Archivio per ‘Diritti’

maggio 1, 2013

Primo maggio

Hai appeso barche di legno tra le colonne della chiesa e poi sei uscito a sfidare le onde del mare senza sapere se saresti tornato a riabbracciare la gente di casa tua. Hai scavato in miniere profonde dove il sole non entrava per cercare piccoli pezzi di pietra da cui ricavare gemme preziose e ti sei piegato la schiena, nelle gallerie umide. Ti sei svegliato all’alba per infornare il pane, ore di sonno rubate davanti al caldo torrido del fuoco. Hai tirato per le corna buoi attaccati ad un aratro, felice di non doverne attaccare le cinghie al tuo corpo e poi hai seminato, centimetro dopo centimetro, affidando la tua vita ai capricci del vento.Hai pompato acqua, hai percorso chilometri in cerca dell’acqua. Hai cotto mattoni nei forni e ti sei arrampicato sui ponteggi per erigere la tua casa. Hai tagliato, lavato e rammendato tessuti per coprire te stesso e i tuoi cari. Hai strofinato pavimenti e tolde di navi fino a farti venire le mani rosse e le ginocchia nodose. Hai osservato il mondo cercando di decifrarne le leggi segrete fino a quando non le hai apprese, consumandoti gli occhi in veglie notturne. Hai curato e calmato i tuoi simili malati, provando e riprovando fino a trovare i modi per rinviare la morte ad una data meno difficile da accettare. Hai composto musica, dipinto forme e sentimenti, plasmato la materia, trovato le parole per narrare le storie degli eroi così a lungo da far loro trascendere il tempo. Hai volato oltre le nubi, ti sei immerso nelle profondità degli oceani, hai perforato le montagne, hai tracciato i sentieri per muoverti più in fretta.

Hai fatto tanto, Uomo, per vivere meglio ma non hai ancora imparato che la quiete vera, la sera, prima di chiudere gli occhi, la provi solo quando sai che sei stato te stesso nelle ore del giorno, che hai lavorato per l’amore del lavoro e non per il piacere di sentire il suo peso tradotto in denaro, che sei stanco ma sei stato capace di fermarti a contemplare uno stormo in volo con un bambino accanto.

Stiamo andando tutti nella stessa direzione, Uomo, perchè è unica la conclusione del nostro viaggio ma la strada diritta, intervallata dalle panchine di legno da cui ammirare le foglie che cambiano colore con il passare delle stagioni è sempre tranquilla e poco frequentata. Tu ti inerpichi sulle montagne, ti perdi nei labirinti che da solo crei, procedi a zig zag e sperperi vita con vita. Permetti ad altri uomini di insegnarti a sperperare vita con vita inchiodata a scrivanie davanti a schermi lucidi, davanti a cornette del telefono con cui chiamare per vendere e non per salutare, davanti a macchine utensili da cui escono migliaia di pezzi tutti uguali, davanti a macchine da cucire che attaccano stoffe di bassa qualita’, davanti a classi di alunni perduti in sogni effimeri, davanti a vetrine di negozi tutti uguali, davanti a cancelli che chiudono e ti lasciano fuori a picchettare contro un mulino a vento.

Noi non saremo mai altro che uomini ma ti pare poco, Uomo?

Questo post e’ per una persona a cui manca poco per andare in pensione, doo una vita di lavoro. Gli occhi si illuminano quando parla con orgoglio dei figli. Ha progetti a casa e fuori casa per dopo. Non conoscera’ un dopo: e’ arrivata la malattia.
Questo post e’ per un’altra persona, pedina in giochi di tagli, spostamenti, razionalizzazioni. Non importa cio’ che sai fare bene: importa cio’ che a loro, altre pedine in mani piu’ potenti, serve per ricomporre puzzle ridotti. Non so cosa puoi fare. So cosa non devi permettere che ti facciano: perdere vita.
Questo post e’ per me che da un anno mi trascino in ufficio e striscio sotto l’ennesimo soffitto di cristallo che hanno installato solo per me. Ogni donna che tenta di entrare nel mondo degli uomini con regole diverse da quelle che si sono dati loro possiede un soffitto di cristallo che la segue, come la nuvoletta di Fantozzi.Mi sono stufata di picchiarci contro la testa. Di soffitto in soffitto ho sempre scalato per minuscole e sbrindellate scale di emergenza: anche questa volta devo solo trovarle.

aprile 17, 2013

No, no, non splendere su tanti guai

“…No, no, non splendere su tanti guai,
sole d’Italia, non splender mai;…”
Bandiera bianca
Vi ricordate le strofe di questa poesia, che una volta era su tutti i sussidiari e adesso invece è sparita per far largo a rime rap? Voi che sapete, esiste ancora l’amor di patria? Esiste ancora una patria?
Voi non siete stufi? Non vi viene voglia di prenderli tutti, vecchi e nuovi, chiudere a chiave le porte del Parlamento, e lasciarli lì a discutere tra loro? Si può fornire loro anche una troupe televisiva e mandare in onda finti telegiornali su televisori interni. Un Truman show all’incontrario, per rassicurarli della loro utilità. Mandiamo lì anche quel pirla che si mette sempre dietro i giornalisti mentre vanno in onda in esterno così ci leviamo di torno un fulgido esempio di vita inutile.
Intanto noi scendiamo di nuovo a lavorare su base locale? Facciamo pulizia dal basso, nei comuni; mettiamo ordine tra i conti piccoli, utilizzando la regola della brava massaia secondo la quale non si spende quel che non si ha? Poi dal piccolo ridisegniamo le reti delle amministrazioni territoriali includendo man mano i comuni col segno più e usiamo il credito per aiutare i comuni col segno meno a invertire la rotta? Poi saliamo un altro gradino e, di passo in passo, ricostruiamo quello che si è perso o che, forse, non è mai nemmeno esistito, non secondo i nostri desideri: lo Stato, una Patria? Si potrebbe fare?
Partecipavo alle riunioni delle associazioni industriali, tempo fa, per capire come funzionasse il Sistri che, però, non funzionava. Futuri utenti già allibiti prima ancora di iniziare per le evidenti carenze o assurdità del sistema, aziende che pagavano l’iscrizione per un servizio che già si sapeva non sarebbe stato reso, di dilazione in dilazione. C’erano tutti gli indizi della corruzione, c’erano i precedenti, c’era l’inutilità delle procedure. Ho letto oggi che i responsabili sono stati indagati e i ministri saranno ascoltati come testimoni. Sapevamo già due anni fa che sarebbe finita così.
Milena Gabanelli ha fortunatamente rifiutato una proposta paradossale. L’avesse accettata avrei ribaltato l’opinione che ho di lei. Se una persona sa fare bene un lavoro e non desidera farne un altro, perchè (pseudo)candidarla ad un ruolo non suo? Perchè disperdere di nuovo le energie? Tanto per capirci, io ci vedrei bene Emma Bonino, su quella sedia. E’ volto noto ma, per quel che ne so, pulito e fa il politico di mestiere. Ne abbiamo guadagnati tanti due mesi fa di quelli che vogliono fare i politici e invece si ritrovano a scaldare gli scranni, pedine inermi in una partita più grande di loro. Faccio il tifo per loro, io, non crediate, non certo per chi è arrivato anni fa e adesso non vuol più andarsene ma, come nel caso del Sistri, temo che la conclusione sia quella che tanti si aspettano: un nulla di fatto e altro tempo perso.
Scoppiano bombe ad una maratona negli Stati Uniti: giusto due post fa rispondevo ad un commento di pani “tanti altri ce ne saranno”. Però ha ragione Silvia, a chiedersi quando il nostro mondo, quello occidentale, si indignerà e protesterà con voce altrettanto alta per tutto quello che succede altrove, dove i bambini muoiono ogni giorno per gli stessi motivi.
Terremoti, donne sfigurate con l’acido qui, nelle nostre città, omicidi che escono di galera e ladruncoli da due lire che ci entrano, raccolte differenziate di sacchetti che si rimescolano negli inceneritori, istituzioni artistiche che barcollano, ospedali che licenziano, soldi che viaggiano verso la svizzera o i paradisi fiscali, fabbriche che chiudono, bulli che picchiano. Per fortuna si sta avvicinando l’estate e, con essa, le prime foto dei belli e famosi in costume. Meno male che c’è il gossip.
Ma voi, ma voi davvero non siete arcistufi? Io sono vicina all’alienazione, a quella fase in cui non mi interessa più niente di quel che succede fuori dai confini della mia vita. Spero di essere l’unica perché se tutti fossero come me il mondo rischierebbe l’anarchia, l’apice dell’individualismo, il disordine. Non che questo cambierebbe molto le cose, rispetto a come le percepisco adesso, però non è bello ritrovarmi, una sera di fine aprile, a pensare questo e a non vergognarmene neppure un po’.
Buonanotte, con le parole di Anna Shirley, che, insieme a Jo March e al padre di Enrico Bottini ha tracciato le linee guida della mia inutile anacronistica formazione civile. Nessuno di loro tre  sarebbe scampato  a così esasperante, deludente, irrimediabile casino.
“Marilla, isn’t it nice to think that tomorrow is a new day with no mistakes in it yet?”
(“Marilla, non è bello pensare che domani è un giorno nuovo, ancora senza errori?”)
marzo 19, 2013

Ma….. e il cane?!

Dai, non ci credo. Nessun cinofilo tra di voi? Nessuno che esprima un parere rapido come uno scodinzolio,  una critica ringhiosa,  una opinione latrata, uno schieramento umido di bava per il dilemma di cui al post precedente?

Io non vado pazza per gli animali, ho adorato solo la mia gatta, faccio i giri larghi e sospettosi e somministro confidenza in dosi minime e a poco a poco progressive ma ho rispetto per loro e le loro esigenze, so che sono creature dotate di intelligenza, in misura diversa in funzione delle specie e del carattere e so che una denuncia penale ha conseguenze verso un animale. Che cosa ha vissuto questo animale per comportarsi cosi’? Quale pericolo rappresenta?  Puo’ essergli insegnato a contenere le sue paure o non c’e’ chi se ne occupa o e’ una battaglia persa?

Andiamo, fatevi sotto.

Qui, in  cucina, centro della mia casa, dobbiamo riflettere, ponderare, meditare e, poi, decidere.

marzo 12, 2013

Budino con i grumi

La mia vita, in questo periodo, assomiglia ad un budino con i grumi. A me il budino piace moltissimo ma, da preparare, è fetente. Non ti puoi distrarre un attimo che, pur avendo da subito sciolto bene tutto, si formano immediatamente palline di farina e zucchero o di polvere già preparata che si avvicinano al mestolo e risalgono su, per il manico, accomodandosi nell’incavo del cucchiaio e a nulla vale continuare a rimestare e prendere la frusta. Vincono i grumi.

Ho fisioterapia tre volte a settimana, di solito nella seconda parte del pomeriggio di lunedi, mercoledi e venerdi. Ogni volta ho sedute che oscillano tra le due, di rado, e le tre ore, più spesso. Martedi e giovedi dovrei andare in piscina a proseguire la riabilitazione – tra ire et redire due ore se ne vanno in un soffio e non sono neppure sufficienti ma altri decidono per me in questo caso: l’impianto chiude  e mi cacciano fuori. Devo dimagrire, tanto, e dovrei fare esercizio aerobico quotidiano, qualunque cosa non preveda la posizione eretta: cyclette e nuoto. Ho la domenica per il secondo e scampoli di quarti d’ora per il primo ma non bastano. Dovrei stare a casa e concentrarmi solo su me stessa ma non posso. La mutua, più che richiedibile in questo caso, mi costringerebbe ad osservare gli orari di visita fiscale sette giorni su sette. L’infortunio l’avevo chiuso dopo otto giorni dal trauma, mai più immaginando che sarebbero passati due anni senza guarigione. Non lo riapro, non avrebbe senso.

Sto ritagliando le attività di cui sopra all’interno di un orario lavorativo normale che, sottoposto a queste variazioni, si allunga e si restringe a fisarmonica perchè gli straordinari non me li pagano più da dieci anni e se c’è da fermarsi, ci si ferma, come è giusto che sia dopo un certo livello di inquadramento nel quale si suppone ci siano, a forfait, almeno venti ore di lavoro al mese in più rispetto a quelle ufficiali.

Ho chiesto il part time, presa dalla disperazione, la settimana scorsa.  I capi erano d’accordo, l’ufficio del personale no, lo ha dichiarato incompatibile con l’alta responsabilità della mia posizione. La mia posizione non ha nessuna altitudine: sono un quadro di basso livello, giro intorno ad uno stipendio superiore a quello di un operaio non specializzato o di un impiegato medio, non certo grazie alla laurea o ad un mazzo tanto ma, principalmente, a tre cambi di lavoro in dodici anni, uno dei pochi modi per una donna che lavora in azienda e che gioca pulito di ottenere duecento euro in più lordi una volta ogni tanto. Sono cinque anni che non vedo un aumento che non sia quello contrattuale del settore metalmeccanico. Non ho prospettive di carriera nel breve o nel medio termine, non sto imparando niente di nuovo e non ci sono progetti all’orizzonte o, meglio, se ce ne sono non sono per me. Prendi permessi non retribuiti, mi hanno detto.

Una collega ha avuto purtroppo un serissimo problema di salute, qualche giorno fa, e rimarrà assente per molto e, tra i miei salti mortali, c’è stata pure qualche ora per supplirla, visto che in pochissimi sanno cosa lei faccia. Io non volevo il part time per lavorare di meno: io avrei voluto il part time perchè ho un’esigenza di salute che in questo momento ha la priorità su qualunque cosa ma non so cosa fare e come fare per gestirla nel modo corretto senza diventare matta. Comincio ad essere troppo vecchia per fare i salti mortali.

Non ho il tempo di preparare l’esame di spagnolo C1 per maggio, è meglio che me lo levi dalla testa e rimandi il progetto a novembre. Mi dispiace, è un’occasione sprecata. Non ho tempo per leggere, non ho tempo per vedere gli amici, non ho tempo per questo blog e scrivere mi manca, non ho tempo per rispondere alle email, non ho tempo per leggere i vostri, di blog, o, se li leggo, lo faccio con tale velocità che non mi vengono neppure in mente i commenti; per fortuna vado in piscina: lì, insieme al movimento, mi lavo anche e almeno questo è fatto senza ore aggiuntive.

Ho il fine settimana, corto e velocissimo, per tirare il fiato e recuperare il sonno ma non basta: lo spreco quasi tutto in ore catatoniche. Mercoledi riparto per lavoro, vado a fare una cosa che mi piace ma saranno di nuovo cinque giorni di interruzione delle terapie. E il ginocchio fa sempre male, ad ogni passo. Sommo al bruciore fisico il nervosismo e il malumore che crescono, la consapevolezza che sto facendo troppe cose e tutte male ma anche quella che non ho possibilità di rallentare. Mi invade una sensazione di prigionia che mi fa mancare il fiato e mi spinge alla ribellione.

Allora occupo i pochi minuti liberi che ho per leggere di gente che ha mollato tutto, ha mandato a farsi benedire il sistema precostituito e ha trovato l’energia e il coraggio per ricominciare da capo, seguendo la passione e non il denaro.  Poi penso che c’è gente che fatica molto più di me, con lavori più umilianti, in situazioni di salute molto più critiche  e per procurare da mangiare ai propri figli e mi dico di smettere di essere immatura.

Però non mi convinco, non funziona, non dura. A me gli altri interessano dopo: prima vengono le mie esigenze, se non sto bene.

Sto solo sopravvivendo, in queste settimane; lo farò anche per le prossime, ed è un enorme spreco di energia, continuare a sciogliere i grumi, uno dopo l’altro, mentre si riformano.

Forse sarebbe meglio togliere il padellino dal fuoco.

febbraio 23, 2013

Riboh. Occhio che è lungo, però questa volta la risposta mi serve alla svelta.

“Cosa voti? Per chi voti?”

Strano ma, fino a poco tempo fa, nessuno me lo aveva mai chiesto. Adesso me lo chiedono tutti, così, di punto in bianco, per sapere che parte farò nel definitivo disfacimento di questo Paese ridicolo che tutto avrebbe per essere un luogo in cui si può vivere bene e che tutto fa per rovinare se stesso. Una volta chiedere per chi si vota era una domanda rara. Era come parlare di soldi: in questo paese nessuno sa quanto guadagnano gli altri. Si opina, si presume, si favoleggia, si smentisce, si aspetta la guardia di finanza sotto casa. Vi dirò che non ho nulla in contrario alla pubblicazione della dichiarazione dei redditi per ogni cittadino italiano, così ci capiamo subito su come la penso.

Nel caso del credo politico comunque il tabù era meno forte e, oltre un certo grado di conoscenza, l’intimità creatasi o la foga nel sostenere le proprie idee durante i dibattiti lasciava uscire la dichiarazione. Voto sinistra, sono di destra, tanto di sinistra, al di là della destra. Così, una volta chiarito, le concioni alle cene tra amici o le chiacchiere al bar potevano riprendere, scevre dall’ombra del dubbio. In questo caso, per quanto mi riguarda, non vi dirò come la penso e non perché non voglia, quanto perché non saprei da che parte collocarmi.

Vi riassumo la faccenda: ci fossero ancora, voterei liberali. In mancanza, ho votato per anni un noto partito secessionista del nord di cui condividevo le idee parzialmente perché, tra i tanti partiti di cui condividevo le idee parzialmente, mi ero illusa che fosse composto di  persone che avevano voglia di rimboccarsi le maniche e darsi da fare, in modo onesto, per dare una sistemata qua e là. A distanza di tempo ho chiaramente capito che è stato un voto sprecato. Mi sono sempre suonati fastidiosi certi inni volgari e razzisti ma ho anche sempre pensato che servissero per raccogliere consensi in una certa fascia della popolazione e raggiungere così i luoghi in cui si possono cambiare le cose che non funzionano. Quando si vive in una valle montana a 50 km da una città e per raggiungere questa città ci si impiega più di un’ora in auto e un’ora e mezza in treno perché l’unica strada da cui ci si arriva è in condizioni pessime, e poi arriva qualcuno che dice “i soldi che guadagna la Lombardia ce li teniamo in Lombardia e mettiamo a posto le strade” una ci crede e si aspetta, poco tempo dopo le elezioni stravinte, che arrivino in massa pachere e asfalto per coprire le buche, luci per illuminare le gallerie buie in cui ogni anno qualcuno perde la vita, e piani logici per varianti che non vengano chiuse dopo pochi anni perché il terreno cede e l’acqua si infiltra.

Ecco, io avevo sperato ma, a distanza di anni, i posti presi dai rappresentanti del partito secessionista sono gli stessi prima occupati da altri e per arrivarci si sono seguite le stesse logiche, se non peggiori perché mascherate da proclami di onestà, di favori reciproci e raccomandazioni. Il denaro si spreca, le opere non vanno avanti, l’ignoranza e l’incapacità di chi occupa queste poltrone è spesso palese e la situazione degli immigrati, che non sono più gli italiani del sud, minaccia ormai passata in secondo piano, ma gli stranieri, è esplosa senza che il territorio fosse pronto a gestirla. E’ inutile pensare che si possano rispedire le persone a casa propria ed è anche profondamente ingiusto. Se avessi preso altre decisioni, tempo fa, forse sarei io la straniera in un Paese diverso dall’Italia, come lo sono stati per decenni gli abitanti di questa valle che partivano per la Svizzera, il Belgio, l’America. I corsi e ricorsi storici delle ondate migratorie verso nord, verso sud, verso est, verso ovest sono vecchie quanto la storia dell’uomo. Invece di combatterle, forse dovremmo accettarle e provare a organizzare mentalmente noi stessi, in primo luogo, e poi le nostre infrastrutture per accogliere e crescere insieme. Questo non implica che si debbano accettare l’aumento della criminalità o l’assistenzialismo immotivato, né per chi arriva, né per chi è nato qui ma, tra una persona e un delinquente ci sono chilometri e chilometri di distanza. Se l’occasione fa l’uomo ladro sarebbe meglio lavorare sul diminuire le occasioni che non sul riempire le carceri.

In ogni caso, non voterò più quel che rimane del partito secessionista del nord anzi, spero che stia tirando le cuoia e diventi solo un ricordo, visto che ha perso, ai miei occhi, anche i pochi motivi che aveva di esistere. Tale cambio di pensiero mi ha ripulito però mi ha anche lasciato davanti un bel vuoto. E adesso che faccio? A votare ci vado perché con la fatica che abbiamo fatto per avere il diritto di voto, non vedo perché dimostrare che non ce ne facciamo niente. Scheda bianca non la voto, perché non mi va che qualcuno scelga per me. Detto ciò, il dubbio resta.

Se mi siedo e rifletto per quel poco che so di politica -perché, lo confesso, l’argomento mi ha sempre annoiato a morte – metto a fuoco tre punti cardine. Sono stereotipati ma sono gli unici che ho.

Il primo è che, per certi versi, ho uno stile di vita tipico di una persona di destra: educazione borghese, tenore di vita piccolo borghese, pochi abiti, stile classico, ma firmati perché a me piace così, uno pseudo suv che ha sei anni e ne deve fare altri quindici prima che lo cambi, a meno che uno non decida che gli euro4 non possono più circolare, un lavoro da quadro in azienda, una incrollabile fiducia nell’utilità della meritocrazia e della proprietà privata.

Il secondo è che, per altri versi, credo di avere idee di sinistra.  Dico credo perché, quando parlo con chi viene dal mio stesso ambiente, mi accorgo che c’è sintonia di pensieri sulle cose di cui sopra ma c’è un immediato irrigidimento da parte del mio interlocutore quando dico, ad esempio, che la Chiesa dovrebbe puntare allo spirito e non al potere; che adozioni e fecondazione artificiale dovrebbero essere permessi a chiunque abbia un certo equilibrio psicologico indipendentemente dal suo stato di famiglia – e mi sembra già di essere severa, in questa selezione psicologica che introdurrei, dato che montagne di balenghi si riproducono quotidianamente per via naturale; che oltre al genere femminile e a quello maschile c’è anche quello neutro, così come in molte lingue anche in molte caratteristiche antropologiche e che perciò gli incroci da questo assunto derivanti possono essere molteplici, variabili e con pari dignità, diritti e doveri rispetto a quello di riferimento tra uomo e donna; che la sanità di base e la scuola di base devono essere pubbliche e funzionanti, ma veramente funzionanti e con retribuzioni decenti per chi ci lavora, e che quelle private possano essere un’alternativa, non la regola. E, prima ancora di occuparci di queste riforme, ci sarebbe da sistemare non solo sulla carta e nella pubblicità la faccenda della disparità di trattamento tra uomo e donna e non me ne frega niente se le donne comandano in casa. Le donne comandano in casa perchè fa comodo agli uomini così non devono sbattersi loro in faccende che paiono a basso valore aggiunto – e non lo sono – e confinate nello spazio. Fuori casa le donne hanno margini di azione limitatissimi. Le donne devono, se ne hanno le capacità e le competenze, poter comandare anche fuori ma non perchè sono donne ma perchè sono capaci. E devono avere, a parità di mansione, la stessa busta paga. E i bambini continueranno a farli le donne, meglio rassegnarci tutti, e facciamo in modo di accelerare il rientro al lavoro, se è questo il problema, creando infrastrutture e reti sociali che possano aiutarle. E basta usare termini come “cazzo, figa, troia” e bestemmioni alle riunioni di lavoro. Non fa manager, non fa uomo vero: fa tristezza. Scusate, sto deragliando ma era tanto che non vi ammorbavo con i miei ragionamenti femministi. Volevo dire che sono convinta però che la sinistra italiana non avrà mai, con le persone che la rappresentano oggi, il coraggio di attuare queste riforme quindi non la voto.

Il terzo è che, da ingegnere, ho più fiducia nei tecnocrati che nei politici ma no, non voglio votare Monti. L’avrei fatto, forse, prima della campagna elettorale. Negli ultimi mesi il tecnocrate si è trasformato in politico, contagiato anche lui da questo morbo incurabile di paraculismo, dibattiti, battutine e presenzialismo. Io credo che una persona, prima di avere accesso alla gestione della cosa pubblica ad un certo grado, dovrebbe aver avuto esperienze  a gradi minori e crescenti. Se deve gestire le infrastrutture forse sarebbe meglio se fosse un ingegnere edile di comprovata esperienza che sappia però di amministrazione aziendale. Se deve fare il ministro della salute sono sicura che sarebbe buona cosa se provenisse dall’ambiente e magari avesse diretto un’azienda sanitaria per qualche tempo, dimostrando di saper far quadrare i conti senza uccidere i pazienti. Potrei fare altri esempi: il concetto, nella mia testa, è che prima si inizia con il piccolo, nel privato, poi si passa al pubblico, sul territorio, poi alla regione, poi allo stato, bilancio di esercizio alla mano come principale presentazione  cardine della campagna elettorale. Non importa che sia laureato o no: certe persone passano anni sui libri ma non imparano niente, altre, dall’osservazione della realtà, apprendono moltissimo. L’importante è che sappiano fare. Nella mia testa il tecnocrate lavora e risolve a bocca chiusa. La apre solo una volta ogni trimestre, quando presenta i numeri e un ente trasversale, apartitico e apolitico, glieli controlla. Ne ho infinitamente piene le scatole delle parole dei politici però di tecnocrati ce ne sono pochi e, dato che quelli bravi magari sono anche saggi, se ne stanno a casa propria ad amministrare la cosa privata, così hanno meno rogne e meno riflettori addosso.

Dati questi tre assiomi, da cui non mi schiodo, lunedì mattina, quando andrò a votare, dove la metto la croce? Io mi guardo intorno ma non vedo nessuno che possa rispondere alle mie richieste. Ho sbagliato per anni, mi piacerebbe non sbagliare più.

Nelle ultime due settimane, dopo aver ignorato per mesi il movimento 5 stelle, ho letto articoli, ascoltato i discorsi e riflettuto su questa possibile scelta. Condivido il desiderio di fare piazza pulita del vecchio e ne ho una voglia matta di levarmi di torno certe facce, vere o rifatte che siano però ho già dato ad un partito, che professava democrazia con toni non democratici, che voleva cambiare tutto e alla fine ha solo peggiorato le cose. Ero lì lì seriamente per decidere per un sì poi ho letto che Dario Fo e Celentano hanno dato il proprio appoggio al partito. Celentano forse l’avrei sopportato: lo trovo qualunquista da una ventina di anni ma le sue canzoni mi sono sempre piaciute, lo avrei scusato a metà. Dario Fo invece non lo capisco: non afferro proprio quale possa essere stato il grande suo contributo all’umanità. Non parlo di soldi, beneficenza, impegno. Parlo di idee. Sono come i quadri di quel tipo che faceva i tagli nelle tele o come i libri di Bret Easton Ellis. Sono al di là della mia capacità di comprensione; siccome non lo capisco, così non capisco da dove possa essere venuto il suo appoggio a Grillo e, siccome Fo non mi piace, non voterò Grillo. Mi sembra abbastanza maturo come ragionamento.

No, Berlusconi non se ne parla, anche perché, oltre al fatto che della sua incapacità ha già dato prova non si sa, con tutta quella gomma, se si è candidato lui o il suo avatar. Dei più piccoli e più o meno nuovi no so niente.

Quindi, o mi chiarisco le idee mentre faccio fisioterapia sulla cyclette, o voto Radicali, perché a me piace Emma Bonino.

Non mi va nemmeno un po’ non aver chiare le idee. Sapete che è molto grave che una persona di quaranta anni, di buona cultura, discreta intelligenza e poca modestia, non abbia le idee chiare su una questione così seria come la decisione di chi scegliere per essere rappresentata al Governo? E quelli che mi chiedono in questi giorni “per chi voti?” per chi voteranno veramente? Cambieranno mai le cose? Cambieremo mai le cose?

novembre 11, 2012

Avrebbe dovuto essere un commento

Il blog di esercizidipensiero e’ stato uno dei primi che ho scoperto quando ho aperto il mio, qui su wordpress. E’ uno di quelli che leggo sempre, anche se in perenne ritardo, perché di questi tempi sono di corsa e recupero solo la domenica le fila delle mie abitudini.  Ho conosciuto l’autrice e mi piacerebbe avere la possibilita’ di rivederla perche’ è una persona con cui mi sono confrontata volentieri e lo farei ancora. E’ difficile trovare qualcuno con cui analizzare punti di vista diversi facendolo con le regole cavalleresche del gioco. E poi mi piace come scrive, trovo che di post in post migliori il modo in cui comunica se stessa, senza essere mai scontata.

Stamattina sono passata dalle sue parti e ho letto i post più recenti e i commenti e, per qualche strano meccanismo, mi sono soffermata su uno di essi a pensare ed è venuta voglia di commentare a me pure ma il commento si faceva lungo lungo, troppo lungo, e allora è diventato questo post, scritto come se fosse appunto un commento ma riposizionato qui, dove non usurpa spazio alle parole dell’autrice e rimane confinato tra i miei pensieri.

Sono figlia e nipote di insegnanti: a casa mia c’e’ stato un tempo in cui il 90% del parentame era in cattedra, nelle scuole di ogni ordine e grado. Ci sono stata anche io un anno in cattedra, mentre mi stavo laureando, per essere sicura che non stavo facendo errori a scegliere l’azienda; mi capita a volte ancora di insegnare, gratis, ai ragazzi che mi dicono: “sono senza speranza”.

E allora non insegno la materia, insegno ad imparare perche’ so come ci si sente, perché a me lo hanno spiegato, a casa, a volte a scuola – ma soprattutto a casa – come si fa, ad imparare perche’ la scuola esiste solo per qualche anno poi per il resto della tua vita sei da solo e devi scegliere se vuoi fermarti a quello che ti hanno spiegato fino alle medie o all’universita’ o vuoi proseguire e se prosegui devi essere capace di andare avanti in modo autonomo. Ho pensato se fare o non fare il concorso: non ho molto tempo libero per prepararlo ma potrebbe essere un’alternativa per il futuro perche’ si dimezzerebbe lo stipendio ma anche il tempo di lavoro.

Lo so che chi insegna protesta e dice che non e’ vero e che non si lavora solo 18 o 20 ore perche’ poi c’ e’ da preparare le lezioni, da aggiornarsi, le riunioni, i compiti da correggere. Pero’ queste cose, per la maggior parte, si possono fare a casa, secondo i propri ritmi; chi lavora in altri settori se ne sta fuori dieci, dodici ore al giorno e quando esce i negozi sono chiusi, il buio e’ calato, gli asili costano, i nonni non sempre ci sono, la spesa la si fa di sabato o domenica, le visite mediche sempre utilizzando le ferie e si dice “sissignore” perche’ si lavora sotto padrone. Devi essere sicuro che vuoi dire “sissignore” per 40 anni anche quando non ci credi, non sei d’accordo, e’ ingiusto.  A scuola il signore è l’insegnante e deve farsi capace di essere signore, illuminato ma regnante.

Non ho rimpianti, dicevo, perche’ anche se mi piace spiegare, fornire le chiavi di acceso alla comprensione, mi ricordo che su piu’ di 70 ragazzi tra i 16 e i 17 anni forse 5 stavano ad ascoltare, gli altri erano seduti dietro quei banchi come se fossero in transito, tra altre occupazioni e interessi, gli occhi spenti, la testa altrove. E poi ai colloqui arrivava la madre ubriaca di uno e alzava la voce, il padre di un altro a chiedere severita’ e se non basta ci penso io a castigarlo e dopo il castigo spariva di nuovo e ritornava a castigare al colloquio successivo e per il resto del tempo solo chiedeva “haifattoicompiti?” senza mai verificare o aiutare, la madre di un altro ancora a dire che il suo bambino  sedicenne studiava tutto il giorno mentre lei e il marito erano al lavoro e lui a casa da solo così bravo,così responsabile e perchè me lo bocciate e invece io lo vedevo nei bar del paese, e poi c’era quella arresa che confessava disperata che non sapeva proprio più cosa fare per suo figlio, che non la ascoltava mai ed era sempre in giro a fare cosa non si sa aiutatemi voi, e il ragazzino che ogni mese si metteva in tasca seicento euro, un po’ dal papà, un po’ dalla mamma, separati e in guerra, poi dalla nonna e dall’altra nonna e cosa te ne fai di tutti questi soldi li metti via per il motorino di sicuro ah no, te li spendi tutti in tante cose tanto il mese dopo te ne danno altri e spegnete il cellulare per favore…e mi viene in mente la fatica emotiva di quell’anno e il successo per aver catturato l’attenzione di uno che si era dato per fallito e messo insieme tutto no, niente concorso, resto tra i miei numeri e i miei materiali, ci ripenso tra qualche anno.

E poi, alla fine, ho ricordato me stessa da studente circondata da professori in gamba e da gente vergognosamente impreparata e incapace: io studiavo per due ragioni. La prima era quella di ottenere da loro un volto alto, perché la scuola in Italia e nel resto del mondo funziona che con i voti alti non hai problemi, anche se ti sei imparato tutto a memoria e non hai capito un tubo mentre con quelli bassi sono rogne. La seconda era che studiavo per me stessa, non per gli insegnanti o per la scuola, nonostante gli scioperi, le proteste, le aule fatiscenti, i traslochi di sede in sede, il materiale inesistente, quelli che ci davano del lei e parlavano ai muri perche’ nessuno li stava a sentire, quelli che regalavano indizi per seguire le strade dei libri…avrei potuto avere il caos intorno ma ho sempre pensato che fossi io sola la responsabile della mia educazione e gli insegnanti compagni di strada se ne avevano voglia altrimenti pace, mi sarei arrangiata…E poi i miei a scuola ci sono andati sempre, anche se ritenevano le leggi ingiuste, gli stipendi poco adeguati, le condizioni pessime, anche se stavano male; entravano in aula anche quando l’aula era quasi vuota e facevano quello che sapevano fare: trasmettere conoscenza. E mia madre restava alzata fino a dopo mezzanotte a correggere pacchi e pacchi di temi, di verifiche, per un tema anche un’ora ci passava perché ogni ragazzo, anche quelli meno dotati, meritava, per la sua prova, ascolto e risposte. E gli insegnanti che facevano così con me io li ricordo con gratitudine tutti, uno per uno, e disprezzo, come allora, quelli che regalavano gli otto, quelli che aprivano il giornale nelle ore di lezione, quelli che non si presentavano mai se appena appena c’era la voce di uno sciopero di qualunque sindacato, quelli che facevano politica in aula,quelli che non si ricordavano nemmeno come ci chiamavamo, quelli che insegnare era un lavoro di ripiego perché non avevano trovato di meglio, quelli di intelligenza poca e risorse caratteriali anche meno, quelli maleducati, quelli che rubavano il posto a chi insegnare lo ha scelto, per passione, e ancora resiste, nonostante tutto.

E poi penso che, se avessi un figlio, a scuola non so se lo manderei, ne’ pubblica ne’ privata. Forse sceglierei qualche insegnante di quelli innamorati dell’insegnare – li riconosci da come si illuminano loro gli occhi mentre spiegano – che, in ciabatte a casa propria, ogni tanto avesse voglia di arrotondare lo stipendio, qualche aio moderno per le materie piu’ difficili, e poi me lo porterei in giro a fare due passi nel bosco, il mio improbabile figlio, e, a casa, mi siederei con lui davanti ad un libro di scienze per dare un nome alle cose e ai processi che ha visto, e gli leggerei una storia dopo la merenda e mi fermerei a meta’ e gli direi inventalo tu un seguito, scrivilo sul quaderno, vediamo come ti viene che poi lo mettiamo in ordine e ci facciamo il tuo libriccino, col computer, certo che usiamo anche il computer, e gli facciamo i titoli belli e il carattere tipografico, dai che andiamo a vedere sul dizionario cosa vuol dire tipografico e poi sabato ti porto al museo della stampa così capisci bene.

E la matematica di base si impara anche con le monetine del portafoglio, e le lingue straniere con il figlio dei vicini che vengono da lontano e la musica con un flauto dolce da poche lire … insomma, io gli darei le chiavi, come le hanno date a me, per quello che so, per capire il mondo e gli darei lo sport e l’impegno in un gruppo di volontariato, per imparare a seguire le regole e a convivere con gli altri, non una gita scolastica e aule affollate di rumori di fondo e ragazzi sperduti in cui i versi delle poesie non li ascolta piu’ nessuno.

Fortuna che non ho un figlio: ne farei un disadattato, come sono stata io, per anni. Come ancora, probabilmente, sono.

agosto 4, 2012

Assunzioni di responsabilita’ attraverso i secoli

“The waight of this sad time we must obey,
Speake what we feele, not what we ought to say:
The oldest hath borne most, we that are yong,
Shall neuer see so much, nor liue so long.”

“Noi dobbiamo accettare il peso di questo tempo triste.
Dire ciò che sentiamo e non
ciò che conviene dire.
I vecchi hanno sopportato di più:
noi che siamo giovani non vedremo tanto
né tanto a lungo vivremo.”

Re Lear. Verona Teatro Romano. Regia di Michele Placido 3 agosto 2012.

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