Archivio per novembre, 2011

novembre 30, 2011

Una favola allegra

Dopo la storia triste di ieri, questa mattina è il turno di una favola allegra, scritta da un autore che adoravo quando ero piccola. Allora questa storia mi inquietava, mi chiedevo come fosse possibile vivere in un corpo trasparente, come il bambino riuscisse a proteggersi dagli altri, a mantenere una sua dimensione segreta. Ora invece, quando la rileggo, mi scopro ad invidiare molto Giacomo di Cristallo. Credo fosse un ragazzino molto saggio, un essere libero. Buona ultima giornata di novembre.

Una volta, in una città lontana, venne al mondo un bambino trasparente. Attraverso le sue membra si poteva vedere come attraverso l’aria e l’acqua. Era di carne e d’ossa e pareva di vetro, e se cadeva non andava in pezzi, ma al più si faceva sulla fronte un bernoccolo trasparente.
Si vedeva il suo cuore battere, si vedevano i suoi pensieri guizzare come pesci colorati nella loro vasca.
Una volta, per sbaglio, il bambino disse una bugia, e subito la gente poté vedere come una palla di fuoco dietro la sua fronte: ridisse la verità e la palla di fuoco si dissolse. Per tutto il resto della sua vita non disse più bugie.
Un’altra volta un amico gli confidò un segreto, e subito tutti videro come una palla nera che rotolava senza pace nel suo petto, e il segreto non fu più tale.
Il bambino crebbe, diventò un giovanotto, poi un uomo, e ognuno poteva leggere nei suoi pensieri e indovinare le sue risposte, quando gli facevano una domanda, prima che aprisse bocca.
Egli si chiamava Giacomo, ma la gente lo chiamava “Giacomo di cristallo”, e gli voleva bene per la sua lealtà, e vicino a lui tutti diventavano gentili.
Purtroppo, in quel paese, salì al governo un feroce dittatore, e cominciò un periodo di prepotenze, di ingiustizie e di miseria per il popolo. Chi osava protestare spariva senza lasciar traccia. Chi si ribellava era fucilato. I poveri erano perseguitati, umiliati e offesi in cento modi.
La gente taceva e subiva, per timore delle conseguenze.
Ma Giacomo non poteva tacere. Anche se non apriva bocca, i suoi pensieri parlavano per lui: egli era trasparente e tutti leggevano dietro la sua fronte pensieri di sdegno e di condanna per le ingiustizie e le violenze del tiranno. Di nascosto, poi, la gente si ripeteva i pensieri di Giacomo e prendeva speranza.
Il tiranno fece arrestare Giacomo di cristallo e ordinò di gettarlo nella più buia prigione.
Ma allora successe una cosa straordinaria. I muri della cella in cui Giacomo era stato rinchiuso diventarono trasparenti, e dopo di loro anche i muri del carcere, e infine anche le mura esterne. La gente che passava accanto alla prigione vedeva Giacomo seduto sul suo sgabello, come se anche la prigione fosse di cristallo, e continuava a leggere i suoi pensieri.
Di notte la prigione spandeva intorno una grande luce e il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire.
Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano.

Gianni Rodari

novembre 29, 2011

Una storia triste

Primo Levi, in “Se questo è un uomo”, racconta di come, dopo pochi giorni di Lager, avesse già perso l’istinto della pulizia. Scrive che un amico lo riprende severamente spiegandogli come la cura di sé, seppur minima, è fondamentale per dignità e proprietà, per non ridursi a bestie. E’ una cosa che anche mio nonno, tornato a piedi dalla campagna del Don, mi ripeteva: sbarbarsi, ogni volta che era possibile, o lavarsi le mani e il viso con la neve erano gesti che aiutavano a restare vivi, per non cominciare a morire.

L’azienda per cui lavoro si avvale della collaborazione, tra gli altri terzisti, anche di una piccola Onlus, che si occupa di persone con  disturbi mentali. Due o più volte al giorno il loro furgone arriva in magazzino, per consegnare e caricare. Spesso l’autista è un uomo, di mezza età, alta statura, ben piazzato. Radi bisunti capelli gli scendono fino alle spalle, indossa sempre gli stessi vestiti scuri, informi, luridi. E’ molto educato: saluta, si esprime in italiano corretto, non si spazientisce nemmeno quando i tempi di attesa si fanno lunghi. Non si lava. Mai. Due volte l’anno in cooperativa lo costringono a fare una doccia, non so con quali mezzi di convinzione. Il giorno dopo sembra un’altra persona, come si suol dire. In tre settimane riscivola nel solito sé. E’ impossibile stargli accanto: da lui emana un odore insopportabile, di putrescenza. Una volta – ero nuova del posto – è entrato nel piccolo ufficio in cui ci si occupa dei documenti di trasporto: io ero lì ma sono scappata subito via, soffocando i conati. Ho minacciato ritorsioni, con tutto il potere gerarchico che possiedo, cosa che non sono solita fare: non devono lasciarlo passare se io sono nei paraggi. Il cartello, appeso da anni solo per lui, “vietato l’accesso ai non autorizzati”, deve essere rispettato. Hanno riso e se vogliono che io risolva per loro una cosa con urgenza ribaltano la prospettiva: “guarda che sta arrivando: gli apro la porta”.

Mi hanno raccontato qualcosa della sua storia. Mi hanno detto che ha una laurea. Che aveva un suo studio professionale. Che ad un certo punto è successo qualcosa. Che è arrivata la depressione. Che adesso guida il furgoncino e raccoglie la spazzatura per il Comune. Che non si prende più cura di sé, da molto tempo ormai. Che non cambierà.

Lo osservo, mentre si abbassa a raccogliere una cassetta e i pantaloni sporchi della tuta gli scendono a scoprire il sedere nudo, e le persone arretrano, lo tengono a distanza, gli urlano le cose, fanno gesti con le mani per indicargli dove andare, evitando di toccarlo. Mi domando per quali vie sia arrivato ad ignorarsi così.

Lo guardo e mi chiedo quanto quest’uomo, tenuto a distanza, non ci sia in realtà, spesso, pericolosamente vicino.

“Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, così distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza.” . Primo Levi, “Se questo è un uomo”

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novembre 28, 2011

Conversazioni a bordo vasca

Alle 17.00 di pomeriggio del sabato o della domenica la piscina comunale non è mai affollatissima. Verso le 18.00, poi, a mezz’ora dalla chiusura, restiamo in acqua in pochi e mi sembra quasi di averla tutta a mia disposizione. Sono i rari attimi in cui non mi importa più molto delle sue inefficienze di gestione. Quest’anno sono anche riusciti ad organizzare un gruppo master, dopo lustri di suppliche. Bene ma male nello stesso tempo: passeranno mesi prima che io riesca a tornare in uno stato di forma tale da pensare di unirmi.

Il popolo delle piscine è simile in ogni struttura. Ci sono gli habitué, i professionisti, che si fanno un cenno di riconoscimento con la testa e poi cominciano a macinare vasche, fingendo di non tenersi reciprocamente sotto controllo in fase di immersione. Ci sono alcuni genitori equilibristi con bambini piccoli che saltano dentro e fuori dall’acqua, tra braccioli e palline. Ci sono quelli che “quest’anno imparo a nuotare” ed entrano con tutta la buona volontà, pochissima tecnica, moltissimo sforzo e nessuna cognizione del fatto che in corsia esistono regole non scritte, non solo di lati di percorrenza ma anche di gestione del territorio. Le imparano a furia di sentirsi arrivare sulle piante dei piedi le manate di quelli che detestano i cambiamenti di ritmo da ostacolo.

Poi ci sono gli affezionati dei muretti, che a casa dicono “ciao, vado a nuotare” e in un’ora percorrono la stessa distanza del riscaldamento degli habitué perché il resto del tempo lo trascorrono a bordo vasca. Sono la specie più temuta. Chi è lì per allenarsi deve stare attentissimo: se si arriva veloci, magari preparando la virata, e non si fa caso alla collocazione della fauna del muretto, si rischiano collisioni dolorose.

Le patelle da piscina a me note appartengono a tre grandi categorie.

Nella prima ci sono coloro che sanno nuotare ma oggi non ne hanno voglia. Si muovono in gruppi di tre per motivarsi o scusarsi a vicenda. Di solito sono ragazzi, hanno gli slip coordinati con la cuffia e indossano gli svedesi. Si dimenticano in borsa lo stringinaso perché sono consapevoli che il naso in atmosfera di cloro di tempo ne passerà poco. Si dedicano dal muretto all’analisi tecnica delle performance dei professionisti.

“Hai visto quello?”  - ”No, quale?”

“Quello nella tre con la cuffia rossa. E’ sotto le 15 bracciate” - ”Ma figurati “

“Ma contale, ti dico: uno, due, tre…”. “Tiene la testa bassa però.”

Rimirano due o tre passaggi del soggetto analizzato. Passano i minuti.

“Partiamo?” “Si, dai. Anzi no, aspetta. Si è allentato il cordino degli occhialini.”

Nella seconda ci sono gli accoppiati. Sono, di solito, un ragazzo e una ragazza tra i venti e i trenta, in chiara ricerca di un luogo per passare del tempo insieme. Li si può considerare un’entità unica perché, sotto il pelo dell’acqua, trascorrono molto tempo uniti, lei con le gambe intorno alla vita di lui, lui coi piedi che fluttuano sul fondo, una mano ancorata alla scaletta e l’altra sulla schiena di lei.

” e poi la Daniela gli ha detto che, insomma, lei non voleva più vederlo, se lui continuava ad andare dalla ex moglie che lei non gli fa mai trovare il bambino pronto perché fa apposta..ma scusa,mi stai ascoltando?”. “Eehmm…si, il bambino…”. “No dai, stai fermo, ci vedono”. “eeehm…partiamo?”. “Si,dai, facciamo tutta la vasca?”. Si sciolgono piano, si nuotano addosso, si riallacciano sull’altro lato.

Nella terza ci sono quelli che vanno in piscina per rimorchiare. La frase di apertura è sempre la stessa. “Nuoti bene” – “Si. Ma no, figurati, ho appena iniziato.”  ”No davvero. Sei proprio brava. Non ti avevo mai visto qui”. “Si, no. Cioè. Di solito vengo il sabato ma ieri non potevo”. Lei si sistema la cuffia e poi le spalline, lui tira dentro la pancia e gonfia i pettorali, allungando un braccio oltre il bordo. “Ma di dove sei?”. “Di L* però il mio moroso è di qua, forse lo conosci.” Il braccio scende deluso in acqua e gli occhi riprendono l’indagine demografica prossimale. “Ma tu non nuoti?” continua lei, ignara. ” Si, si certo. Partiamo?” Non aspetta la risposta e pochi minuti dopo non solo è dall’altro lato ma ha anche cambiato corsia, navigando verso una cuffia blu alla quale riproporre il complimento.

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novembre 27, 2011

Un altro lago

Questa è terra di montagne. I nostri orizzonti sono limitati dalle cime, barriere bianche e marroni che bloccano i venti e confinano i pensieri. Noi non spaziamo sguardi infiniti sul mare aperto, pianificando evasioni e issando le vele. Noi scappiamo, verso la bassa, e poi torniamo indietro, nei chiostri delle valli, perché troppa terra a perdita d’occhio ci rende insicuri.

La nostra è acqua di ruscelli veloci e di laghi. Alcuni si costeggiano, inevitabilmente, sulle strade di collegamento e offrono panorami mozzafiato. Altri sono vicini, dietro una curva, più nascosti: proteggono leggende e segreti. Altri ancora bisogna scoprirli con la fatica del cammino, tra i sentieri che salgono verso le vette.

Mi circondano le montagne ma ho bisogno dell’acqua, per trovare equilibrio. Mi servono il bozzolo umido della piscina e l’ipnosi delle vasche sempre uguali per lasciare che i pensieri confusi trovino una loro collocazione. Mi devo fermare a guardare il riflesso capovolto del mondo tra le foglie d’autunno anche quando non è uno dei miei preferiti ma un altro, che riporta a giornate passate, di perenne scontentezza e ricerca, di insoddisfazioni e paure.

Non mi è mai piaciuto, questo strano lago che richiama impressioni di paludi e d’inverno ghiaccia. Eppure ieri mattina era irresistibile, mentre gli passavo accanto, avanti e poi indietro su questa strada che ho odiato. L’ho fotografato per la prima volta,  riconoscendo la sua bellezza e la distanza che adesso c’è tra me e quelle giornate. E poi nel pomeriggio sono andata a salutare le mie papere preferite, sul laghetto delle leggende, che era bellissimo, come al solito, ma ve lo dovete immaginare, vestito col colore d’autunno, perché la tecnologia per un’oretta era rimasta a casa.

novembre 26, 2011

Trattative

La data del mio viaggio di metà inverno si sta avvicinando. Fino a qualche giorno fa non mi sono concessa il lusso di pensarci, adesso però, complice la stanchezza che si accumula e l’irrequietezza che mi scorre nelle vene, comincio a sentire la voglia di partire, di cambiare cielo, clima e orizzonte, di ascoltare una lingua diversa che pure mi suona naturale, di farmi scaldare dal sole, di passare sotto pietre antiche e sabbie moderne. E di trovarmi un’amaca in cui pisolare. E’ da qualche anno che non mi concedo il lusso di due settimane di ferie fuori stagione: stavolta non ho resistito all’impulso.

La lista delle cose da infilare in borsa è già pronta: viaggerò con il solo bagaglio a mano e mi sentirò molto minimalista. Devo ancora risolvere alcuni problemi logistici. Va bene che vado al caldo e con un paio di magliette là me la cavo ma che faccio quando parto e ritorno? Sto studiando, in un piccolo riservato spazio di pensieri, che si occupa in tempo mascherato di ragionare su queste faccende di lana caprina, un complicato sistema di abbigliamento a strati, che sia in grado di farmi resistere, in caso di ritardi, qualche ora all’aperto sulle fredde banchine delle stazioni e che, nello stesso tempo, non mi occupi troppo spazio in valigia.

I miei due compagni di viaggio hanno scommesso che non resisterò agli impulsi dello shopping etnico e che mercanteggerò posto nei loro zaini. Posto che dovrò pagare a carissimo prezzo, suppliche e lusinghe: già pregustano la scena. Io parto tranquilla: vorrei un paio di animaletti di legno da aggiungere alla mia collezione, di quelli piccoli, da pochi pesos, che si infilano in una tasca e poi mi guarderanno colorati dalle mensole della libreria al mattino. Altro non mi serve e non verrà a casa con me.

Questo dice la parte di me che ha raggiunto lo zen. Quella che invece non c’ è ancora arrivata infilerà di nascosto nel borsone una borsina comprimibile, per ogni evenienza. Insomma, ci ho fatto stare tre trapunte guatemalteche, tre maschere di legno e una decina di sciarpine in un 40 litri, a suon di incastri, qualche anno fa: un ingegnere (donna) un modo lo trova sempre.

La prima settimana di viaggio è stata organizzata, grazie alle dita lunghe di internet che si infiltra  dappertutto e ad email in sgangherato spagnolo. Per la seconda io e un messicano pescato in rete ci stiamo lavorando, con moltissima calma: lui lancia proposte  all-inclusive da turista americano, noi a furia di limate da turisti indipendenti riduciamo all’essenziale. Finirà che  ci arrangeremo in loco, tanto andrà bene comunque.

La cosa più difficile resta la scelta del libro da portare con me. Anzi no. Lo porto o non lo porto un libro di carta? Sono tentata da un titolo serio, un Von Hagen o un Ceram, sulla civiltà Maya, che mi faccia da guida ma, alla fine, credo che lo lascerò a casa. O troverò il tempo di ripassare prima di partire o lo farò al ritorno, per prolungare i ricordi.

Andrò a scrocco dei libri degli altri: quando viaggiamo insieme di solito li devono tenere nascosti perché, una volta finite le mie riserve, sfodero occhi supplici nelle sale d’attesa tra un bus e l’altro o me ne impadronisco quando si alzano per andare in bagno. E qui subentra l’altro problema: uno dei miei due compagni può darsi sceglierà qualcosa di leggibile, l’altro di sicuro una colossale porcheria. L’argomento è materia di lunghi battibecchi tra me e lui. E’ uno dei miei più cari amici ed è una persona a cui è difficile non voler bene ma, come tutti noi, ha qualche convinzione talmente ben radicata che è impossibile estirpargliela dalla testa. Bisogna che intervenga o anche stavolta, in astinenza, mi toccherà leggere il solito Dean Koontz o qualcosa di molto peggio.

Egli, serio professionista laureato, sostiene che i libri devono essere letti solo per divertimento. “Non mi interessa leggere quello che gli altri scrivono né condividere le loro convinzioni ” dice quando ne parliamo ” le cose mi piacciono o non mi piacciono in funzione del mio gusto e non di quello degli altri e la vita è già abbastanza difficile senza bisogno di leggere mattoni”.

La parte che mi infastidisce, in tutto questo ragionamento, è che il soggetto è tutt’altro che stupido e quello che non riesco a fargli capire, da lettrice onnivora, che spazia dalle peggiori schifezze a titoli degni dei sacri recinti del Parnaso, è che è un peccato perdersi determinati libri, anche solo per sapere se qualcuno ha percorso i nostri stessi sentieri mentali, o altri, molto più interessanti, o che ha formulato teorie di vita che ci aiutino a meglio definire le nostre. O per il semplice piacere di sentire la musica delle parole che risuona potente da certe pagine.

Questa sera uno dei due, quello che potrebbe scegliere un libro interessante, compie gli anni e ha organizzato una cena tra amici: per evitare di uscire, ho proposto di radunarci a casa mia. Io ci metto il tavolo, lui la pizza. Ha fortunatamente impiegato tre secondi ad accettare. “Che tristezza, che vecchi che siete”, mi ha detto il canticchiatore di  Jingle Bells mentre confrontavamo i piani per il fine settimana. Ha qualche anno in meno di me, qualche quintale di estroversione ed è l’anima delle feste. Io invece accenderò il camino in taverna e mi preparerò, in jeans, felpa, scarpe da ginnastica e truccata di sola crema idratante, all’allegra invasione di una decina di vecchie persone. Tovaglia, bicchieri e apribottiglie li garantisco, il resto sarà completamente informale: il cartone da asporto farà da piatto e poi finirà sul fuoco, insieme ai tovaglioli di carta. L’importante è riuscire a vedersi, almeno una volta ogni tanto, e trascorrere qualche ora a parlare di tutto e di niente e a riannodare i fili.

Ho già deciso che per questo viaggio riempirò l’iphone (dispositivo di lettura molto minimal-cool ma di una scomodità inaudita) di molti più e-books di quanto sia logico infilarci e nella più totale democrazia di genere. Qualche giorno fa emmecarla mi chiedeva in un suo commento ad un post quale fosse il romanzo di bassa levatura che avevo appena concluso. Le ho risposto: scegli tu, dato che probabilmente l’ho letto. Ci sono poche cose che non leggo a priori – che sono esattamente quelle che legge il mio amico di cui sopra – e ho buttato ore a perdermi in pagine considerate da molti indegne di entrare a far parte della letteratura e tante altre temo ne sprecherò ancora, con grandi soddisfazioni. Leggo di tutto però, dentro di me, so che esistono dei livelli diversi di meraviglia e che la pelle d’oca è rara e preziosa, davanti a quei capolavori per i quali mi viene da pensare, anche solo per un istante, che la perfezione possa essere dell’uomo.

Di sicuro uno dei libri che ci caricherò sarà “Il serpente dei Maya”, per un’infantile questione di puntiglio. La prof. di inglese, nell’ultima lezione, si stava quasi scusando, mentre confessava di averlo letto, un Clive Cussler light, what a shame, e dal banco di destra qualcuno ha scherzato: non è il tuo genere. Si, figuriamoci. Ho riletto Enigma tre volte. Non è ammissibile che questo me lo sia perso.

E così, questa sera, dopo che avranno fatto saltare qualche tappo – io non bevo, rimango lucida e in presa- sfodererò la psicologia per procurarmi due libri di carta nel bagaglio altrui.  Il minimalista saggio è colui che si circonda di gente che minimalista non è.

Se riesco a lavorare di fino, potrebbero anche essere titoli che non ho ancora avuto il tempo di leggere. Qualche suggerimento?

novembre 25, 2011

Non so se ci riesco

Non so se ci riesco ad arrivare a Natale con Jingle Bells in continuazione nelle orecchie.

In ufficio uno dei ragazzi ha cominciato a canticchiarla qualche settimana fa. Lo fa senza pensarci, spesso anche fuori stagione. Se ce la propone a maggio sorrido. Adesso comincio a trovarla nauseante.

E’ il 25 di novembre, manca un mese a Natale. Potrebbe essere domani perché tutto ciò che serve  allo sfondo, tranne la neve, è già stato preparato: le lucine da lato a lato delle strade, gli alberi accesi, i panettoni e i pandori, le montagne di giocattoli e di dolci all’entrata del supermercato nel centro commerciale.

Mi ci sono infilata questa sera, dopo le 7, alla fine di una settimana di lavoro abbastanza impegnativa, con l’idea di starci il meno possibile e dopo mesi in cui ero riuscita a non metterci piede. I centri commerciali mi inquietano e mi comunicano un senso di desolazione in ogni stagione ma, quando si sono aperte le porte trasparenti e Jingle Bells mi ha investito in tutta la sua allegria, mi è venuta voglia di risalire in auto. Non potendo, mi sono sorbita un quarto d’ora di canzoncine prima di riuscire a riemergerne.

Non ho ancora indossato né giacche né cappotto quest’anno: resisto con golfini a strati e sciarpine leggere e rimando l’accettazione dell’inverno, anche perché non fa ancora molto freddo. Mancano secoli al Natale nella mia testa. Mi sembra così innaturale anticipare gli eventi: finisce che ci arrivo con la voglia che le cose finiscano il più velocemente possibile. E che, a furia di sentirmi canticchiare Jingle Bells tutt’intorno, mi passi la già scarsa poesia che le feste comandate mi trasmettono.

novembre 22, 2011

La cosa che mi manca di più

Qualche settimana fa, durante una lezione di inglese, discutevamo, come al solito, dei massimi sistemi.

L’inglese è una lingua bellissima per parlare dei massimi sistemi, specialmente se non lo si parla bene: ti costringe ad essere sintetica, a vagliare accuratamente le parole, ad esporre il tuo punto di vista in una forma semplice e, proprio per questo, efficace. Se a tutto ciò si aggiunge una minuscola classe di entusiasti e un’insegnante farcita di humour britannico, la metafisica dei massimi sistemi finisce per occupare piacevolmente le due ore serali.

La domanda all’origine del confronto era stata suggerita dalla lettura di un brano: “se poteste tornare indietro nel tempo, lo fareste? Vi preferite ora o adesso?”. Prego notare quanto questo genere di domanda richieda un notevole sforzo mentale, visto che dalla trappola delle ipotetiche, della coniugazione dei verbi e dei modali è ardua scappare. Ho risposto che, per quel che mi riguarda, anche se è difficile e doloroso crescere, perdere le persone che amo, rendermi conto che, fisicamente, certe cose cominciano ad avere delle implicazioni fino ad ora sconosciute – per esplicitare: una volta cadevo, frignavo, mi rimettevo in piedi e ammiravo l’arcobaleno dei lividi; adesso cado, mi raccatta l’ambulanza, finisco a fare fisioterapia e dopo mesi non ne sono ancora uscita – sapere che il tempo per determinate importanti esperienze sta scadendo, io non tornerei indietro.

Non lo farei perché adesso sta cominciando a diventare molto più facile stare con me stessa, affrontare le situazioni che prima mi impaurivano, rilassarmi davanti all’ignoto, stemperare l’ansia da prestazione, accettare di non essere perfetta, incontrare persone che mi incuriosiscono e provare a conoscerle, trovare liberatorio dire no ed entusiasmante dire si, senza l’impiccio dei sensi di colpa. E anche se non c’è più il senso del tempo infinito davanti a me né il pensiero che ogni sbaglio, in virtù di questo tempo, possa essere successivamente corretto,  stanno pian piano cambiando i miei metri di giudizio, soprattutto quelli verso me stessa. Ho sempre pensato a me come ad un intricato ammasso di fili annodati che però, piano piano, ho cominciato a sciogliere.

La cosa che mi manca di più è il tempo fermo dello studio: non ho ancora capito se è legata al trascorrere del tempo o è solo un’abitudine persa che devo riacquistare, proteggendola da ogni distrazione. Una volta mi riusciva facile: la mia stanza, la porta chiusa, molta luce, fogli di brutta copia per gli schemini, libri aperti e ore di concentrazione. Fatta la versione di greco? Bene, adesso è il turno della trigonometria e poi della letteratura, e poi avanti così, anche per ore, in un’apnea costante.

Sono talmente abituata, per lavoro, a fare molte cose contemporaneamente che ho assimilato un comportamento che non prevede tempi lunghi di concentrazione.  Oppure no, invece: sono talmente abituata a dovermi concentrare, sul lavoro, che mi sembra di non essere più capace di farlo, nel mio tempo privato.

E forse, a pensarci bene, una delle principali ragioni per cui mi piacerebbe un giorno poter dire “adesso basta“, è proprio per ricominciare a decidere, in modo autonomo, della durata delle cose.

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