Archivio per luglio, 2011

luglio 30, 2011

Elogio del pisolino

 

“…Finché tirate le redini, spossati,

sul prato, in tempo per il tè,

siamo discesi dai destrieri stremati,

alle porte di Babilonia, tutti e tre.”

Che è grosso modo, quello che è mi successo oggi pomeriggio, una volta terminata la lista delle cose da fare. Tre ore di pisolino – forse chiamarlo pisolino a questo punto è riduttivo –  una doccia lenta, un’ora e mezza nella mia babilonia personale, la città dei libri, prima di cena, sprofondata in una sedia del terrazzo, con vista sui monti. Buon fine settimana a tutti.

(Last we drew rein – a weary three – / Upon the lawn, in time for tea, /And from our steeds alighted down/ Before the gates of Babylon.  R.L.Stevenson A child’s garden of verses – trad.Feltrinelli)

luglio 28, 2011

Anche se vai di fretta

Anche se vai di fretta e insisti a voler incastrare imperterrita mille cose in giornate la cui durata non muta. Anche se ci sono sempre le sedute di fisioterapia e tu devi continuare ad entrare ed uscire dal lavoro come una zoppicante trottola impazzita e tutti ti chiedono se adesso ti hanno dato il part time. Anche se, in detto lavoro, la gente fino a domani a mezzogiorno ti  scaricherà sulla scrivania problemi capitali che pretendono soluzioni immediate e poi, dal pomeriggio, passerà a salutare, ilare e svagata, mentre a te toccherà mantenere la concentrazione per risolverli, questi benedetti problemi, visto che sei uno degli anelli finali della catena dello scaricabarile. Anche se hai ancora le ore riempite da riunioni, audit interni, colleghi stranieri in cerca di risposte che orbitano intorno alla su citata scrivania –  gli stessi colleghi con cui ieri ridevi e scherzavi ad una felicemente riuscita cena aziendale e  che oggi pretendono serissimi il tuo tempo, dato che tra poche ore decolla l’aereo e c’è ancora tanto da fare – ma tu sei in cronica carenza di sonno e ti ingarbugli tra inglese e francese e poi ti ritrovi a parlare in dialetto. Anche se la settimana prossima lavorerai ancora, a far quadrare gli inventari semestrali, a rispiegare per la milionesima volta ai fornitori  perché è fondamentale che i conti tornino e a sorbirti per la milionesima volta i loro mugugni. Anche se tra dieci giorni te ne vai in un posto che desideri vedere da secoli ma l’unica cosa che ti preoccupa adesso è scoprire quanta distanza c’è tra una panchina e l’altra in Inghilterra perché dopo 500 metri a piedi ogni passo in più é ancora agonia e ti chiedi come diamine farai a gestirla, questa vacanza, ma non ci vuoi rinunciare. Anche se ti devi fare 120 km, incastrandoli in pausa pranzo, perché per avere un appuntamento per rx e risonanza, dove vivi, bisogna aspettare novembre mentre in città te la sbrighi dopo due giorni dall’impegnativa e non puoi aspettare perché vuoi sapere se  sei tu che frigni troppo o c’è qualcosa che non va, in questo benedetto ginocchio che proprio non vuole saperne di collaborare. Anche se poi sabato te ne devi fare altri 120, di km, per recuperare i risultati così avrai tempo tutta la settimana prossima per meditarci su e ti chiedi a cosa servano la carta dei servizi e la tua cartella sanitaria on line se poi devi sempre andare a recuperare e portarti appresso tonnellate di carta e lastre. Anche se domani sera ti aspetta un’altra cena tra colleghi, perché la stagione degli spiedi è in piena fioritura e poi ci si saluta per tre settimane ma tu desideri solo dormire una notte per otto ore filate dato che appena a scrivere questo post ti stanchi a pensare a quanto è lontana la domenica di nulla e meno male che a casa c’è qualcuno che si occupa di tutto, altrimenti vivresti di espedienti tra polveri ataviche. Anche se ti è toccato arrenderti alla suadente persuasione dell’ibuprofene, proprio a te che  eviti come la peste tutti i farmaci che non siano la propoli e il vicks vaporub perché dovevi attutirlo, anche solo per qualche ora, questo dolorino continuo che ti fa compagnia da tre mesi e mezzo ormai e che, evidentemente, ti si è affezionato. Anche se ci sono almeno tre email a cui hai una voglia matta di rispondere e cinque libri, accanto al letto, che ti stanno aspettando impazienti da giorni e tu ti addormenti dopo nove righe. Anche se la settimana prossima c’è un’altra lezione di tedesco e gli esercizi con le preposizioni bireggenti mica li hai finiti, figuriamoci.

Anche se tutte queste cose e altre ancora, oggi, però, un minuto l’hai trovato, per riempirti gli  occhi della gloria splendida e immota del lago, lassù verso il nord. (E naturalmente non avevi una macchina fotografica decente con te…)

luglio 25, 2011

Musica. Vita, morte, passione, bellezza, appigli, distruzione…

Ad inizio anno ho completato il trasferimento dei miei CD nella libreria di iTunes. Un lavoraccio. Io sono un cane, musicalmente parlando: la differenza tra la qualità della traccia del CD e quella dell’mp3 non la percepisco. Riesco a sentire Glenn Gould che canticchia, mentre suona le Variazioni Goldberg, e quando ascolto gli stessi pezzi eseguiti dalla Hewitt o dalla Tureck mi sembra che manchi qualcosa. Non vado molto oltre. Non sono, per esempio, in grado di seguire singolarmente le parti degli strumenti, in un concerto, per poi ricomporli in un unicum omogeneo.

Percepisco solo l’effetto complessivo: la musica mi chiede poco, ricevo molto e mi accontento. E così, senza ripensamenti, la maggior parte dei miei CD è stata venduta o regalata, una volta che le tracce importate sono state messe al sicuro in tre backup differenti. Ne ho tenuti una quarantina, per la maggior parte di musica classica, insieme a pochi altri che mi rammentano cosa e dove sono stata. 

Tra le incisioni che conservo ce n’è una da cui non voglio ancora separarmi. Ero in un centro commerciale con mio padre, una decina di anni fa; c’era una cesta, in un angolino, con il cartello “offerta” semi-nascosto tra le copertine di plastica, i prezzi ancora in lire. Ci infilai le mani, curiosa. Mio padre mi indicò tre cd e mi disse: “Se proprio devi spendere soldi, compra quelli”. Due erano registrazioni di Kempff alle prese con Chopin, uno era The Last Recital, del pianista Backhaus. E’ l’ultimo concerto che il pianista, ottantacinquenne, tenne, a Ossiach, nel giugno del 1969.

La musica riempie l’auto sulla via del ritorno a casa. Si mangia qualche nota, si prende libertà di esecuzione che solo un artista famoso e di indubbio talento può permettersi, e solo a fine carriera, lascia che la passione sostituisca la perfezione, tra gli applausi del pubblico. Sta suonando Beethoven, il terzo movimento della Sonata 18 op 31: le note cessano di colpo, non sta bene. Esce di scena. Rientra: il presentatore informa che la successiva prevista sonata, sempre Beethoven, non sarà eseguita: il maestro regala però ancora due Fantasie di Schumann e il bis di un Impromptu di Schubert. Gli applausi durano minuti. Backahus muore pochi giorni dopo.

Talento precoce, tra i maggiori pianisti del secolo scorso, un numero impressionante di concerti e premi. A 85 anni ha ancora note da regalare, per quello che può. Quando ascolto il CD, oltre la traccia numero 9 di solito non riesco ad andare. Non sono particolarmente sentimentale però mi è difficile sopportare il discorso interrotto della numero 10. E riascoltare lo sforzo immane che gli devono essere costati gli ultimi tre brani.

L’altro giorno, quando ho letto che Amy Winehouse è morta, io, non so perché, ho pensato subito a questo mio cd. Ho immaginato un uomo anziano, in abito nero, solo davanti al suo piano. Con lui anni di studio e rigore, nonostante il talento. Da lui attimi di bellezza e una lezione di dignità. Poi ho pensato ad Amy su un palco affollato, in vestiti e pettinature improbabili, ubriaca così tanto da non poter cantare, tra luci sfavillanti, musica ad alto volume, una voce bella che si è persa per strada e che non è bastata a fornire un appiglio. Ho pensato che 27 anni sono troppo pochi per morire in questo modo, anche se alla morte ci è corsa incontro  al galoppo. Ho pensato che c’è qualcosa di malato nel mondo effimero e sciocco della musica moderna. Ho pensato che stiamo perdendo completamente il senso delle proporzioni e stiamo chiamando “capolavoro” e “artista” cose che forse non lo sarebbero per niente, se togliessimo loro le luci, le urla e i colori. Ho pensato che quando una ragazza possiede in sé la musica ma non la sa usare per portare parole di conforto a se stessa ci sia qualcosa che è andato miseramente sprecato. Ho pensato che era triste, uno spreco così.

E mi sono riascoltata la traccia numero 10, anche oltre il silenzio.


luglio 24, 2011

Pioggia, libri, autrici e consigli – I primi due incontri di Lovere Noir 2011 – Parte II

 

 

L’oggetto in questione, abbiamo scoperto incuriositi,

è un pomander.

 
Conteneva una pasta morbida impregnata d’essenza ed era indossato fin dai tempi del medioevo per coprire i cattivi odori del corpo. Patrizia Debicke, partendo da qui, ci ha fatti tornare indietro nel tempo fino alla metà  del 1500 e ha cominciato a raccontarci la genesi del suo giallo storico “L’uomo dagli occhi glauchi”.  
                               
Tutto nasce dalla curiosità: chi è l’uomo ritratto da Tiziano e conosciuto come “L’Inglese”?  
     Cerca, analizza, scava tra i documenti, esplora tra migliaia di ritratti – mentre                           l’entusiasta autrice raccontava, mi è sembrato di essere trascinata con lei  in  biblioteche              polverose  e sale di musei – ed ecco spuntare   una  possibile traccia. C’è un  uomo, inglese,      molto famoso a quel tempo, che per  qualche mese sembra sparire nel nulla.
   Le date coincidono, gli episodi si incastrano: e se fosse lui il giovane  misterioso, trasferitosi in   incognito a Venezia e poi a Roma?
Io il libro non l’ho ancora letto ma rimedierò prestissimo. E come non incuriosirsi? C’è il Carnevale veneziano e romano, c’è una giovanissima Elisabetta, futura regina, c’è una piena del Tevere, c’è Tiziano, ci sono i Farnese e un omicidio da sventare.
 
Detto fatto. “L’uomo dagli occhi glauchi” si è unito alla pila dei libri che mi seguirà nei quindici giorni di mare e che è già pronta su uno scaffale, a fare compagnia agli ebook che mi aspettano sull’iPad. Pioggia o sole, le ultime due settimane di agosto le dedicherò ad ozio, sbafate di pesce e letture.
 
E dal 1500 e dai ragionamenti su quanto sia importante, sempre per la legge della verosimiglianza, il rispetto delle fonti storiche e di una ricerca accurata, Patrizia Debicke Van der Noot ci ha trascinati infine nei salotti della Contessa di Castiglione ( in questa pagina link ad una biografia dell’autrice e alla scheda del libro) facendoci fare un salto di trecento anni. Chi era costei? Una escort di lusso? Un’ambasciatrice sui generis al servizio di Cavour? Quanta importanza ebbe questa donna per la storia d’Italia? E quanta ne ebbe il suo famoso negligè?
L’autrice ci ha parlato della storia della moda e del costume, dell’importanza del cibo nei  suoi libri, di quanto sia necessario, mentre i personaggi invadono le pagine e l’intreccio si complica, avere un solido piano dell’opera e dei personaggi e, insieme ad  Adele Marini, ci ha ricordato l’importanza del lavoro finale di editing.
 
Dal sacro al profano, l’incontro si è concluso con un aperitivo. Mentre sul lago e sui sanpietrini della Piazza del Porto ha continuato a piovigginare, nella saletta calda del bar io ho trascorso un paio di ore molto piacevoli ed interessanti. Se siete nei dintorni del lago d’Iseo, Lovere Noir 2011 prosegue anche oggi pomeriggio.
luglio 24, 2011

Pioggia, libri, autrici e consigli – I primi due incontri di Lovere Noir 2011 – Parte I

Sabato pomeriggio, invece di rimanere a casa a rimirare sconsolata la rotula destra, che proprio non vuole arrendersi alla forza di gravità e persiste a formare il suo triste archetto, ho deciso che era il caso di cambiare aria. E ho fatto benone.

Come avevo scritto qui, durante questo fine settimana si sta svolgendo il primo Lovere Noir, una serie di incontri con autrici ed autori del genere. Comincio con il chiedere perdono per aver scritto che da Lovere si vede il tramonto: gli oriundi mi hanno massacrata, spiegandomi che, data la posizione della cittadina, è improbabile assistere all’evento. Mi appello alla licenza poetica e sono sicura di aver contemplato acque colorate di rosa in alcune occasioni. Forse ero solo più giovane e ammiravo colori felici anche dove non c’erano. Dettagli: oggi pioveva, nessun tramonto a prescindere.

Pioveva talmente che l’incontro in programma all’aperto proprio non si è potuto fare. Quando sono arrivata, l’organizzatrice, che mi conosce da quando avevamo 14 anni, ha impedito che mi mimetizzassi dietro uno scaffale della libreria, mi ha trascinata sotto il tendone del bar accanto e fatta accomodare al tavolo con autrici e amici di autrici che se ne stavano tranquillamente ad aspettare che spiovesse, conversando del più e del meno. Mi sono avvinghiata alla prima sedia libera, ho fatto la timida come di consueto e poi ho cominciato a godermela. Tra gli amici della autrici c’era, se non ho capito male, un ingegnere  (evvvai) che ha suggerito di tenere l’incontro nella saletta interna del bar, invece di trasferire armi e bagagli nell’aula delle conferenze, dall’altro lato della cittadina. Questo per dirvi che, se oggi passate di lì e questo schifo di tempo persiste, prima di migrare a Villa Milesi, cacciate il naso al Bar Almici: si sa mai che si riadotti la soluzione logistica.

Bando alle divagazioni: siamo entrati nella saletta e abbiamo ufficialmente inaugurato l’evento. Le due scrittrici, Adele Marini e Patrizia Debicke van der Noot, ho scoperto, collaborano spesso e sono molto affiatate: la “conversazione con l’autore” si è trasformata subito in un piacevole duetto, interrotto, a tratti, dagli interventi del mediatore e di un pubblico che è stato immediatamente conquistato dalla verve delle autrici e dal loro piacevole modo di raccontare del proprio lavoro.

Adele Marini è impegnata nella stesura della trilogia “Scrivi Noir. I fondamenti della scrittura di indagini”. I dettagli dell’opera  e una breve biografia sono in questa pagina dedicata sul sito della casa editrice.  Sempre sulla stessa pagina trovate anche il link a BookRepublic per scaricare gli ebooks: da minimalista ringrazio entrambe le autrici per la scelta di questa forma di pubblicazione. Il primo volume di Scrivi Noir e La contessa di Castiglione, di cui vi dirò tra qualche riga, hanno già preso la via del mio iPad e saranno assimilati durante le vacanze al mare.

Scusate, persisto incorreggibile con le divagazioni, alla faccia del suddetto minimalismo e, già che sono in tema, vi segnalo anche un blog che ho appena scoperto e che analizza la neonata legge sul prezzo del libro.

Dicevamo: Scrivi Noir si propone di fornire agli autori del genere un solido vademecum per districarsi nell’impestato panorama delle procedure giudiziarie italiane. Prima di imbarcarsi nell’avventura di scrivere un libro senza conoscere la materia, Adele Marini ha suggerito di ricordarsi quanto sia importante il concetto di “verosimiglianza” di un testo. Il ragionamento non fa una piega, sia applicato alle paludose acque del codice penale, sia a qualunque altro genere letterario. Il lettore non ha voglia di girare la pagina e proseguire se la storia è sbrindellata. A proposito di lettori: uno dei motivi per cui il genere noir nel nostro paese riscuote successo potrebbe essere dovuto al fatto che, nel libro, si approda sempre ad una soluzione del caso e allo scioglimento del mistero, cosa che, nella realtà, non capita così di frequente: gli omicidi irrisolti invadono per anni le pagine dei giornali. Voi cosa ne pensate?

Tra gli altri consigli che mi sono appuntata ce ne sono di molto utili: come rendere una storia interessante evitando di farcirla di troppi particolari all’inizio per poi lasciarla vuota nei capitoli successivi, come non correre il rischio di sovrabbondare con citazioni letterarie, limitandosi a lasciarle cadere, qua e là, in leggere pennellate di sfondo, come caratterizzare i personaggi con sfumature di grigio invece di optare per i classici antagonisti troppo cattivo/troppo buono, come curare l’ambientazione, come scrivere i dialoghi (aaargh, i dialoghi, che bestia nera), come rispettare i tempi narrativi.

Quando Adele Marini ha parlato di contestualizzazione verosimile delle storie, ha citato ad esempio la differenza che ci deve essere, perché risulti credibile, tra l’interazione maggiormente caratterizzata dall’indifferenza degli inquilini di un caseggiato metropolitano rispetto a quanto potrebbe succedere nello stesso caseggiato calato nella dinamica più socievole della vita di provincia. Ho pensato ai Ritratti di Ringhiera e ho immediatamente saputo che gli abitanti della casa sono inguaribili ficcanaso.

La seconda parte dell’incontro è iniziata con un indovinello. Cosa è l’oggetto al collo di Patrizia Debicke? La risposta nella II parte di questo post, che non segue nessuna delle regole di buona scrittura e continua imperterrito ad andare per fragole.

luglio 22, 2011

Latitanza, Lion e Gesture Multitouch.

Mi sono presa una pausa da blog e web, negli ultimi giorni. Ho perfino spento il MacBookPro durante la notte, cosa che capita solo quando vado in vacanza. La settimana scorsa è stata talmente costellata da vicende personali spiacevoli che i miei ritmi consueti ne sono stati del tutto compromessi, eccezion fatta per le solite sedute di fisioterapia, durante le quali, ahimè, continuo ad arrampicarmi sui muri come un gatto scottato. Le fisioterapiste però mi riacciuffano sempre e mi ripiazzano senza pietà sul lettino.

Questa settimana ho cercato di ripristinare il solito tran tran, nel quale mi trovo al sicuro e inquadro la mia esistenza. Gesti immutabili di persona noiosa. Sono rimasti, ad increspare la superficie, ore nervose in ufficio (non è mai facile restare indenni quando si rimane ancorati alle ferie agostane anni cinquanta mentre clienti e filiali chiuderanno solo per ferragosto, forse)  e un sussulto di organizzazione di fughe, che ha portato ieri sera alla prenotazione impulsiva e esilarante delle vacanze invernali. E così, mentre si avvicina una domenica di cui ho programmato l’assoluta  inanità, e guai a chi rompe, questa mattina all’alba mi sono presa il tempo per installare Lion, l’ho lasciato fare le sue cose mentre ero in ufficio, e, dopo la tortura riabilitativa del pomeriggio e il successivo pisolino consolatorio, ho cominciato l’esplorazione delle Gestures mentre il ghiaccio si scioglieva sulla rotula.

Non uso il mouse da più di un anno: è stata una delle abitudini che se ne sono andate sotto l’impeto della pulizia minimalista. Io e il trackpad siamo già amici. Però questa storia che devo salire con le dita per scendere nella visualizzazione della pagina non mi convince. Mi sa che devo cercare alla svelta come si impostano le personalizzazioni.

Entusiasta dell’idea di impadronirmi dei balletti dei polpastrelli necessari ad entrare nella nuova era del multitouch, ho scaricato tutorial e tricks, per scoprire subito dopo che, oltre ai gesti ufficiali, ne esistono anche di non svelati dalla Apple ma già inventati dagli smanettoni e che includono tutta una serie di atteggiamenti di disperazione. Ve li lascio trovare da soli nel web. Mi viene l’ansia: se va bene, ne imparerò dieci e ne userò cinque, a fare bello. Vado ad immergermi nello studio della nuova creazione del signor Jobs. Buon venerdì sera.

luglio 21, 2011

Viaggi e miraggi: e’ tutta una questione di portarsi avanti…

Ecco fatto. Adesso, visto che ho premuto click, istigata da due amici che passano la vita saltando da un aereo all’altro e  che mi hanno costretto a comprare i biglietti, mi toccherà trascorrere i primi 15 giorni di gennaio in posti come quello della foto. E a settembre si torna al corso di spagnolo. Ay que pena la vida…

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