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Paris couleurs
Paris gourmand
A Parigi lo scorso fine settimana c’erano 25 gradi, il sole, moltissime persone e tante cose da fare e da vedere. Le ore sono volate tra i vicoli del Marais, l’argine della Senna convertito in spiaggia estiva e le chiuse del Canale St. Martin. Niente musei, solo aria aperta: rumori, colori, bambini che giocavano nella sabbia dei parchi, acqua che scorreva tra le chiuse, turisti stanchi, angoli tranquilli.
Ho trascorso l’inverno a leggere delle degustazioni di chottomatteo ma sabato gli ho fatto concorrenza. Anzi, questo post lo scrivo facendo il verso ai suoi: cose buone parigine, una dietro l’altra!
In quale fermata della RER si scende? Les Halles? Fammi controllare nel moleskine che forse ho segnato quali sono le migliori pasticcerie della città…La più vicina? Eccola! Stohrer, antico luogo. Tartellette à la rhubarbe e pain aux raisins da accompagnare ad un cappuccino Starbucks – perché il caffè, a Parigi, proprio no e allora meglio fare come i turisti pessimi – e tartelette aux pistaches, per quando non so ma vedrai che verrà buona. Baguette per pranzo e qualche madelinette da portare a casa alla boulangerie Kayser, proprio di fronte, per non lasciare nulla di intentato e due assaggi scelti a caso dal bancone di Fromages et Détail.
A posto, sono pronta, si va verso Place des Vosges, con l’unica missione di perdersi nel Marais, cacciare il naso in tutti i negozietti che ispirano, girare dietro agli angoli per vedere cosa nascondono, col passo lento di chi non ha nulla da fare se non andare a spasso tutta la giornata. Ecco subito una pistacherie, poco prima del Centre Pompidou, con pistacchi da tutto il mondo. Ci sono pacchetti piccoli di snack al sesamo e alle mandorle…hanno l’aria buonissima….si dai, un paio da mettere in borsa e sgranocchiare durante la settimana, per rendere più lungo il ricordo del viaggio. A proposito di borse: questa volta ho viaggiato super-minimal, con una borsa a tracolla da tutti i giorni, che contiene giusto un cambio e quattro cose e che è perfetta da portarsi in giro senza troppo fastidio. Scelta ottima, mi compiaccio di me stessa, non fosse che… la borsa si sta riempiendo a vista d’occhio…se si va avanti così non si chiuderà più!
Tra vetrine di cioccolatieri e negozi di specialità yiddish, Mariages Frères è tappa d’obbligo, per un acquisto di una miscela di earl gray declinata dalla casa. File e file allineate in penombra di pacchetti scuri e profumati contrassegnati dal simbolo chiaro: si svitano tutti i tappi dei barattoli, si annusa, si confronta, ci si ripensa, si sceglie, si cambia idea, si riannusa e poi, alla fine, è sempre bergamotto ma mezz’ora vola tra aromi delicati o intensi.
Il pomeriggio avanza, la fame si fa sentire, non ci sono parchi a portata di vista quand’ecco che, dentro il cortile della Bibliotèque Historique, alcune panchine tranquille riposano placide ed ignorate dalla folla che passa lungo le vie esterne. E’ ora di un pique-nique e di riposarsi un po’. Fuori il coltellino comprato al volo che rimarrà in terra francese e bon appétit!

A pancia piena si riparte, con calma, verso Place des Voges senza altre interruzioni gastronomiche, poi, dopo una pausa in albergo a lavarsi un po’ e a far riposare il ginocchio, si va incontro alla sera attraverso Les Tuileries, accanto alle piramidi del Louvre, lungo gli argini della Senna inondati di vita,di canzoni e di francesi che prendono l’aperitivo sulla spiaggia improvvisata, giù giù verso Notre Dame, al di là dei ponti, sulla rive gauche, Chez Hamadi, per un couscous tunisino doc in un angolino lontano dalla pazza folla.
Hhhhhmmmmm, che buona Parigi!
Tentazioni di effimera felicità
Continuiamo a parlare di gioia e felicità, in chiave molto più prosaica e leggera, però.
“Il peggior peccato che la passione possa commettere è quello di essere senza gioia”, diceva Paul Delagardie, lo zio viveur di Lord Peter Wimsey, detective creato da Dorothy Sayers, uno dei miei mai sopiti amori letterari.
Fin dalla prima volta in cui l’ho letta, ho pensato che fosse una frase molto saggia e acuta. Potrei scriverci righe e righe su quel che ne penso. Però forse sono solo io che la interpreto come un ottimo discrimine tra quello a cui dovremmo abbandonarci e quello a cui dovremmo resistere. Magari c’è chi pensa che, al massimo, potrebbe meritarsi di stare arrotolata ad un bacio perugina o poco più.
Secondo voi, però, oltre al significato più facilmente intuibile, potremmo leggerci un messaggio nascosto, un invito ad estenderne l’applicazione ad altri fatterelli della vita?
Chiedo, perché, vedete, ci sono ancora i due coniglietti di questo post che non si sono riprodotti ma mi osservano dalla mensola sopra la scrivania. Ignorare il richiamo delle loro orecchie sta diventando sempre più complicato.
Difficile resistere, soprattutto quando una ha cominciato molto presto ad arrendersi a certe tentazioni…
Zoologia pasquale: le capacità riproduttive dei coniglietti
Qualche giorno fa leggevo con un certo divertimento della guerra tra i coniglietti, scatenatasi tra due case produttrici di cioccolato per presunta imitazione di un noto prodotto pasquale.
Non ho particolari antipatie verso le diverse epifanie del cioccolato: preferisco e compro quello in stecche, possibilmente al caffè e fondente, e alcuni tipi di creme gianduia meritevoli di illimitata ammirazione. Scelgo di solito marche non troppo commerciali, perché sospetto una certa indulgenza all’uso dei surrogati, ma raramente dico di no se mi offrono cioccolatini, torte al cacao, gelato e similia. Sono una persona educata, in fondo.
Tutto il battage pubblicitario della guerriglia di cui sopra deve aver però avuto l’effetto sperato anche su di me, dato che, giovedi, dopo l’ufficio, in cerca di qualche ovetto colorato per regalini, mi sono lasciata indurre in tentazione da tutto quell’oro e ho infilato nella cesta della spesa due esemplari di coniglio legalmente doc, uno per me e uno per un’amica. Ho resistito all’impulso di staccare loro dal collo la campanellina e zittirne il tintinnio metallico che, dopo pochi passi, già mi dava fastidio e, in coda alla cassa, visto che non avevo altro di meglio per tenere occupati i pensieri, ho elaborato strategie di attacco. Il miglior punto da addentare per primo, ho deciso alla fine, sono le orecchie.
Trovato un posto molto a portata di mano al coniglio, la sera sono uscita per la lezione di inglese che, causa chiusura per vacanze della scuola che ci ospita, si è svolta in pizzeria, con poco inglese e molta soddisfazione. Un’anima gentile aveva lasciato, accanto ad ogni piatto, un coniglietto della stessa specie del mio per ognuno di noi. Dopo una rapida occhiata, mi sono accorta che erano sì della stessa specie ma due di essi sfoggiavano un nastrino marron e non quello rosso tipico dei supermercati. Versione fondente.
Mio, mio, mio, mio, assolutamente. Ho scambiato di posto gli esemplari senza particolare ritegno e ho trascorso la serata a difenderne strenuamente il possesso dalle mire lascive degli altri commensali. Ma figurati se lo mollo.
Il coniglietto col collarino rosso e quello col collarino marron, entrambi senza campanella, hanno vissuto insieme solo per poche ore senza potersi veramente conoscere. Già dal giorno dopo ho infatti sferrato un lento attacco a partire, come pianificato, dalle orecchie per arrivare, con calma e senza rimorsi, fino alla codina.
Mi dispiaceva un po’ lasciare il fondente, che sarà consumato solo tra qualche giorno, perché le cose migliori le lascio sempre alla fine, tutto solo sulla mensola della scrivania e già stavo meditando sull’opportunità di procurargli prima di sera un nuovo compagno quand’ecco che oggi, appena prima dell’ora di pranzo, suonano al cancello.
“Non dovevate”, dico come di prassi ma tutta felice, mentre vedo avvicinarsi a me un grosso pacco rosa e verde. Nessuna battuta, non sanno che ho un blog: è stata una mera scelta di colori primaverili. In ringraziamento per un piccolo favore ho ricevuto, oltre ad un bonsai che non sa in che mani è capitato, poverino, un’ulteriore dose di cioccolato, in forme ovoidali di diversa grandezza, sorvegliate, manco a dirlo, da un coniglietto d’oro, con collare rosso e campanellino, mollemente adagiato sulla paglia decorativa.
E’ proprio vero, quello che dicono della velocità riproduttiva di questi animali.
Secondo voi, se faccio fuori anche questo, il ciclo di rimpiazzo potrebbe continuare anche dopo le feste?!
Il cambiasogni – prima parte
Oggi mi hanno proprio fatto arrabbiare. Mi sono saltati addosso in tre: Maicol, scritto con la a , e Jonatan, scritto senza la h, mi tenevano fermo per le braccia, Nicolò, con una c, si fiondava a colpo sicuro nella tasca interna del mio zaino per la solita raccolta dei 5 euro tra i piccoli delle elementari. Che ci volete fare: io non mi ribello. Non è che non voglio. E’ che non arrivo ancora alla maniglia delle porte: mi buttano giù come niente e sono stufo di prenderle. Pensavo che, dopo avermi lasciato lì a raccogliere le mie cose, se ne sarebbero andati ma questa volta avevano altre intenzioni. Tenuto a terra, col culo per aria, ho guardato inorridito Nicolò mentre mi sfilava Nike e calzino dal piede sinistro e recuperava altri 5 euro. Addio pizzetta e figurine dei Gormiti anche stavolta. “Pensavi di fregarci, nano puzzolente?”, mi hanno detto ridendo.
Fortuna che ha suonato la campanella e se ne sono andati. Il mio grande amico Andrea deve avere fatto la spia: non resiste alle torture. Dovrei metterli nelle mutande, i soldi, ma se poi lo scoprono? Non mi va di rimanere col pisello in aria in mezzo al cortile. E le maestre, come al solito, non hanno visto niente: sono troppo furbi questi tre, che aspettano la fine dell’intervallo per farci la festa… Basta, sono stufo. Ho deciso. Stanotte si esce.
Sono diventato proprio bravo ad uscire, adesso. Anche papà si è accorto che scivolo fuori velocemente e che la nausea iniziale non mi dà più fastidio. Certo, non sono ancora veloce come lui ma ho solo otto anni, insomma, e tanto tempo per fare pratica. Mi stacco dal mio corpo disteso sul letto e resto lì vicino, in attesa che il mio altro corpo prenda forma e smetta di tremolare. Respiro e mi concentro, mentre i contorni si definiscono. Controllo di avere tutti i pezzi al posto giusto: se me ne manca qualcuno devo aspettare per non rischiare che poi, al rientro, ci sia qualche cosa di me che rimane staccata. Già tutti pensano che sono strano: figurati se arrivassi con i pollici scambiati di posto, per esempio, o senza un gomito. Nessuno parlerebbe più con me, nemmeno Lisa. Non che ce ne siano tanti che parlano con me, veramente, però a quei pochi che mi salutano, mi ci sono affezionato. Ecco fatto, sono tutto intero e trasparente. Adesso posso andare.
Attraverso i muri di casa e mi muovo veloce, nella notte. Mi piace starmene fuori per le strade del paese, sotto le stelle, a correre tra le case: nessuno mi vede e io posso infilarmi ovunque. Una delle prime volte che uscivo mi sono fiondato diritto in pasticceria: con queste mani di nulla non posso toccare niente per davvero, solo passare attraverso le cose da parte a parte. Però i profumi li sento, e lì ce n’erano a tonnellate. Ho giocato a cacciare le dita in mezzo alla crema dei cannoncini, finchè la mamma non mi ha trovato e riportato a casa. Stanotte però non ho tempo per giocare: ho troppe cose da fare. La casa di Nicolò non è lontana. Prima però mi fermo da Lisa: le faccio sempre una visitina quando sono fuori.
La sua cameretta è illuminata da una lampada blu che proietta sul soffitto ombre di draghetti volanti. La guardo dormire: la frangetta nera sul viso, gli occhi azzurri chiusi, la punta del pollice in bocca. Questa notte indossa un pigiamino bianco, con tanti teschietti rossi stampati sulla felpa. La sua mamma è un po’ gotica e la sta tirando su facendosi aiutare dagli oracoli delle streghe e da strani intrugli di erbe. Non li ho mai assaggiati ma non devono essere male, visto il profumo di bosco che sento sempre quando Lisa mi passa vicino. Se non diventa una ragazzina appiccicosa e noiosa, se rimane strana, appena cresco le chiedo di metterci insieme. Se trovo il coraggio.
Le tocco la fronte con le dita e allungo la mente piano piano. Entro nel mezzo di un sogno: è su una barca sopra un laghetto di latte e cacao e gioca a tuffarsi insieme ai leprotti rosa che le stanno sempre attorno. Mi hanno detto che tirano a sorte tre di loro, tutte le sere, per fare un sogno con lei perché le ragazzine felici non si trovano con facilità. Nella leprottiera sono in trentamila e le prossime 650 notti di Lisa se le sono già prenotate. Tipi strani, i leprotti rosa: sono bravissimi ad inventare giochi ma fanno troppo casino, secondo me, e me li ritrovo tra i piedi anche quando vorrei starmene a giocare da solo con lei. La saluto, salgo in barca anche io e mi preparo al tuffo: mi sorride e mi dice di prendere una cannuccia. Il lago è proprio buono questa sera. Ridiamo, facciamo gli scemi e poi giochiamo al giro di chiglia. Lisa sa tutto dei pirati. Quando non ci sente nessuno vuole che la chiami Jolanda.
Resterei a sguazzare fino al mattino però non posso: ho un compito da portare a termine, questa sera, e me ne devo andare. Metto sulla barca una coppa gelato vaniglia e cioccolato e banana con tanta panna sopra per lei e erba azzurra al lampone per i leprotti, poi controllo per bene in giro che non ci siano i cuccioli degli Incubi in vista. I loro genitori li mandano sempre nei sogni dei bambini per fare pratica e alcuni di loro non hanno il senso della misura. Una volta ne ho beccato uno che l’aveva legata sul cofano di una cinquecento e se la stava portando in giro a tutta velocità per le corsie dei detersivi di un ipermercato. Ho dovuto intervenire con tutta la mia forza per catturarlo. Campo libero: questa notte Lisa avrà solo sogni felici. Mentre vado via mi fa ciao ciao con la mano. Esco dalla sua mente con calma, per non farle sentire lo strappo, e scivolo di nuovo per strada. Nicolò, tocca a te adesso, brutto ratto di fogna.
Aria, immagini, chiacchierate e cioccolato
La penombra del primo piano è interrotta da fasci di luce che illuminano figurine in movimento circolare vorticoso, che giocano con le figure ieratiche e misteriose del teatro delle ombre, che si allargano e si concentrano su superfici di specchi a tutta altezza, che a tratti rischiarano lanterne magiche, vecchie macchine fotografiche, spezzoni di film muti proiettati sui muri.
Dal buio si emerge nell’incanto dell’Aula del Tempio e si perdono i punti di riferimento. Se si guarda all’insù, seguendo il percorso dei cavi tesi dell’ascensore panoramico, si intravede il chiaro della lucerna, che domina i tetti di Torino però lo sguardo scende subito lungo le volte della cupola, su cui sono proiettati giochi di luce. Tutto intorno si snoda, come il nastro di una pellicola, una scala in pendenza leggera e costante. Alle pareti sono appesi manifesti e bozzetti di cartoni animati. L’effetto è magnifico ed enfatizzato da corpi in bianco e nero che sfilano su maxischermi, allacciati in balli d’antan.
Tutt’intorno, sotto porte ad effetti speciali, si aprono nicchie curiose: laboratori di sviluppo che sembrano antri d’alchimista, divanetti e poltroncine di vecchi caffè, maschere di personaggi fantastici; dall’alto pendono manifesti di film famosi e comincia la conta: celo, celo, mimanca, celo, mimanca. Ogni cosa è gioco, fantasia concretizzata in tazze di gabinetto, in surreali antri a cui si accede dalla porta di un immenso frigorifero, in un mostro enorme che protegge un’antica pellicola, in una fenditura fatta a sagoma di Will Coyote attraverso la quale passano bambini in delirio da scoperta.
Un libro concede immagini soggettive che ognuno di noi plasma e rende più o meno vivide in funzione della forza della propria immaginazione. Non tutti sanno come scivolare nelle pagine fino a perdersi. Il cinema le cristallizza invece in contorni oggettivi calandole in spazi e tempi ad effetti speciali e pochissimi resistono alle sue lusinghe, ipnotizzati dal gesto di Topolino, Apprendista Stregone.
Dal comodo punto di osservazione che regalano le rosse chaises longues riguardo il carosello di colori intorno a me, riesco a stare qualche secondo in silenzio, in queste lunghe ore di chiacchierate, metto a terra lo zainetto riempito alle bancarelle di Cioccolatò – perché certe marche dalle mie parti ci arrivano solo col corriere espresso, se le ordini via web – e penso che ci voleva proprio, dopo settimane di cattività, una giornata così.
Fuori Torino è presa d’assalto dalla folla del sabato e dalla temperatura di primavera. E io ho ricominciato a viaggiare.
What’s clutter? – incursioni minimaliste e sproloqui inglesi
La mia insegnante di inglese ormai sa quasi tutto di me. D’altronde l’ho chiesto io: devo esercitarmi nella “conversescion” e, visto che faccio più fatica a stare zitta che non a parlare e che lo small-talk mi mette a dura prova, si finisce sempre per discutere della mia vita. Nelle ore di lezione privata non riesce a sottrarsi alla cascata di parole sconclusionate nel mio inglese tenuto insieme dal nastro adesivo e da molta fantasia; nelle ore di lezione collettiva prova ad arginarmi, con il doveroso rito del giro di tavolo. Il problema è che raramente ci riesce.
L’ultima lezione di gruppo è cominciata con grandi speranze reciproche. Il consueto “any news?” che, di solito, si esaurisce velocemente, perché sembra che abbiamo tutti delle esistenze piatte e monotone, giovedì scorso era tutto un pullulare di novità altrui. Le avevo già raccontato le mie, di news, il giorno precedente, nella lezione privata: non mi piace essere ripetitiva. Ho passato il testimone. C’era una nuova compagna: rumena ed hostess. Mi galvanizzano gli ambienti cosmopoliti: ho felicemente trascorso questa settimana con l’ufficio pieno di colleghi stranieri con inglese, francese e tedesco che si mescolavano senza pudore. Sono rimasta buona buona a meditare sulla teoria della relatività: uno dei requisiti di selezione sembra sia la capacità di toccare il soffitto dell’aereo con le mani. Io arrivo a stento ad aprire la bagagliera.
Da qui il discorso ha sconfinato nei riti stagionali rumeni: per chi non lo sapesse, come me, in Romania il primo marzo, giorno del La Vecchia Dochia, è considerato l’inizio della primavera. Ci siamo trasferiti poi nelle abitudini culinarie persiane: no, uno del gruppo non è un gatto. E’ di origine iraniana ed era appena stato a trovare la madre. Sono a zucchero ridotto e senza cioccolato dal mercoledi delle ceneri, non per credenze religiose né per forme di espiazione, visto che, secondo me, espio già a sufficienza semplicemente vivendo, ma per una prova di forza nei confronti di me stessa. Mi sono perciò immersa in una breve seduta privata di training autogeno quando hanno cominciato a parlare, tra gli altri, di un dolce tipico che assomiglia ad un grosso bignè farcito di panna.
Il metodo didattico prevede che si parli di qualunque cosa, basta che lo si faccia in inglese. Capita spesso che del canovaccio della lezione sembra si perda ogni traccia e ci si ritrovi a vagare, con mia delizia, per campi di fragole. Quindi nessuno stupore se dai maritozzi siamo atterrati tra i daffodils in fiore nel Wales e in Irlanda per apprendere che, mentre i rumeni ripongono i maglioni di lana, il primo marzo i gallesi festeggiano il patrono Saint David. Siamo evidentemente stati di poco supporto all’insegnante, in preda ad un attacco di nostalgia acuta, perché ha subito brandito un foglio di carta e ci ha inchiodato con la poesia Daffodils, di Wordsworth.
Anyway, mentre ci stavamo ripigliando e io stavo meditando, sempre in relativo silenzio, sul fatto che l’incipit – I wandered Lonely as a Cloud – suonerebbe molto bene come sottotitolo per il mio blog, il percorso ha subito una nuova deviazione: “what’s clutter?”. Mi sono fatta ripetere la domanda perché non volevo crederci ma il mio cervello l’aveva già elaborata ed era ormai preda della sindrome di Hermione, che ha trascorso i sette libri della saga di Harry Potter con la mano alzata durante le lezioni. “LA SO. LA SO. LA SO! HO DETTO CHE LA SO! E FAMMELA DIRE….!”.
Fine del silenzio, si sono riaperti i rubinetti. Clutter, declutter, downshifting, minimalism: fermatemi, se ci riuscite, mentre divulgo il verbo. Ho avuto un solo attimo di esitazione, quando la nostra nuova compagna ha detto che possiede una decina di jeans perché mi sono resa conto che, probabilmente, io ne ho qualcuno in più. Mi sono però ripigliata subito: ”who cares?”. Ogni cammino inizia con un piccolo passo e poco importa se ha fatto il giro largo davanti all’armadio dei jeans.
Dai, minimalisti, che si è riaperta la stagione del lancio nel cassonetto: lo dice anche la mia profe di inglese!
One clear-out trigger: Spring. The sense of new beginnings and first rays of sunshine make March one of the busiest times for professional declutterers.



















