Archivio per marzo, 2012

marzo 28, 2012

Addetti al controllo

Sabato mattina. La primavera ha preso possesso dell’aria; per le strade uomini e donne a piedi, in auto, in bicicletta vanno a fare la spesa, comprano il giornale, si fermano per una colazione pigra con sottofondo di chiacchiere ai tavolini esterni del bar. Non fa ancora caldo ma fuori si sta bene e nessuno ha più voglia di rintanarsi dietro le porte.

Sul fiume, in una zona della ciclabile che attraversa il paese, da qualche settimana ci sono lavori in corso: stanno costruendo una centralina su un affluente canalizzato.

La strada pedonale che costeggia il fiume e’ separata dall’argine da una rete a maglie larghe. Le dita appese al filo di ferro o, nella piu’ abituale postura, intrecciate dietro la schiena, un gruppo di persone e’ radunato ad osservare i movimenti ripetitivi di un mezzo cingolato, con l’estremo interesse di chi non ha niente d’altro da fare e l’immobilita’ tipica delle lucertole nei luoghi solitari.

Non parlano ne’ si scambiano informazioni perche’ non ne hanno bisogno: sono li’ radunati dal giorno prima dell’apertura del cantiere e svaniscono solo all’ora dei pasti.

Quando sono stanchi di rimanere in piedi in prima fila, si accomodano a turno su una panchina grigia poco distante da cui, con accettabile approssimazione, riescono comunque a non farsi sfuggire gli inchini della benna.

Sono di solito di sesso maschile, pensionati, tassonomicamente definiti dalla specie Umarell.

Li abbiamo visti tutti, se ne parla anche su blog a tema. Come questo, corredato di fotografie esemplificative.

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marzo 23, 2012

La dura legge del quadrotto – le attuali vie di mezzo

(continua da qui)

Procedo per piccole approssimazioni verso il sogno dell’addio all’open space ed eccomi qui, in una stanza arredata con mobili chiari, di una certa età ma coerenti tra loro, che ospita otto persone.

Ad una parete, che ho fatto dipingere di rosso pompeiano, sventolano signorine perizomate rotolantesi su spiagge caraibiche e concentrate in sguardi d’invito. Prima o poi riuscirò ad invitarle ad accomodarsi in un altro luogo.

Le sedie sono occupate da persone di età superiore ai trentacinque ma di spirito adolescenziale: siamo tutti consapevoli che trascorrere la giornata gli uni accanto agli altri, per obbligo e non per scelta, può diventare complicato e quasi tutti facciamo del nostro meglio per rendere l’atmosfera amichevole. Capita, a volte, al venerdì pomeriggio, un intermezzo a pane e salame – e bottiglia di rosso, chiudendo mille occhi sul lecito e l’illecito – una coppetta di gelato che ci si procura facilmente con pochi minuti di guida. Capitano, molto più spesso, dialoghi divertenti e leggeri. E’ quotidiano il gioco di aprire e chiudere le finestre, girare nei due sensi la rotellina del termostato, lamentarsi del rumore intorno ma non si sconfina mai in toni indignati.

La scrivania, per quel che ospita di mio, potrei non averla neppure: non ho mai lasciato  in ufficio oggetti personali, tracce del mio passaggio. Il piano di lavoro è sgombro, ad eccezione del portatile, del cellulare e di un portapenne; i cassetti contengono solo documenti già gestiti che è troppo presto per trasbordare nel cestino della carta; una cartellina trasparente accoglie la lista delle cose da fare.

Mi sono rassegnata all’utilizzo del piazzale di carico dei camion per le telefonate, fatte o ricevute, che richiedono discrezione e assenza di orecchie: il resto lo si discute nella piazzetta dell’ufficio, così si evitano i fraintendimenti delle notizie che rotolano di bocca in bocca assumendo, nel passaggio, dimensione onirica.

Insisto nel considerare gli open space del tutto inadatti al mio modo di lavorare anche se, ormai, sono abituata a stare tra i telefoni che squillano, le persone che interrompono, le grane che rotolano addosso non attese, gli umori altrui, le lune mie. Sono sempre più convinta che la mia stanza sia il posto giusto per me: potrei candidarmi per esperimenti di telelavoro sul comando a distanza.

Buon venerdì a chi condivide uffici macroscopici, a chi è rintanato nel suo bugigattolo, a chi, come nei film, si fumerà una sigaretta con i piedi sulla scrivania o giocherà a minigolf sull’esteso pavimento del proprio enorme ufficio privato, a chi rimarrà in tuta e lavorerà dallo studio di casa. Adesso esco ad affrontare il mio.

marzo 21, 2012

La dura legge del quadrotto – l’intermezzo

(L’inizio qui, nel post precedente.)

L’open space, enorme e fastidioso, a prima vista mi era sembrato anche la terra delle opportunità. Era circondato sui lati da piccoli uffici trasparenti, quelli dei capi, a cui tutti anelavamo. Nel tentativo di arrivarci le persone cambiavano carattere o enfatizzavano i propri lati peggiori poichè, per dictat direzionale, quello era un luogo solo per duri. Io, dopo cinque anni di resistenza matta e disperatissima, mi ero resa conto di essere finita in una secca: o rimanere e soffrire sperando cadessero dal cielo briciole di mirra insieme a lapilli infuocati o mettersi in spalla la canoa e portarsela a mano verso acque nuove. Scelsi la seconda soluzione e cominciai a tramare vie di fuga.

Dopo qualche mese di ricerca ecco arrivare un contratto, che garantiva l’aggiunta della parola “Responsabile” subito prima del mio nome. Prima di firmare avrei dovuto conoscere una regola che ha validità universale quando si accetta un nuovo lavoro ma che, allora, non avevo ancora scoperto. Prima di firmare, appunto, bisogna chiedere di andare in bagno: dai bagni di un’azienda si capisce quasi tutto della filosofia con la quale è condotta. Fossi entrata, mi sarebbe stato subito chiaro che ero finita in un posto in fase di sgretolamento.

Anche in questo luogo c’era un open space però, nonostante la millantata dimensione multinazionale – era la filiale italiana di un’impresa statunitense – gli anni di gloria erano ormai alle spalle e ciò che rimaneva era un esiguo baluardo di reduci che fingevano di avere ancora un futuro e che si erano arroccati dietro torni e rettifiche senza aver capito che il mondo, fuori, correva con un’altra velocità e con altre regole di professionalità.

Nell’open space, di dimensioni più ridotte rispetto al precedente, c’era questa volta seduta quasi tutta l’azienda. Anzi, meglio, c’erano le scrivanie di quasi tutti i dipendenti i quali, con preoccupante frequenza, sparivano per lunghe ore durante il giorno e si nascondevano in reparto. Le prime settimane le trascorsi a capire dove si imboscavano i miei presunti collaboratori. L’aggettivo presunti era quanto mai indicato dato che, come mi accorsi fin dai primi giorni, di Responsabili delle stesse persone in realtà eravamo in due e un interregno era praticamente impossibile. La qualifica era uno specchietto per le allodole: da un paio d’anni, per obbligo dalla casa madre, infatti, stavano tentando di invogliare qualcuno ad entrare nel tentativo di risolvere problemi che nessuno, se non i proprietari, aveva veramente voglia di risolvere. Insomma: da due anni aspettavano il pollo.

Nell’open space, dicevo, i vetri non venivano lavati da qualche anno perché l’amministratore delegato, impegnato in un gioco tutto italiano di cui era maestro, riduceva i costi evidenti, come quelli per le pulizie, per mantenere la proprietà della propria sedia e ignorava quelli nascosti, per ridurre i quali avrebbe dovuto fare fatica. Tramando trame e intrighi di cui perdeva egli stesso il bandolo, stava resistendo da secoli e, nei due anni scarsi in cui rimasi lì, non gli sentii mai esprimere un’opinione su alcunché. Era un maestro, però, nell’arte di lasciarla formulare agli altri e poi addossarsene la paternità in caso di successo o liquidarla con un “te l’avevo detto” in caso di fallimento.

Nell’open space, dicevo,  le  scrivanie erano messe in modo che le persone si dessero le spalle. In questo modo uno dei miei presunti collaboratori poté subito esprimere il suo dissenso per la mia presenza trascorrendo la pausa pranzo su siti pornografici dei particolari anatomici dei quali godevo di perfetta visione. Le scrivanie risalivano agli anni sessanta, la polvere atavica aveva colonizzato lo spazio e le menti, anche dei più giovani, l’inerzia del rilascio dei tasti delle tastiere corrispondeva a quella di reazione ad ogni minimo cambiamento con cui si cercava di risvegliare un vecchio gigante acciaccato, addormentato da lustri. L’olio lubrificante delle macchine da taglio imbrattava carta e superfici perché era impossibile, con i mezzi a disposizione, tenerlo confinato nelle vasche di raccolta. Tutti, compresi gli impiegati, indossavano le scarpe anti-infortunistica perché, dopo poche settimane di camminate in reparto, le suole delle scarpe normali, corrose dagli olii, si staccavano. Avrei dovuto dire addio ai miei amati mocassini sempre intonati alle borse?!

Non si facevano conversazioni particolarmente interessanti, in quel luogo: si respirava pura aria di rassegnazione per le lamentele dei clienti, i difetti tecnici, le persone sciatte e infelici, le consegne in perenne ritardo, i fornitori che ci ignoravano, il grigiume che aveva aderito al pavimento.

Il giorno in cui mi squillò il cellulare privato e mi fu chiesto se fossi ancora interessata ad un lavoro per cui avevo inviato il cv anni prima risposi, con finta calma zen, che se ne poteva parlare poi, quella sera, infransi il mio record personale di numero di vasche a stile, grazie al rush di adrenalina.

La mia allergia per gli open space era ormai una certezza ma, anche al cambio successivo, non sarei riuscita a liberarmene. (Continua)

marzo 20, 2012

La dura legge del quadrotto – l’inizio

Si discuteva, qualche giorno fa, sui pro e i contro degli uffici open-space e, come è naturale,  c’erano i fautori e i contrari. Io sono, per esperienza, tra i contrari ma, dato che non ho voce in capitolo sulla mia ubicazione lavorativa,mi sono rassegnata.

Ho trascorso anni dividendo il mio tempo in due luoghi: a lezione in aule, piccole o grandi, in funzione del periodo, e nella mia stanza, in assoluto silenzio, per studiare. Porta chiusa, nessun cellulare perché allora non c’erano, una breve pausa merenda e lunghe ore di concentrazione. Solo la gatta, se mi faceva l’onore di eleggere il mio letto per il pisolo pomeridiano, era autorizzata ad entrare, previa grattatina di richiesta alla porta.

Immaginate l’angoscia quando, il primo giorno in azienda, una multinazionale,  si  spalancò davanti a me la porta di un enorme open-space, in cui lavoravano un centinaio di persone che andavano avanti ed indietro, tra i telefoni che squillavano, le urla che provenivano dagli uffici sui lati e il chiacchiericcio di fondo che iniziava di prima mattina e si spegneva solo dopo le sei di sera. Come avrei fatto a concentrarmi? Come avrei potuto sostenere una conversazione telefonica o di persona su questioni delicate che richiedevano attenzione in mezzo a tutto quel frastuono?  Nel giro di cinque anni avrei occupato, per strane migrazioni forzate di cui nessuno capiva il motivo, ognuna delle sei grandi suddivisioni dell’ufficio,  arredate ciascuna con due quadrotti di scrivanie e separate da armadietti bassi.

In ogni quadrotto ero circondata: due scrivanie si affacciavano senza divisioni una sull’altra, mentre un’asse ondulata le staccava dalle due adiacenti.  A volte andava bene, altre male. Non tutti avevamo lo stesso tipo di incarichi e ne risultava uno sfasamento tra necessità e modalità di esecuzione: alcuni di noi analizzavano e producevano dati che richiedevano attenzione e decisioni, altri trascorrevano ore al telefono a contattare i fornitori con voce ferma e ampie doti di comunicatività.

Capitava di condividere lo spazio con una collega espansiva e adorabile che era però solita emettere periodici gridolini ed esclamazioni  che avevano l’effetto di squilli di tromba. Oppure con quella che radunava i propri argomenti di conversazione in tre grosse categorie: la propria vita sessuale, ivi inclusi i vantaggi e i metodi della depilazione integrale, le proprie conversazioni pseudo-psicologiche col fidanzato di turno e le virtù alimentari dei diversi gusti di yogurt. Oppure ancora con uomini in carriera cattiva e abbondanza di stress che vivevano ore nervose e ricche di turpiloquio e testosterone. Lunghi periodi li ho invece trascorsi, per fortuna, con una collega ed un collega della specie quieta: concentrazione mentre si lavorava, sguardo d’intesa per la pausa caffè e, ogni tanto, una spalla su cui piangere quando la vita tra gli squali si faceva troppo dura.

Ho imparato a dimenticarmi del mondo attorno, a tenere bassa la voce durante le conversazioni telefoniche, a non morire di nervoso e di rabbia quando il mio capo, che era convinto che il metodo motivazionale migliore fosse quello di allestire patiboli pubblici per qualunque sciocchezza, passava di lì e, ad alta voce, sceglieva la vittima del giorno.

Ho detestato ogni secondo trascorso in quell’ambiente e, una volta presentate le dimissioni, ho sperato con tutte le mie forze di essere catapultata nella scena del classico film in cui la protagonista, in vaghi tentativi di carriera, vede salire la propria posizione parallelamente alla diminuzione dello spazio occupato da altri intorno a sé.

Naturalmente mi sbagliavo. (continua)

marzo 19, 2012

Via dalla pazza folla

E mentre le folle si radunavano lungo le darsene per una manifestazione contro le mafie e mentre il serpente delle code si riformava, snodandosi implacabile sotto il porticato di palazzo ducale o allungandosi al riparo della sopraelevata in attesa del turno per entrare all’acquario, nelle sale minimaliste del museo d’arte orientale e sotto i saloni della galleria nazionale regnava il silenzio.

Spesso una campagna pubblicitaria mirata muove plotoni che si assiepano davanti a quadri che, nella loro sede ufficiale, richiamano pochi sguardi, sminuiti da capolavori appesi al muro di fronte. Altrettanto spesso la mancanza di un’adeguata campagna pubblicitaria lascia altre teche e vetrine all’ammirazione dei pochi che, in esotica ricerca di sentieri alternativi, si avventurano oltre la porta.

A volte queste visite sono deludenti: pochi quadri di maniera, di bottega, molti tendaggi pesanti, qualche terracotta o punta di lancia già visti e rivisti in questa Italia che sputa fuori dal terreno nei secoli dei secoli manufatti antichi e che trasuda arte da ogni angolo di strada. Ma può anche capitare di imbattersi in oggetti preziosi, di bellezza incantevole, che porto via con me con una fotografia fatta in tutta calma o con uno scatto indelebile impresso nella memoria degli occhi.

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marzo 17, 2012

Perdersi in luoghi e quadri

In alcuni luoghi, una volta trovati i punti di riferimento principali, bisogna avere il coraggio di perdersi. Si deve abbandonare l’ansia del non sapere dove si sta andando e svoltare in qualunque vicolo che attiri l’attenzione, per il nome, per la curva che ne nasconde il percorso, per i calzini e le mutande stese tra le finestre, per l’ampiezza o, meglio, per la mancanza di ampiezza.

Bisogna guardare a destra e a sinistra, dentro alle botteghe aperte, in cima verso i tetti per scoprire architetture di metallo a pagoda che in estate coprono terrazze, salire i gradini che conducono di piazzetta in piazzetta e ritrovarsi piu’ alti di un campanile, seguire un profumo e fermarsi ad assaggiare farinata e focaccia.

Poi ci si deve fermare in coda ed ingannare il tempo osservando le dinamiche umane dell’attesa ed essere pazienti perche’, nelle ampie stanze di Palazzo Ducale, ci sono appesi per qualche mese alcuni quadri di pittori famosi, che hanno osato dimenticare le linee per lasciare che il colore desse forma alle immagini. Anche davanti ad essi si continua a viaggiare, in una sorta di gioco di rimandi e simboli. E si rivedono tele incontrate in altri viaggi e si trovano mete per viaggi futuri.

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marzo 16, 2012

Prime impressioni

Non bisognerebbe mai giudicare una citta’ sconosciuta dalla stazione dei treni. Si rischierebbe di estendere il grigio, l’assenza di bellezza, l’impiccio delle reti dei lavori in corso a piazze, vicoli e palazzi.

Non bisognerebbe mai visitare per la prima volta una citta’ di mare in un giorno plumbeo di pioggia in arrivo. Si rischierebbe di perdere il gioco dei colori delle facciate e quello delle luci che si riflettono sull’acqua.

Genova mi e’ apparsa cosi’, oggi pomeriggio e, prima di perdermi domani tra i carruggi, ho scelto di passeggiare lungo i moli, tra i magazzini del cotone riportati a nuova vita, le file di alberi delle barche a vela immobili sulle acque della sera, un piatto di trofie al polipo e pomodorini e la sagoma inconfondibile del pifferaio magico uscita dalla penna di Luzzati.

Ma chissa’ se i cinque fenicotteri rosa, appollaiati sopra un traliccio che sostiene i drappi a forma di vela trascorrono tutta la propria vita sotto il vetro della biosfera, ad osservare malinconici le barche che entrano nelle darsene del porto antico di Genova. Oppure se stavano solo aspettando il cambio del turno di notte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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