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maggio 12, 2013

Questa e’ Itaca, per Pietro. A volte, io credo, anche per me.

“…leggo, scrivo quanto io voglio, cavalco, camino, passeggio molto spesso per entro un boschetto che io ho a capo dell’orto. Del quale orto assai piacevole e bello talora colgo di mano mia la vivanda delle prime tavole per la sera e talora un canestruccio di fragole la mattina, le quali poscia m’odorano non solamente la bocca, ma ancora tutta le mensa…”

Pietro Bembo ad Agostino Foglietta, 6 maggio 1525

Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento
Padova, Palazzo del Monte di Pietà – 2 febbraio – 19 maggio 2013

maggio 7, 2013

Nessuna cosa è perduta

Detesto perdere gli oggetti. Mi innervosisce talmente tanto che il livello di controllo conscio o inconscio che imposto su quelli che mi appartengono è molto elevato. Di solito, per esempio, palpo il portafoglio e il cellulare periodicamente, mentre sono fuori, con un semplice tocco delle dita nella borsa, o nella tasca o con un più energico rivoltamento di ciò che eventualmente li occulta. Un tizio, recente ma sporadica frequentazione, mi disse che da lontano mi aveva riconosciuto in aeroporto perché avevo le mani infilate nello zaino a frugare.

Questi sfoghi di ansia, quando li metto a fuoco, mi infastidiscono: li considero come manifestazioni di insicurezza anche se, a pensarci con indulgenza, mi fanno anche sorridere e, tutto sommato, con il passare degli anni, queste incursioni stanno diminuendo. Ognuno ha diritto alle sue piccole manie.

Uno dei vantaggi dell’aver digitalizzato – e scartato -molto materiale è che documenti, foglietti, liste e – ultima frontiera –  carte fedeltà, sono finiti nelle app del telefonino: una volta controllato che quello ci sia, posso fare a meno di accertarmi ogni dieci minuti che il biglietto aereo non sia scappato, che quello del treno non si sia incamminato con le sue gambe verso la meta, che la prenotazione del’albergo non abbia deciso di farsi un giretto aprendosi le zip delle borse e i bottoni delle giacche. Avere meno oggetti intorno ha significato diminuire, drasticamente, le ansiogene verifiche ispettive.

Il lato positivo della faccenda è che di oggetti ne ho persi veramente pochi: l’orologino della prima comunione mentre ero a Verona quando avevo dieci anni – episodio che ha causato singhiozzi e disperazione epici – un cappellino bianco e rosso che è volato via su una strada statale marchigiana quando ho sporto troppo il viso fuori dal finestrino dell’auto – giochi da bambina di pochi anni – un libro illustrato di Biancaneve che non so proprio, ma nemmeno per idea, che fine abbia fatto: non lo vedo dal tempo delle elementari. Tutto qui, direi, in quarant’anni.

La settimana scorsa, perciò, quando all’Hermitage di Amsterdam mi sono accorta che non trovavo più la sciarpina, mi sono stupita. Di solito io ho completa fiducia in me stessa. Come avevo fatto a perdermela per strada? Ricostruendo gli eventi, ho immaginato che, fosse successo mentre me ne stavo sprofondata, esausta, su un divanetto nella hall, accanto al museumshop, a ripigliare fiato. Rialzandomi velocemente, la sciarpina deve essere caduta, senza che la vedessi: la mia attenzione era attratta da altro. Non era una sciarpina di valore ma una di quelle sei o sette che comprai a Chichicastenango, in Guatemala, qualche anno fa. Se ne possono trovare di identiche nei negozietti o sulle bancarelle che vendono etnico dappertutto ma le mie possiedono ancora il profumo del copal che riannuso, ogni volta che me le avvicino al naso, anche se la traccia olfattiva non proviene dal tessuto ma dalla mia memoria. Era la sciarpina più abusata: quella infilata in auto nel portaoggetti, per ogni emergenza, quella nei toni del blu che va bene con tutto, quella presa e stropicciata e cacciata in valigia all’ultimo momento, quella che, tra tutte, era la prima che avrei potuto perdere. Ho chiesto al guardaroba, ho chiesto alla Security ma, dopo una ventina di minuti dal fatto, ho desistito, senza apparente sofferenza, e ho abbandonato il luogo.  Addio, sciarpina perduta.

La sera, dopo la doccia e il ritorno della sensibilità nelle dita dei piedi, dopo tanto girovagare, seduta sul divano del cottage, con le anatre  che passeggiavano avanti e indietro sul canale che scorreva lì accanto, ho pensato che, gusto come ultimo tentativo, avrei potuto mandare una email al Museo, chiedendo se, in caso di ritrovamento, avrebbero potuto, a mie spese, spedirmi l’oggetto. Proprio così, senza particolare aspettativa di successo.

L’oggetto è stato ritrovato in due giorni, infilato in un busta e spedito in Italia, la settimana scorsa, dopo le vacanze per la festa della Regina ed è giunto a me ieri, sano e salvo. Non si preoccupi, glielo mandiamo noi “as a service”, mi hanno scritto, “and Best Regards”.

La sciarpina è stata ritrovata, il museo Hermitage di Amsterdam mi ha regalato un esempio di gentilezza raro, di questi tempi, e voi adesso potete prendermi in giro o, meglio, confortarmi con aneddoti simili con i quali io possa capire che non sono l’unica che coltiva amorevolmente, come un’aiuola fiorita, le proprie manie.

aprile 27, 2013

In mezzo a lenti pensieri

Di ritorno da un viaggio interessante, costellato di scoperte casuali e predeterminate certezze, resta una certa stanchezza apatica, che si dilunga nel disfare la valigia, trovare posto ai semplici ninnoli che tornano con me da queste esplorazioni, lavare i pochi vestiti e riconnettere le fila dei discorsi sospesi.

Davanti al cottage in riva al canale le anatre emettevano i loro richiami che si mescolavano ai canti degli uccelli; nei paesini dei pescatori lungo le coste a nord di Amsterdam la brezza soffiava piano, facendo cantare le sartie delle imbarcazioni nei porticcioli. I ponti si alzavano al passare delle chiatte, i mulini di  Kinderdijk roteavano al vento, tra gli scricchiolii delle ruote dentate di legno che si incastravano e trasmettevano il moto della lotta centenaria tra la natura e l’uomo. I quadri dei musei stavano immobili, nel loro messaggio estetico, circondati da rumorosissime scolaresche in gita che invadevano le sale in un vociare confuso e caotico. Fuori le fila di casette con le tendine bianche si asciugavano al sole e si specchiavano nelle acque.

MARKEN

Qui mi aspettava ancora un venerdi di ferie, giorno cuscinetto per sbrigare commissioni, senza fretta particolare, e per ritornare ad una casa odorante di vernice fresca e scintillante di serramenti imbiancati.

Prendo le ore senza fretta, rientro piano piano nell’atmosfera di giornali inutili che raccontano di altrettanto inutili discussioni e tentativi di governo, leggo qualche post, studio spagnolo senza troppa convinzione – questo esame a cui non avrei dovuto iscrivermi lo sto sottovalutando, prevedo un attacco di panico a breve – spulcio le email dell’ufficio, mi riconnetto col mondo mentre continuo a sentire il quack quack degli anatroccoli e  a vedere lo scorrere placido della vita, qualche chilometro più a nord.

Consiglio di lettura: Mike Dash “Tulipomania”, la prima, affascinante, bolla economica dell’era moderna.

PENSIERI

aprile 23, 2013

Tulipani e papere

Venerdi pomeriggio stavo seduta di fronte al computer, in ufficio, fissando lo schermo con l’inerzia che mi accompagna da troppo tempo ormai e contavo i minuti che mancavano prima di potermene andare. Quando non si prova più’ interesse intellettuale per il proprio lavoro ogni secondo e’ vita persa.

Non appena fuori, invece, e’ ricominciato il turbinio febbrile delle mie mille attivita’ che, declinate in faccende di bucati e compiti di spagnolo, mi hanno inghiottito fino a sera. All’alba di sabato ero su un aereo, direzione Amsterdam: all’arrivo il sole splendeva e i milioni di fiori di Keukenhof aspettavano solo di essere contemplati. Mezza Europa del nord aveva avuto la stessa idea: era il giorno della parata dei fiori, Bloemencorso, e ci siamo ritrovati tutti li’, pigiati come sardine, ipnotizzati dalle screziature dei petali attorno ai pistilli o da una tazzina da caffe’ ricreata in scala gigante con mille e mille narcisi.

KEUKENHOF

Il primo giorno di questa vacanza e’ durato a lungo, nel traffico congestionato e deviato per i viottoli tra i campi fioriti e i terreni bruni su cui si posavano aironi bianchi. Finalmente raggiunto il cottage appena fuori Amsterdam che fara’ da base e riparo fino a giovedi, un’altra meraviglia aspettava sotto la luce chiara della sera nordica: un paesino di pescatori, composto da una sola via, affacciato sul mare; un intervallarsi di casine basse di legno, una piu’ storta e carina dell’altra, una fila di colori in festa. Qui, accanto a questo minuscolo ed incantevole cottage, scorre un canale frequentatissimo da papere,anatre e svassi che quaquaquano queruli giorno e notte. Qui, appena oltre il canale, pascolano due cavalli, si posano centinaia di uccelli, saltano i leprotti e brucano gli agnellini. Qui il rumore lo fanno solo gli animali, la pioggia che cade, il vento che fa ruotare le pale di un mulino eolico. Qui ogni sera torno, stravolta e con il ginocchio in fiamme, dopo ore di scoperte.

Domenica sono stata a L’Aja a vedere un Vermeer, La veduta di Delft, e poi a Delft per percorso logico. Ieri ho passeggiato per Amsterdam e ho rimirato i Van Gogh accolti temporaneamente all’Hermitage. Amsterdam mi e’ parsa priva di anima: il Rijksmuseum lo vedro’ in un’altra occasione. Oggi, tra un acquazzone e l’ altro, ci sono tanti polders, mulini, dighe e paesini da esplorare ma, per un attimo ancora, resto qui, sotto questo tetto bianco inclinato di antico fienile, a guardare l’acqua che scorre e il traffico dei pennuti, avanti ed indietro, un tuffo per cercare cibo, la riemersione qualche metro piu’ in la’.

VAN GOGH

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marzo 24, 2013

Vuoi vedere che è di nuovo il leone?

Santa Giulia Brescia

Raccontare la famosa barzelletta del leone in dialetto procura maggiore soddisfazione ma è di più difficile interpretazione. In ogni caso  mi riecheggia in mente con una certa frequenza, ogni volta che sento mio padre, di solito molto misurato nei toni e pacato nel comportamento, raccontare l’evento agli ancora ignari. Il cane sta crescendo, col passare del tempo, e le se dimensioni al garrese al momento assomigliano a quelle di un vitello, mi aspetto che aumentino ulteriormente, nei prossimi giorni, fino a raggiungere quelle di un sauro.

D’altronde, si sa, l’epica nasce da un fatto normale ingigantito, di bocca in bocca, di aedo in aedo, fino ad assumere valore di leggenda ed esempio, fino a penetrare nella conoscenza collettiva e a superare le dimensioni del tempo.

E il tempo trascorre anche qui come altrove, tra i sussulti dei giorni lavorativi e la calma rigenerante dei festivi. In casa giochiamo come al solito a ironizzare sugli avvenimenti per renderli più digeribili, aspettiamo l’epifania della padrona del cane ed io faccio opera di martellamento psicologico perché l’infortunato si decida a farsi fare una radiografia al dolorante coccige. Il ginocchio, sottoposto ad intense sedute riabilitative,  attraversa una felice fase di minimi miglioramenti che mi rendono più sopportabile il dolore e mi lasciano illudere che non siano, un’altra volta, fuochi fatui.

E il tempo si gonfia ancora di riflessioni, nelle ore di lettura rubate agli sconquassi della vita frenetica, tra due libri che da molto volevo leggere. Uno è un regalo di Pasqua giunto in anticipo, di Adriana Lotto, “Quella del Vajont”, biografia di Tina Merlin. L’altro è “Sulla pelle viva”, di Tina Merlin stessa perché alcune parole bisogna leggerle per conoscere, per sottrarle alle maree del tempo che fluiscono senza sosta e lavano gli arenili cancellando le impronte.

Anni prima del Vajont, qui nel fondovalle, un’altra cascata di furiosa acqua si era abbattuta, lacerando una diga e spazzando case, alberi e persone, rotolando dall’alto della montagna e sfogandosi dopo chilometri di terrore e morte. Se si sale, dopo una passeggiata poco impegnativa, fino a ciò che resta del manufatto, gli si può passare in mezzo, toccandone gli enormi monconi, squarciati nel centro della struttura. L’unico esempio al mondo di diga mista a gravità e archi multipli, la diga del Gleno, costruita in economia e incapacità, cedette in poco più di un mese dal primo invaso e procurò più di 350 vittime. Mia nonna e la mia prozia c’erano, quel giorno, e raccontavano di come l’acqua inghiottiva tutto, al suo passaggio, strappava via le persone che amavano, lasciando fango e macerie. Il tempo passa ma non bisogna dimenticare.

E il tempo si riempie di meraviglia, in luoghi rinati, come nel Museo di Santa Giulia a Brescia, enorme complesso che non ha bisogno di reperti per valere una visita perché è esso stesso un museo nel museo, con i suoi resti romani, i conventi longobardi e le chiese cinquecentesche che si sono stratificati, uno sull’altro, fino ad essere dimenticati per anni, invasi dalle galline e dai panni stesi nell’ortaglia, accanto agli antichi mattoni. Da qualche anno il complesso è stato recuperato, il sito è da poco entrato nel patrimonio dell’Unesco e ieri mattina, ancora una volta, io ero lì, a far correre la fantasia e ad immaginarlo attraversare un millennio. La guida era istrionica e lanciava ami di suggestione che si collegavano, di secolo in secolo, fino a formare quel filo conduttore che, dal passato, riporta al presente e indica la strada del futuro.

Io sono sempre stata affascinata da questo filo e vorrei poterne seguire il percorso con più attenzione, con più conoscenza, con più reverenza e meraviglia. Insieme a tante piccole curiosità è stato citato pure Foscolo, con i suoi Sepolcri, agganciato al filo del tempo, il cui oblio i Grandi travalicano e vincono, perché la signora, a cui il carme è dedicato, abitava giusto pochi palazzi più in là di Santa Giulia e aveva ospitato il poeta, impegnato nella stesura. Anche dalle colonne del Foro Romano da poco riaperto i secoli mi hanno guardato, ieri, ignari della mia esistenza poi però la mia giornata si è conclusa in meno grandiosità, davanti a Flight, di cui sconsiglio la visione in caso di utilizzo frequente degli aerei, che comprimono i tempi, sbeffeggiano i Grand Tour aristocratici d’antan e si spera arrivino indenni dove Icaro volle e non riuscì, fino a sopra le nuvole.

Buona settimana a tutti, buon utilizzo del tempo che abbiamo, che ci rimane, che non ci basta, che sprechiamo, che vorremmo, che attraversiamo indifferenti, che perdiamo, che elemosiniamo, che ricordiamo, che aspettiamo e soprattutto a chi, come pattylafiacca, affronterà un nuovo, affascinante, stimolante inizio.

febbraio 8, 2013

C’è dell’astice nei miei confronti. Progetti antidepressivi.

Partendo dal presupposto che zoppicare dolorosamente a casa mia equivalga allo zoppicare dolorosamente nelle città d’arte italiane o nelle lande straniere, ho pensato che fosse meglio, sotto un aspetto prettamente psicologico, lasciare inalterata anche per quest’anno l’abitudine alle escursioni, confidando nel fatto che possano essere d’aiuto a tener alto il morale durante la terapia riabilitativa.

Già prima della fine del 2012 mi ero organizzata una settimana in terra olandese nel periodo primaverile del tripudio dei tulipani ma il pensiero di questa evasione non è stato sufficiente a compensare lo scoramento – e l’incazzatura – scaturito dalle ultime vicende cartilaginee. Negli ultimi quindici giorni, perciò, ho ritenuto doveroso abbandonarmi allo shopping compulsivo di biglietti dei mezzi di trasporto.

Così, in un batter di ciglia, ho aderito ad una visita guidata approfondita a Santa Giulia, prezioso bene bresciano che non mi stanco mai di esplorare, da compiersi un sabato marzolino, con l’intento di imparare qualcosa e di essere in grado, quando ci porto qualche amico in visita, di dire qualcosa di meno ovvio di “questo è un affresco”; ho comprato un’andata/ritorno in treno a tariffa super-scontata in quel di Padova, per maggio, con il duplice obiettivo di visitare la mostra su Pietro Bembo e la panetteria Vecchiato per fare scorta di crema di cioccolato e nocciole. Ho di seguito acchiappato un sedile d’aereo per un trasferimento lampo a Londra ad inizio giugno, per rivedere la parte di città già nota e per fare la conoscenza di un altro suo angolo (nella fattispecie o i Kew Gardens o Greenwich, a seconda dell’umore del momento e delle condizioni atmosferiche).

A queste so già che si aggiungeranno due o tre altre gitarelle fuori porta – c’è in trattativa un battello su un fiume per scorci palladiani, un ristorante mantovano o veneto per sbafare tortelli, la ben nota spiaggia marchigiana per un fine settimana lungo, un posticino a Fidenza per un’altra faccenda gastronomica a base di gnocco fritto e salumi.

Rassicurata da questo primo semestre in cui ho definito siffatte certezze, intervallate da qualche altra puntatina lavorativa in terra spagnola, ieri sera ho concluso, dopo un paio di mesi di indagini, di mezzi pensieri di andiamo-nonandiamo, di quattro conti per valutare l’impatto sulle mie finanze, l’acquisto dei biglietti per un viaggio di ben altro spessore, anzi per IL VIAGGIO dell’anno, quello lungo due settimane e dedicato ad un posto fuori dai confini europei.

Nella seconda metà di agosto, se tutto va bene, farò la conoscenza delle città del Quebec, dei suoi parchi e del fiume San Lorenzo dopodiché, con un rapido volo interno, trasferirò le mie dolenti membra sulla costa orientale che pullula di fari, conifere e spiagge. Non dico che questo è il vero motivo del viaggio anche se poco ci manca ma avrei in programma una visita kitsch, una cosa che non è affatto da persone mature, un progetto che mi ronza in testa da quando avevo otto anni insomma…ecco… io vorrei…vorrei…aspettate che scaccio la vergogna e ve lo scrivo…io andrei proprio volentieri a vedere, potendo, riuscendoci…………Green Gables.

Si dai che lo sapete cosa è Green Gables: fate appello ai vostri ricordi d’infanzia, ai cartoni animati, ai libri di Lucy Maud Montgomery…il Tetto Verde è la casa di Anna dai Capelli Rossi, Prince Edward Island, terra di bianche dune e boschi incantati e spiriti affini. Prometto che non comprerò una parrucca con le trecce tizianesche.

Il Canada, oltre a pullulare di fari, conifere e spiagge, pullula pure di salmoni, pesce e crostacei. Già pregusto banchetti mentre la mia compagna di viaggio, che ha l’unico perdonabile difetto di non mangiare fauna ittica, si prepara a quindici giorni di sofferenza. Speriamo che, alla fine, non nutra dell’astice nei miei confronti.

 

Grazie a Valeria Marini, alias Sabina Guzzanti, per la demenziale indimenticabile battuta sull’astice.

gennaio 27, 2013

Contemplazione, quaderni e sentenze

Non sono sparita.

I giorni, dopo il rientro dal corso a Milano, sono scappati in mille cose da fare e il fine settimana è troppo breve per poter ospitare ogni impegno, persona, ozio o svago presenti nella mia lista. E domani riparto verso la Spagna, all’alba.

Della settimana appena trascorsa, trattengo con me il piacere di imparare cose nuove, l’odore dei banchi di scuola e il desiderio, che forse prima o poi realizzerò, di poter tornare studente in modo più continuativo. Ho isolato nella memoria un quarto d’ora del mercoledì mattina quando, incastrandolo tra la colazione, una corsa in metro e l’inizio del corso, sono riuscita a contemplare, finalmente, l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci e mi sono persa nella perfezione della bellezza.

Accanto alla Chiesa che ospita l’opera ho scoperto una cartoleria nella quale mi sono imposta di non entrare altrimenti avrei potuto comprare qualunque cosa. E’ un negozio piccolo, i cui muri, dietro al bancone trasversale, sono coperti da mobili in legno scuro, tutti uguali: cassettiere e vani sotto l’altezza della vita, librerie chiuse da vetri sopra, fino al soffitto. In mezzo al banco si apre, con un’asse a ribalta, un varco per accedere al retro della bottega. Sembra di essere tornati indietro di cento anni. Se fossi il proprietario passerei ore a sistemare le cose sugli scaffali, al proprio posto, e poi berrei un tè caldo, nel negozio chiuso, restando a rimirare per ore la quiete apparente dell’ordine esterno.

I due giorni successivi sono serviti a recuperare lavoro arretrato e a sentire la sentenza di condanna definitiva per il ginocchio. Così è e così te lo devi tenere. Per migliorare la situazione niente bisturi questa volta ma impegno e, di nuovo, fisioterapia.

A distanza di due anni dall’apertura di questo blog, nato nei giorni in cui ero immobile e aspettavo di essere operata, ecco che torno al punto di origine ma, nel frattempo, sono cambiate molte cose e, alla fine, non posso dire che vorrei che non fosse mai successo niente. Ogni evento ha condotto, in ordine inesorabile, ad altri eventi, che si sono susseguiti in un sistema causa-effetto e pochi di questi eventi sono stati negativi.

Buona domenica a tutti.

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