Archivio per ottobre, 2011

ottobre 30, 2011

E quel che ne risultò

Cosa vi dico? Come vi racconto?

Potrei descrivervi una teoria di eventi che sono accaduti nella mia settimana di compleanno: “dalle nove alle undici di lunedì ho fatto questo, dalle tre alle sei di giovedì quest’altro”.

Potrei raccontarvi delle persone che ho incontrato, di quelle nuove e di quelle vecchie, e delle conversazioni, tutte intense, talmente intense che mi stanno ancora girando per la testa e lì rimarranno per i giorni a venire.

Potrei stilarvi un elenco delle cose che avevo deciso avrebbero dovuto succedere e sono successe, di quelle che non sono accadute, seppure progettate, e di quelle che invece hanno preso il loro posto.

Potrebbe piacervi, potrei scrivere in modo che vi possa piacere, anche se alcuni di questi avvenimenti sono stati esaltanti, ilari mentre altri, uno in particolare, profondamente tristi. Ma cosa ci sarebbe di particolare nel raccontarli? Non sono forse, nel mondo piccolo della mia settimana di compleanno, le cose che capitano a ciascuno di noi?

No, niente resoconti, nessuna cronaca. Vi dirò invece di alcune conclusioni alle quali sono arrivata e che credo, per il modo in cui adesso sono, come persona, io possa definire definitive, inglobate nelle fondamenta dei 39 anni, supporto per la strada che vedo davanti a me. Alcuni piccoli pezzi del puzzle hanno trovato collocazione, nei giorni scorsi.

Vi scrivevo qui e qui che da qualche tempo a questa parte sto cercando di capire se e come posso contribuire a cambiare le cose, in questo strano Paese, per quanto riguarda la condizione delle donne. Ci ho pensato, ho letto, mi sono informata, ho ascoltato. In questo fine settimana a Torino si sta svolgendo il primo Fem Blog Camp. Ho seguito per curiosità, e continuo a farlo, i lavori di organizzazione del raduno ma ho deciso di non partecipare. Auguro a tutte le donne che in questi mesi hanno investito tempo e preziose energie in questo progetto di trovare il modo di essere ascoltate, di poter far sentire la propria voce. Sono sicura che riusciranno, ma questa non è la mia strada. Non sono mai stata barricadiera,  non riesco a trovarmi a mio agio in mezzo a termini di derivazione politica. Non so cosa sia l’antispecismo, non voglio neppur sentire nominare il nazifascismo, non riesco a fingere di capire che cosa sia la precarietà, io che non l’ho mai vissuta. Non ho parole che possano aggiungere valore a quelle che saranno pronunciate da persone molto più competenti di me. La mia via non può che passare attraverso quello che faccio ogni giorno. E forse per qualche idea di progetto che comincia ad abbozzarsi, per il tempo futuro del piano B. Non sono una dirigente, non comando plotoni e moltitudini. Sono qui, in una minuscola terra di mezzo, in una provincia che nemmeno si sa dove sia, sulle cartine geografiche, nella quale sono spesso sola, perché davanti di donne ce ne sono pochissime e dietro ne vedo arrivare ancora di meno. Faccio quello che posso perché un giorno si possa dire: “è stata brava, altre lo possono essere molto più di lei, apriamo la porta e lasciamole entrare”. Continuerò a farlo e cercherò, per il poco delle abilità che possiedo, di aiutare a tenerla aperta, quella porta, una delle tante che si trovano lungo il cammino che conduce alla stanza dei bottoni perché, fino a quando non saremo in molte, sedute intorno al tavolo di quella stanza, le decisioni saranno prese sempre e solo dagli uomini per definire un mondo che oggi rappresenta l’umanità solo per metà. Ad un certo punto, durante la settimana, mi sono guardata intorno: ero circondata da donne in gamba, competenti, appassionate, pronte a partecipare al gioco, disposte a mettersi a nudo, così brave, così mature che mi sono sentita piccola, io, tutta arrotolata in infantili timori. Non può non esserci spazio per loro, che si sono guadagnate con l’impegno e l’intelligenza le sedie che occupano e che stanno chiamando altre, accanto a sé. Non può non esserci spazio per le tante che, come e più di loro, stanno premendo alla porta d’entrata, non per denaro, non per potere, ma per passione.

La seconda conclusione vi suonerà come l’ennesima scoperta dell’acqua calda ma ve la scrivo lo stesso. Noi siamo il nostro peggior nemico. Siamo noi che non allunghiamo la mano per prenderci quello che desideriamo, per paura, per mancanza di autostima, per abitudine, per frustrazione dopo mille no già sentiti. Crescere significa accettare queste paure e superarle. Nei giorni scorsi ho picchiato il naso per l’ennesima volta in una di queste paure, forse la peggiore che mi sono cucita addosso. Avete mai parlato in pubblico, davanti ad estranei? Io si, alcune volte, senza nessuna preparazione, andando a braccio, alla discussione della tesi, per esempio o davanti a settanta maschi adolescenti per un anno di fila, quando insegnavo. Gli inizi sono pessimi, poi di solito mi ripiglio. Questa volta c’era la telecamera e sapevo che, dopo, avrei dovuto rivedermi. Io ho un serissimo problema di immagine corporea: la mia testa dice ” sono così”, quando mi vedo esclama “io non sono quella”. Sono stata brava: ho detto le cose che dovevo dire, decentemente, nei tempi giusti. Il mio corpo però non se ne è reso conto: era rannicchiato e chiuso, a forma di palla, statico e rigido e ha definito, con forza, il risultato finale, come sapevo sarebbe successo. Quello che voglio essere, quello che non mi permetto di essere. Eppure non ho niente di orripilante. Auguratemi buona fortuna: qui mi sto armando di vanga e piccone e sto partendo per un viaggio dentro di me in cui conto di far pulizia, chiudere le vene esaurite e portare alla luce nuovi filoni ma c’è molto buio nelle gallerie e non devo perdere di vista il filo d’Arianna.

La terza non è una conclusione, è solo un pensiero. Quando il dolore arriva, immenso e straziante, ci investe completamente, permea ogni istante del nostro tempo, ogni cellula del nostro corpo. Copre di nero i colori del mondo, nasconde i nostri desideri, spegne le nostre passioni, insinua nel nostro cervello la sua voce monotòna. Ci dice in continuazione che abbiamo perso qualcuno senza il quale è impossibile trovare di nuovo il senso di noi stessi. Possiamo lasciare che occupi indefinitamente i nostri giorni e si radichi sempre di più in ogni nostra minuscola fibra annullando ogni altra cosa. Oppure possiamo lasciarlo entrare, concedergli il tempo per conoscerci bene e poi indicargli un angolo di noi nel quale accomodarsi, insieme agli altri dolori che già ci sono e che ancora verranno. “Resta qui, resta con me, non posso fingere che tu non ci sia, costante, in ogni singolo istante della mia vita, a ricordarmi di quello che avevo e che adesso ho perduto e che adesso mi manca e che adesso rivoglio”. Possiamo però mettergli davanti una tela grandissima e riempirla di tutto l’amore che abbiamo ricevuto, dei giochi da bambini, delle risate, degli abbracci, dei litigi, dei colori, delle parole, di ogni altra cosa che colui che abbiamo perso ci ha regalato. E aspettare che faccia ogni giorno un po’ meno male.  La poesia del post di ieri è una dedica, per una persona che adesso deve accettare l’arrivo del nero e per me stessa, che ho cominciato a riempire la tela. E no, non si commentano le poesie. Uno scrittore ci racconta di un tempo univoco, definendo i confini. Non è forse invece un poeta colui che parla per se stesso e, contemporaneamente, per ognuno di noi, in infiniti modi diversi, regalandoci immagini e sensazioni, attraverso le parole, che trascendono la dimensione oggettiva e siano nostre, nel modo in cui le collochiamo in noi stessi?

Buona domenica e buon ponte, per chi lo fa: oggi per me c’è il sole, una passeggiata al fiume, le vasche lunghe in piscina, qualche chiacchierata e, implacabile come al solito, il tormentone dei compiti di tedesco. Vi lascio un altro pezzettino di Spoon River, che mi è sempre piaciuto: “Dare un senso alla vita può condurre a follia/ma una vita senza senso è la tortura/dell’inquietudine e del vano desiderio -/è una barca che anela al mare eppure lo teme.” E vi auguro di salpare, anzi, che siate già partiti, a vele spiegate, per il vostro mare.

ottobre 29, 2011

Piccolo pensiero notturno

“La mia mente era uno specchio:
vedeva ciò che vedeva, sapeva ciò che sapeva.
In gioventù la mia mente era solo uno specchio
in un vagone che correva veloce,
afferrando e perdendo frammenti di paesaggio.
Poi con il tempo
grandi graffi solcarono lo specchio,
lasciando che il mondo esterno penetrasse,
e il mio io più segreto vi affiorasse,
poiché questa è la nascita dell’anima nel dolore,
una nascita con vincite e perdite.
La mente vede il mondo come cosa a sé,
e l’anima unisce il mondo al proprio io.
Uno specchio graffiato non riflette immagine,
e questo è il silenzio della saggezza.”

Ernest Hyde -Edgar Lee Masters – Antologia di Spoon River- trad F. Pivano

ottobre 21, 2011

Di compleanni, tagli netti e cose che cambiano rimanendo uguali.

Ho sei anni, in questa foto. Piango poco, non mi piace essere coccolata ma mi succhio continuamente, quando non mi vedono, il colletto delle camicie e il bavero del cappottino. Parlo molto, velocissimamente, e tutti mi dicono “prendi fiato” o mi mettono in mano un libro, così ammutolisco e sprofondo in un mondo tutto mio e mi devono chiamare mille volte se è pronta la cena, prima di riuscire a farmelo chiudere. La maestra scrive nelle pagelle che sono brava, logica, riflessiva, equilibrata. Parlano di qualcun altro perché, se c’è qualcosa che mi sono dimenticata di fare, che mi ha turbato o che non sta andando come vorrei- e capita di continuo- trascorro le ore agitata come una tarantola fino a quando non posso scappare a casa a metterla a posto, spesso con l’aiuto dei miei, a volte da sola, e le onde si placano per qualche giorno. E mi sembra che i miei pensieri fluiscano disordinati e confusi dentro di me. Se qualcuno mi critica ci rimugino per giorni, ci rimango male, mi arrabbio. Non conosco i confini del mio corpo: le braccia e le gambe sono un mezzo per prendere le cose che voglio, per andare da un punto all’altro. Il resto serve solo da collegamento agli arti. Scrivono che sono interessata e che partecipo alle attività di classe. Sono brava a mostrare entusiasmo ma spesso mi annoio, di nascosto leggo le pagine avanti del libro di lettura, oppure mi invento storie e mi distraggo. Vorrei tornarmene a casa e risprofondare nel romanzo che il giorno prima ho dovuto chiudere, morta di sonno. Ho una grafia disordinata, illeggibile, non so disegnare e chiacchiero. Concordo, a capo chino, prometto sempre che migliorerò ma dentro di me penso che queste non siano cose da correggere. A casa studio il solfeggio, alzo e abbasso le dita sui tasti bianchi e neri del pianoforte, soffio nel flauto ma non trovo la chiave per arrivare alla musica. Scrivono che sono matura, ben inserita, che tendo ad assumere ruoli da organizzatrice. Parlano di nuovo di qualcun altro perché io sto bene da sola o, al massimo, in compagnia degli adulti, a cui sono abituata, mentre capisco poco i miei coetanei, che mi fanno paura. Mi sembra di essere spesso molto diversa da loro, in un modo sbagliato, che non so definire, che mi preoccupa e mi fa sentire a disagio. Non conosco il loro linguaggio, non capisco le regole dei loro giochi, mi sento goffa e fuori posto. Arrossisco, continuamente, violentemente, penosamente. Se mi chiedono cosa voglio fare da grande rispondo: la scrittrice. O la maestra. O il medico.

La prossima settimana compirò 39 anni. Continuo a non piangere, ho smesso di succhiare il colletto dei vestiti ma solo perché é una cosa che gli adulti non possono fare. Parlo molto, spesso a voce bassa, la velocità dipende dall’argomento. Nessuno mi dice di prendere fiato: ho imparato a capire quando gli altri smettono di ascoltarmi e allora mi interrompo. Se non parlo, scrivo. La magia dei libri funziona ancora. Nessuno mette più giudizi su di me nero su bianco. Devo capire da sola se vado bene o male, in funzione di quello che mi fanno passare tra le mani. Per calmare l’agitazione delle cose lasciate in sospeso scrivo liste, su pezzetti di carta: “biblioteca, stirare, corso ingl, telef tizia, scrivere caio, cambiare gomme invernali, compiti tedesco, idea per cena”. Funziona, è catartico: quando arrivo in fondo alla lista mi sono calmata e così la butto nel cestino perché non mi serve più. Le cose le faccio comunque e se ne dimentico una non mi sembra più così grave. Ne ho una sola di liste di cose da fare che non butto mai via: lì ci sono i grandi progetti. Una delle due persone che facevano le onde calme intorno a me non c’è più. L’altra continua in una missione genitoriale senza limiti d’amore. Se qualcuno mi critica mi arrabbio ancora però molto meno e ogni tanto riesco perfino a pensare che questo qualcuno abbia ragione. Non conosco ancora i confini del mio corpo ma sarebbe meglio se li tracciassi: spesso ho lasciato che si espandesse e ora sarei felice se occupasse meno spazio. Il pezzo centrale che collega gli arti, ad un certo punto, è diventato molto più importante di loro ma continuo a chiedermi perché. Ho imparato a mostrare entusiasmo solo quando lo provo davvero e ad evitare come la peste la noia inflitta. Male che vada, ricomincio ad inventarmi storie e a soffocare sbadigli. Voglio sempre tornare a casa e riprendere a leggere dal punto in cui mi sono interrotta il giorno prima, morta di sonno. E la grafia illeggibile c’è ancora ma hanno finalmente inventato i word processors; adesso mi dispiace  di non saper disegnare, di continuare ad alzare ed abbassare le dita sui tasti del pianoforte sempre davanti alle stesse note, perché ad andare oltre non sono riuscita. Mi pagano, per fare l’organizzatrice, anche se ci ho messo un po’ a convincerli a lasciarmelo fare. Gli altri continuano a farmi paura e a farmi sentire sbagliata. Alcuni, a volte quelli che non avrebbero dovuto, anche solo per biologia, farlo, mi hanno ferita. Ho imparato a proteggermi. Però, lungo la strada, ne ho incontrati altri, di sbagliati, meravigliosamente più sbagliati di me, e ancora li incontro: mi attirano come calamite e ho imparato da loro a smettere di sentirmi fuori posto. Arrossisco ancora ma ormai ho imparato a riconoscere le battaglie perse.  Non sono diventata una scrittrice perché questo sogno non ho avuto il coraggio di sciuparlo; le maestre sono pagate poco e il medico é meglio non farlo, se ci si accorge, poco prima di scegliere per davvero, che la prima reazione davanti alle persone che soffrono é quella della fuga. Però ancora non so che cosa voglio fare da grande.

Per il mio compleanno quest’anno mi sono regalata una settimana di montagne russe: inizia domani, finirà domenica prossima, in tarda serata. C’é dentro di tutto: alcune cose importanti, alcune cose che mi spaventano, alcune cose che ignoro, altre che mi sono felicemente familiari, molte persone nuove da conoscere, alcune persone “vecchie” da reincontrare e qualche ora di treno per leggere e per pensare. L’ultima volta che mi sono organizzata qualcosa di vagamente simile, per il mio compleanno, ma molto più in piccolo, uno sciopero mi ha scombinato le carte e, non so come, la sera, al posto di tagliare la torta e soffiare sulle candeline, mi sono ritrovata in un’autoambulanza con una caviglia gonfia come le maracas, un legamento saltato e l’infermiere che ironizzava sulle coincidenze. Ci riprovo a farmi un regalo: se tanto mi dà tanto, questa volta mi investe un camion. Però, quando succederà, non avrò un capello fuori posto, dato che di capelli mi sembra di non averne quasi più. Dopo anni di lunghe lunghezze, medie lunghezze, incerte lunghezze e infinite tonalità di biondo, nel tardo pomeriggio di oggi  ho reso estatico un parrucchiere. “Taglia. Corto. E lasciami il mio castano fino a quando non vedremo comparire il primo capello bianco.” Mi ero dimenticata di quanto sia bello avere nuda la nuca.

Buoni giorni a tutti: io non vedo l’ora che inizi la mia settimana di compleanno, comunque vada. Ci sentiamo il 31.

ottobre 19, 2011

Il minimalismo, i desideri e le decisioni migliori

Nell’ultimo numero di Internazionale, oltre ad alcune riflessioni interessanti sull’operato di Steve Jobs (pro e contro), è stato pubblicato l’articolo di John Tierney “La fatica di decidere”. I risultati di una serie di ricerche mostrano che, con il passare delle ore, la nostra capacità di prendere decisioni diminuisce, a causa dell’affaticamento biologico: ad esempio le scelte che un giudice compie la mattina presto, a parità di situazione da dirimere, sono diverse da quelle effettuate nel pomeriggio. Preoccupante, a pensarci bene, anche se ricordo di aver avuto la stessa impressione durante le lunghe sessioni orali degli esami universitari.

Ad un certo punto, sembra, infatti, che il cervello cerchi scorciatoie o dando retta agli impulsi, senza riflettere più, o sospendendo qualunque decisione. Lo studio del “Modello Rubicone” dell’azione (carina, la definizione) ha portato a individuare nella fase del lancio del dado, dopo l’analisi dei pro e contro del contesto, la parte più importante e stressante, che ci mette a dura prova. Raggiungere un compromesso tra pro e contro, avere la capacità di decidere, diventa ad un certo punto un compito faticoso e il cervello sceglie la strada dell’avarizia cognitiva, il “non ne posso più” davanti alla lista delle cose da fare per organizzare un matrimonio, l’acquisto compulsivo al supermercato di fronte agli scaffali affollati. Sembra che la perdita progressiva di questo tipo di autocontrollo sia più rapida nelle persone con un reddito più basso e che sia una delle cause, in una sorta di circolo vizioso, del fatto che queste persone non riescano ad uscire dal proprio stato di povertà. Decidono infatti per impulso e solo per risolvere situazioni contingenti, senza prendere in considerazione i vantaggi a lungo termine. Le pause in cui l’individuo ha la possibilità di rifornire il cervello di glucosio ripristinano invece i livelli di forza di volontà mitigando lo stato di fatica. Tralasciando il circolo vizioso che queste conclusioni evidenziano sull’arte del mettersi a dieta, che ad un certo punto dell’articolo mi ha fatto venire in mente il povero Sisifo, ho trovato interessante un altro risultato dell’osservazione dei comportamenti delle persone sottoposte ai test. Sembra che passiamo tre o quattro ore al giorno a resistere ai desideri. Le scelte che compiamo ogni giorno consumano la forza di volontà, lasciando spazio alle frustrazioni e indebolendo il controllo. Chi ha autocontrollo si organizza la vita in modo da preservare la propria forza di volontà, conscio di quali siano i momenti in cui non può fidarsi di se stesso.

Alla fine della lettura a me sono venute in mente alcune considerazioni sparse. La prima, fondamentale, è che forse sarebbe utile iniziare un esperimento per capire quale è la dose ottimale di cioccolato al caffè che possa riportare la mia capacità decisionale a livelli indiscutibili. Meno male che è periodo di sagre del cioccolato, perché la materia prima buona di tale aroma non è di facilissima reperibilità.

La seconda è che ridurre gli oggetti intorno a noi, semplificarsi la vita, staccarsi, ognuno in base alle proprie esigenze, da cosa riconosciamo come superfluo potrebbe, effettivamente, rientrare a far parte delle tecniche inconsce con cui preservare la forza di volontà.

La terza è che, tutto sommato, a me piace prendere decisioni, e che, ogni tanto, ci sono dei giorni in cui parto a mitraglia e una tira l’altra; nel mucchio, qualche stupidata ci scappa però, tutto sommato, questa teoria di decisioni ha su di me un effetto galvanizzante, se non dura troppo lungo. E mi dispiacerebbe scoprire che non è il modo giusto per operare, perché mi leverebbe una parte del divertimento.

La quarta è che, se veramente trascorro tre o quattro ore al giorno a resistere alle tentazioni, forse varrebbe la pena individuarle e metterle in ordine su una bella lista: magari ad alcune sarebbe meglio dire di si, una volta appurato che gli effetti a lungo termine di una decisione di pancia non daranno origine a catastrofi, e liberare forza di volontà per faccende più utili.

Tre o quattro ore a me sembrano proprio tante…forse questo è uno dei segreti degli asceti. Niente in giro, niente intorno e via, spazio libero nella mente per meditare. Ma se non hanno più decisioni da prendere, su che cosa è che meditano? Non sarebbe meglio farsi una bella dormita?

ottobre 18, 2011

Che mi sembra giusto. O no?

Ultimi dieci minuti della lezione di spagnolo. Dopo l’analisi di un contratto d’affitto (si sa mai) e la discussione sul racconto dal furbo sapore newage La marioneta de Trapo, di Garcia Marquez o di Johnny Welch, fate voi tanto è uguale, salta fuori questa e abbiamo giusto il tempo di leggerla. L’insegnante vede che mi agito sulla sedia e che ho un sussulto di risveglio e sorride. ” Che ne pensi?”, mi chiede. E così, con infinita proprietà di linguaggio e con immensa capacità di analisi critica del testo le rispondo la prima cosa che mi passa per la testa. ”Che mi sembra giusto. O no?” . La prossima lezione ripartiremo da qui: forse faccio in tempo a formulare mezza idea appena appena più elaborata.

TU ME QUIERES BLANCA (Alfonsina Storni)

Tú me quieres alba/Me quieres de espumas/ Me quieres de nácar./Que sea azucena/ Sobre todas, casta./ De perfume tenue. /Corola cerrada.

Ni un rayo de luna/ Filtrado me haya./ Ni una margarita /Se diga mi hermana. /Tú me quieres nívea,/ Tú me quieres blanca, /Tú me quieres alba./ Tú que hubiste todas /Las copas a mano, /De frutos y mieles /Los labios morados.

Tú que en el banquete /Cubierto de pámpanos /Dejaste las carnes /Festejando a Baco. /Tú que en los jardines/ Negros del Engaño/ Vestido de rojo /Corriste al Estrago.

Tú que el esqueleto/ Conservas intacto/ No sé todavía /Por cuáles milagros, /Me pretendes blanca /(Dios te lo perdone), /Me pretendes casta /(Dios te lo perdone), /¡Me pretendes alba!

Huye hacia los bosques, /Vete a la montaña; /Límpiate la boca; /Vive en las cabañas;/ Toca con las manos /La tierra mojada; /Alimenta el cuerpo /Con raíz amarga; /Bebe de las rocas; /Duerme sobre escarcha; /Renueva tejidos /Con salitre y agua; /Habla con los pájaros /Y lévate al alba.

Y cuando las carnes /Te sean tornadas,/ Y cuando hayas puesto /En ellas el alma /Que por las alcobas /Se quedó enredada, /Entonces, buen hombre, /Preténdeme blanca, /Preténdeme nívea, /Preténdeme casta.

Tu mi vuoi chiara; mi vuoi di spume; mi vuoi di madreperla; che sia giglio; su tutte casta, di profumo sottile; corolla richiusa

Che un raggio di luna non mi abbia trafitto; che una margherita non si dica mia sorella. Tu mi vuoi nivea; tu mi vuoi bianca; tu mi vuoi chiara. Tu che tenesti tutte le coppe a portata di mano, di frutta e di miele, le labbra di more. 

Tu che nel banchetto ricoperto di pampini lasciasti che le carni festeggiassero Bacco; tu che nei giardini neri dell’inganno vestito di rosso corresti alla strage.

Tu che conservi ancora lo scheletro intatto, non so per quali miracoli, mi pretendi bianca (Dio ti perdoni), mi pretendi casta (Dio ti perdoni), mi pretendi chiara !

Fuggi nei boschi; vai sulla montagna; lavati la bocca; vivi nei capanni; tocca con le mani la terra bagnata; alimenta il corpo con radice amara; bevi dalle rocce; dormi sulla brina; metti a nuovo i panni con acqua e salnitro; parla con gli uccelli e svegliati all’alba.
E quando le carni ti saranno tornate e quando in esse avrai posto  l’anima, che tra le alcove era rimasta intrappolata, allora, buon uomo, pretendimi bianca, pretendimi nivea, pretendimi casta.  (traduzione liberissima mia)

ottobre 18, 2011

Lo scamone e le attese alla fermata del tram. Un racconto per i Ritratti di Ringhiera.

Un altro ritratto per la Casa di Ringhiera, con tante grazie ad Angela per aver partecipato.

Lo scamone e le attese alla fermata del tram

di Angela Fradegradi

Siamo al supermercato, in cassa, mia moglie si accorge puntualmente di essersi dimenticata di comprare qualcosa. “Franco, puoi andare al banco del macellaio a prendermi quattro bistecche di scamone?! Tagliate sottili mi raccomando! Non so proprio cosa cucinare oggi a mezzogiorno altrimenti”. “Va bene, cara, vado subito!”. Tutte le volte che mia moglie mi spedisce a fare la coda dal macellaio non riesco a non pensare al Luigino e a quella volta che, a tredici anni, durante il suo primo giorno di lavoro dal macellaio del paese, si rifiutò di prendere e portare una bestia di trecento kg divisa in quattro pezzi, mettendo così a repentaglio la sua carriera da ‘affetta carne’ e perdendo così il posto di lavoro su due piedi.

Fu fortunato però il Luigino: non stette a casa disoccupato neanche due giorni che già gli arrivò una nuova proposta di lavoro. Una drogheria appartenente a una sorta di catena abbastanza conosciuta in città aveva bisogno urgentemente dal lunedì successivo di un garzone giovane che riordinasse i banchi e andasse in motorino a fare delle consegne a domicilio. La proposta gli arrivava dalla Rita, una signora del paese che era amica della mamma di Luigino e che lavorava come domestica nella casa del padrone della catena di drogherie. Senza dubbio, dopo un breve consulto con mamma e papà, Luigino accettò l’offerta.

La madre di Luigino, Caterina, era casalinga mentre il padre, Tino, faceva il carpentiere in una fabbrica del paese. Non è che non stessero bene in quanto a soldi, anzi, tra tutti noi erano forse quelli messi meglio. La Caterina proveniva da una famiglia benestante e il Tino era un grande lavoratore. Perchè allora, vi starete chiedendo, non mandarono avanti a studiare il loro unico figlio facendolo invece inziare presto a lavorare? Semplice: fu Luigino a sceglierlo. Gli piaceva l’idea di diventare indipendente, gli piaceva anche andare a scuola ma voleva sentirsi libero, camminare con le sue gambe, vedere cosa ci fosse al di là del paese, in fondo lui era stato così poche volte in città.

Quel giorno, dopo aver preso la decisione di andare in città a lavorare come garzone, venne in cortile e, tra una partita di calcio e una gara di corsa in bigicletta, mi confidò: “L’idea di sedermi sul tram al mattino insieme a quelli che fino a poco tempo fa considervano come ‘i grandi’ perchè vanno a lavorare al mattino presto e rientrano in paese solo la sera tardi mi fa esaltare. Mi piace l’idea di far parte di loro!”. Io gli dissi che non avevo fretta di diventare grande ma lui sembrava non capire il perchè di questa mia affermazione: era già proiettato verso una vita fatta di sveglia presto al mattino e di sacrifici, forse già sognava di prendere parte a grandi progetti, chissà!

Il fatidico lunedì mattina arrivò e Luigino salì sul tram per la città accompagnato da sua mamma e dalla Rita. Arrivarono senza troppi problemi alla drogheria dove avrebbe lavorato: in fondo bastava salire sul tram che dal nostro paese arrivava fino alla chiesa principale cittadina e lì fare circa cinquecento metri a piedi e prendere un altro tram per quattro fermate e la drogheria era proprio lì a due passi. Caterina e Rita stettero in negozio un paio d’ore, parlarono con il titolare e videro Luigino districarsi fra i primi scaffali da riordinare poi tornarono a casa, lasciandolo proseguire.

Il primo giorno di lavoro del Luigino fu molto impegnativo, oltre a riordinare gli scaffali gli era stato affidato un vecchio motorino un po’ scassato per andare a fare le consegne. Si perse diverse volte e chiese indicazioni ai passanti, il motorino gli si spense un paio di volte ma alla fine riuscì a fare tutto il giro che gli era stato assegnato e a ritornare al negozio in tempo per la chiusura alle 17.30.

Nel nostro cortile non si faceva altro che parlare di lui e del suo primo giorno, la gente si chiedeva come sarebbe stato, se gli fosse piaciuto o se anche qui, alla prima difficoltà, avrebbe mollato come aveva d’altronde già fatto dall’Osvaldo, il macellaio.

La Caterina, una volta tornata in paese, si era messa a ricamare dei centrini per il tavolo e la giornata le era trascorsa velocemente. Alle 18.30 il Tino, come tutte le sere, rientrò a casa dal lavoro e chiese alla Caterina a che ora sarebbe ritornato il Luigino: “Alle 18.00 ha il tram per tornare a casa”, disse Caterina. “Allora – rispose Tino – fra non molto dovrebbe essere qui”. “Si caro”, concluse lei.

Alle 19.00 però ancora il Luigino non era rientrato e la Caterina era affacciata alla finestra a controllare la strada. Nessuno, non passava nessuno ed era già buio. Alle 19.20, mandò suo marito a bussare alla nostra porta per chiederci se per caso avessimo visto il figlio o se fosse da noi, ma nè io nè mio fratello lo avevamo incontrato. Il Tino allora fece il giro di tutto il palazzo, ma niente, nessuno l’aveva visto rientrare.

In poco tempo il cortile brulicava di persone che si chiedevano dove fosse finito il Luigino, c’eravamo anche io e la mia famiglia. A qualcuno venne in mente che dì lì a poco sarebbe arrivato un nuovo tram dalla città e che magari Luigino era lì, allora tutti ci dirigemmo alla fermata. La Caterina era troppo agitata per venire, rimase quindi a casa a presenziare nel caso fosse tornato, il Tino invece venne con noi altri.

Alle 19.50 arrivò il tram, scese tanta gente e fra quelle persone io riconobbi anche Luigino. Gli andammo tutti incontro, lui era attonito, non capiva cosa ci facessero tutti i suoi vicini di casa lì ad aspettarlo. “La tua mamma è preoccupata, ha detto che tu domani non vai più a lavorare, torna subito a casa!” gli disse la signora Elvira. Il Tino se lo prese sotto braccio e lo portò dalla mamma che gli ripetè quanto prima anticipatogli dall’Elvira. Il giorno dopo, secondo lei, non sarebbe dovuto andare più al lavoro. “Mamma ho fatto tardi a parlare con il titolare e ho perso il tram e poi ho preso ben tremilacinquecento lire di mancia”, disse Luigino. “Allora sai cosa fai domani mattina?! Vai ancora a lavorare!”, sentenziò il Tino e la Caterina non ebbe nulla da obiettare.

Il giorno dopo, mi svegliai presto e vidi il Luigino tutto contento andare alla fermata del tram, oggi lui è già in pensione e io ho perso tempo a ricordare questa storia mentre mia moglie mi sta aspettando alla cassa. “Quattro bistecche di scamone, tagliate sottili, per favore”.

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ottobre 16, 2011

Fuori, oltre la porta, ma non troppo lontano.

Venerdì pomeriggio ho finito la fisioterapia. Dalla fine di giugno questa stanzina stretta, troppo stretta per quattro terapiste e i loro pazienti, già troppo costosa così, per le logiche della sanità pubblica, mi ha accolto tre volte a settimana. Gli inizi sono stati pessimi: mi faceva male tutto, ero impaziente, seccata, stufa per i due mesi di immobilità forzata, inferocita perché dovevo ricorrere in continuazione all’aiuto degli altri. Al primo incontro avevo risposto che il mio livello di dolore, in scarico, era due su dieci. “E che ti avevo detto su quello alla mobilità?” ho chiesto immemore. Non registrato. “Metti sette, va là, non esageriamo”. Tre settimane dopo aver iniziato, in piena infiammazione, quel sette diventava dieci solo se mi avvicinavano le mani alla rotula. Durante le vacanze estive poi si è sbloccato qualcosa: dopo l’azione combinata degli anti-infiammatori e della curiosità fortissima per il mio pezzo di Inghilterra da scoprire zoppicando, a settembre sono tornata ad occupare il lettino con tutt’altro spirito, consapevole che la parte difficile era passata. Cartella di dimissioni: “metti zero da ferma, due con il movimento. E l’anno prossimo ricomincio a pattinare in estate e a sciare d’inverno.”

Sono uscita sapendo che tornerò, ogni tanto, ad infilare la testa nella stanzina per dire “ciao, state bene?” L’ho visto fare, in questi mesi, da tanti. Sulle prime non ne capivo il motivo: io non vedevo l’ora di chiudere la faccenda in un cassetto della memoria e addio. Adesso lo so perché tornano. Tornano per gratitudine, per il lavoro paziente, per l’attenzione, per la cura. Tornano perché si ricordano che il dolore fisico, sotto le dita abili, pian piano si attenua e farsi un caffè da soli è di nuovo un’azione banale. Tornano perché si chiacchiera volentieri in quella stanzina, nella penombra dei pomeriggi d’estate, sotto le pale di un ventilatore che smuove l’aria densa. Si parla, si scherza senza alzare la voce, si ascolta la radio in sottofondo, ci si scambiano pezzi di vita, piccole cronache locali. Le parole leggere coprono i gemiti, rendono meno intenso il sudore che cola per il dolore e per lo sforzo. Io, per esempio, ho ammorbato loro e gli astanti con la storia della coppetta mestruale, con i resoconti dei miei giretti settembrini, con i deliri sul piano B, con le trame dei libri che leggo e con le domande più infantili: “non ti sembra che mi sia rimasta la gamba storta?”. “No, secondo me era già così.” Leggono anche loro e viaggiano pure, le fisioterapiste, e mi sono portata a casa un libro in prestito e ho detto il solito ciao del venerdi, non un saluto definitivo, perché tra poche settimane passerò a restituirlo e a spiare i volti nuovi, dei prossimi in nota tra quelli che popolano le interminabili liste d’attesa.

Tanti, da quella stanza, non possono allontanarsi mai troppo. Ci sono persone che hanno subito traumi che avranno conseguenze per tutto l’arco della loro vita. Molti di loro sono giovani. Ci sono gli anziani a cui una banale frattura  scatena sabba inarrestabili all’interno del corpo. Ci si fa male in innumerevoli modi: un incidente stradale, una distrazione, una caduta. Certi segni, certi vuoti, poi te li porti sul corpo per sempre. Una delle prime cose che guardo nelle persone sono le mani perché, come il viso, raccontano molte cose. Quando ho iniziato a lavorare nel settore dell’industria metalmeccanica mi sono accorta con sgomento che a molti operai mancano pezzi di dita. A volte è solo la falangetta, nella zona dell’unghia. A volte è il dito intero. Capita. Si possono prendere tutti gli accorgimenti tecnologici possibili per mettere in sicurezza una macchina ma, spesso, è questione di un attimo, di una distrazione. Cede un fermo, ci si sporge, ci si impiglia, si aprono i carter eludendo i blocchi. Succede ai giovani, succede agli esperti. Succede al lavoro, succede in casa sulla scaletta mentre si fa il cambio stagione tra gli armadi.

Quando ero piccola mi dicevano: “non guardare, non fissare, non sta bene” e io non guardavo e a me alcune cose, alcuni handicap, facevano paura, una paura mista alla voglia di vedere da vicino cosa ci fosse, di così strano e perché non lo si poteva osservare bene e farselo spiegare per ridurlo ad immagine nota. Non mi piace molto fare domande personali alla gente: se mi raccontano, ascolto e partecipo ma difficilmente inizio io la conversazione, per paura di sentirmi rispondere “e a te cosa te ne frega” o del suono di una frase fatta e bugiarda. In questi mesi ho capito che certe domande si possono fare, per smettere di aver paura, e che le persone hanno bisogno, di solito, di raccontare la loro storia. Può essere solo una banale distorsione giocando a tennis, può essere la descrizione di una deformità che è iniziata ancora prima di nascere.

E ti ritrovi seduta, accanto a qualcuno che ti parla di sé, mentre fate gli esercizi, e tu smetti, improvvisamente, di vedere le stampelle che lo aspettano lì vicino, la linea rossa delle dita tranciate e riattaccate, un braccio che non sporge più fuori dalla manica della maglietta. E ti accorgi che non hai più timore di guardare, che questo qualcuno non ha vergogna a farsi vedere, o, se ce l’ha, non vede l’ora di liberarsene. E quello che sembra, a prima vista, anormale, sfuma sullo sfondo, per lasciare spazio ad una persona qualunque, completa, ai suoi occhi, alla sua voce, ai suoi pregi e ai suoi difetti, ai suoi desideri, frustrazioni, conquiste, alle piccole sciocchezze quotidiane che costellano la vita di tutti, al racconto dell’ultimo successo scolastico dei figli. E ridi con lei, se ride di se stessa, e di colpo capisci perché non hai mai sentito nessuna delle fisioterapiste, in questi mesi, perdere tempo a pronunciare banali e vuote parole di pietismo. Nessuno è messo peggio di un altro, nessuno ha diritto a indulgenza, nessuno compila la lista dei casi senza speranza.

E’ per questo che molti tornano a salutare, perché in quella stanzetta si guarda in faccia la sofferenza, si tocca la deformità, si ridisegnano i confini della mobilità. Non si lascia all’handicap più spazio di quello che si è già preso: fuori dalla porta c’è la vita che aspetta, tutta quella che ognuno può, vuole, deve, ha il diritto di prendersi. “Come va oggi? Dove senti male? Qui? Va bene, sdraiati che cominciamo. Cosa cucini stasera a cena? Io non so cosa fare: dammi un’idea.”

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