Archivio per settembre, 2011

settembre 28, 2011

Le paranoie delle donne in carriera. A volte basta chiedere. Sembra facile, no?

Il mio saggissimo capo dice sempre “Se vuoi qualcosa, chiedi. Male che vada ti diranno di no” – e poi aggiunge ridendo : “Ai miei tempi io facevo così quando andavo a morose”.

In più di dieci anni di esperienza aziendale, è il primo della mia variegata sfilza di capi che mi sta istruendo secondo questo codice di comportamento. Gli altri sembrava facessero di tutto per inibire tale approccio:  ”sta a noi decidere quando puoi fare qualcosa non a te domandare, occupati piuttosto delle cose che hai ancora da finire, non mi sembra proprio il caso, non è a budget, è prematuro, vedremo in futuro, si però in cambio dell’enorme opportunità che ti concediamo poi ci doni un rene”.

E così, dopo aver passato giorni a trovare il “coraggio”, non tanto di chiedere le mie piccole cose, quanto di affrontare il successivo immancabile diniego, mi ritrovavo spesso a gestire il senso di sconfitta, l’umiliazione e una buona dose di nervoso. Insomma, adesso parto prevenuta e, se razionalmente so che il contesto è completamente diverso, inconsciamente temo il ripetersi di un identico schema richiesta-rifiuto, con tutta la successiva, inutile ma inevitabile, elaborazione del “perché agli altri si e a me no?”.

Nei giorni scorsi, dopo un appassionato dialogo tra la mia parte pigra e quella iperattiva, tra quella che sta pericolosamente riconoscendo alla poltrona una confortevolissima comodità e quella competitiva e ambiziosa che mi ricorda che la strada è ancora lunga, ho messo a fuoco le mie priorità. Ho chiarito a me stessa quali potrebbero essere i miei prossimi obiettivi e di cosa ho bisogno per  colmare le mie attuali lacune. La prima parte della faccenda, però, prevede un brevissimo ma super-qualificato, e costoso, corso di formazione che verte su un argomento che conosco molto poco ma che è fondamentale, secondo me, che io assimili. E alla svelta.

Ho quindi iniziato a preparami le frasi e ad immaginare la scena. E’ così che suggeriscono di fare i manuali americani di self management che anni fa mi imparavo a memoria, nella speranza di superare la fase della paura di farcela. Mi sono visualizzata mentre chiedevo, con voce sicura e frasi brevi e tranquille, “siete d’accordo se?”; mi sono costruita le risposte alle argomentazioni e al rifiuto; mi sono immersa in un contraddittorio e mi sono preparata a sostenere la mia tesi, anche a costo di un compromesso. La maggior parte delle volte troncavo bruscamente l’esercizio dicendo a me stessa che tanto non mi avrebbero mai approvato la richiesta e che era inutile tentare.

Ormai però avevo un tarlo nel cervello. Dopo aver chiesto consulenza a chi ha più esperienza di me, sempre più convinta che questo corso faccia proprio al mio caso, questa mattina alle quattro e mezzo ero sveglia, in piena fase adrenalinica, caricata come un giocattolo a molla e pronta a combattere. Alle 8 mi sono rivolta al primo livello gerarchico. Alle 8 e 5 secondi mi sono sentita rispondere “fallo, se ti interessa”.  Alle 8 e 20 ho chiesto al secondo livello gerarchico. Alle 8, 20 minuti e 5 secondi mi sono sentita di nuovo rispondere “ma certo, va bene.” E, subito dopo “che idea interessante”. E tutto il mio bellissimo, logicissimo, agguerrito contradditorio si è risolto in un impacciato e spiazzato “ah, ok… allora… allora lo faccio.” Alle 8.30 mi sono ritrovata da sola con adrenalina, inutilizzata, in forte esubero e uno strano senso di sbalordimento.

Questo raccontino dei fatti miei è emblematico di uno schema di comportamento al quale, purtroppo, nonostante l’età adulta, io continuo a rimanere ancorata. Lavoro in un ambiente aziendale competitivo, stimolante, a volte difficile e quasi completamente maschile. Colleghe o superiori, intorno, con le mie stesse problematiche, ce ne sono pochissime. Vivessi in una grande città, sicuramente, le opportunità di confronto non mancherebbero e magari i miei dubbi me li sarei già chiariti. Le donne di provincia invece si devono arrabattare.

Sono consapevole delle mie capacità, ho imparato a mie spese a riconoscere i miei limiti. Eppure c’è ancora qualcosa che manca. Di cosa si tratta? Quali paure mi limitano? Non possiedo l’istinto del killer: funziono grazie ad  ambizione, testardaggine e una certa onestà di fondo. Quando devo gestire le persone spiego e chiedo, fino a dove posso. Quando sono costretta ad usare il “potere”, ad alzare la voce, detesto i toni secchi che assumo, mi costa emotivamente fatica, mi sento a disagio e leggo le nuvolette che si formano sopra le teste altrui: “stronza”. Prediligo un approccio amichevole che, in alcuni casi, pochi per la verità, viene preso per arrendevolezza: quando la corda si tende troppo e intervengo a correggere il tiro è troppo tardi. Ci rimangono male e io con loro. Cerco di non essere maleducata o aggressiva. So che l’immagine che proietto di me non è del tutto consona al ruolo che ricopro e, ancora di meno, a quelli che vorrei ricoprire.

Questo genere di comportamento, purtroppo, in un mondo ad imprinting maschile, non è redditizio. Spesso, anzi, spinge la barca decisamente contro corrente. Le mancanze eclissano i punti di forza. Dando per scontato il mio rifiuto assoluto ad assumere certi atteggiamenti tipici della leadership del testosterone, che ho a lungo subito e che trovo carente e controproducente, mi chiedo, prima di tutto, se questo genere di perplessità, di freni, di timori, di emotività, di mancanza di autostima sia solo dovuto al mio carattere – e allora è meglio lasciar spazio a chi può fare meglio – o riconoscibile più in generale nei comportamenti delle donne sul luogo di lavoro. La domanda è parzialmente retorica. Anni di osservazione mi spingono a pensare che tante di noi si ritaglino con le proprie mani angoli d’ombra e luoghi di confino. Sono brava, brava abbastanza per potercela fare ma, se non riesco ad ammetterlo con me stessa, gli altri non se ne accorgeranno di certo. Perché prendo sempre tutto sul personale e rimango a lungo offesa mentre i colleghi si insultano pesantemente e due ore dopo vanno a giocare a calcetto insieme dandosi grandi manate sulle spalle? Perché è importante per me sentirmi parte di una rete di contatti di collaborazione nell’ambito in cui opero ma non sono capace di fare gruppo fuori e crearne una con scopi meno emozionali e più utilitaristici?

Mi domando, inoltre, se sia possibile trasformare questo tipo di debolezze in punti di forza che possano trovare una loro ragion d’essere all’interno del mondo aziendale e possano modificare, con l’andare del tempo, la percezione che i datori di lavoro più conservatori  hanno nei confronti del management femminile. Uomo e donna possono, secondo me, avere accesso ad identiche possibilità e ne hanno il diritto, ciascuno con le proprie caratteristiche che devono essere modificate, se non idonee, o enfatizzate, se funzionali, nel rispetto delle differenze di genere che, sempre a mio parere, sono innegabili, vuoi per educazione, vuoi per biologia. A queste e ad altre domande, se c’è ancora posto e se verrà messa l’ultima firma ufficiale, forse sarò in grado di rispondere tra qualche settimana, alla fine del suddetto corso che, detto tra noi, mi attira e mi terrorizza nello stesso tempo.

Mentre aspetto a dita incrociate il nulla osta definitivo ma già valuto, in caso di un impedimento dell’ultima ora, l’ipotesi di ripiegare, come al solito, sulla via dei manuali di settore,  vi chiedo pareri, esperienze, rassicurazioni, smentite o critiche feroci.

settembre 25, 2011

Quieti transiti di libri tra comodino e biblioteca

Downshiftingpercaso si interrogava venerdi in questo post sui meccanismi della pigrizia. Appartengo al gruppo dei contemplatori, non a quello delle api operose e vivo meglio quando ho meno cose da fare e più tempo libero. Mi è saltato un impegno previsto per il sabato: ho perciò deciso di staccare i contatti col mondo e affrontare la pigrizia. Ho cominciato venerdi, dopo la fisioterapia, ad occuparmi di tante piccole cose abbandonate qua e là. Ognuna non richiedeva che alcune decine di minuti ma, tutte insieme in fila ad aspettarmi, contribuivano ad aumentare il mio perenne caos.  Cellulare azzittito, Mac semispento. Qualche faccenda domestica – zero valore aggiunto ma per forza da fare – la preparazione del pesto per l’inverno tra effluvi di basilico, poche ore di studio qua e là, una lunga passeggiata sul fiume, sonni ininterrotti ed ecco che arrivo alla fine di questa domenica riposata, abbastanza soddisfatta e pronta a rituffarmi nelle mie piene giornate. Più di ogni cosa, ho avuto tempo per leggere, unica attività che non ha mai conosciuto la mia pigrizia.

E’ da qualche settimana che non scrivo più dei libri che leggo quindi oggi vi ammorbo, per compensazione. Ad agosto c’è stata la grande abbuffata, troppi per parlarne in dettaglio; ultimamente invece, mi sembrava che si fossero tutti affezionati al comodino e che lì si fossero incollati, in vario stadio di avanzamento di lettura, pessimo segno. Ho utilizzato i giorni di eremitaggio per smaltire le code almeno di quelli che devo restituire alla biblioteca altrimenti, se vado avanti così, mi tolgono l’accesso all’OPAC.

A proposito di biblioteche: il 10 settembre dell’anno scorso ho ricominciato, dopo anni, ad usufruirne. Prima compravo e basta, nuovi o usati che fossero. Quando ho iniziato a rivenderli ho pensato anche che fosse il caso di riequilibrare un poco il rapporto tra me e il venerato oggetto libro. Durante questi dodici mesi me ne sono portati a casa in prestito circa 200; tra questi, una decina mi hanno folgorato, e li ho comprati per poterli rileggere in futuro; me ne sono piaciuti molto una quarantina; alcuni  hanno aperto le porte ad altri libri e a piccole scoperte, per puro esercizio di serendipità. Ne ho iniziati senza finirli più di cinquanta e li ho restituiti senza sensi di colpa. Il resto è transitato senza lasciare grandi impressioni.

Il bilancio di questo ritorno al prestito bibliotecario è senz’altro positivo. Ho risparmiato soldi, dato che soffrivo di sindrome da acquisto libresco compulsivo: mi bastava un risvolto di copertina scritto bene e cadevo in trappola. Ho inoltre evitato di riempire un’altra volta gli scaffali a grande fatica svuotati e di ritrovarmi con i libri in triplice fila. A volte vorrei poter ricominciare da zero questo intricato rapporto con la “possessione” dei libri, per dirla alla Byatt e, invece di svuotare, partire con uno spazio vuoto limitato e dire a me stessa “mettici solo quelli che ti hanno lasciato veramente qualcosa, dietro le parole, le storie, i personaggi e le opinioni degli altri”. Quantifico il pensiero con valutazioni ingegneristiche: diciamo che mi basterebbero quattro librerie Billy da ottanta centimetri che potrebbero ridursi a due, se il numero di ebooks a disposizione  aumentasse.

Dalla recente analisi del mio comportamento in materia di letture, posso tranquillamente affermare che, fino ad ora, ho letto una montagna di sciocchezze e qualche cosa di buono. E’ vero che tutto fa brodo e che quando gioco a Trivial Pursuit me la cavo alla grande, grazie all’aneddotica acquisita per osmosi, però mettere il filtro del prestito bibliotecario mi ha permesso di eliminare perlomeno sprechi e rimpianti. Insomma, continuo a leggere per strade insensate e onnivore ma la recente legge sul prezzo del libro, che in altri tempi mi avrebbe indignato, l’ho lasciata correre senza turbamenti.

Quindi mercoledì restituirò in biblioteca:

- Etty Hillesum Lettere 1942-1943.  Quando leggo testi del genere mi chiedo perchè ci hanno messo trent’anni, dalla pubblicazione, ad arrivarmi tra le mani. Mea grandissima culpa: dove stavo guardando? Restituirò anche il Diario che non ho letto. Ho comprato entrambi, usati: aspetto che il postino me li consegni per la fine della settimana. Anna Frank, Primo Levi, Etty Hillesum, trilogia dell’orrore. Un’adolescente, un uomo, una donna. Tre modi completamente diversi per affrontare paura e dolore. Questi sono i tipici libri che aprono la porta ad altri libri, in primis alle biografie dell’autrice, che saranno tra le mie prossime letture.

- Vicki Mackenzie  La grotta nella neve. E’ la storia di una donna occidentale, Tenzin Palmo, che diventa monaca buddista e trascorre molti anni in completo isolamento. Il libro è scritto sanza infamia e sanza lodo. L’esperienza di vita descritta, per quanto peculiare e spirituale, è troppo lontana dal mio attuale modo di pensare per affascinarmi. Per quanto, spesso, mi capiti di chiudere le porte al mondo e di avere bisogno di lunghi silenzi e solitudine, credo che l’uomo sia un animale sociale e che le risposte alla condizione umana vadano cercate dentro di sè ma con il sé anche in rapporto  agli altri.

- M.C. Beaton  Agatha Raisin e la quiche letale. Questa autrice mi arriva diritta dagli ospiti del festivaletteratura di Mantova. Ho usato il suo libro come scudo e àncora, martedì nel tardo pomeriggio. Avevo bisogno di  un libro interessante, divertente e ben scritto ma semplice. Mi trovavo in una situazione in cui rischiavo di perdere il controllo dei nervi e lasciar traboccare la rabbia.  Sembra che da arrabbiati si dicano cose che non si pensano. Io non lo credo. Io, quando mi concedo di essere furiosa, dico cose che penso e lo trovo liberatorio, solo che mi spaventa molto quello che posso diventare e, dopo, mi ci vogliono giorni per ritrovare un equilibrio. Per quanto ne avessi voglia, non era né il luogo  né il momento per inondare la persona con cui avevo a che fare con tutto il rancore che provo. Quindi mi sono tenuta il cervello occupato con la strampalatissima Agatha, che invece fa sempre quello che le passa per la testa. La gente ha sicuramente pensato che il mio isolamento in un libro non fosse un comportamento consono all’evento  - ne ero consapevole anche io – ma questa improvvisata detective mi ha trascinato nel suo cottage delle Cotswolds e lì sono rimasta, anche per tutto il tempo in cui non leggevo ma  dovevo interagire. Penso che leggerò tutta la sterminata serie di sequel e sì, nei libri fortunatamente mi perdo con estrema facilità.

- Eddy Cattaneo Mondo via terra. Ho prenotato questo libro prima delle vacanze e l’ho ricevuto solo la settimana scorsa. Era molto conteso. La storia di questo ingegnere bergamasco quarantenne che si licenzia e parte per fare il giro del mondo senza usare aerei mi incuriosiva. Non l’ho finito. Dopo i primi capitoli la voce narrante ha cominciato a suonarmi fastidiosa. Sono andata a cercare, allora, per provare ad inquadrare quale fosse il motivo per cui non avevo voglia di girare le pagine, le descrizioni di luoghi che anche io ho visitato. Eccolo in Thailandia  a vedere cose che qualunque turista occidentale – la Thailandia è l’Asia for dummies – è in grado di raccontare. Il mercato del sesso a Bangkok, le donne giraffa, le isole da finto paradiso. Mi chiedo se uno che era padrone del proprio tempo e che si adattava ai mezzi di trasporto locali non avrebbe potuto fare di meglio. Mi suonano arroganti e superficiali alcune osservazioni. No, molto meglio la vespa di Bettinelli, il suo sguardo curioso e la sua capacità di fermarsi a lungo in un posto per conoscerne gli abitanti e capire. Rendo e farò felici quelli in attesa del proprio turno.

Nicole Müller Perchè questo è il brutto dell’amore. Particolare ed efficace la tecnica narrativa, fatta di un lungo elenco di brevi frasi che raccontano, non in ordine cronologico, la storia di un amore finito. Vicenda quanto mai deprimente. Io, che penso sempre che l’erba del giardino degli altri sia sempre più verde, poi cozzo contro queste storie in cui le dinamiche di un amore tra donne sono le stesse di quelle tra un uomo e una donna. Pochissime eccezioni: qualcosa, di molto ben scritto, di Jeannette Winterson o di Emma Donoghue, qualcosa di più commerciale di Sarah Waters, poche voci fuori dal coro, ancora un po’ acerbe ma su una buona strada, come quella di Federica Tuzi o di Cristiana Alicata. Altrimenti sono racconti di desolata, triste e disperata solitudine. Non ci credo che non si possa far spazio all’allegria di un lieto fine o ad un poco di serenità nei romanzi sull’amore omosessuale. Perlomeno negli USA ci sono le versioni lgbt degli Harmony, da noi solo il pallido tentativo delle Principesse. Io ho avuto molto bisogno di cioccolato, dopo Camere Separate: scrittura magnifica ma nessuna speranza di gioia.

Roberto Vacca Salvare il prossimo decennio. Ho un debito, nei confronti dell’ingegner Vacca. Nei momenti buissimi dell’università rileggevo ossessivamente “Come imparare più cose e vivere meglio” e altre sue opere: mi consolavo e ripartivo all’attacco dell’incomprensibile. La visione del mondo di questo professore è che, con la conoscenza, quella seria, che è alla portata di tutti, basta averne voglia, si possano risolvere tanti problemi. Condivido il pensiero. Quando leggo i suoi libri oscillo tra la considerazione che sono stufa delle sue prediche, scritte in perfetta paratassi, con un indice di leggibilità insuperabile,  e quella che ha decisamente ragione. Imparare costa fatica ma è una delle poche armi contro la superficialità. E come succede tutte le volte,  mi sono presa qualche appunto, ho seguito un paio di sentieri paralleli di approfondimento e mi sono procurata Il senso delle cose di Feynman.

Girolamo de Michele La scuola è di tutti e Sandro Bondi La cultura è libertà.  Anche a questi testi ci sono arrivata tramite altri libri. Il primo l’ho letto, il secondo consultato qua e là. Per adesso continuo a preferire Tullio De Mauro, sia per contenuto che per stile. Leggo spesso saggi sul sistema scolastico però resto sempre della mia superficiale e riduttiva idea, sia per esperienza di alunna, sia per breve esperienza di insegnante, sia per milieu che, se uno vuole studiare, un modo lo trova anche nel caos più completo. Certo, un sistema scolastico funzionante e ben gestito, visto che lo paghiamo, faciliterebbe le cose e lo si deve pretendere ma, a volte, ci si nasconde dietro il dito delle aule fatiscenti e affollate per nascondere sia la su citata pigrizia  di chi dovrebbe imparare sia  la mancanza di competenze di chi dovrebbe insegnare e gestire. Ogni riferimento al tunnel neutrinico è casuale.

Diego Giachetti Nessuno ci può giudicare. Ultimo della lista. Immersione nella storia del femminismo, che di recente è tornato in auge, tanto per leggere qualcosa su ciò che è stato mentre io ero all’asilo. Adesso sarebbe bello capire come riprendere il discorso in modo efficace dopo trent’anni di interruzione.  Nonostante stia seguendo con attenzione i lavori di organizzazione del Fem Blog Camp, continuo infatti ad avere montagne di dubbi e perplessità. Intanto ci studio su.

settembre 22, 2011

Un piccolo fiume giallo: piano, che passa il Piedibus.

Come scrivevo in questo post alcune settimane fa, per me settembre è sinonimo di scuola. Parte di questa associazione deriva dal fatto che a me la condizione di studente piaceva molto, parte invece è colpa dell’ubicazione: vivo circondata da edifici scolastici.

Cinquanta metri a destra dal cancello di casa c’è l’asilo. Il primo giorno mi accolse in modo amichevole ma mi rispedì a casa solo dopo una lavanda gastrica. A pranzo ci servirono sgombri, una partita avariata: cinquanta bambini e tre suore caricati al volo sulle ambulanze, le cui urla ruppero la quiete del quartiere. Finimmo sui giornali. Io, che arrivo sempre dopo gli altri, ricordo che me ne stavo lì da sola, nel pomeriggio, seduta su una giostra di ferro, le gambine penzoloni, a guardare i bambini intorno a me e a chiedermi se vomitare l’anima fosse attività frequente del posto. Ero timida: mi tenni la curiosità. Poi non ci fu più il tempo per le indagini: mi prelevarono i miei di peso, terrorizzati, e mi infilarono in lettiga con le cannule nel naso. Riprovammo a costruire un legame col luogo qualche settimana dopo e le cose funzionarono senza intoppi. Andavo e tornavo a piedi: mi accompagnava il mio pazientissimo nonno e con lui arrivavano le prime lezioncine di indipendenza su come allacciarsi le stringhe delle scarpe.

Duecento metri a destra, al di là del torrente, ci sono le elementari. Tanto odiai la prima classe, con la maestra severa e vecchio stile, che aveva dichiarato guerra alla mia disgrafia e non amava gli esercizi di stile, tanto adorai le classi successive, con un’insegnante dolce e ferma, che lasciava correre gli scarabocchi ma mi teneva in pugno facendo presa sull’orgoglio. Anche qui si andava a piedi: una compagna abitava in fondo alla strada e, quando mio fratello, più piccolo, si unì a noi, occupavamo il tragitto per convincerlo che, in realtà, la mia amica aveva una gemella con cui si scambiava di posto a giorni alterni.

Le scuole medie, a pochi metri dalle elementari, erano ai tempi governate da una preside intransigente: mi sembrava di entrare in un collegio. Le mie aule erano al primo piano: tutti gli insegnanti sapevano chi ero; a pianterreno, oltre alla capa, insegnavano i miei. Ho trascorso tre anni con una strana sensazione di paranoia: mi sentivo osservata.

Per il liceo classico emigrai a bordo lago: la mattina attraversavo la strada, mi ritrovavo alla fermata dell’autobus e occupavo i venti minuti di viaggio a cercare di svegliarmi. In fondo alla via, però, c’è un istituto di scuole superiori: quando mia madre ottenne il trasferimento, dalle finestre delle aule teneva d’occhio la casa e, viceversa, i suoi alunni tenevano d’occhio lei che si affacciava al balcone a stendere il bucato.

Anche adesso le scuole scandiscono i miei ritmi mattutini: se per caso sbaglio orario e per andare in ufficio infilo il momento tra venti alle otto e le otto e venti, posso essere sicura che mi ci vorranno almeno dieci minuti prima di farcela ad uscire con l’auto dal cancello. I pullman scaricano orde di adolescenti vestiti di scuro e di jeans, a spalle curve e aria triste, capelli per aria e zaini enormi, che camminano, silenziosi padroni della strada, incuranti del marciapiede, e con i riflessi dei bradipi. Ci sono passata anche io: trattengo gli istinti di retromarce nervose, li osservo e tavolta li invidio.

Da quest’anno mi sfilano davanti a casa anche i piccolini del Piedibus. Le madri si sono organizzate e, con un efficente sistema a staffetta, portano i pargoli fin sulla porta delle scuole elementari. Al primo sparuto gruppo si uniscono, lungo le vie, altri bambini: risalgono il quartiere in un piccolo fiume giallo, vestiti col giubbino color limone catarifrangente, tutelati agli incroci dagli anziani volontari che fermano il traffico armati di paletta. A differenza degli adolescenti, a questa età, la mattina sono già vispi e comunicativi. In fondo alla coda ci sono due ragazzine, sempre le ultime, che si bisbigliano segreti, le facce chinate l’una verso l’altra; in mezzo si parla di gormiti e di scuola calcio; in testa si dà ancora la mano alla mamma.

settembre 20, 2011

Conversazioni sul vaporetto. Italiani in coda

E così, dato che via terra non si poteva passare, all’attracco del vaporetto si fece subito gran folla. La barca si fermava, scaricava, caricava, ripartiva in un lungo groviglio di corpi pressati, che  estendeva e accorciava la propria coda come una fisarmonica, sotto il caldo  sole del pomeriggio. Nella calca il vaporetto imbarcava meno persone di quanto avrebbe potuto, perché tutti rimanevano stipati sul ponte e non scendevano al coperto: lo smaltimento della coda si prospettò fin da subito faccenda lunga.

Noi italiani abbiamo un pessimo rapporto con le code: le subiamo come un abuso, stimolano i nostri istinti di guerra, attivano nell’amigdala comportamenti primordiali di lotta per la sopravvivenza. Succede come quando si depone a terra una ciotola piena di pappa e i cuccioli le si avventano addosso, dimenando le codine, come se fossero passati eoni dall’ultimo pasto. Ne resta sempre fuori uno, che tenta inutilmente di infilare il muso tra la siepe dei culetti e che gira disperato tutt’intorno mugolando di strazio.

Noi italiani abbiamo sempre paura di far la fine del cucciolo escluso anche quando, consciamente, ci rendiamo conto che nella ciotola c’è pappa per tutti. Quest’estate osservavo ammirata gli inglesi in fila alla fermata dei bus: prima lasciavano scendere le persone poi, uno alla volta, salivano a bordo senza spazientirsi nemmeno se qualcuno doveva fare il biglietto e allungava l’attesa. Sabato, lungo il canale, confinata a ridosso di una transenna, mi immaginavo la stessa scena in terra straniera: nello stretto corridoio dell’imbarcadero, persone e borsoni continuavano ad ammucchiarsi il più vicino possibile all’attracco, cercando di infilarsi tra i corpi. “Permesso, permesso, scusate” e via a testa alta a guadagnarsi 30 centimetri di avanzamento. Dato che ormai avevo già mentalmente salutato il mio treno diretto ad ovest senza di me, avevo quasi tutto il tempo del mondo: lo stavo occupando ad elaborare immagini  di scudi, manganelli e bandiere e a dedicarmi allo studio dei miei simili. Insomma, mi stavo godendo la scena.

Dietro di me c’erano due ragazzine spagnole: “Que pasa?” chiedevano. Mi sarebbe tanto piaciuto sapere cosa rispondere, ma non avevo le idee molto chiare nemmeno io.  Gli spagnoli si sono indignati, noi non ci stiamo facendo una gran figura. Accanto a me una signora scrollò la testa e disse con accento slavo: “Nel vostro paese tra un po’ scoppierà la rivoluzione”. Poi raccolse le forze e con uno sguscio magistrale avanzò di due metri, mettendosi a dirigere il traffico in zona imbarco. Una delle due ragazze, preoccupata, disse che rischiava di perdere il volo di rientro e non sapeva che fare.

Un’italiana, da dietro,  le rispose secca: “Vai avanti e supera la coda”. La ragazzina spalancò gli occhi, convinta che la signora la stesse prendendo in giro ma questa continuò con convinzione granitica: “Se perdi l’aereo,  devi andare avanti”. La spagnola fece notare alla signora che molte delle persone in fila avrebbero avuto, probabilmente, motivi altrettanto validi del suo per avere fretta e che non le sembrava giusto poter reclamare uno sconto di pena. “Be’ – rispose saccente l’italiana vedendo che la ragazzina se ne rimaneva al suo posto ad agitarsi – “significa che non è vero che stai perdendo l’aereo altrimenti ti muoveresti”.

 “Che vada lei: poi io la seguo”, fece la spagnola, convinta che fosse solo un frase detta per dire. Invece la signora, senza turbamenti, le guardò sprezzanti, se ne uscì con un “andiamo”,  superò le  ragazze e cominciò a farsi largo. Le due si strinsero nelle spalle e le si accodarono poi, di nuovo ferme mezzo metro più avanti, si voltarono verso di me: “Un bel risultato”. E un altro discutibile italianissimo esempio di ineducazione civica.

settembre 18, 2011

No pasaràn: strane cose a Venezia

Avete presente quel giochino della Settimana Enigmistica “Trova le differenze?”. Ecco, questa mattina, tanto per rimanere in ambito di semplici ragionamenti sulla scrittura e le sue forme, vi propongo un esercizio di confronto: suvvia, pioviggina e questo compitino occuperà poco del vostro tempo ma vi regalerà strane sensazioni. Vi invito a leggere quanto scritto negli articoli che fin da ieri sera sono comparsi su alcune testate giornalistiche, facendo attenzione ai dettagli riportati:

Corriere  della Sera  Corriere del Veneto

Repubblica  La Stampa   Il Gazzettino

Dividete un foglio di carta in più colonne, una per ogni articolo. Nelle colonne, in modo particolare, prendete nota di: numero di feriti, numero di partecipanti di qua e di là delle due fazioni, orari di svolgimento della vicenda e di ogni altra informazione che, secondo voi, è importante che un articolo di cronaca riferisca per  far capire a noi lettori che cosa sia esattamente successo in un determinato avvenimento.  Tralasciate il tono dei brani e le eventuali allusioni o insinuazioni che si possono cogliere: noi stiamo solo raccogliendo i fatti. Bene: ci siete fino a qui? Adesso arriva la parte difficile. Una volta conclusa la raccolta dati, provate voi a riscrivere un articolo: immaginate di dover raccontare a qualcuno cosa sia esattamente successo. Vi allego il mio schema e vi chiedo aiuto perché io non ci sono ancora riuscita.

Ho provato a sforzarmi di più e a cercare altre informazioni. Alle 8.30  su google news gli articoli al riguardo erano 118. Una pletora di informazioni imprecise.

Adesso, invece, leggete questo post, scritto da una blogger che si trovava in zona. Fatto anche questo? Bene, bravi. Adesso vi dico perché, al posto di essere ancora a letto a leggere, cosa che faccio di prammatica la domenica mattina, io vi stia ammorbando con questa vicenda.

Dovete sapere che pure io ero da quelle parti. Per la prima volta nella mia vita mi sono trovata a tre centimetri da un manganello e da uno scudo trasparente, alle spalle delle “3 file di agenti”, mentre nella mia testa facevo una certa fatica a mettere in ordine le cose che stavo osservando. Ve ne racconto  alcune di queste cose. Di agenti ce n’erano tanti, e tutti bardati, fin dal primo pomeriggio, concentrati solo in un punto: la via di accesso al centro. Dalla stazione gli agenti lasciavano uscire passando dietro il loro blocco ma nella stazione non si poteva entrare  anche se la strada da percorrere era la stessa. Naturalmente ho perso il treno e ho dovuto ricomprare il biglietto. Le forze dell’ordine venete non escludono la possibilità di denunce ai manifestanti, io invece sto meditando di fare denuncia al comune per i 30 euro del  nuovo biglietto.  Inoltre vorrei aggiungere, alla mia denuncia, un altro capo di imputazione perché hanno messo a rischio la mia vita. Non mi hanno tutelata. Mi hanno sì impedito di percorre i pericolosi solo in un senso cinquanta metri necessari a raggiungere le gradinate di Santa Lucia, poi però mi hanno obbligato a passare  con il vaporetto sotto un ponte assediato da circa un migliaio di rivoltosi per  sbucare in mezzo a loro. Dall’altra parte,  infatti, i cordoni di polizia non c’erano. Fatemi riepilogare: tre lati di fuga dei manifestanti, uno bloccato e due liberi. Quello bloccato porta al centro, quelli liberi danno sul piazzale della stazione o verso un’altra strada che ti porta in centro ma nel doppio del tempo. E se mi fosse successo qualcosa quando sono sbucata fuori dal vaporetto e mi sono ritrovata quasi in mezzo a loro? Ehi, sono ancora parzialmente disabile io: mica posso correre. Ho fronteggiato un nuovo enorme pericolo quando i manifestanti sono entrati in stazione camminando indisturbati, bandiere spiegate, per raggiungere nella pacificità più assoluta i binari del mio treno successivo  e fermarsi lì per un po’, mentre le serrande dei chioschi venivano abbassate di scatto e i turisti fuggivano in ogni direzione. E se mi avessero travolto?! Vorrei aggiungere un  piccolo dettaglio che nessuno dei giornali ha riportato ma che a noi, seduti nei vagoni gelidi dei frecciaqualcosa  ad aspettare (meno male che avevo preso il golfino nonostante il caldo: ero sudatissima e ho rischiato pure la polmonite) avevamo ben presente. Alle 21.00 iniziava lo sciopero del personale ferroviario. Ci siamo chiesti TUTTI: sarà mica stata una mossa calcolata a tavolino per creare il maggior disagio possibile all’utenza? Dite che sono paranoica? Può darsi.

Per capire perchè io stia rimuginando su questa storia che è finita senza traumi fisici dopo una splendida giornata, vi manca ancora un dettaglio. Dovete sapere che, tendenzialmente, io potrei definirmi di destra, sempre che ci sia ancora una destra, ma tante delle mie opinioni me le formo, inconsapevolmente, leggendo i giornali. D’altronde non si può mica approfondire tutto. Non fossi stata lì, nel bel mezzo della faccenda, stamattina avrei letto  appunto i giornali e concluso che si è trattato del solito casino dei soliti facinorosi estremisti di sinistra bravi solo a menare le mani contro le forze dell’ordine. Ieri a me è sembrato che il maggior disagio alla popolazione  lo abbiano creato le forze dell’ordine. Vedete, nella mia piccola mente dalle idee limitate, non riesco ancora a capire quale sarebbe stato il grosso rischio a lasciar arrivare il corteo fino al punto inizialmente previsto, lasciar dire le loro cose, che tanto avevano da tornare a casa per cena anche loro, e poi preparare la piazza per i manifestanti vestiti di verde di oggi. Rosso e verde, tra l’altro, sono due dei colori della bandiera nazionale.

Ecco, domenica mattina 18 settembre ore 9.15: ho la  definitiva certezza di essere una qualunquista, per giunta parecchio confusa.

settembre 16, 2011

La scrittura e i suoi sentieri. Un’altra – lunghissima – parentesi minimalista

Avevo scritto pochi giorni fa che fino al prossimo decluttering non mi sarei occupata di minimalismo. E’ evidente che i miei principi sono poco saldi. Rieccomi di nuovo a ragionare sul tema: anche questa volta non si tratta di oggetti ma di parole.

Prima di iniziare l’argomento di questo post, lasciatemi gongolare per qualche riga per i premi che minimo blog ha assegnato ai partecipanti del decluttering settembrino. Devo andare a pavoneggiarmi con mio padre, che ancora non si è rassegnato all’insolito ordine che regna in garage, nonostante la commozione nel rivedere le pareti. Se l’autrice del blog sapesse quanta strada ho da fare prima di aver domato la miriade di oggetti che mi circondano, probabilmente mi leverebbe il titolo. Facciamo finta di niente e proseguiamo.

Ieri, tra i cumuli di carta che mi ritrovo in casa, per esempio, ho ripescato un articolo di Alberoni, del 30 aprile 1990, pubblicato nella sua rubrica Pubblico&Privato, dal titolo: “Se leggere è bello, più bello è leggere e non capire”. Inizia così:

“Ci sono due modi di scrivere. Uno limpido, chiaro, preciso, che tutti capiscono e uno oscuro, complicato, difficile, spesso sovrabbondante. Il primo si ottiene pensando e ripensando, scrivendo e riscrivendo. Il secondo buttando giù, lasciandosi andare, facendo giochi di parole, mescolando i concetti e ripetendoli. Il primo è una strada, il secondo una rete di viottoli che conducono in tutte le direzioni. Eppure la gente, anche le persone colte, anche gli intellettuali, spesso preferiscono il secondo tipo di scrittura.”

Nel prosieguo dell’articolo Alberoni sostiene la tesi con quattro argomentazioni:

- gli scritti oscuri danno alle persone l’impressione di trovarsi davanti ad opere o molto specialistiche o molto creative;

- dalle epoche più antiche, passando per il medioevo, fino a giungere all’epoca moderna il linguaggio per iniziati – oracoli, libri sapienziali, latino ecclesiastico, gergo filosofico, sociologico, psicanalitico – hanno sempre creato una distanza che la gente comune ammirava, rispettava e non colmava, perché non ne capiva i presupposti;

- il difficile e contorto si preferisce perché, chi legge, lascia fluttuare il pensiero in una nebbiolina indistinta, afferrando qua e là un’idea. Costui cerca impressioni, non concetti distinti, per rivivere una parodia del pensiero creativo, una sua modesta imitazione, fornendo così l’impressione di essere intelligenti, profondi, talvolta  abissali;

- nel linguaggio sfuggente risuona l’eco della lingua sacra, incomprensibile agli umani, il borbottio indistinto della Pizia che rivela il segreto agli dei e soddisfa il bisogno di misticismo.

Alberoni conclude asserendo che la soddisfazione di questi quattro bisogni forti è terreno fertile per chi, barando, è disposto a manipolarli e soddisfarli.

Non condivido del tutto le quattro motivazioni che l’autore chiama in causa per esplicitare la sua premessa che, invece, mi trova pienamente d’accordo. Anzi, secondo me, avrebbe dovuto insistere per sottolineare la difficoltà del primo tipo di scrittura. Vale per qualunque cosa: chiamiamo genio ciò che, visto fare ad altri, risulta facilissimo, mentre probabilmente nasce da anni di pratica; quando ci cimentiamo noi nella stessa azione, ci cadono le clavette sulla testa.

Spesso leggo articoli o libri, che trattano di argomenti non semplici, scritti con una tale levità che mi conducono per mano fino alla fine in una piacevolissima passeggiata. Mi fermo a rileggerne parti che spiegano in poche chiarissime parole un complicato concetto, che disegnano, in brevi e scarne frasi, immagini vivissime, che rassicurano e spalancano le porte della conoscenza e sembra che dicano: “vieni, c’è posto per tutti, non avere timore”. Ogni parola in questi testi è necessaria, nessuna è sovrabbondante. Sono sicura che gli autori avevano, in primo luogo, ben chiaro in testa  quanto volessero dire e che, altrettanto importante,  desiderassero trovare un modo facile per poterlo trasmettere, scrivendo, riscrivendo e, soprattutto, cancellando, in un faticoso lavoro di revisioni.

Tanta è la mia ammirazione per questa modalità di comunicazione, quanta la fatica che spesso mi ritrovo a fare alle prese con un testo astruso. Sia tra i testi universitari, sia sui quotidiani, sia tra i libri da cui devo passare per esigenze lavorative, sia tra i blog mi capita di dover leggere una pagina tre volte per capirne il senso. Per venirne a capo di solito prendo un evidenziatore e sottolineo i concetti: nella maggior parte dei casi bastano due o tre parole per pagina per inquadrare l’argomento e trovare la via d’uscita. In altre non trovo niente da sottolineare. Ma allora, non si potrebbe fare a meno della rutilante “fuffa”? C’è veramente bisogno di arzigogolare? Vale la stessa considerazione per la comunicazione verbale: ci sono oratori che si esprimono con un linguaggio di uso comune e in quattro ore ti schiudono le porte, che so, dell’astrusa arte del calcolo dei costi aziendali, ce ne sono altri che, dopo un semestre universitario, si ritrovano con alunni di discreta intelligenza che non hanno afferrato le idee basilari.

Un amico ha dedotto dalle proprie osservazioni della specie umana che, chi ha frequentato il liceo classico, padroneggia più degli altri questa dote di inventare nuvolette di nulla che accompagnano e circondano i pensieri. Ho la coda di paglia e penso sempre si riferisca a me, poi mi ricordo che ha una figlia e sono sicura che parla solo per esperienza famigliare! Però quando sento questa frase non posso fare a meno di riandare con il pensiero alla mia esperienza e di chiedermi quanto il fumo delle parole, spesso, abbia nascosto il magro taglio dell’arrosto o, in casi peggiori, subliminali manipolazioni.

Concludo,  quindi, con un lessico di impatto immediato: è proprio necessario scatenare i mal di testa nel lettore o spesso se la stanno solo tirando? Per parlare di me, argomento che mi appassiona: fossi stata in grado di scrivere questo post in metà dello spazio, esprimendo gli stessi concetti, sarei molto fiera di me stessa.

E voi, tanti dei quali autori di blog, che ne pensate?

settembre 14, 2011

Conversazioni tra bambini dal parrucchiere. Ragnatele e stagnole

La settimana scorsa, tra lavoro, fisioterapia e già cronica carenza di sonno, saltarono fuori, per raggiunti limiti di tolleranza, anche un paio d’ore per la periodica “spuntatina”. Entrai nel negozio del solito parrucchiere immersa nei miei pensieri. Sprofondata nel divanetto, dopo qualche minuto, misi a fuoco l’ambiente. Mi parve ci fosse una nota stonata. Resistendo all’impulso di uscire a leggere l’insegna per vedere se, sai mai, avessi sbagliato porta, mi dissi che l’uomo con le forbici in mano era sempre lo stesso quindi il luogo doveva per forza essere quello giusto. Poi capii cosa c’era di diverso dal solito: niente sciure a fare la piega, niente ragazze col colore in posa. L’altezza della clientela iniziava dalla mia vita in giù. Tempo di rientro a scuola e di tagli di frange.

Un bambino di sei anni se ne stava seduto fermissimo su una poltrona, quasi senza respirare, i capelli già rasati, mentre il parrucchiere si accaniva con un rasoio sopra il suo orecchio sinistro. Il fratello, di poco più grande, lo fissava dalla sedia accanto, che faceva girare in mezzi cerchi. Andata, ritorno, andata. “Ho deciso. Voglio la cresta colorata” disse bloccandosi a metà strada e dondolando le gambe. Il parrucchiere, che appartiene alla specie degli uomini placidi e sintetici, intercettò sullo specchio lo sguardo della madre dei due, di ritorno dal lavaggio e ora ferma alle loro spalle: “Potremmo fare dei giochi di luce. Con stagnole o a mano libera”, consigliò con voce monocorde, poi tornò ad occuparsi del cliente più piccolo. La donna disse al figlio: “Decidi tu: la testa è la tua” e si mise a discutere con il parrucchiere di cosa fare delle proprie, di chiome.

Il bambino più grande scivolò pensieroso giù dalla sedia e intercettò il padre, in quel momento seduto sul divanetto col sedere appoggiato solo per metà. Impaziente, si era guardato intorno, aveva trascorso cinque minuti a muovere la gamba sinistra in un ritmico movimento nervoso, si era fatto un giro fuori, era rientrato, si era riseduto almeno due volte da quando ero arrivata. “Papà? Papà? I giochi di luce è meglio farli con la stagnola o a mano libera?” gli domandò serissimo il figlio. “Anzi, prima di tutto. Cosa è la stagnola e cosa vuol dire a mano libera?”. Il viso del padre assunse un’espressione perplessa. Concordai mentalmente con lui che la domanda, per i non addetti, non era certo delle più facili. Ci pensò un momento poi rispose : “La stagnola è la stagnola. A mano libera significa che li fanno a mano”. Il figlio si rese conto che non avrebbe ricevuto lumi da questo lato della famiglia: lo guardò negli occhi poi decise “Ho capito. A mano libera significa che usano tipo il pennarello” e se ne tornò sulla sua sedia girevole.

Il fratellino, nel frattempo, era stato liberato da mantella e costrizioni e si rimirava allo specchio, la faccia voltata a novanta gradi, le pupille infilate nell’estremo dell’angolo sinistro degli occhi. Una struttura geometrica, che poteva essere qualunque cosa, dall’impronta di un pneumatico alla cavea di un teatro antico, iniziava appena sopra il lobo e si espandeva in semicerchi simmetrici fino a metà della testa. “Sono l’Uomo Ragno.” – mormorò rilassandosi mentre un sorriso soddisfatto gli compariva alle labbra. “Mamma, guarda: sono l’Uomo Ragno!”. E si avvicinò saltellando alla madre, la testa sempre voltata, lungo la fila di specchi alle pareti. “Tanti la colorano di blu o di rosso” – mi informò la ragazza addetta al lavaggio che aveva visto il mio sguardo perplesso. “Ah! – risposi poco convinta . Non sono aggiornata sui trend della moda dei ragazzini, non mi ero accorta che l’epoca del codino sta sparendo per far largo a quella dell’espressione artistica del cranio. D’altronde la popolazione maschile che frequento io appartiene alla fascia d’età maggiormente impegnata nell’impari battaglia con gli spiazzi che si aprono al centro della testa e mi sono fatta una cultura indiretta di trapianti, riporti e rasature da marines.

In un’altra poltrona se ne stava seduta una bambina, dai lunghissimi capelli biondi, impegnata a farsi fare treccine alternate ad innesti di sottili liane di tessuto colorate. “Non si usa più il frisé?” avrei voluto chiedere mentre mi passavano per la testa immagini non troppo recenti di capigliature mosse e fiere da piccole leonesse. Poi decisi di lasciar perdere e di dedicarmi ad un pisolino ad occhi aperti, una volta sicura che la lunghezza della spuntatina fosse condivisa tra me e il padrone delle forbici. Ne riemersi una mezz’ora dopo quando un giovanissimo e felice cacatua, con una cresta rossa e gialla su sfondo bruno, dipinta di sicuro a mano libera, passo’ saltellando dietro la mia poltrona.

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