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novembre 27, 2012

Umide perplessità

E’ proprio necessario dare un nome agli eventi naturali?

Cosa è questa moda recente all’americana di affibbiare nomignoli, presi a prestito dalla storia e dalla mitologia, ad ogni acquazzone? Dobbiamo per forza copiare tutto?

Cosa cambia tra il prevedere l’arrivo di Medusa  e l’informare, tramite i soliti canali, che una perturbazione dalle caratteristiche più o meno intense, si abbatterà sulla penisola nei prossimi giorni, come si è sempre fatto?

Dare un nome ad una tempesta la rende diversa? Più o meno ostile?

Ricominceremo tra poco a costruire are votive e a sacrificare agnelli agli dei per placarne le ire e mitigare la rabbia di Beatrice, Poppea o Caronte quando passano nel nostro cielo?

Sono state le nuvole che hanno chiesto di avere una carta d’identità?

Ma, soprattutto, chi (è il pirla che) sceglie il nome per primo? E in che modo lo comunica a tutti?

Si fanno conferenze stampa, ci si mette d’accordo tra meteorologi a cena la sera prima, si tira a sorte, si apre a caso il sussidiario delle elementari?

Sono sempre più reazionaria, rivoglio la poesia.

E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto.
Il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì e si chiuse, nella notte nera.

Il Lampo. G. Pascoli

novembre 13, 2012

Acidissima con il Flash Mob. 90.000 ore sprecate per 5 minuti di inutilità.

Metti che vivi a Roma centro e ti ci vogliono venti minuti ad andare e venti a tornare, via metro o tram, per arrivare a Piazza del Popolo. Oppure te ne stai in periferia e, tra una cosa e l’altra, passano un paio d’ore per raggiungere il luogo dell’appuntamento. Oppure ancora  sei di fuori e prendi  treno,  auto o  pullman ed ecco che quattro o cinque ore se ne vanno negli spostamenti.

Chiediamo aiuto al pollo e facciamo la media a sua maniera: possiamo dire che tre ore a persona per trentamila persone, così dicono i giornali, sono state impiegate per trovarsi in tempo a Piazza del Popolo, accendere i cellulari, ballicchiare tutti in gruppo per cinque minuti sulle notarelle di una musichetta che tra un anno nessuno ricorderà più e poi tornarsene a casa?

Novantamila ore uomo.

Novantamila ore uomo buttate alle ortiche per una cosa della quale io non riesco, neppure sforzandomi, a trovare il senso. Che cosa significa  un balletto di trentamila persone che non si conoscono neppure tra loro, che non hanno niente da chiedere né da esprimere, che sono lì solo perché è di moda? Che cosa lascia?

Non lo so. Il significato di questi raduni supera la mia capacità intellettiva e si perde lontano lontano nei luoghi a me inintelligibili, dove riposano fuori dalla mia comprensione, tra gli altri, i barattoli di alluminio che contengono merda d’artista, le trasmissioni della De Filippi, i libri delle sfumature, la zumba, le bambine di cinque anni con lo smalto alle unghie e il gnè-gnè nella voce, i bambini di dieci con in tasca il cellulare e cinquanta euro, le donne con le labbra rifatte e quelle con il piercing sull’avambraccio, gli uomini che riempiono gli spazi col potere dei soldi perché altri modi non conoscono.

Novantamila ore uomo svanite nel nulla.

Sapete cosa ci si potrebbe fare con novantamila ore uomo? Tantissimo, a seconda dei gusti.

Per esempio andarsene a passeggiare in un luogo lontano dalle vetrine dove ci sia la spiaggia, il lago, un fiume, quattro alberi o la pista ciclabile del paese che si perde tra campi di nulla. Oppure chiamare un amico che da molto si vorrebbe risentire ma non si trova mai il tempo per farlo, leggere un libro, ascoltare musica dal vivo, imparare qualcosa. Oppure dare una mano ad una persona sola e non del tutto autosufficiente a fare la spesa, dormire, giocare con un bambino, fumarsi in santissima pace una sigaretta, darsi un’occhiata dentro a rimirare le nostre parti belle e provare a sistemare quelle ammaccate, visitare un museo. Fare i conti e scoprire perché i soldi non bastano mai,  lavare l’auto di casa, fare qualcosa per i propri genitori, stare in silenzio, infilare la testa in un ricovero per anziani per quattro parole con chi aspetta che il mondo arrivi da lui perché al mondo non riesce più ad arrivare da solo, cucinare per sé o per gli altri qualcosa di buono. Oppure ancora fare l’amore, dipingere, sfogliare un fumetto, riordinare un cassetto, leggere un blog, portare a spasso il cane, farsi un giro in bicicletta, costruire qualcosa. Oppure proprio niente, ozio totale. Lo capirei, lo condividerei, ci troverei un significato all’ozio totale. Ogni tanto è sublime, l’ozio totale.

Novantamila ore di vita in cui si potrebbero aggiustare tante, tantissime cose.

Novantamila ore di vita immolate sull’altare del Gangnam Style.

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Constantinos Kavafis

novembre 9, 2012

Autunno inoltrato

 

 

 

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ottobre 30, 2012

Pioggia a Madrid

Que llueva, que llueva
La Virgen de la Cueva
Los pajaritos cantan,
Las nubes se levantan.
¡Que sí, que no,
que caiga un chaparrón!
Que siga lloviendo,
Los pájaros corriendo
Florezca la pradera
Al sol de la primavera.
¡Que sí, que no,
que llueva a chaparrón,
que no me moje yo!
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ottobre 23, 2012

Due passi vicino a casa

Nella zona a sud del Lago d’Iseo, racchiuso tra le acque e i vigneti della Franciacorta, c’è una riserva naturale, un territorio particolare di lagune torbose in cui fanno il nido gli uccelli, nuotano i pesci sul fondo fangoso, crescono libere le piante.

Come ogni cosa che è sotto i miei occhi da sempre, pur passandole accanto più volte al mese, la conosco pochissimo. L’anno scorso l’ho visitata per la prima volta, in dicembre, nel silenzio di questo mondo piccolo che si riparava dal freddo.

Domenica c’era una giornata d’autunno spettacolare: tersa, tiepida, luminosa e tra gli stagni in cui crescono le ninfee, sulle cui acque navigano solenni i cigni, dentro le cui superfici si posano le foglie che stanno cambiando colore, anche il cielo scendeva a specchiarsi, universo capovolto, portando con sè sbuffi di nuvolette.

Una parentesi di tranquillità, tra il moto turbinoso delle mie giornate.

 

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ottobre 1, 2012

Incontri e madeleines

Vicenza era umida di pioggia e perfetta nelle geometrie mentre ne percorrevo le vie centrali con la comoda tranquillità di una passeggiata del sabato.

Oggi esco a fare due passi, sembrava mi stessi dicendo la mattina, mentre paragonavo alla giornata che stava iniziando i viaggi delle ultime settimane e quelli che mi aspettano a breve e decidevo cosa indossare. Portafoglio in una tasca, cellulare, fazzoletto e chiavi dell’auto dall’altra, un ombrellino rosso tra le mani: avevo voglia di semplicità. Mentre guidavo mi sono ricordata di questo suo post e mi è venuto da ridere e ho pensato che, anche solo per un aspetto, non avrei corso il rischio che pattylafiacca mi guardasse e mi dicesse: “Tu menti!”.

Il mio terzo incontro tra bloggers è iniziato in Piazza dei Signori sotto uno scroscio ed è proseguito all’asciutto in un fiume di chiacchiere che scorreva naturale, curioso, privo di forzature e con la voglia di scoprirsi e di riconciliare l’immagine che ci si fa di una persona attraverso quello che scrive di se’ con quanto si percepisce dal vedersela di fronte e ascoltarne la voce. Prima la sostanza e poi l’apparenza.

Avremmo potuto proseguire per ore, credo, a scambiarci pezzi delle nostre esistenze ma ci siamo fermate all’inizio del pomeriggio con l’intenzione di riprendere, da dove ci siamo interrotte, la prossima primavera.

Pochi passi sul Corso Palladio ed ecco il Teatro, piccolo e perfetto, che cambia viso e umore in un gioco di suoni e luci e le raccolte gallerie di Palazzo Leoni Montanari e poi a casa, nella serata autunnale, a vedere un film, “Il ragazzo con la bicicletta”, che fa da contrappunto a certe discussioni della giornata appena trascorsa, sulla fatica di crescere e sul sollievo, una volta diventati grandi, di sapere che ce l’abbiamo fatta.

La domenica trascorre sonnacchiosa, con una passeggiata lungo il fiume in un pomeriggio avvolto da sole, parentesi tra il grigio di questo periodo, che illumina il verde che si sta facendo rosso, giallo, marrone, e un esperimento di cucina, una recherche della Parigi appena lasciata e una lontano eco delle conchiglie del Cammino di Santiago. Una breve pausa tranquilla, prima di riprendere il viaggio.

settembre 2, 2012

Notte riflessa

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