio quasiminimalismo del 2012 lo considero positivo.

Ogni tanto perdo la bussola, di solito davanti a qualche oggetto che mi piace e a cui non resisto ma, in generale, mi assolvo e mi dico che sto andando bene, anche se, molto spesso, la gente non capisce di cosa stia parlando e ride, credendo che io stia scherzando quando racconto che ho un piano B e intendo realizzarlo.

Poi ci sono giorni come quello di ieri in cui mi dico che sto andando benissimo, non bene.

In questi mesi di trasferte in Spagna, della durata di tre o quattro giorni l’una, ho sempre viaggiato con il solo bagaglio a mano, anche se avevo la possibilità già pagata di imbarcare una valigia. Ho ceduto una volta sola, avrei potuto fare a meno. Quando porto con me due paia di pantaloni, una o due paia di scarpe, tre magliette in estate, due maglioni e una camicia in inverno, un astuccio con robine varie, un beauty case poco più grande dell’astuccio con le solite cose, un libro o l’ipad, il portafoglio, i fazzoletti di carta o di tessuto, due cambi di biancheria, l’iphone, il computer portatile aziendale – niente carta: io scannerizzo tutto e ho copie sui dischi di rete, sul disco locale e su una chiavetta usb per ogni possibile evenienza – con cavi e mouse…dopo aver messo tutto questo ecco a me non viene in mente proprio niente altro che non sia disponibile in albergo e che mi debba portare da casa. Anzi, spesso ho cose che non uso e mi avanza spazio per quello che porto a casa, da far assaggiare. Ho dovuto chiedere asilo nella valigia degli altri per un evento non pianificato – un regalo di certe dimensioni: mi ha dato molto fastidio.

I colleghi continuano a chiedermi perché non imbarco il bagaglio e giro in aeroporto in attesa del volo con il trolley al traino, si lamentano perché le cappelliere sono sempre piene e non trovano il posto per mettere il cappotto e la borsetta, si stupiscono quando dalla mia valigetta esce il cucchiaio di plastica se si mangia uno yogurt o le bustine del tè e loro non ci hanno pensato, ridono quando racconto delle mie miniaturizzazioni che mi rendono autosufficiente. Li capisco ma proseguo imperterrita. Capisco molto di meno quando devo aspettarli mentre fanno le file ai check-in o attendono davanti ai nastri di consegna bagagli. Rido molto di meno perché mi sveglio alle quattro della mattina per questi viaggi e un’ora abbondante la si perde in queste cose che si potrebbero quasi sempre evitare, per una trasferta di tre giorni, tranne quando si deve trasportare materiale necessario per il progetto. Ieri non ho riso, perché non è nemmeno un po’ educato, ma ho rischiato di farlo quando una valigia, non mia, è spuntata per miracolo ma solo dopo due ore di ricerca, e un’altra, non mia, la stiamo ancora aspettando. Conteneva molte cose inutili e costose, portate così, senza vera necessità, e altre, costose e necessarie, che non avrebbero dovuto viaggiare in stiva ma in cabina e che ora non si sa se saranno ritrovate.

Cosa ci spinge a circondarci di oggetti? Ci definiscono perchè li possediamo? Siamo quello che abbiamo comprato? E’ così difficile fermarsi a riflettere e trovare il discrimine tra l’impulso e il buon senso?

La strada per me è tracciata. Il 2013 proseguirà, affrontando gli altri punti della mia lista. Il tempo di attesa per il mio piano B, intanto, si sta pian piano accorciando; quello di pattylafiacca invece è finito: in bocca al lupo per il nuovo inizio.

dicembre 1, 2012

Letture in pillole, di carta e di pixel

“La doppia vita di Vermeer”, di Luigi Guarnieri, per scoprirsi a fare il tifo per un grande falsario e restituire alla biblioteca Il maestro di Delft, di Anthony Bailey, che si perde in tondo nella storia d’Olanda.

“Piccoli suicidi tra amici”, di Arto Paasilinna, regalatomi con leggero imbarazzo da una persona da cui non aspettavo nemmeno gli auguri, quasi con tono di scusa, “è la mia copia, non è nuovo”, per rendere meno importante il gesto, graditissimo, e scoprire un altro autore con cui trascorrere qualche ora piacevole.

“Casual Vacancy”, di J.K. Rowling, che procede con molta lentezza, tra un volo e l’altro, con le briglie tirate perché, se mi lasciassi prendere, non uscirei di casa fino all’ultima pagina.

“La filosofia della composizione” di Edgar Allan Poe, arrivato fresco fresco, sempre per regalo, ieri nel tardo pomeriggio perché a me piacciono le perle rare, questi libri che se ne stanno nascosti dal clangore dei best-sellers.

“Io e Dio”, di Vito Mancuso, che non va né su né giù da mesi probabilmente perché il tema che tratta, in questo momento, è molto lontano da dove ruotano i miei pensieri.

La grammatica di spagnolo livello C1 che sta aspettando, ormai impaziente e accusatrice, da settimane, che io mi decida ad aprirla e a non sprecare l’opportunità di studiare per un esame mentre sono costretta a parlare una lingua straniera con così fitta frequenza.

“The discovery of Jeanne Baret” di Glynis Ridley, regalo del compleanno dell’anno scorso, che mi aspetta ancora ma con pazienza.

E la mezza montagna di libri di carta in coda, dietro questi, che, man mano leggo, se non lasciano il segno, stanno finendo in uno scatolone della taverna. Li vedrete comparire  su una pagina di questo blog, allineati in una bella lista, in vendita per il 20% del prezzo di copertina, sconti ulteriori a quantità, spedizione piego di libri, perché sto continuando a fare spazio intorno a me e perché, ormai – se la corrente non va via – qui l’e-book ha preso saldamente dimora.

Meglio così, che, come scrivevo tempo fa, lasciare i libri da soli.

novembre 18, 2012

Immersioni in volo

Partenza per Madrid domenica pomeriggio, questa volta. Passano a prendermi poco prima delle due, direzione Linate.
La settimana appena trascorsa e’ stata pesante, entusiasmante come ogni cosa di questo progetto, ma pesante. Venerdì sera e sabato, pero’, ho fatto in modo di fermarmi, prenderla con calma, portare avanti piano qualche cosa delle mie. Non scrivo di minimalismo e downshifting da molto ma questo non significa che non stia facendo qualcosa al riguardo. Al contrario: sono impegnata con la digitalizzazione di fotografie e negativi e con la loro catalogazione. Si accumulano molti scatti in una vita e i progressi sono costanti ma lenti.

Ho cucinato qualcosa, riordinato me stessa e le stanze che mi circondano, ho dormito, ho avuto tempo quieto. Vorrei poter scrivere che ho nuotato, ho passeggiato, ho fatto un giro in bicicletta ma il ginocchio proprio non collabora. Lo sport e’ diventato, per me, in questi ultimi due anni, solo un ricordo e una speranza per il futuro. Anche di questo non scrivo piu’ ma la situazione non affatto e’ risolta e camminare continua ad essere doloroso. La svolta dovrebbe avvenire a febbraio, con un’altra visita alla sala operatoria. Fino ad allora zoppico, mugolo e mi tengo impegnata a fare altro.

L’aeroporto, di domenica, e’ insolitamente quieto. Al transito costante dei turisti manca la parte dei pendolari del lavoro. I sedili accanto a me restano vuoti, c’e’ lo spazio per allungare le gambe, manca il continuo sguaiato annunciare offerte speciali di ryanair. Si viaggia bene, per pochi euro in piu’, sulla compagnia di bandiera. Avevo pensato che, dopo l’ottimo pranzo domenicale cucinato da mio padre, avrei potuto trascorrere le due ore di volo dormicchiando.

Invece no. Non e’ andata cosi’.

Ho aperto, senza particolare convinzione, tanto per sfolgiarlo, un libretto che mi e’ appena arrivato e non sono piu’ riuscita a chiuderlo. Sono rimasta invischiata, come da tanto non mi capitava, dalle sue poche pagine lievi, scritte con intelligenza e umorismo. Parlano d’amore, quello che non tradisce, quello che nasce nell’infanzia e accompagna fedele tutta la vita. Raccontano la passione per i libri e le loro parole.

Sono arrivata al momento dell’atterraggio senza nemmeno accorgermene. Mi mancano pochi capitoli per finire: stasera non raggiungo i colleghi a cena. Non ho fame. Bevo un te caldo gia’ in pigiama, ascoltando radiotre in sottofondo, girellando per i giornali online e scrivo un post dalla camera di questo albergo che ormai conosco bene. Vi auguro la buonanotte.

Tra poco, molto poco, mi rituffero’ di nuovo nel piacere di un libro.

Anne Fadiman. Ex-libris. Confessions of a common reader.

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