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maggio 10, 2013

Come si vive a Itaca?

Sono creatura di valle: da quando sono nata apro gli occhi e vedo le montagne circondarmi su tre lati: destra, sinistra e in fondo, guardando verso nord, alle cime innevate del ghiacciaio. Vivo in una grande culla, al rumore del fiume ancora stretto che scende verso la pianura, tra il verde dell’estate e la neve dell’inverno. Il paesaggio mi contiene, mi rassicura. La mia casa è il mio mondo:  ne disegno altre possibili solo con la fantasia, certa del fatto che raccogliere il coraggio per lasciare le mie mura sarebbe impresa ardua.

La settimana scorsa sono stata al mare, per pochi giorni: ad inizio stagione tante case sono ancora chiuse e inaccessibili, tante strade poco frequentate se non da chi vive lì tutto l’anno. La salsedine e le mareggiate hanno mordicchiato il lungomare, le facciate, i tubi di ferro ma l’esercito dei  pittori e dei falegnami è già all’opera per scartavetrare, risistemare, ripiantare le file degli ombrelloni. Si stava benissimo, al mare, sulle scogliere del molo, nelle vie fresche del paese, col primo gelato della stagione in mano.

Come sempre mi sono chiesta come si viva al mare d’inverno, come si accolga lo specchio dell’acqua negli occhi ogni giorno, come si viaggi verso l’orizzonte con lo sguardo e si annusi l’aria che sa di alghe, di pesce, di verde. Come sempre mi sono chiesta come sarebbe trasferirmi a vivere al mare e abbandonare la conca protettiva delle rocce per lasciare entrare la voce del vento e la luce del sole che nasce e muore rosso sopra le barriere frangiflutti.

Una volta in famiglia – colpa dei tanti viaggi in Grecia – dicevamo che, da anziani i miei, da non più giovane io avremmo venduto tutto per comprare una casina minuscola e bianca, con la porta azzurra e un oliveto raccolto intorno, ad Itaca e lì avremmo trascorso i giorni, guardando il mare, frastornati dal frinire delle cicale e dall’odore della macchia mediterranea.

Forse succederà davvero, per me, o forse no. D’altronde ognuno deve avere la propria Itaca, in attesa, in fondo al viaggio.

aprile 27, 2013

In mezzo a lenti pensieri

Di ritorno da un viaggio interessante, costellato di scoperte casuali e predeterminate certezze, resta una certa stanchezza apatica, che si dilunga nel disfare la valigia, trovare posto ai semplici ninnoli che tornano con me da queste esplorazioni, lavare i pochi vestiti e riconnettere le fila dei discorsi sospesi.

Davanti al cottage in riva al canale le anatre emettevano i loro richiami che si mescolavano ai canti degli uccelli; nei paesini dei pescatori lungo le coste a nord di Amsterdam la brezza soffiava piano, facendo cantare le sartie delle imbarcazioni nei porticcioli. I ponti si alzavano al passare delle chiatte, i mulini di  Kinderdijk roteavano al vento, tra gli scricchiolii delle ruote dentate di legno che si incastravano e trasmettevano il moto della lotta centenaria tra la natura e l’uomo. I quadri dei musei stavano immobili, nel loro messaggio estetico, circondati da rumorosissime scolaresche in gita che invadevano le sale in un vociare confuso e caotico. Fuori le fila di casette con le tendine bianche si asciugavano al sole e si specchiavano nelle acque.

MARKEN

Qui mi aspettava ancora un venerdi di ferie, giorno cuscinetto per sbrigare commissioni, senza fretta particolare, e per ritornare ad una casa odorante di vernice fresca e scintillante di serramenti imbiancati.

Prendo le ore senza fretta, rientro piano piano nell’atmosfera di giornali inutili che raccontano di altrettanto inutili discussioni e tentativi di governo, leggo qualche post, studio spagnolo senza troppa convinzione – questo esame a cui non avrei dovuto iscrivermi lo sto sottovalutando, prevedo un attacco di panico a breve – spulcio le email dell’ufficio, mi riconnetto col mondo mentre continuo a sentire il quack quack degli anatroccoli e  a vedere lo scorrere placido della vita, qualche chilometro più a nord.

Consiglio di lettura: Mike Dash “Tulipomania”, la prima, affascinante, bolla economica dell’era moderna.

PENSIERI

aprile 7, 2013

Mestieri ferroviari

Sono salita sul trenino che risale la valle dalla città, questa mattina, mentre la pioggia non aveva ancora deciso se lasciare la superficie del lago o soffermarcisi ancora un po’. Le carrozze nuovissime, da metropolitana leggera, hanno sostituito da qualche anno i vecchi vagoni arancio sciupati e scoloriti su cui salivo da universitaria ma il tragitto è lo stesso e i tempi di percorrenza pure. Spero che non cancellino mai questa linea in perdita continua, che taglia pericolosamente la strada costiera in più punti, che sbuffa arrampicandosi verso le montagne tra scorci d’acqua e gallerie buie, che unisce i paesi, di stazione in stazione, per chi l’auto non l’ha o non la vuole usare.

Mi piace, il treno: ho tempo per leggere o per guardare fuori dal finestrino lasciando che si sgarbuglino i pensieri.

Oggi seduti nella mia stessa parte di carrozza c’erano una signora non troppo giovane da potersi muovere veloce né troppo vecchia da non potersi permettere di arrampicarsi sui gradini o saltar giù sulla banchina più facilmente di me – non c’è niente che agevoli il superamento del dislivello. La borsa e la giacca accanto a lei, stava col corpo in leggera tensione, staccato dal sedile, proteso verso la direzione di avanzamento, in attesa della fermata, molti chilometri lontana dal punto in cui era salita.

C’era un ragazzo che telefonava a voce alta a un conoscente che, mi è parso, facesse il modello e fosse andato ad un casting. In un quarto d’ora non ha detto una sola frase spontanea che non riecheggiasse modelli precostituiti di conversazione fatua da intrattenimento di canale televisivo. In compenso ha pronunciato la parola “cazzo” e qualche suo sinonimo almeno trenta volte. Roba da professionista.

C’erano due signore russe di mezz’età, che conversavano fitto fitto nella loro lingua madre: mi sembrava di essere in viaggio per davvero, come qulla volta, da Mosca a San Pietroburgo, in mezzo alle foreste sterminate.

C’erano una mamma con due bambini. La madre, età sulla quarantina, parlava, sia ai figli che a chi le rivolgeva delle domande, con il tono di voce di una dodicenne. Il maschietto sonnecchiava. La femminuccia, cinque anni, gli occhi vigili, non ha mai chiuso la bocca e, con lo stesso tono di voce della madre, ma in un’ottava superiore, ha osservato e commentato ogni dettaglio: il panorama, l’isoletta con la sua villa misteriosa, puntino accanto all’isola grande, gli arrivi, le partenze, le stazioni e le persone.

Poteva permetterselo, di osservare senza ansie il mondo ad alta voce e dipingerlo con stupore: c’era il trenista alla guida, ci avrebbe pensato lui a portarla sana e salva fino dai nonni.

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marzo 24, 2013

Vuoi vedere che è di nuovo il leone?

Santa Giulia Brescia

Raccontare la famosa barzelletta del leone in dialetto procura maggiore soddisfazione ma è di più difficile interpretazione. In ogni caso  mi riecheggia in mente con una certa frequenza, ogni volta che sento mio padre, di solito molto misurato nei toni e pacato nel comportamento, raccontare l’evento agli ancora ignari. Il cane sta crescendo, col passare del tempo, e le se dimensioni al garrese al momento assomigliano a quelle di un vitello, mi aspetto che aumentino ulteriormente, nei prossimi giorni, fino a raggiungere quelle di un sauro.

D’altronde, si sa, l’epica nasce da un fatto normale ingigantito, di bocca in bocca, di aedo in aedo, fino ad assumere valore di leggenda ed esempio, fino a penetrare nella conoscenza collettiva e a superare le dimensioni del tempo.

E il tempo trascorre anche qui come altrove, tra i sussulti dei giorni lavorativi e la calma rigenerante dei festivi. In casa giochiamo come al solito a ironizzare sugli avvenimenti per renderli più digeribili, aspettiamo l’epifania della padrona del cane ed io faccio opera di martellamento psicologico perché l’infortunato si decida a farsi fare una radiografia al dolorante coccige. Il ginocchio, sottoposto ad intense sedute riabilitative,  attraversa una felice fase di minimi miglioramenti che mi rendono più sopportabile il dolore e mi lasciano illudere che non siano, un’altra volta, fuochi fatui.

E il tempo si gonfia ancora di riflessioni, nelle ore di lettura rubate agli sconquassi della vita frenetica, tra due libri che da molto volevo leggere. Uno è un regalo di Pasqua giunto in anticipo, di Adriana Lotto, “Quella del Vajont”, biografia di Tina Merlin. L’altro è “Sulla pelle viva”, di Tina Merlin stessa perché alcune parole bisogna leggerle per conoscere, per sottrarle alle maree del tempo che fluiscono senza sosta e lavano gli arenili cancellando le impronte.

Anni prima del Vajont, qui nel fondovalle, un’altra cascata di furiosa acqua si era abbattuta, lacerando una diga e spazzando case, alberi e persone, rotolando dall’alto della montagna e sfogandosi dopo chilometri di terrore e morte. Se si sale, dopo una passeggiata poco impegnativa, fino a ciò che resta del manufatto, gli si può passare in mezzo, toccandone gli enormi monconi, squarciati nel centro della struttura. L’unico esempio al mondo di diga mista a gravità e archi multipli, la diga del Gleno, costruita in economia e incapacità, cedette in poco più di un mese dal primo invaso e procurò più di 350 vittime. Mia nonna e la mia prozia c’erano, quel giorno, e raccontavano di come l’acqua inghiottiva tutto, al suo passaggio, strappava via le persone che amavano, lasciando fango e macerie. Il tempo passa ma non bisogna dimenticare.

E il tempo si riempie di meraviglia, in luoghi rinati, come nel Museo di Santa Giulia a Brescia, enorme complesso che non ha bisogno di reperti per valere una visita perché è esso stesso un museo nel museo, con i suoi resti romani, i conventi longobardi e le chiese cinquecentesche che si sono stratificati, uno sull’altro, fino ad essere dimenticati per anni, invasi dalle galline e dai panni stesi nell’ortaglia, accanto agli antichi mattoni. Da qualche anno il complesso è stato recuperato, il sito è da poco entrato nel patrimonio dell’Unesco e ieri mattina, ancora una volta, io ero lì, a far correre la fantasia e ad immaginarlo attraversare un millennio. La guida era istrionica e lanciava ami di suggestione che si collegavano, di secolo in secolo, fino a formare quel filo conduttore che, dal passato, riporta al presente e indica la strada del futuro.

Io sono sempre stata affascinata da questo filo e vorrei poterne seguire il percorso con più attenzione, con più conoscenza, con più reverenza e meraviglia. Insieme a tante piccole curiosità è stato citato pure Foscolo, con i suoi Sepolcri, agganciato al filo del tempo, il cui oblio i Grandi travalicano e vincono, perché la signora, a cui il carme è dedicato, abitava giusto pochi palazzi più in là di Santa Giulia e aveva ospitato il poeta, impegnato nella stesura. Anche dalle colonne del Foro Romano da poco riaperto i secoli mi hanno guardato, ieri, ignari della mia esistenza poi però la mia giornata si è conclusa in meno grandiosità, davanti a Flight, di cui sconsiglio la visione in caso di utilizzo frequente degli aerei, che comprimono i tempi, sbeffeggiano i Grand Tour aristocratici d’antan e si spera arrivino indenni dove Icaro volle e non riuscì, fino a sopra le nuvole.

Buona settimana a tutti, buon utilizzo del tempo che abbiamo, che ci rimane, che non ci basta, che sprechiamo, che vorremmo, che attraversiamo indifferenti, che perdiamo, che elemosiniamo, che ricordiamo, che aspettiamo e soprattutto a chi, come pattylafiacca, affronterà un nuovo, affascinante, stimolante inizio.

febbraio 8, 2013

C’è dell’astice nei miei confronti. Progetti antidepressivi.

Partendo dal presupposto che zoppicare dolorosamente a casa mia equivalga allo zoppicare dolorosamente nelle città d’arte italiane o nelle lande straniere, ho pensato che fosse meglio, sotto un aspetto prettamente psicologico, lasciare inalterata anche per quest’anno l’abitudine alle escursioni, confidando nel fatto che possano essere d’aiuto a tener alto il morale durante la terapia riabilitativa.

Già prima della fine del 2012 mi ero organizzata una settimana in terra olandese nel periodo primaverile del tripudio dei tulipani ma il pensiero di questa evasione non è stato sufficiente a compensare lo scoramento – e l’incazzatura – scaturito dalle ultime vicende cartilaginee. Negli ultimi quindici giorni, perciò, ho ritenuto doveroso abbandonarmi allo shopping compulsivo di biglietti dei mezzi di trasporto.

Così, in un batter di ciglia, ho aderito ad una visita guidata approfondita a Santa Giulia, prezioso bene bresciano che non mi stanco mai di esplorare, da compiersi un sabato marzolino, con l’intento di imparare qualcosa e di essere in grado, quando ci porto qualche amico in visita, di dire qualcosa di meno ovvio di “questo è un affresco”; ho comprato un’andata/ritorno in treno a tariffa super-scontata in quel di Padova, per maggio, con il duplice obiettivo di visitare la mostra su Pietro Bembo e la panetteria Vecchiato per fare scorta di crema di cioccolato e nocciole. Ho di seguito acchiappato un sedile d’aereo per un trasferimento lampo a Londra ad inizio giugno, per rivedere la parte di città già nota e per fare la conoscenza di un altro suo angolo (nella fattispecie o i Kew Gardens o Greenwich, a seconda dell’umore del momento e delle condizioni atmosferiche).

A queste so già che si aggiungeranno due o tre altre gitarelle fuori porta – c’è in trattativa un battello su un fiume per scorci palladiani, un ristorante mantovano o veneto per sbafare tortelli, la ben nota spiaggia marchigiana per un fine settimana lungo, un posticino a Fidenza per un’altra faccenda gastronomica a base di gnocco fritto e salumi.

Rassicurata da questo primo semestre in cui ho definito siffatte certezze, intervallate da qualche altra puntatina lavorativa in terra spagnola, ieri sera ho concluso, dopo un paio di mesi di indagini, di mezzi pensieri di andiamo-nonandiamo, di quattro conti per valutare l’impatto sulle mie finanze, l’acquisto dei biglietti per un viaggio di ben altro spessore, anzi per IL VIAGGIO dell’anno, quello lungo due settimane e dedicato ad un posto fuori dai confini europei.

Nella seconda metà di agosto, se tutto va bene, farò la conoscenza delle città del Quebec, dei suoi parchi e del fiume San Lorenzo dopodiché, con un rapido volo interno, trasferirò le mie dolenti membra sulla costa orientale che pullula di fari, conifere e spiagge. Non dico che questo è il vero motivo del viaggio anche se poco ci manca ma avrei in programma una visita kitsch, una cosa che non è affatto da persone mature, un progetto che mi ronza in testa da quando avevo otto anni insomma…ecco… io vorrei…vorrei…aspettate che scaccio la vergogna e ve lo scrivo…io andrei proprio volentieri a vedere, potendo, riuscendoci…………Green Gables.

Si dai che lo sapete cosa è Green Gables: fate appello ai vostri ricordi d’infanzia, ai cartoni animati, ai libri di Lucy Maud Montgomery…il Tetto Verde è la casa di Anna dai Capelli Rossi, Prince Edward Island, terra di bianche dune e boschi incantati e spiriti affini. Prometto che non comprerò una parrucca con le trecce tizianesche.

Il Canada, oltre a pullulare di fari, conifere e spiagge, pullula pure di salmoni, pesce e crostacei. Già pregusto banchetti mentre la mia compagna di viaggio, che ha l’unico perdonabile difetto di non mangiare fauna ittica, si prepara a quindici giorni di sofferenza. Speriamo che, alla fine, non nutra dell’astice nei miei confronti.

 

Grazie a Valeria Marini, alias Sabina Guzzanti, per la demenziale indimenticabile battuta sull’astice.

gennaio 6, 2013

Proteste e tramonti

Sono rientrata dalla Spagna venerdi notte, dopo tre giorni massacranti. Il progetto per il quale ho lavorato in questi mesi è arrivato alla sua scadenza, il vecchio software è stato spento e il nuovo acceso.

Mi aspettavo problemi ma non del tipo di quelli che si sono presentati. Avevo previsto intoppi tecnici, procedure che non funzionano, flussi di operazioni da rivedere invece ce ne sono stati altri, di tipo psicologico. Nonostante tutte le spiegazioni dei mesi precedenti, nonostante la preparazione, la resistenza al cambiamento è uno scoglio alto contro cui, inevitabilmente, si cozza.

Per alcune persone è una sfida, per altre è indifferente, per altre ancora terrorizzante. Con queste ultime si deve parlare, spiegare con calma, rifare le cose più volte ma poi, ad un certo punto, se la situazione non si sblocca, si finisce per forza ad alzare la voce di un tono e ad arroccarsi sulle proprie posizioni. Indietro non si torna, d’altronde. Ci si adatta, si ammorbidisce qualcosa ma oltre ad un certo punto non si può mollare. E’ così e basta.

Ecco, questo ribadire: “è così e basta” costa un’enormità di energie. E’ il cardine dell’educazione dei figli, dell’insegnamento, dei comportamenti delle organizzazioni. Quando il livello di rigidezza è eccessivo il sistema sfocia nella ribellione e poi nell’anarchia, quando è troppo lasco il sistema si ammorbidisce e sfocia nell’anarchia. Il buon senso aiuta a trovare la giusta via di mezzo.

In questo caso si tratta di imparare un nuovo metodo per lavorare che porta agli stessi risultati di prima o a migliori, visto che è stato testato e utilizzato per anni da molte altre persone e si sa che funziona. Ecco perché il terrore davanti a nuove sequenze di tasti da battere sulla tastiera e nuovi comandi da dare al computer è, se protratto, eccessivo e ridicolo e, per chi sta facendo formazione, snervante.

Chi è senza peccato…anche a me non sempre piace il cambiamento. A volte lo aspetto con ansia, altre è stato causa di fughe per non perdere l’equilibrio; fortuna che l’uomo è creatura adattabile.

Fatto sta che venerdì sera sono arrivata in aeroporto stremata e con l’impellente necessità del primo dei rari pasti di cibo spazzatura che mi capiteranno quest’anno. McDonald, senza dubbio. Il volo poi è stato un lampo, cuffiette nelle orecchie e La Ribelle della Disney-Pixar sull’iPad. Poi, una volta a casa, sono crollata fino al mattino seguente.

Ieri c’era una giornata di sole splendida, con temperature quasi primaverili. Avrei volentieri trascorso due giorni in pigiama ma sarebbe stato un peccato sciupare un sabato così e avevo bisogno di svuotare la mente. Così ho guidato fino a Sirmione, sul Lago di Garda, dove non andavo da anni.

Ho passeggiato sulle sponde, ho ammirato cigni, gabbiani e anatre, mi sono fatta largo tra la folla che si addensava nelle vie del borghetto, ho scattato circa duecento fotografie in un paio d’ore.

Poi ho dimenticato di fare la minimalista perché mi sono infilata per la prima volta nello spaccio aziendale delle calze Gallo. All’inizio ho creduto che sarei uscita a mani vuote, perché i prezzi dell’outlet erano di poco inferiori a quelli himalayani dei negozi. Poi qualcuno mi ha fatto notare le scatole con le primette: mi sono ripigliata e ho ceduto senza fatica al fascino delle righine colorate allo stesso prezzo, o poco più, delle calze che si trovano nei supermercati ma con un livello qualitativo del tutto differente e chi se ne frega se c’è una rimagliatura a metà gamba, se si deve usare la lente di ingrandimento per trovarla.

Oggi invece ho oziato e anche questo post mi sta uscendo stiracchiato e senza troppa convinzione. Chiedo scusa ma domani ritorno un’altra volta tra coloro che protestano e ci rimango per un’intera settimana. O io o loro: sarà la battaglia finale!

Sirmione

dicembre 16, 2012

Sabato, tra silenzio e frastuono

Il lago si sveglia circondato dalle montagne imbiancate, dai cui fianchi spuntano massi neri e case colorate. La strada che lo costeggia e conduce sud è quasi deserta, risparmiata dal traffico dei giorni lavorativi. Lo sguardo è libero di spaziare sulla superficie grigia e immota. Nel punto in cui  la pianura si allarga per far rinascere il fiume, percorro vie secondarie tra i vitigni addormentati, file di paletti neri in mezzo ad un mare bianco che attutisce ogni rumore. Dalle colline basse si affacciano sagome di ville antiche che appaiono e scompaiono dentro la bruma che sale dalla terra. Brilla, nitido nella luce umida del mattino, il fianco di una chiesetta di campagna, delineato da una fila di lucine chiare.

La piazza del paese che non conosco ma da cui proviene una parte della mia famiglia –  incurante ignoranza di geografia prossimale – non è ancora stata spalata dalla neve: la pesto mentre si scioglie, mischiandosi alla polvere dell’asfalto. Entro nel caldo di un negozio di parrucchiere molto frequentato – una volta ogni molti anni cambio per sapere che cosa non è ancora arrivato lassù nella valle ma già è noto in città – e mi immergo per un paio d’ore in un sottofondo incessante di voci di donne e lamenti di phon che la mia testa zittisce, nell’attesa, intrappolata tra la righe di un libro.

Di nuovo ripiombo fuori, nel silenzio delle vigne bianche, lavate dalla pioggia che non smette di cadere, pulisce le strade e allontana i timori di gelate. Preso fiato, mi tuffo a testa bassa e sguardo attento tra i carrelli che si incastrano in un supermercato iper-affollato che ostenta le promozioni del Natale. Concludo la missione cappone in maniera quasi indolore. File lunghe alle casse di persone intabarrate e nervose si muovono lente verso l’uscita mentre fuori la pioggia continua a cadere e bagna borsine, automobili, ombrelli e sigarette, accese per far fronte all’attesa di coniugi che indugiano.

E’ ancora silenzio, nel parcheggio vuoto e nascosto del porticciolo: le barche ondeggiano piano senza riuscire a scrollarsi la neve di dosso mentre i gabbiani planano pigri sui pali di legno e confondono il grigio del piumaggio con quello delle acque attorno a loro. Nella piazza del paese si inaugura il primo giorno dei mercatini natalizi, in casette di legno scuro, da cui escono sapori e odori che catturano e invitano ad indulgere, per una volta, a cibo a breve conservazione, sprezzante delle logiche del mercato alimentare moderno.

La moda furoreggiante dei prodotti locali mi fa sorridere: noi che viviamo in questi luoghi lontani dal caos cittadino fin da piccoli impariamo che esistono posti diversi dai supermercati per avere cibo che poco ha a che fare con quello che passa per le catene industriali: l’orto del vicino, il maiale dell’amico dell’amico, il burro del caseificio e la farina del mulino. Era normale ed economico, una volta; adesso è ancora normale, anche se meno economico, perché avvolto dai ricarichi del marketing del chilometro zero,  ma altrettanto netta è la differenza tra la qualità. Mi chiedo se la chiave non stia nel consumare meno e meglio, mi chiedo se è vero che cucinare in casa quasi tutto fosse divenuta cosa sempre meno comune fino a poco fa: ora pare che tutti vogliano imitare i grandi chef e che la rete pulluli di cuochi per caso. Non so: di piatti pronti nella cucina di casa mia ne ho sempre visto girare pochissimi.

Rimugino, ma senza troppa concentrazione, mentre evito le pozzanghere. I commercianti che spuntano dalle finestrelle delle casine di legno sono scesi dalla valle e da quelle vicine – Valtellina, Valsugana, Alto Adige, Trentino – con formaggi, salumi, torte, pane scuro, strudel, marmellate. Arrivano da un po’ più lontano con le nocciole piemontesi e la porchetta marchigiana altri di loro e tutti aspettano che spiova perché così, tra il freddo e l’umidità, pochi si fermano a comprare e pure ad assaggiare.  Io mi fermo, assaggio e compro; non troppo ma compro, per nostalgia di un sapore, per ricordo di un viaggio in attesa di un altro viaggio, per il pranzo tranquillo della domenica in cui portare qualcosa di speciale.

Poi ritorno, infreddolita e umida, all’auto che aspetta nella calma delle rive del lago mentre mi accompagna la musica di un’orchestrina jazz che suona, sotto i portici, un medley natalizio e bagnato, che sfuma mentre mi allontano, un’altra volta, verso il silenzio caldo di un pomeriggio di chiacchiere tranquille e confortevole ozio.

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