Archivio per ‘Appunti in viaggio’

maggio 21, 2013

Il bello di essere spagnoli

“Il bello di essere spagnoli di questi tempi – mi dice un collega venuto a prenderci in aeroporto ieri – ” e’ che se stai insieme ad una ragazza, sai che lei non lo fa per i soldi”. Ride, dice che la battuta gira su facebook e poi parliamo di musica, dei gitani andalusi che scappa a sentire appena puo’. Ha un passato da suonatore di chitarra professionista girovago e, puo’ darsi, anche un futuro perche’ il primo amore non si scorda mai. Non appena i figli saranno piu grandicelli ricomincera’ a viaggiare e a suonare. E’ un tipo che prende la vita con umorismo e si adatta, reinventandosi, ma mentre mi parla dei gitani gli leggo i suoni nelle parole non dette. Pazienza. Bisogna avere pazienza.

Dall’aereo guardavo giu’ verso la terra, poco prima dell’atterraggio. L’aria era limpida sopra Madrid e le righe dell’aratura dei campi creavano pezzature di verde nuovo, di marrone umido, di cinerino secco di vecchi coltivi, interrotte a tratti da paesini di case basse e chiare radunate intorno ad un campanile.

Ogni tanto, all’avvicinarsi delle citta’, si allargano a terra strade ordinate in rettangoli e divise da rotatorie ma, negli spazi che queste creano, non sorgono ne’ case ne’ capannoni industriali ne’ tantomento parchi. Sono aree di progettati insediamenti urbani rimasti solo sulla carta, interrotti dalla crisi. Ce ne sono molti in Spagna. Vicino all’azienda c’e’ una strada che svolta dalla principale, percorre tre metri imbiancati da uno stop e dalla linea di mezzeria e si interrompe in un campo incolto, come un punto interrogativo in una domanda rimasta a meta’.

Al telegiornale tengono banco le novita’ sui comportamenti fraudolenti dei membri della casa reale e da coloro che ad essi sono collegati per interessi economici comuni. Pero’ ieri hanno anche detto che ci sono tutti i segnali che fanno pensare che la crisi sia finita anche se i manifestanti a Puerta del Sol, trascinati via a forza dalla polizia ogni giorno, ancora non lo hanno saputo.

Quizas, ojala’… vedremo. Qui intanto fino alle dieci la luce indugia prima di lasciare il posto alla notte, senza fretta, tra un acquazzone e uno sbuffo di nuvole chiare, ignara dell’affanno degli uomini, persa nel suo cerchio di vita.

maggio 12, 2013

Questa e’ Itaca, per Pietro. A volte, io credo, anche per me.

“…leggo, scrivo quanto io voglio, cavalco, camino, passeggio molto spesso per entro un boschetto che io ho a capo dell’orto. Del quale orto assai piacevole e bello talora colgo di mano mia la vivanda delle prime tavole per la sera e talora un canestruccio di fragole la mattina, le quali poscia m’odorano non solamente la bocca, ma ancora tutta le mensa…”

Pietro Bembo ad Agostino Foglietta, 6 maggio 1525

Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento
Padova, Palazzo del Monte di Pietà – 2 febbraio – 19 maggio 2013

maggio 7, 2013

Nessuna cosa è perduta

Detesto perdere gli oggetti. Mi innervosisce talmente tanto che il livello di controllo conscio o inconscio che imposto su quelli che mi appartengono è molto elevato. Di solito, per esempio, palpo il portafoglio e il cellulare periodicamente, mentre sono fuori, con un semplice tocco delle dita nella borsa, o nella tasca o con un più energico rivoltamento di ciò che eventualmente li occulta. Un tizio, recente ma sporadica frequentazione, mi disse che da lontano mi aveva riconosciuto in aeroporto perché avevo le mani infilate nello zaino a frugare.

Questi sfoghi di ansia, quando li metto a fuoco, mi infastidiscono: li considero come manifestazioni di insicurezza anche se, a pensarci con indulgenza, mi fanno anche sorridere e, tutto sommato, con il passare degli anni, queste incursioni stanno diminuendo. Ognuno ha diritto alle sue piccole manie.

Uno dei vantaggi dell’aver digitalizzato – e scartato -molto materiale è che documenti, foglietti, liste e – ultima frontiera –  carte fedeltà, sono finiti nelle app del telefonino: una volta controllato che quello ci sia, posso fare a meno di accertarmi ogni dieci minuti che il biglietto aereo non sia scappato, che quello del treno non si sia incamminato con le sue gambe verso la meta, che la prenotazione del’albergo non abbia deciso di farsi un giretto aprendosi le zip delle borse e i bottoni delle giacche. Avere meno oggetti intorno ha significato diminuire, drasticamente, le ansiogene verifiche ispettive.

Il lato positivo della faccenda è che di oggetti ne ho persi veramente pochi: l’orologino della prima comunione mentre ero a Verona quando avevo dieci anni – episodio che ha causato singhiozzi e disperazione epici – un cappellino bianco e rosso che è volato via su una strada statale marchigiana quando ho sporto troppo il viso fuori dal finestrino dell’auto – giochi da bambina di pochi anni – un libro illustrato di Biancaneve che non so proprio, ma nemmeno per idea, che fine abbia fatto: non lo vedo dal tempo delle elementari. Tutto qui, direi, in quarant’anni.

La settimana scorsa, perciò, quando all’Hermitage di Amsterdam mi sono accorta che non trovavo più la sciarpina, mi sono stupita. Di solito io ho completa fiducia in me stessa. Come avevo fatto a perdermela per strada? Ricostruendo gli eventi, ho immaginato che, fosse successo mentre me ne stavo sprofondata, esausta, su un divanetto nella hall, accanto al museumshop, a ripigliare fiato. Rialzandomi velocemente, la sciarpina deve essere caduta, senza che la vedessi: la mia attenzione era attratta da altro. Non era una sciarpina di valore ma una di quelle sei o sette che comprai a Chichicastenango, in Guatemala, qualche anno fa. Se ne possono trovare di identiche nei negozietti o sulle bancarelle che vendono etnico dappertutto ma le mie possiedono ancora il profumo del copal che riannuso, ogni volta che me le avvicino al naso, anche se la traccia olfattiva non proviene dal tessuto ma dalla mia memoria. Era la sciarpina più abusata: quella infilata in auto nel portaoggetti, per ogni emergenza, quella nei toni del blu che va bene con tutto, quella presa e stropicciata e cacciata in valigia all’ultimo momento, quella che, tra tutte, era la prima che avrei potuto perdere. Ho chiesto al guardaroba, ho chiesto alla Security ma, dopo una ventina di minuti dal fatto, ho desistito, senza apparente sofferenza, e ho abbandonato il luogo.  Addio, sciarpina perduta.

La sera, dopo la doccia e il ritorno della sensibilità nelle dita dei piedi, dopo tanto girovagare, seduta sul divano del cottage, con le anatre  che passeggiavano avanti e indietro sul canale che scorreva lì accanto, ho pensato che, gusto come ultimo tentativo, avrei potuto mandare una email al Museo, chiedendo se, in caso di ritrovamento, avrebbero potuto, a mie spese, spedirmi l’oggetto. Proprio così, senza particolare aspettativa di successo.

L’oggetto è stato ritrovato in due giorni, infilato in un busta e spedito in Italia, la settimana scorsa, dopo le vacanze per la festa della Regina ed è giunto a me ieri, sano e salvo. Non si preoccupi, glielo mandiamo noi “as a service”, mi hanno scritto, “and Best Regards”.

La sciarpina è stata ritrovata, il museo Hermitage di Amsterdam mi ha regalato un esempio di gentilezza raro, di questi tempi, e voi adesso potete prendermi in giro o, meglio, confortarmi con aneddoti simili con i quali io possa capire che non sono l’unica che coltiva amorevolmente, come un’aiuola fiorita, le proprie manie.

aprile 27, 2013

In mezzo a lenti pensieri

Di ritorno da un viaggio interessante, costellato di scoperte casuali e predeterminate certezze, resta una certa stanchezza apatica, che si dilunga nel disfare la valigia, trovare posto ai semplici ninnoli che tornano con me da queste esplorazioni, lavare i pochi vestiti e riconnettere le fila dei discorsi sospesi.

Davanti al cottage in riva al canale le anatre emettevano i loro richiami che si mescolavano ai canti degli uccelli; nei paesini dei pescatori lungo le coste a nord di Amsterdam la brezza soffiava piano, facendo cantare le sartie delle imbarcazioni nei porticcioli. I ponti si alzavano al passare delle chiatte, i mulini di  Kinderdijk roteavano al vento, tra gli scricchiolii delle ruote dentate di legno che si incastravano e trasmettevano il moto della lotta centenaria tra la natura e l’uomo. I quadri dei musei stavano immobili, nel loro messaggio estetico, circondati da rumorosissime scolaresche in gita che invadevano le sale in un vociare confuso e caotico. Fuori le fila di casette con le tendine bianche si asciugavano al sole e si specchiavano nelle acque.

MARKEN

Qui mi aspettava ancora un venerdi di ferie, giorno cuscinetto per sbrigare commissioni, senza fretta particolare, e per ritornare ad una casa odorante di vernice fresca e scintillante di serramenti imbiancati.

Prendo le ore senza fretta, rientro piano piano nell’atmosfera di giornali inutili che raccontano di altrettanto inutili discussioni e tentativi di governo, leggo qualche post, studio spagnolo senza troppa convinzione – questo esame a cui non avrei dovuto iscrivermi lo sto sottovalutando, prevedo un attacco di panico a breve – spulcio le email dell’ufficio, mi riconnetto col mondo mentre continuo a sentire il quack quack degli anatroccoli e  a vedere lo scorrere placido della vita, qualche chilometro più a nord.

Consiglio di lettura: Mike Dash “Tulipomania”, la prima, affascinante, bolla economica dell’era moderna.

PENSIERI

aprile 23, 2013

Tulipani e papere

Venerdi pomeriggio stavo seduta di fronte al computer, in ufficio, fissando lo schermo con l’inerzia che mi accompagna da troppo tempo ormai e contavo i minuti che mancavano prima di potermene andare. Quando non si prova più’ interesse intellettuale per il proprio lavoro ogni secondo e’ vita persa.

Non appena fuori, invece, e’ ricominciato il turbinio febbrile delle mie mille attivita’ che, declinate in faccende di bucati e compiti di spagnolo, mi hanno inghiottito fino a sera. All’alba di sabato ero su un aereo, direzione Amsterdam: all’arrivo il sole splendeva e i milioni di fiori di Keukenhof aspettavano solo di essere contemplati. Mezza Europa del nord aveva avuto la stessa idea: era il giorno della parata dei fiori, Bloemencorso, e ci siamo ritrovati tutti li’, pigiati come sardine, ipnotizzati dalle screziature dei petali attorno ai pistilli o da una tazzina da caffe’ ricreata in scala gigante con mille e mille narcisi.

KEUKENHOF

Il primo giorno di questa vacanza e’ durato a lungo, nel traffico congestionato e deviato per i viottoli tra i campi fioriti e i terreni bruni su cui si posavano aironi bianchi. Finalmente raggiunto il cottage appena fuori Amsterdam che fara’ da base e riparo fino a giovedi, un’altra meraviglia aspettava sotto la luce chiara della sera nordica: un paesino di pescatori, composto da una sola via, affacciato sul mare; un intervallarsi di casine basse di legno, una piu’ storta e carina dell’altra, una fila di colori in festa. Qui, accanto a questo minuscolo ed incantevole cottage, scorre un canale frequentatissimo da papere,anatre e svassi che quaquaquano queruli giorno e notte. Qui, appena oltre il canale, pascolano due cavalli, si posano centinaia di uccelli, saltano i leprotti e brucano gli agnellini. Qui il rumore lo fanno solo gli animali, la pioggia che cade, il vento che fa ruotare le pale di un mulino eolico. Qui ogni sera torno, stravolta e con il ginocchio in fiamme, dopo ore di scoperte.

Domenica sono stata a L’Aja a vedere un Vermeer, La veduta di Delft, e poi a Delft per percorso logico. Ieri ho passeggiato per Amsterdam e ho rimirato i Van Gogh accolti temporaneamente all’Hermitage. Amsterdam mi e’ parsa priva di anima: il Rijksmuseum lo vedro’ in un’altra occasione. Oggi, tra un acquazzone e l’ altro, ci sono tanti polders, mulini, dighe e paesini da esplorare ma, per un attimo ancora, resto qui, sotto questo tetto bianco inclinato di antico fienile, a guardare l’acqua che scorre e il traffico dei pennuti, avanti ed indietro, un tuffo per cercare cibo, la riemersione qualche metro piu’ in la’.

VAN GOGH

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aprile 11, 2013

Pochi minuti per ricordare

A lezione di spagnolo, il martedi sera, mi diverto, rido, vado in ansia quando si parla degli esami imminenti che l’insegnante ha cominciato a simulare.

A lezione di spagnolo mi è venuta voglia, per la prossima primavera, di fare un viaggio in Andalusia, dopo le letture, i racconti e i video sulla regione che hanno fatto da filo conduttore di febbraio e marzo.

A lezione di spagnolo non ho aperto bocca per un pezzo e, come me, nemmeno gli altri, dopo aver guardato questo video, in ricordo dell’attentato dell’11 marzo 2004 nella stazione di Atocha. A volte è più efficace far ricordare cosa è successo senza menzionare l’episodio in sè ma attraverso storie ordinarie di persone comuni, fino ad un istante prima. Inevitabilmente si realizza l’impatto devastante di cosa e’ accaduto senza bisogno di immagini forti o di cronache dettagliate. Solo il filo interrotto di vite identiche alle altre. Alle nostre.

http://www.youtube.com/watch?v=gOQnxndCTI4

marzo 27, 2013

Uniti da un cartone animato

Non so a voi, ma a me la televisione la calmieravano. Mezz’ora al giorno durante le elementari, un’ora alle medie e alle superiori, telegiornali esclusi, ogni tanto un film, nei tempi in cui i film iniziavano ad ore decenti.

Appena ho potuto, ne ho fatto quindi indigestione e, come spesso accade, ne ho assorbita talmente tanta che adesso ne faccio a meno per giorni e giorni: mi limito al telegiornale flash facendo colazione e al regionale di Raitre a cena.

Oltre al controllo dei tempi di esposizione a lungo ha imperato pure la censura: i programmi potevano essere scelti entro una ristretta rosa di titoli. Grazie ad accurate valutazioni, sono riuscita ad avere comunque una discreta infarinatura di base che, in età adulta, mi è spesso servita per attaccare bottone o per uscire dall’impasse di una conoscenza superficiale con conseguente  rischio di conversazione languente.

Nessuno della mia generazione, infatti, resiste al fascino che esercita il ricordo di se stessi, bambini, davanti ad un cartone animato. Le storie dell’Ape Maya e della sua controparte scialba Magà, Remi di Senza Famiglia, Péline di In famiglia, Spank, Mazinga, Goldrake, Jeeg Robot, I guerrieri delle stelle, Mimi Ayuara e la cugina Mila, Anna dai capelli rossi, Heidi, Lady Oscar, Candy Candy…potrei andare avanti all’infinito, arrivando, cronologicamente, anche a serie uscite in anni in cui le elementari non le frequentavo più da un bel pezzo. Immagino capiti lo stesso anche a voi.

C’erano tre cose che facevano dei cartoni animati usciti tra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni ’80 un buon prodotto: avevano spesso una grafica ottima, per i tempi, ricca di dettagli e particolari. Riprendevano molto spesso le storie di romanzi per ragazzi molto conosciuti e ne rilanciavano la notorietà: si fondavano, insomma, su una trama accattivante e sensata in cui i ragazzini erano protagonisti e compivano atti eroici, da imitare e ricordare. I cartoni animati assumevano, allora, nella loro dimensione minima e relegata allo schermo, la stessa funzione catartica del teatro. Inoltre, le sigle, non ancora rese impersonali e monotone dall’onnipresente Cristina d’Avena, entravano nel cervello e lì si depositavano, negli strati più solidi della memoria tanto è vero che, a distanza di anni, ce le ricordiamo subito, non appena ne riascoltiamo le prime note. O meglio, io me le ricordo. E voi?

C’erano altri aspetti però  che mi lasciavano perplessa e non trovavano spiegazione nella mia mente di bambina.

La prima riguardava una faccenda estetica: se i disegnatori erano tutti giapponesi, come mai i protagonisti dei cartoni avevano fattezze occidentali e non orientali? Un problema di eventuale difficoltà di esportazione del prodotto? Ancora oggi non so darmi una risposta.  La seconda era relativa ad una certa difficoltà di comprensione nei passaggi logici tra un episodio e l’altro ma, in questo caso, il perchè l’ho capito: la rete televisiva non sempre mandava in onda tutte le puntate e molte scene erano state censurate e tagliate. La terza invece è tuttora avvolta nel mistero: spesso la narrazione si interrompeva per lasciare spazio ad una canzone in sottofondo, cantata in giapponese, sia che gli eventi fossero ambientati in Canada, sia che lo fossero in Francia o in alveare, e non saprò mai cosa dicevano le parole di queste canzoni perché nessuno le ha mai tradotte né io parlo giapponese.

In ogni caso, durante la mia ultima vista in Spagna, un paio d’ore di una cena se ne sono entusiasticamente andate confrontando le versioni italiane e spagnole di certi cartoni animati che tutti ricordavamo: ci siamo divertiti a tradurre i titoli e ad intonare coretti stonati delle canzoni di testa.

La più bella tra quelle che ho sentito è quella di Marco, dagli Appenini alle Ande, strappalacrime, struggente. E sarà perchè io il libro Cuore quando avevo otto anni lo sapevo a memoria, o sarà perchè leggevo e rileggevo Sangue Romagnolo e la Piccola Vedetta Lombarda e avrei tanto voluto essere Derossi ma facevo il tifo per la redenzione di Franti  ma ho deciso che proprio da questa canzoncina riparto a studiare spagnolo.

Si, perchè vedete, dopo lungo meditare e fiduciose esortazioni dell’insegnante, lunedi in tarda serata mi sono iscritta all’esame DELE, livello C1, convocatoria di fine maggio. No, il tempo non l’ho per preparalo, sono ancora nelle turbolente condizioni che descrivevo qui, due settimane or sono, ma sono testarda e ci provo lo stesso. A cominciare da una canzoncina e da un ritorno all’infanzia, quando ogni desiderio sembrava realizzabile e ad inventarsi Sailor Moon e i Gormiti fortunatamente non ci aveva pensato ancora nessuno.

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