Archivio per giugno, 2011

giugno 30, 2011

Quote rosa e vette di democrazia

giugno 29, 2011

I Ritratti di ringhiera – un’intervista di Elisa

Elisa di Androide Minimalista oggi  dedica  un post sul suo blog ai Ritratti di Ringhiera.

Grazie a Elisa per l’intervista che mi ha fatto, in cui parliamo del mocrocosmo della casa di ringhiera e di scrittura minimalista,  e per aver partecipato all’iniziativa.

Etichette: , ,
giugno 28, 2011

Pizza, pescecane, zanzare e viaggi sognati

Metti una sera a cena, in un bel giardino tranquillo la cui unica colpa è di essere troppo vicino al fiume. Metti che per arginare l’assalto dei plotoni di zanzare la padrona di casa tira fuori salviettine e candele e tutti profumiamo di citronella. Metti che la pizza è buona, il gelato pure e nessuno dei partecipanti è asciutto di parola, come si dice da queste parti. Di che cosa si parla, dopo i convenevoli e i “ciao, cosa-hai-fatto-dall’-ultima-volta-che-ti-ho-visto”?

Il primo spunto  lo ha gentilmente fornito Iago, labrador quattrenne, a cui la padrona ha appena fatto un regalo.  In quel di Gardaland ha ottenuto, la padrona intendo, con mezzucci discutibili e sottraendolo a due bambini che non avranno mai questo regalo, uno grosso squalo nero e arancio di peluche. Iago non ha gradito molto: prima ha abbaiato contro la povera bestia per cinque minuti, avvicinandosi, annusando e ritirandosi di scatto. Quando ha capito che lo squalo, dal suo territorio, non intendeva proprio schiodarsi ha deciso di passare alle maniere forti. Questi due fotogrammi sono solo l’inizio della querelle: le foto successive sono state censurate perché troppo violente. Bava e bambagia andavano da tutte le parti. Meno male che è intervenuta M., esperta di psicologia canina, a spiegare a Iago le teorie della dominanza. E’ finita che lo squalo è stato infilato nella cuccia con Iago: forse è l’inizio di una bella amicizia.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              

Il secondo argomento, tra una stupidata e l’altra, sono stati i viaggi. Che si fa tra settembre e la prossima estate, una volta tornati dalle ferie? Siamo molto progettuali, noi. A questo punto l’unica cosa che ci manca (non sottilizziamo, in questo stadio organizzativo i soldi sono un dettaglio e poi panini e treno e camere multiple, basta andare in giro) sono le ferie….Riassumo per L., che dice che siamo bravi a parlarne ma poi non si va mai – ma come, e la quercia dell’energia in Estonia cosa era?! –  così resta scritto:

- un weekend a Genova a vedere l’acquario e i carrugi (Iago resta a casa, dato che il pesce non gli piace);

- un weekend a Bologna che è a due tiri di schioppo ma nessuno la conosce bene;

- un ponte lungo della prossima primavera nei Paesi Baschi, che io ho su gli amici del cammino da andare a trovare;

- due settimane ad inizio anno in…Messico? India? Armenia? Questo è il viaggio “viaggio” però non riesco a star dietro alla mutevolezza delle proposte che evolvono di settimana in settimana. Tanto, una volta deciso, se mi unisco, io sono come una valigia: non rompo, mi imbosco per i fatti miei per musei, riemergo all’ora di cena; come non avermi, devono solo ricordarsi di imbarcarmi;

- tra tutto ciò dovremmo incastrare anche una settimana a New York e una a Gerusalemme, genitori al seguito.

Che bello fantasticare! Ho deciso che vado per gradi: cominciamo a vedere se la settimana di agosto in quel di Oxford la passo in stampelle o no e poi potremo mettere in moto la macchina organizzativa. E voi, che viaggi sognate per il prossimo anno?

giugno 27, 2011

Il complesso di Santa Giulia, a Brescia, diventa Patrimonio dell’Unesco

Un breve post partigiano, oggi, dato che si tratta di cose di casa mia. L’antico sito di Santa Giulia e San Salvatore entra a far parte, da questa settimana, dei siti Patrimonio dell’Umanità Unesco. Qui un articolo di un giornale locale e qui un post su un blog di una giornalista bresciana.  Se passate da Brescia  fateci un giro: tra le domus romane, gli antichi cortili, le chiese longobarde e la croce di Desiderio c’è sempre qualcosa da scoprire. Spesso, inoltre, sono organizzate mostre ineressanti all’interno del museo: Impressionisti, Matisse, Van Gogh, tanto per citare le più recenti.

Tre link per un approfondimento veloce: qui i Musei della Città,  qui  un sito dedicato a Santa Giulia, qui l’imprescindibile Wikipedia.

Etichette: , ,
giugno 26, 2011

La sera della macchina – un nuovo racconto dei “Ritratti di ringhiera”.

L’autrice di questo racconto è Elisa Barindelli, blogger di Androide Minimalista. Grazie a lei per aver partecipato a questa iniziativa.

Nella pagina “Racconti di ringhiera” trovate i racconti precedenti e le regole per un piccolo giveaway.

La sera della macchina

Serata tranquilla, come solo le serate di provincia sanno essere. 

E’ quel magico momento che sempre arriva, alla sera dei venerdì di primavera, poco prima del tramonto. 

Sembra un appuntamento. I grilli iniziano a canticchiare, ma ancora sommessi, come si scaldassero la voce per la notte. I gatti randagi vanno ad accoccolarsi sul davanzale più vicino, a scaldarsi il pelo sulla pietra che è stata al sole tutto il giorno. E le nuvole si abbassano e si preparano a sparire, sciogliendosi nel buio, per non tornare fino a domani.

Sono momenti così, che in città non si conoscono.

Le serate del venerdì sono sempre state speciali, permeate di una malinconia strana, dolce ma anche un po’ amara, come il miele di acacia. L’aria mi è sempre sembrata più lieve, i profumi un po’ più intensi, i colori più delicati. In quelle serate così, ho sempre avuto l’impressione che il mondo fosse un po’ più bello e si fondesse, per qualche breve istante, con un mondo un po’ migliore.

Mi piaceva passarle sulla ringhiera, quelle serate così.

Erano momenti di pace, di insolito silenzio. Le porte delle case rimanevano chiuse, mentre gli abitanti si preparavano alla cena, si facevano la doccia, si riposavano dal lavoro. I bambini non giocavano più in cortile, scacciati dal tramonto, e le biciclette in lontananza facevano un rumore simpatico, un tic-tic-tic veloce e leggero, che accompagnava i ritardatari sulla strada del rientro.

Me lo ricordo ancora. Prendevo due bambole tra le mani, senza nemmeno scegliere quali e dicevo alla mamma:

‘Esco a giocare qui, sulla ringhiera’

E lei diceva sempre:

‘Ma solo un attimo eh. Che quando arriva papà si mangia’

Mi mettevo appena fuori la porta, con le spalle appoggiate al muro tiepido e le gambe piegate, con le ginocchia vicine al mento.

Le bambole non le guardavo nemmeno. 

Restavo lì e basta, a godermi l’atmosfera e respirarne la magia, in una calma che non ho mai più provato in tutta la mia vita.

E in tutta quella calma, piano piano, sorridevo.

Perché ripensavo alla sera della macchina.

La sera della macchina era stata tanti anni prima. 

Ero piccola, avevo forse iniziato da poco l’asilo, o la ‘scuola materna’, come insistevano le maestre. Ed era una serata di primavera. Forse era proprio un venerdì, ma non lo so di sicuro perché allora non ci facevo ancora caso.

La mamma era in casa a preparare la cena, la porta era socchiusa per far entrare un po’ d’aria, che il profumo della pasta e il caldo dell’acqua bollente d’estate, nel nostro piccolo bilocale, non ci facevano respirare. Io giocavo sulla soglia. 

Sono sempre stata una bambina silenziosa, di quelle che potrebbero star sole per ore ed ore senza dir ‘beh’. 

Mi piaceva perdermi nel mio mondo, con i miei giocattoli consumati, ereditati dai cugini più grandi. Giocavo e non davo fastidio, a volte ci si dimenticava addirittura fossi in casa anch’io. 

Gli altri bambini canticchiavano, o facevano dialogare le proprie bambole. Alcuni ridevano da soli. Io no. Io stavo in silenzio, completo. Qualcuno trovava strano questo comportamento, ma alla fine tutti lo trovavano anche estremamente comodo, un insolita grazia concessa ai genitori con una bimba così piccola, e si guardavano bene dal suggerirmi un’alternativa.

Anche la sera della macchina forse la mamma si era dimenticata per un momento che fossi in casa anch’io. Così non si era neppure accorta, quando dalla porta socchiusa sono uscita sulla ringhiera. Lì c’era più luce, potevo giocare meglio.

Nel silenzio del riposo che era calato su tutti i lavoratori stanchi e sulle loro dimore, solo io avevo ancora voglia di giocare: lo facevo tranquilla come mio solito, senza parole né canzoni, accovacciata dietro la ringhiera.

E’ stato allora che ho sentito i passi della Carla.

La Carla era una donna, o per meglio dire una ragazza che si atteggiava a donna, che aveva trovato da poco un lavoro presso un’azienda della città. La sua famiglia non era mai stata molto ricca, ma come a volte capita nelle famiglie non estremamente povere, che possono dedicarsi non solo ad arrivare alla fine del mese, ma anche a godersi quelle due lire in più che avanzano, avevano con gli altri inquilini più poveri un atteggiamento di superiorità, un certo snobismo non ben giustificato, che non li isolava del tutto, ma (almeno ai loro occhi) li elevava al di sopra degli altri. 

La Carla era stata simpatica finché era bambina, ma crescendo si era uniformata all’atteggiamento dei genitori, e lo aveva anzi estremizzato.Se loro si credevano dei “poveri di lusso”, lei si credeva ricca. Se loro salutavano con un sorriso accondiscendente ma gentile, quando incrociavano qualcuno sulle scale o nel cortile, lei il più delle volte non salutava per niente, e quando lo faceva sembrava ti facesse un favore.

Come si direbbe oggi, la Carla se la tirava moltissimo.

Con il lavoro in città poi, lo snobbismo aveva iniziato ad accompagnarsi alle scarpe lucide e i vestiti alla moda, con la manicure e le pettinature del parrucchiere.

La Carla aveva iniziato a farsi bella, e le riusciva bene.

Tutto questo, naturalmente, a me lo hanno raccontato dopo. Anni dopo.

La sera della macchina io non sapevo nulla. Per me la Carla era una dei grandi che mi vivevano intorno e niente di più, e come molti di loro andava via alla mattina e ritornava alla sera. La vedevo spesso rientrare un po’ dopo gli altri, mentre giocavo accovacciata dietro la ringhiera. Il passo veloce e sicuro, diversa dalle altre donne della casa. Un po’ strana, lontana dal nostro mondo… più “moderna”.

Anche la sera della macchina.

Nei giorni seguenti se ne parlò tanto. 

Si ripeterono sempre le stesse cose, ognuno con la sua versione dei fatti, ognuno con la sua interpretazione, il suo commento, la sua morale.

Ricordo il tono di voce dei grandi che si abbassava, lo sguardo velato ma curioso, le occhiate in direzione della casa dei genitori di Carla, al primo piano, la finestra in fondo.

Ricordo lo strano alone di mistero e di macabro che per settimane aveva avvolto la nostra casa, unendoci tutti in una sola, grande famiglia di curiosi, che lasciava fuori solo i genitori della Carla, sempre chiusi nella loro casa, la nell’angolo del primo piano.

Non capivo tutto, ma l’atmosfera generale non la potevo fraintendere. Alla Carla era successo qualcosa di brutto. 

Se ne parlò tanto, ma per me che ero lì a vedere, tutto successe velocemente.

La macchina si era avvicinata all’ingresso del cortile dove stava entrando la Carla, un uomo era sceso e l’aveva presa, tappandole la bocca con la mano, e l’aveva buttata sui sedili di dietro. Poi aveva chiuso la portiera e se n’erano andati.

Il tutto era durato pochi secondi, quando qualcuno si era affacciato pigramente a vedere da dove venisse quel rumore di auto dentro al cortile, era già tutto finito, non c’era più nessuno.

La Carla l’avevano aspettata per ore, quella sera.

L’avevano cercata al lavoro, poi sulla strada del ritorno, poi nei dintorni. 

L’avevano trovata senza troppa fatica, buttata in un fosso nei campi poco distanti. Morta.

Dicevano che avesse i vestiti strappati. Altri dicevano che fosse addirittura completamente nuda. Chissà com’era davvero, non importa più ormai.

Io ascoltavo tutto, silenziosa come mio solito, ma non capivo esattamente di cosa parlassero. Capivo solo che quella sera, mentre tornava a casa, la Carla era stata portata via, chissà perché. Ma non facevo domande. Non dicevo niente a nessuno. Ascoltavo e basta, e poi tornavo a giocare.

Poi, piano piano, avevano smesso di parlarne.

La mamma e il papà della Carla avevano perso tutta la loro superiorità, e avevano anche perso tutta la loro giovinezza. Di colpo sembravano invecchiati di cento anni: pareva che con la figlia avessero perso anche la voglia di vivere e la capacità di farlo.

Con gli anni la loro storia si andò a impolverare con le molte della nostra casa, un racconto nel mucchio che veniva tirato fuori in inverno, quando ci si trovava vicino alla stufa e si aspettava che il freddo passasse, con il profumo della brace nell’aria e il ticchettio della neve sui vetri della cucina.

Io però non avevo dimenticato la sera della macchina.

Non l’ho mai dimenticata. 

Ma al contrario di quel che potrebbe sembrare, non ci penso con tristezza. Mi torna in mente ancora oggi, a volte, nelle sere del venerdì. E ancora oggi mi strappa un sorriso.

Morire così, in una sera di primavera, magari di venerdì. 

Con la quiete della settimana che finisce, con il tepore nell’aria, con il rosa del cielo prima che arrivi la notte e le prime stelle che spuntano, lontane.

Ho iniziato ad immaginarmela, la Carla, appoggiata là nel canale ad aspettare la fine. 

Qualche secondo prima di chiudere gli occhi, con il corpo di ragazzina che si atteggia ad essere donna, circondata dal profumo dell’erba. Cullata dalla quiete di quel momento magico, di quelle serate tranquille come solo le serate di provincia sanno essere.

Non è forse un modo supremo di andarsene? 

Un passare da un istante di paradiso terrestre al paradiso dei cieli, quello vero, che magari assomiglia un po’ a questo?

Con i grilli che iniziano a canticchiare, ma ancora sommessi, come si scaldassero la voce per la notte. I gatti randagi che vanno ad accoccolarsi sul davanzale più vicino, a scaldarsi il pelo sulla pietra che è stata al sole tutto il giorno. E le nuvole che si abbassano e si preparano a sparire, sciogliendosi nel buio.

Per non tornare più, fino a domani.

Etichette:
giugno 25, 2011

Acqua, cloro, costumi bagnati e piscine di provincia

                                                                        C’è qualcosa di rassicurante nell’atmosfera  nebbiosa della piscina   comunale. Apro la porta  sulle vasche interne e  ho di nuovo dodici anni.

La inaugurarono che ero alle medie e ci spedirono tutti ai corsi invernali. Passava il pullman del comune alle 14.00, nello stomaco solo uno yogurt, “altrimenti puoi morire di congestione; hai messo sotto il costume?”. Dentro a forza e per me, senza occhiali, il mondo si riempiva subito di foschia. Dieci minuti di riscaldamento a secco, pancia a terra in una stanza con moquette marrone. “Buttati e fammi vedere il dorso”, mi dissero il primo giorno. “Fermati. Adesso la rana. Va bene: tu vai nel gruppo di stile.”  

Nessuno mi aveva mai spiegato come si nuotasse a dorso e a rana fino ad allora e lo avrei scoperto solo vent’anni dopo: in quella atmosfera di didattica imparaticcia sembrò sufficiente il modo in cui mi muovevo senza andare a fondo. Non è mai uscito un atleta serio in venticinque anni da questi corsi, né dal preagonismo, locale livello massimo di aggregazione. Non esiste una scuola master, gli orari di nuoto libero sono discutibili, ma tanto ora i soldi si fanno con  l’acquagym, l’acquagag, l’hydrobike e va bene lo stesso; in inverno si nuota assiepati in corsie a castello: chi pancia sul fondo, chi a metà strada, chi in superficie. Adesso poi c’è il parco estivo esterno e ogni investimento è dedicato a scivoli, ponticelli e onde finte. Odio la piscina comunale ma non riesco a starne lontana.

Le sole gare che si sono mai viste sotto quel soffitto di travi scure erano quelle che si facevano dopo dieci lezioni, la domenica, con i genitori sulle tribune. Partecipavamo tutti perché era l’unica occasione in cui ci era concesso di tuffarci dal piedistallo. La gara la vinceva chi non andava giù di pancia o a fuso. Poi via, dopo quaranta minuti, verso gli spogliatoi, maschi e femmine nello stesso, così l’altro rimaneva pulito. Eravamo troppo timidi per cambiarci in pubblico o fare la doccia nudi. Le docce erano solo cinque e i séparé con la porta sei, ma due avevano le maniglie rotte: noi eravamo quaranta. Entravamo a due a due, tra amiche del cuore, voltate di schiena per vergogna, con i maschi che si affacciavano da sopra a guardare e ci urlavano “lesbiche” e poi riscivolavano a terra ridendo. E’ sempre importante imparare parole nuove anche se a dodici anni il significato ti sfugge. Il concetto di umido invece mi era diventato familiare: cuffia, costume, accappatoio fradici cacciati  in borsa, rivoletti d’acqua su tutto il fondo, tra il sapone e lo shampoo.

Avevamo venti minuti, prima che arrivasse l’autobus. Non c’era tempo per asciugarsi bene: calze e magliette bisognava tirarsele su o giù con forza, sulla pelle bagnata. Ai tempi non c’erano gli asciugatori ma una stanzetta dal cui soffitto pendeva una serie di tubi gialli di plastica, ad altezze diverse: piccoli, medi, grandi, in una composizione che starebbe benissimo alla biennale. Quello della misura giusta però non c’era mai: o era troppo in alto e il getto d’aria si disperdeva o dovevi, ustionandoti, prenderne uno basso con le mani e dirigertelo sui capelli. Non credo di essere mai tornata a casa asciutta una volta.

Passano gli anni, la piscina resta sempre la stessa, con piccole migliorie introdotte con lentezza, per non viziarci troppo. L’ho abbandonata, per qualche anno, mentre ero lontana per lavoro e ne frequentavo una snob, con bagno turco e sauna negli spogliatoi immacolati e istruttori FIN a bordo vasca che ti massacravano per un’ora fino a quando non viaggiavi e imparavi la virata, l’economia dei gesti, diventavi tutt’uno con l’acqua mentre limitavi il rollio. Poi sono tornata e l’ho trovata ancora lì, con tutti i suoi difetti e il suo odore di cloro, che mi rimane sulla pelle per ore, nonostante la doccia e il bagnoschiuma di verbena, che mi fa compagnia anche la mattina dopo, insieme alla rinite. La rinite mi viene solo in questa piscina. “Troppo cloro”, dico al bagnino che ha fatto le elementari con me ed è il responsabile del dosaggio. “Sono le altre piscine che ne mettono troppo poco” mi risponde. E così mi sono arresa e ho comprato lo stringinaso: esiste qualcosa di più ridicolo di questo coso?

C’è qualcosa di rassicurante, nel nuotare vasche su vasche, a ritmo ipnotico e calmante, a verificare piccole modifiche dell’assetto della mano, a scomporre i movimenti negli esercizi di tecnica e poi ricomporli in un fluire morbido alla ricerca dell’acqua ferma. C’è qualcosa di alienante in questo sport ma in acqua io sono quello che non riesco ad essere sulla terra. Di solito. Questa mattina zoppicavo anche tra le corsie. Ho smesso di frignarmi addosso solo quando,  accanto a me, ho visto che c’erano tre atleti della società paralimpica locale che si stavano preparando per le gare internazionali della prossima settimana e macinavano metri velocissimi, che io me la sogno un’andatura così, anche quando sono tutta intera. 

giugno 23, 2011

Informatica e mele avvelenate


Etichette: , ,
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 142 follower