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dicembre 18, 2012

Quasiminimalismo 2012: non cadere in tentazione. E smettila di sogghignare.

Il post più letto di questo blog è quello in cui ho elencato il contenuto del mio zaino per il Cammino di Santiago.

Quello zaino era il risultato di giorni e giorni di selezione, fino alla nausea, mia e di quelli che mi stavano intorno perché, quando ho un problema, di solito ammorbo e comunico le varie fasi di elaborazione delle soluzioni mentre le escogito. Quello zaino ha rappresentato, più di ogni altra cosa, il momento in cui ho cominciato a capire quale è il costo reale degli oggetti: non solo bisogna tenere in considerazione il prezzo d’acquisto ma anche i successivi costi di gestione, in termini di tempo, peso, ingombro, accumulo, lavoro.

Da quella prima, radicale esperienza, affinata ogni volta che ripartivo per percorrere un altro tratto del Cammino, ne sono nate altre: sono arrivati i tentativi e gli esperimenti di razionalizzare il contenuto di borse e valigie, come quelli che descritto qui,  e che sono culminati a gennaio di quest’anno, quando sono partita con una borsa a tracolla di dimensioni minime per una vacanza  di quindici giorni in Messico,  nella quale non mi è mancato nulla e ho trovato pure il posto per gli animaletti di legno, la vaniglia e il cioccolato che ho comprato nel viaggio.

Mi sono sentita libera: questi tentativi sono ormai diventati una prassi consolidata.

Lo zaino è stato solo l’inizio: contemporaneamente ho proseguito lungo questa strada, pulendo i cassetti, le stanze, eliminando molte cose che nel tempo si erano accumulate e che non mi servivano più. Ne ho vendute molte – in modo particolare più di mille libri – ne ho regalate altrettante. Dove volevo il ricordo ho digitalizzato, ho conservato tanto ma ho liberato altrettanto spazio.

Spesso su questo blog descrivo quello che sto facendo o ho fatto e, se siete interessati, potrete leggerne seguendo i tag minimalismo e downshifting sotto i quali li ho raccolti, come questo, o questo o questo ancora. Di lavoro da fare ne ho ancora molto ma non ho fretta  e so che continuerò, per piccole approssimazioni.

In questi giorni, per esempio, sto rivedendo di nuovo la mia biblioteca con l’obiettivo di identificare altri libri da vendere,  che inserirò in questa pagina,  e sto digitalizzando un immane archivio fotografico. So dove voglio arrivare, a mio modo, con i tempi che sono giusti per me, conciliando le mie passioni e le mie esigenze fisiche e intellettuali, e mi sto impegnando per questo. So quanto spendo e come lo spendo, ho un piano di risparmio a cui mi attengo. Quando mi dicono che sono fortunata perchè posso permetterlo rispondo che si, moltissima è fortuna ma molto deriva anche da una programmazione precedente, da scelte precise e da molti anni di impegno. Io non ho le risposte per gli altri ma ho quelle giuste per me. Il bilancio del mio quasiminimalismo del 2012 lo considero positivo.

Ogni tanto perdo la bussola, di solito davanti a qualche oggetto che mi piace e a cui non resisto ma, in generale, mi assolvo e mi dico che sto andando bene, anche se, molto spesso, la gente non capisce di cosa stia parlando e ride, credendo che io stia scherzando quando racconto che ho un piano B e intendo realizzarlo.

Poi ci sono giorni come quello di ieri in cui mi dico che sto andando benissimo, non bene.

In questi mesi di trasferte in Spagna, della durata di tre o quattro giorni l’una, ho sempre viaggiato con il solo bagaglio a mano, anche se avevo la possibilità già pagata di imbarcare una valigia. Ho ceduto una volta sola, avrei potuto fare a meno. Quando porto con me due paia di pantaloni, una o due paia di scarpe, tre magliette in estate, due maglioni e una camicia in inverno, un astuccio con robine varie, un beauty case poco più grande dell’astuccio con le solite cose, un libro o l’ipad, il portafoglio, i fazzoletti di carta o di tessuto, due cambi di biancheria, l’iphone, il computer portatile aziendale – niente carta: io scannerizzo tutto e ho copie sui dischi di rete, sul disco locale e su una chiavetta usb per ogni possibile evenienza – con cavi e mouse…dopo aver messo tutto questo ecco a me non viene in mente proprio niente altro che non sia disponibile in albergo e che mi debba portare da casa. Anzi, spesso ho cose che non uso e mi avanza spazio per quello che porto a casa, da far assaggiare. Ho dovuto chiedere asilo nella valigia degli altri per un evento non pianificato – un regalo di certe dimensioni: mi ha dato molto fastidio.

I colleghi continuano a chiedermi perché non imbarco il bagaglio e giro in aeroporto in attesa del volo con il trolley al traino, si lamentano perché le cappelliere sono sempre piene e non trovano il posto per mettere il cappotto e la borsetta, si stupiscono quando dalla mia valigetta esce il cucchiaio di plastica se si mangia uno yogurt o le bustine del tè e loro non ci hanno pensato, ridono quando racconto delle mie miniaturizzazioni che mi rendono autosufficiente. Li capisco ma proseguo imperterrita. Capisco molto di meno quando devo aspettarli mentre fanno le file ai check-in o attendono davanti ai nastri di consegna bagagli. Rido molto di meno perché mi sveglio alle quattro della mattina per questi viaggi e un’ora abbondante la si perde in queste cose che si potrebbero quasi sempre evitare, per una trasferta di tre giorni, tranne quando si deve trasportare materiale necessario per il progetto. Ieri non ho riso, perché non è nemmeno un po’ educato, ma ho rischiato di farlo quando una valigia, non mia, è spuntata per miracolo ma solo dopo due ore di ricerca, e un’altra, non mia, la stiamo ancora aspettando. Conteneva molte cose inutili e costose, portate così, senza vera necessità, e altre, costose e necessarie, che non avrebbero dovuto viaggiare in stiva ma in cabina e che ora non si sa se saranno ritrovate.

Cosa ci spinge a circondarci di oggetti? Ci definiscono perchè li possediamo? Siamo quello che abbiamo comprato? E’ così difficile fermarsi a riflettere e trovare il discrimine tra l’impulso e il buon senso?

La strada per me è tracciata. Il 2013 proseguirà, affrontando gli altri punti della mia lista. Il tempo di attesa per il mio piano B, intanto, si sta pian piano accorciando; quello di pattylafiacca invece è finito: in bocca al lupo per il nuovo inizio.

ottobre 18, 2012

Esoterismo sul Cammino di Santiago

Nei giorni in cui sono in Spagna per lavoro, i colleghi con cui collaboro – ospiti eccelsi – si stanno prendendo cura della mia educazione eno-gastronomica: è un’ottima occasione per sperimentare, confrontare ed imparare. Carne, pesce, riso, prosciutto, frutta, verdura e vino, ottimo vino, mi stanno svelando i loro misteri.

Sono sempre più convinta che gli spagnoli abbiano una mutazione genetica che permette loro di dormire cinque ore per notte e di essere vispi come grilli per tutto il resto del tempo: io salgo e scendo dagli aerei, lavoro, tento di parlare la lingua, faccio, brigo, disfo, e la sera, quando sarei pronta a rintanarmi sotto le lenzuola, è il bello che iniziano la festa. Si cena dalle 21.00 in poi; a richiesta – a farcela – si potrebbe anche sperimentare i dopocena. Di solito raggiungo strisciando le coltri verso mezzanotte, sfinita,con la pancia piena di cose buonissime.

Il lavoro è molto ma interessante, il dopolavoro alquanto istruttivo. Me la sto godendo, insomma.

La settimana scorsa, in una pausa tra un antipasto a base di jamòn – meriterebbe un post il prosciutto spagnolo – e uno di gamberi alla piastra, ho intravisto, al di là del vetro del bicchiere pieno di vino bianco galiziano deliziosamente freddo, un articolo incorniciato e appeso ad una parete del ristorante. Nonostante i fumi dell’alcol, mi è sembrato di leggere “Camino de Santiago”: dopo aver biascicato un “conpermesso”, mi sono avvicinata.

Era un vecchio ritaglio di giornale, ingiallito dalla luce nonostante la protezione del vetro, che spiegava le origini del gioco dell’Oca, sostenendo la tesi che le caselle altro non siano che le tappe del percorso. Sembra ci sia un legame tra questa struttura, i Templari (i Templari sono come il prezzemolo: li infilano ovunque) e il significato simbolico delle oche.

La serata è terminata in chupitos e io mi sono dimenticata di approfondire fino a oggi, quando ho riletto un appunto disperso tra le note che mi ero presa – i nomi delle cantine, per l’esattezza – e ho cominciato a cercare notizie su internet.

Certo, fossi passata ai tempi per la piazza del gioco dell’oca a Logrono, invece di trasferirmi direttamente dopo una tappa estenuante dal Cammino alla doccia della palestra e dalla palestra al materasso buttato per terra sotto il canestro, magari il nesso non mi sarebbe sfuggito ma, come si dice, non è mai troppo tardi, neppure per tuffarsi tra misteri esoterici dei pellegrini.

ottobre 1, 2012

Incontri e madeleines

Vicenza era umida di pioggia e perfetta nelle geometrie mentre ne percorrevo le vie centrali con la comoda tranquillità di una passeggiata del sabato.

Oggi esco a fare due passi, sembrava mi stessi dicendo la mattina, mentre paragonavo alla giornata che stava iniziando i viaggi delle ultime settimane e quelli che mi aspettano a breve e decidevo cosa indossare. Portafoglio in una tasca, cellulare, fazzoletto e chiavi dell’auto dall’altra, un ombrellino rosso tra le mani: avevo voglia di semplicità. Mentre guidavo mi sono ricordata di questo suo post e mi è venuto da ridere e ho pensato che, anche solo per un aspetto, non avrei corso il rischio che pattylafiacca mi guardasse e mi dicesse: “Tu menti!”.

Il mio terzo incontro tra bloggers è iniziato in Piazza dei Signori sotto uno scroscio ed è proseguito all’asciutto in un fiume di chiacchiere che scorreva naturale, curioso, privo di forzature e con la voglia di scoprirsi e di riconciliare l’immagine che ci si fa di una persona attraverso quello che scrive di se’ con quanto si percepisce dal vedersela di fronte e ascoltarne la voce. Prima la sostanza e poi l’apparenza.

Avremmo potuto proseguire per ore, credo, a scambiarci pezzi delle nostre esistenze ma ci siamo fermate all’inizio del pomeriggio con l’intenzione di riprendere, da dove ci siamo interrotte, la prossima primavera.

Pochi passi sul Corso Palladio ed ecco il Teatro, piccolo e perfetto, che cambia viso e umore in un gioco di suoni e luci e le raccolte gallerie di Palazzo Leoni Montanari e poi a casa, nella serata autunnale, a vedere un film, “Il ragazzo con la bicicletta”, che fa da contrappunto a certe discussioni della giornata appena trascorsa, sulla fatica di crescere e sul sollievo, una volta diventati grandi, di sapere che ce l’abbiamo fatta.

La domenica trascorre sonnacchiosa, con una passeggiata lungo il fiume in un pomeriggio avvolto da sole, parentesi tra il grigio di questo periodo, che illumina il verde che si sta facendo rosso, giallo, marrone, e un esperimento di cucina, una recherche della Parigi appena lasciata e una lontano eco delle conchiglie del Cammino di Santiago. Una breve pausa tranquilla, prima di riprendere il viaggio.

febbraio 25, 2012

Atarassia e ordine

Ad un certo punto della serie – prima che si trasformasse da gioco intellettuale a onirico incoerente peana della psicotropia – il Dottor House sperimenta un nuovo farmaco che, per qualche giorno, annulla il continuo devastante dolore alla gamba. La sostanza funziona così bene che salta perfino sullo skateboard e ritorna più ragazzino di quanto sia già. Poi tutto svanisce e la sofferenza invade di nuovo il suo sistema nervoso.

Su scala alquanto ridotta, oggi per me è stato un giorno così. E’ talmente strano, dopo mesi, non avvertire niente altro che tensione muscolare che, da questa mattina, vivo ore di pura ebetudine.

Ho trascorso gli ultimi giorni praticando a fondo l’arte della lagna. Ho fatto del lamento un’epopea. Mi sono trascinata di sedia in sedia alzando l’intensità dei mugugni delle prime ore del giorno fino a renderli ululati serali. Ho preparato le inserzioni per vendere gli sci di fondo, quelli da discesa e le due paia di pattini in linea;  ho deposto accanto allo zaino che ho usato per il Cammino di Santiago un accendino perchè gli sono affezionata e preferisco farne cenere che venderlo, in un rito sacrificale di addio all’attività sportiva della domenica.

Ho molestato  con il mio pessimo umore chiunque mi capitasse a tiro: de visu, via email, via doppino telefonico. Ho ingigantito ogni singolo minimo problema della mia vita fino a farne una valanga colossale di giaculatorie.  Volevo scrivere un post di sfogo in cui ripetere, mille volte, “mi fa male, mi fa male, mi fa male” nella speranza svolgesse una funzione catartica. Ho avuto  che fare solo con persone gentili che non mi hanno risposto: ” e basta, hai rotto con ‘sto ginocchio…pensa a chi sta molto peggio di te”. Ma ci sono andata vicino. E il dolore aumentava, di giorno in giorno.

Ieri sera ho capitolato e, dopo mesi, visto che madre natura, sulla quale ripongo grandissima fiducia, non stava facendo il suo corso, sono andata dall’ortopedico. All’inizio ha esordito serio ricordandomi che l’operazione che hanno tentato ha un’alta percentuale di fallimento. Poi ha cominciato a leggere i referti in ordine cronologico e gli si sono spianate le rughe. Poi ha proseguito toccando qua e là e testando l’articolazione e ha cominciato a sorridere. Poi ha schiacciato nel punto in cui si concentrava il dolore e ha esultato. Io un po’ meno. Poi ha aperto un armadietto, riempito una siringa e iniettato il liquido nella zona incriminata. Poi mi ha detto tutto felice: “se è questo, forse non dobbiamo rioperare: ci vediamo tra dieci giorni”.

Non l’ho ascoltato molto, nella fasi finali della visita: sentivo una sensazione di fresco inghiottire pian piano il dolore. Prima di salutarmi mi ha spiegato, un po’ perplesso, che essere stoici ha un limite e che la mia epifania nel suo studio è stata un poco tardiva. Io non lo so se questa sarà la fine dell’avventura o solo un palliativo transitorio. So solo che, se non avessi la prescrizione di due giorni di arto in scarico e se possedessi uno skateboard, questo pomeriggio ci sarei salita volentieri anche perché, mentre  ero impegnata a frignare, fuori è arrivata la primavera.

Invece ieri ho cominciato a spegnere l’inquietudine comprando biglietti di treno e prenotando alberghi per un fine settimana a prendere aria di mare mentre alle cinque di questa mattina ero sveglia a fare ordine nelle borse,  perché si, sono minimalista, ma sono femmina. Tempo un mese e bisogna dragare il fondo per trovare le chiavi, facendosi largo tra fogli, caramelle, biro, lucidalabbra, cavi usb, carte fedeltà e paccottiglie varie. E l’alba di stamane mi è sembrata un ottimo momento per occuparmene.

Sarà un effetto secondario dell’iniezione?!

febbraio 10, 2012

Surreale d’inverno – spiritualità, religione e botanica

IN CAMMINO NELLA NEVE

SULLA VIA DI SANTIAGO

(immagine satellitare)

luglio 13, 2011

Una giornata sul Cammino di Santiago

Per la maggior parte dei pellegrini le giornate iniziano presto. Nel precario silenzio degli stanzoni, in cui dormono dalle venti alle cento persone, i trilli delle suonerie dei cellulari, prima delle sei, danno il via al particolare fruscio dei sacchi a pelo sintetici che vengono ripiegati negli zaini, tra brevi lampi di luce delle lampade frontali. Si fa colazione in fretta, insonnoliti, mentre cominciano i riti di preparazione al cammino: chi cambia i cerotti sulle vesciche, chi si spalma i piedi di creme grasse prima di infilarli negli scarponi, chi organizza il peso nello zaino, chi fa stretching, chi ripassa l’itinerario della tappa. Nell’aria aleggia, mescolato all’aroma del caffè’, il profumo dell’arnica, panacea per i muscoli doloranti.

 Tra le sei e mezza, a volte prima, e le otto, quando gli “albergues” chiudono le porte per pulire gli alloggi, i pellegrini si riversano per strada, nel buio che precede l’alba o alla luce della luna: se si alzano gli occhi al cielo le stelle della Via Lattea regalano la piu’ magica emozione della giornata. Le prime due o tre ore di cammino, al fresco della mattina, sono le più’ facili. Il passo procede spedito, il respiro e’ regolare. Tra i campi di grano delle mesetas la quiete profonda e’ interrotta solo  dal canto degli uccelli mentre nei boschi della Galizia il suono  della rugiada che cade dagli alberi attutisce gli altri rumori e satura l’aria di umidità’ che sembra pioggia. Si attraversano paesini deserti, poche case allineate sulla Calle Mayor, a volte l’unica strada asfaltata; il Cammino conduce sempre nel centro di ogni borgo ma fino alle otto i bar non aprono, spesso non ci sono nemmeno negozi di alimentari e solo nella tarda mattinata i parroci aprono le porte delle chiese. 

 Per non perdersi i pellegrini devono seguire le frecce gialle o le conchiglie scolpite sui cippi stradali: sono il simbolo del Camino de Santiago, opera paziente di volontari e indispensabile bussola. Quando ci si chiede se la direzione e’ corretta o se si stanno percorrendo sentieri sbagliati, e’ sufficiente alzare gli occhi dalla punta delle scarpe e controllare: entro poche decine di metri il segnale attende il viandante per mostrargli la strada.

 Sul Cammino Francese, la via’ più’ seguita per raggiungere la tomba di San Giacomo, tra giugno e settembre l’affollamento e’ persino eccessivo: all’inizio ci si ritrova a camminare quasi in fila indiana, poi le distanze si allungano, con la complicita’ delle pause di riposo. Quando ci si incontra, superandosi, ci si saluta sempre: “Buen Camino” e “Hola” sono le parole convenzionali, che superano le barriere dei linguaggi.

 Verso le undici il sole comincia a picchiare: spesso, per chilometri, non si incontrano alberi o fontane. Lo zaino pesa, le gambe sono stanche, il passo rallenta. Le tappe, in genere, oscillano tra i venti e i trenta chilometri al giorno, in funzione dell’altimetria e della difficoltà’ del percorso, delle strutture di accoglienza, degli acciacchi. Poca esperienza basta per imparare ad arrivare alla meta del giorno prima dell’una, per evitare la canicola. E quando sembra che l’albergue non arrivi mai e l’unico pensiero che passa nella testa e’ “ma cosa ci sono venuta a fare qui?” bisogna imbrigliare le sensazioni di sconforto e dolore, impedendo alla mente di crogiolarvisi. Ognuno reagisce a proprio modo. In questi casi io ricorro a tre metodi infallibili: il migliore e’ fare qualche chilometro in compagnia di altri pellegrini. Il tempo e’ sufficiente per farsi nuovi amici, ascoltare storie ed esperienze di vita, parlare lingue straniere, vedere il Cammino e le sue difficoltà’ attraverso gli occhi di altre persone. Il metodo peggiore, alienante ma efficace, consiste per me nel contare: negli interminabili chilometri tra Burgos e Leon, nella calura feroce degli altopiani, il governo ha piantato alberi ogni nove metri. Ci vorranno anni perche’ crescano e facciano ombra ma sono li’ a scandire i passi del sentiero che si srotola sotto gli scarponcini. Quando non ci sono ne’ pellegrini ne’ alberi a disposizione ho sempre la musica dell’ipod ad aiutarmi: le colonne sonore delle mie giornate sul Cammino sono  eterogenee, pronte ad assecondare l’umore. Tra pop, musica classica, podcast, rock, quando serve un po’ di carica la mia canzone preferita rimane pero’ “Amilcare, terzo alpin”: ha il potere di mettermi allegria.

 E poi, alla fine, quando si e’ al limite delle proprie forze, il paese sbuca dal nulla, dietro una curva o emergendo da una conca: la prima cosa che si vede e’ il campanile della chiesa, con l’immancabile nido di cicogne sulla sommita’. Stanchi, impolverati, sudati, i pellegrini arrivano negli albergues parrocchiali – i migliori, dal punto di vista dell’atmosfera che si crea tra le persone nei lunghi pomeriggi spagnoli – o nelle strutture private dove, per qualche euro in piu’ aumenta la pulizia ma viene a mancare la sensazione di vivere un’esperienza comunitaria. Il bisogno di fare la doccia e di sentirsi di nuovo presentabili e’ impellente e, subito dopo, prima della siesta, un pranzo a base dei piatti  tipici del luogo e’ essenziale e fa parte del bagaglio di conoscenze che bisogna acquisire.

 Da puliti e profumati il mondo torna ad essere un bel posto in cui vivere! Le ore del riposo sono fondamentali: chi dorme, chi scrive sul diario, chi fa amicizia con i vicini di branda, chi perlustra le poche vie del paese, chi si prende cura dei propri piedi martoriati, aiutato dai magnifici hospitaleri volontari. L’atteggiamento migliore per godere in pieno delle opportunità’ che questa esperienza regala e’ adattarsi a dividere gli spazi con gli altri: dopo gli inevitabili primi giorni di disagio si impara che la fatica accomuna tutti i pellegrini e che un saluto o un gesto gentile, mentre si fa la coda per lavare  maglietta, mutande e calzini, puo‘ portare a conoscere persone speciali e a fare della camerata, ricolma di letti a castello, un posto amichevole e allegro.   

Sul Cammino il tempo e’ la dimensione principale delle giornate: quando si cammina se ne perde la cognizione, quando si riposa i minuti scorrono lenti e pigri, la notte bisogna rubare le ore del sonno, tra i cigolii degli impiantiti di legno e delle porte dei bagni, lo scroscio degli sciaquoni, il sonoro russare dei vicini di letto. Imparare a gestire nello sforzo della marcia il proprio corpo, impigrito da lunghi inverni di vita sedentaria, e la propria mente, non abituata ad avere  ore a propria disposizione per lasciar spaziare i pensieri sono altre lezioni che il Cammino insegna.

E quando finalmente si arriva a Santiago, per giorni lontano miraggio, le ultime cose da fare, prima di togliersi gli abiti del pellegrino e festeggiare in compagnia con una sontuosa grigliata di crostacei innaffiata dal vino bianco in uno dei cento ristorantini della citta’, sono ottenere, dopo aver mostrato la Credencial con i timbri rilasciati nelle tappe, la Compostela che attesta l’avvenuto pellegrinaggio e recarsi alla messa alta di mezzogiorno. Anche stavolta gli occhi sono rivolti al cielo per osservare le ampie oscillazioni del Botafumeiro, l’immenso incensiere d’argento, manovrato con funi da quattro   persone; con le persone con cui si sono condivise per giorni le mille fatiche quotidiane, si scambia un gesto di pace che, tra immensi sorrisi di soddisfazione, viene diritto dal cuore.

 Che lo si faccia per motivi religiosi, per espiare una colpa o per chiedere una grazia al Santo, per una forma di turismo lento, che offre un modo diverso di vedere la Spagna, per sport, tra i vigneti, gli altopiani, i boschi che si snodano lungo gli ottocento chilometri del Cammino Francese, oppure alla ricerca di risposte su se stessi, si ritorna da questo viaggio sempre con la voglia di ripetere l’esperienza, per quando intensa ed estenuante possa essere stata. 

 Difficile spiegarne i motivi: forse perché’ e’ biologico, carichi come si e’ dopo ore di movimento fisico di endorfine, o perché’ e’ interessante visitare posti nuovi lungo un percorso che trasuda Storia, una strada che per centinaia di anni  ha accompagnato alla fine delle terre conosciute pellegrini di tutte le epoche e le estrazioni sociali, tra mille riti e leggende. Oppure perché’ stare per giorni all’aria aperta regala sensazioni di infinita liberta’, soprattutto se ci si deve preoccupare solo di pochi bisogni primari, o magari  perché’ e’ un’emozione indescrivibile e appagante, dopo centinaia di chilometri, arrivare sotto le guglie della Cattedrale, in compagnia degli amici conosciuti sul Cammino,  e poter dire “ce l’abbiamo fatta, siamo qui”. Per questo e per mille altri motivi, il Cammino comincia a mancarmi già’ quando salgo sulla scaletta dell’aereo che mi riporterà’ a casa, non appena  mi ricordo che il vero cammino, quello difficile,  inizia quando si torna alla vita di tutti i giorni.  Ma per rimediare al “mal di cammino” c’e’ solo una cosa da fare: progettare presto il successivo, raccogliendo informazioni su internet per raggiungere Santiago lungo un’altra delle antiche vie, “dove il cammino del vento incontra quello delle stelle”. 

Questo sarà il mio ultimo post sul Cammino per ora. Avevo scritto questo articolo nel 2009, per un annuario locale, di ritorno dall’ultimo tratto Leon-Santiago. Mai come a partire dai mesi successivi, e ancora oggi,  per me, la frase “il vero cammino, quello difficile,  inizia quando si torna alla vita di tutti i giorni” poteva essere più veritiera.   

Quando comincerò a preparare il Cammino Primtivo, probabilmente nel 2012, riprenderò a scriverne. Buen Camino a chiunque è in marcia o sta per partire.

luglio 2, 2011

Dieci cose da fare sul Cammino di Santiago

Dato che la maggior parte di persone sta arrivando a questo blog alla ricerca di informazioni sul Cammino di Santiago, vado avanti con i miei post a tema e mi chiedo: ma quanti siete/sarete sul Cammino nelle prossime settimane?! Beati voi! L’anno prossimo ci ritorno anche io. Ultreya! Suseya! Santiago!

1. Usate un paio di scarpe collaudate, che vi hanno già accompagnato per alcuni chilometri. Non importa la marca, l’altezza, il rivestimento: ognuno se le deve sentire addosso comode, sicure, affidabili e a prova di vescica.

2. Fate lo zaino. Riempitelo. Trovate un posto per ogni cosa che sia facile da trovare e facilissimo da risistemare. Adesso svuotate lo zaino e togliete almeno il venti percento del contenuto. Fatelo per due volte e comincerete ad avere uno zaino perfetto.

3. Vestitevi a strati, in funzione della stagione atmosferica. Scegliete i capi da portare con voi in un’ottica multiuso.

4. Controllate e segnate, prima di partire, i chilometri tra ciascun albergue e in quali paesi ci sono negozi di alimentari aperti. Non aspettatevi supermercati, tranne nelle città: sono botteghe nelle quali, una volta al giorno, passa il camioncino dalle città vicine per portare pane, latte e frutta fresca. E gli orari spagnoli rispettano religiosamente la siesta pomeridiana.

5. Non fatevi ossessionare dal punto 4. Tracciate un percorso di massima la sera prima della tappa e poi godetevi gli imprevisti e i fuori programma.

6. Tenete sempre mezzo litro di acqua in più nello zaino e bevete poco ma continuamente. 

7. Imparatevi qualche frase in spagnolo, giusto per la sopravvivenza. E poi ascoltate gli spagnoli parlare: è una lingua musicale e divertente! Se riuscite, non fate amicizia solo con gli italiani: non lo dico perché i miei connazionali mi siano antipatici, anzi. Il motivo è che sul Cammino è molto facile fare amicizia e conoscere punti di vista, culture, abitudini, luoghi comuni diversi da quelli cui siamo abituati, nel bene e nel male.

8. Ascoltate i segnali del vostro corpo e i pensieri della vostra mente: dovrete trovare il modo di farli andare d’accordo. Non sempre sarà facile.  

9. Caminante, no hay camino, se hace camino al andar. Il Cammino è il percorso, fatto ogni singolo giorno, anche per un giorno soltanto. Non la meta. Il giorno in cui arriverete sotto la cattedrale sarete felici, entusiasti e soddisfatti di voi stessi. Il giorno dopo comincerete a soffrire del mal di cammino. Non lasciate rimorsi lungo la strada, se non come scusa per ritornare un’altra volta. Tirate su il naso verso il cielo a vedere le stelle la mattina presto, annusate l’aria pulita, ascoltate il silenzio tra i campi e il gocciolio della rugiada sugli eucalipti. 

10. Non arrabbiatevi. Ogni giorno troverete persone che fanno rumore, che non rispettano lo spazio e il riposo degli altri, che alle 4.30 di mattina accendono le lampade frontali e frugano negli zaini. Non prendetevela, è inutile, e non imitateli. Non è una gara: per una volta tanto non ci sono vincitori, vinti e competizioni. Il Cammino è una metafora della vita per molti aspetti. Ammirate ma non invidiate chi va più veloce di voi, con passo leggero e senza sofferenza apparente; scambiate un saluto, un sorriso con chi fa fatica. Se vedete che non gli date fastidio, accompagnatelo per un pezzo di strada: lo aiuterete a distrarsi dal dolore e dal pensiero dei chilometri che deve ancora percorrere. Fatevi quattro chiacchiere al pomeriggio con perfetti sconosciuti che vi sembrano interessanti: vi regaleranno istantanee di vita. Buen Camino.

10 bis: la maggior parte del tempo in cui camminerete il vostro braccio sinistro sarà esposto al sole diretto più di quello destro: abbondate di protezione solare!

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