Archivio per maggio, 2011

maggio 31, 2011

Berlusconi e il ritorno di un esule dal Cammino

Nell’estate del 2009, alla fine del Cammino di Santiago, disfatti dopo 43 km di tappa ma ebbri di gioia, ce ne stavamo sotto le guglie della Cattedrale nel delirio collettivo degli arrivi.  Un ragazzo italiano rimaneva per conto suo, senza unirsi ai festeggiamenti generali.

Era la seconda volta che passava per la Praza do Obradoiro in due mesi, ci disse. Si era percorso a piedi il cammino francese avanti, indietro, avanti ancora e stava per ripartire di nuovo verso Roncisvalle. Si manteneva dando una mano negli albergues ed era felice così. “Perchè?” Gli chiesero i miei amici spagnoli, sempre affascinati dalla “locura” degli italiani.

“Perché conto di andare avanti e indietro così, come una pallina di ping-pong, fino a quando non cadrà il governo Berlusconi. E’ la mia richiesta di grazia al Santo”. Rispose.

Speriamo legga i giornali, poverino: secondo me adesso ha qualche speranza in più di tornare a casa per la fine dell’anno e tagliare il panettone con i suoi.

maggio 30, 2011

Conversazioni (maschiliste) in ufficio: comitati di benvenuto, riconoscenza e codardia

Ero al mio primo giorno di lavoro in azienda, fresca di laurea e con alle spalle un anno di insegnamento in un ITIS. Ero convinta di aver imparato, negli anni di ingegneria e in quello tra i ragazzi a scuola, tutte le possibili declinazioni del tema del maschilismo, volgarità comprese. L’azienda era grande, una multinazionale italiana. Io ero al settimo cielo, smaniosa di fare bene e terrorizzata per la paura di non essere all’altezza. C’erano montagne di CV sulle scrivanie del personale e loro avevano scelto, incredibilmente, me. Cosa ancora più incredibile, mi avevano proposto il lavoro che io volevo fare.

Computer modernissimi, giacche e cravatte, mobili nuovi e identici dappertutto. Avevo pure una collega donna. Il sogno degli yuppies degli anni ottanta era sotto i miei occhi. Mi avevano dato un’idea generale di cosa si faceva lì e poi avevamo cominciato il giro di presentazioni nell’enorme open space. Non stava andando affatto male. Sui lati nord e sud dell’ufficio si affacciavano, dietro finestre a vetro, i quadri e i dirigenti. Mi presentarono anche loro. In uno di essi, dalla soglia, vidi una scena da cliché. Un omone in giacca e cravatta, giovane e con l’aria sicura, sedeva con i piedi appoggiati alla scrivania e le mani sulla pancia. Dietro di lui se ne stavano altri tre, di altezze diverse, sempre in giacca e cravatta, a fargli da sfondo. Il mio arrivo interruppe la conversazione.

“Questa è l’ingegner XY, ha iniziato da noi oggi” , mi presentò il mio tutor.

“Ciao! ” Salutarono i tre da dietro, dopo la solita occhiata che tutti gli uomini etero, anche quelli repellenti, rivolgono alle donne per decidere se sono  carne da letto o no. Io, specialmente nei luoghi di lavoro, non lo sono: nè per fisico nè per atteggiamento nè per abbigliamento. Non ero lì per accoppiarmi; per me potevamo passare oltre. Risposi al saluto.

Il capo alla scrivania ci mise solo la coda dell’occhio per inquadrarmi nella categoria delle non scopabili e puntò lo sguardo sul mio accompagnatore, ignorando del tutto la mia presenza.

“Sei appena arrivato e già ti danno la segretaria?” gli fece.

“Hai visto?” Rispose scherzando il mio tutor.

“Cerca di non metterla incinta.” concluse il tipo seduto, senza mai guardarmi. 

Avevo tre scelte: rispondergli per le rime; rispondergli e salire all’ufficio del personale; arrossire penosamente, ingoiare la rabbia e fare finta di niente. Ho scelto la terza via: mi è venuta più naturale. Ero del tutto impreparata ad una conversazione di questo genere in un contesto lavorativo, il mobbing non era ancora stato inventato, volevo disperatamente quel lavoro e lo volevo imparare bene: non ho avuto il coraggio di reagire. 

Era una multinazionale: tra i più di mille addetti solo due donne erano inquadrate oltre l’ultimo livello impiegatizio e una delle due era parente del proprietario. Prima ho presuntuosamente pensato, sbagliando, che se non c’erano donne in organigramma era perchè mancavano le competenze. Poi, dopo cinque anni in cui ho visto incompetenti maschi salire agevolmente i gradini dei livelli, ho cominciato a capire che quel primo giorno quell’uomo mi aveva fatto un enorme favore, cercando di chiarirmi quale fosse la politica aziendale in materia di pari opportunità. E io non lo ero stata a sentire e mi ero pure offesa a morte. Non contava niente se, come le mie colleghe d’altronde, stavo alla scrivania fino a dopo il tramonto e davo la disponibilità per qualunque incarico anche se ero già sovrassatura. Non importava a nessuno se parlavo tre lingue che mi studiavo la sera, per conto mio. Sapevo che stavo lavorando bene, pur non essendo perfetta, perché approdavano, tra le mie carte, anche delle belle rogne. E continuavo a picchiare la testa nei muri invisibili che delimitavano i miei confini e continuavo a sperare che prima o poi la ricompensa sarebbe arrivata. Ero giovane, orgogliosa, timidissima e ingenua, ben educata ed ero stata troppo protetta, cresciuta a contatto con persone che non mi avevano mai fatto pensare che le mie capacità intellettive avessero qualcosa a che fare con il mio sesso. Mi sono arresa solo cinque anni dopo quando ho dovuto aprire gli occhi e la ripetitività dei miei discorsi di lamentela con le colleghe aveva assunto proporzioni da nausea e fissazione maniacale. Ho pensato di essere stata sconfitta e di aver perso battaglia e guerra. Ho pensato di essere stata fortunata perché me ne andavo con una professionalità acquisita spendibile ovunque, non avevo mai dovuto firmare dimissioni in bianco e il mio contratto era regolare. Poi  ho cominciato a lavorare in un posto in cui il codice etico aziendale non viene solo scritto e sbandierato alle visite ispettive ma messo in pratica. E ho ricominciato a sperare che, forse, un giorno il soffitto di vetro si sbriciolerà in mille pezzi anche in questo angolo primitivo di mondo.

Non si deve fare. Mai. Per nessun motivo. Non si deve scendere di livello. Questa è una guerra da combattere con fatti e azioni, senza perdere la calma. Anche perché altrimenti ti danno dell’isterica o ti chiedono se hai il ciclo. Ma voi non sapete quanto mi sarei piaciuta se, ai tempi, avessi avuto il coraggio di rispondere con un liberatorio, volgarissimo e tipicamente maschile: “Ma vaffanculo”.

maggio 29, 2011

I libri soli

Gli scaffali della libreria, al pianterreno, emanano un odore particolare, di carta nuova e perfetta. I libri, impilati in perfetto ordine o adagiati sui banconi di mostra, ammiccano e rilucono sotto le luci bianche. Il legno scuro del pavimento mescola il suo profumo all’aria della stanza. Gli angoli delle copertine sfoggiano punte perfette, le pagine scrocchiano all’apertura, i dorsi oppongono resistenza.  Ovunque ci sono libri neonati che sorridono: prendimi, portami a casa con te. Leggi la quarta di copertina: vedi, sono tutti entusiasti di me. Non puoi non volermi.  

Resistere è difficile: il richiamo delle parole giunge dai quattro punti cardinali, i colori sfavillano. Tutti. Li prenderei tutti, per trasferire nella mia stanza la stessa atmosfera. Ma non si può. C’è un limite di soldi, di spazio, di tempo. C’è un’incoerenza di fondo. Nel momento in cui lo scontrino spunta fuori dalla cassa, il valore delle parole di quel libro immacolato si dimezza; perde luce e potere. Perde charme. Come è possibile? Eppure il contenuto è sempre lo stesso. Come può svalutarsi nell’attimo stesso dell’acquisto? Leggo le pagine con rispetto: chi ha comprato i miei libri usati, in questi ultimi due anni in cui ho cominciato a svuotare le librerie di casa stracolme di acquisti insensati, mi chiede: “Ma li hai letti? Sembrano nuovi”. Mi dà, più o meno, il 25% del prezzo di copertina. Va bene: ho ricevuto proposte di acquisto per 20 centesimi al volume. Eppure alcuni li ho comprati sei mesi fa: li trovi ancora in libreria. E certo che li ho letti. Mi hanno inculcato un rispetto antico del libro: sottolinea e annota i testi scolastici, non violentare un romanzo. Non fare le pieghine in cima alle pagine, usa un segnalibro. Non pasticciarlo: non privare chi lo leggerà, dopo di te, o te stessa, tra qualche anno, del piacere di aprire un volume pulito.

Salgo la breve rampa che porta al soppalco: è il regno dei libri usati. E’ il deposito delle parole che sono già state acquistate una volta. Magari mai lette. Lo stesso titolo si trova di sotto e di sopra, separato da tre metri di aria. Ho speso su questo ballatoio i miei pochi soldi di universitaria: le storie  di mondi immaginati sono state la mia droga nei giorni rabbuiati dall’analisi matematica e dalla scienza delle costruzioni. Qui i libri sono soli, si stanno preparando allo smaltimento finale. Tendono le braccia verso possibili salvatori. Mi prendo un’ora libera e circumnavigo con calma lo spazio, su tutti e quattro i lati. I testi sono divisi per argomento: viaggi, fantasy, storia, letteratura straniera… Occhi sui dorsi, a scandagliare i nomi degli autori, orecchie al pianterreno, a origliare i discorsi dei clienti.

“Cerco Il Mulino del Po per mio figlio, deve leggerlo per una tesina”.

” Lo vuole nuovo o usato? Ne abbiamo tre copie al piano di sopra.”

“Non so…Meglio nuovo, guardi, di questa casa editrice che ha detto l’insegnante. Non vorrei che fossero diversi.”

Scorro l’indice sulle tre copie usate che mi guardano: due sono conciate male, passate sicuramente per i banchi di scuola. Una è perfetta e, di sicuro, il testo di tutte è identico. Non vi salverà nessuno oggi, anche se costate 3,50 euro. Porteranno via quello da basso.

C’è un titolo nuovo di zecca, davanti a me, al 50% del prezzo di copertina:  è nella classifica dei 25 più venduti degli ultimi mesi. Sulla prima pagina c’è una dedica “A Luisa con tanto amore. Gianni.” La data è di sei settimane prima.  Il tanto amore è già concluso? Luisa ha svuotato i propri spazi di ogni ricordo di Gianni? Povero libro. Le avevi raccontato una storia ma Luisa non ti è stata riconoscente.  Vieni via con me: non avremo altro legame se non quello del reciproco piacere e, se non funziona, ti affiderò ad un altro. Ti regalo ancora un poco di vita, prima che ti ammali di muffa gialla  o finisca al macero. Nelle mensole accanto trovo altre perle: un Roddy Doyle che mi mancava, un adelphi giallo di Durrell, quello simpatico. Una foto scivola fuori da un Penelope Lively: “Alla nonna Daniela, tanti baci dal mare”. Due ragazzini abbronzati fanno ciao con la mano. La loro nonna, o qualcun altro per lei, ha portato qui il libro senza nemmeno scrollarlo un poco, a testa in giù. Saltano fuori biglietti di treno, piccole testimonianze di spostamenti per la penisola, uno scontrino. C’è chi sottolinea le prime pagine con ossessività e impegno, poi si stufa e non lascia traccia da metà storia in poi. Su un tavolo ci sono i remainder: non sono abbastanza veloce e l’ultima copia dei re taumaturghi esce dalla libreria in compagnia di un anziano signore. Ritorno di sotto, pago, mi reimmergo nei tempi della vita normale. Lascio i libri alla loro solitudine, anticamera dell’oblio. Libri venduti a chili, nei supermercati, libri a un euro sulle bancarelle delle spiagge, libri che nessuno vuole accatasti negli scatoloni. Che senso ha? Che tristezza. Che spreco. Meglio l’ebook. Meglio la totale mancanza di fisicità. Meglio un dito che scorre su uno schermo brillante, a sfogliare le pagine che passano sotto gli occhi. Meglio rimanga il puro piacere del testo, scevro da ogni ingombro, senza spazio apparente, senza data di scadenza, immediatamente raggiungibile da ogni angolo della terra, eterno e sempre nuovo.

maggio 27, 2011

Intervallo e nostalgie: golosastri e merendine…

Accendere la televisione verso le 7.30 della mattina o le 4 del pomeriggio significa assistere ad un sempre crescente tripudio di pubblicità di giocattoli e merendine. Le prime sono ambientate in stucchevoli atmosfere rosa o azzurre e raccontano di maschietti saputelli e femminucce cinguettanti e truccate. Le merendine trovano invece alloggio  in cucine di famiglie felici che, già la mattina presto, sfoggiano pettinature impeccabili, abiti senza una grinza ed enormi sorrisi. E fuori splende sempre il sole. Quanti tipi di merendine e biscotti ci saranno in circolazione? Un centinaio? Di più? Chi sceglie? Come resistere? 

Nei primi anni ottanta spopolavano la girella motta, con la sua pubblicità da cartone animato, i buondì, quelli a cui si è ispirato il designer della prima twingo, e la fiesta versione tradizionale. I mulini bianchi avevano appena cominciato ad affacciarsi all’orizzonte. A casa mia le merendine erano una rara concessione, non per mancanza di denaro ma per concezione salutistica. Io ero quella, un pò sfigata, che all’intervallo mangiava una fetta di torta fatta in casa. Ottima, ma quando hai sette anni ti preme l’omologazione con il gruppo, non la differenza. I figli dei vicini di casa invece erano tirati su a merendine preconfezionate e già partecipavano alle raccolte punti. Ricordo l’invidia per la loro tenda di Toro Farcito, conquistata con le centinaia di confezioni della su menzionata girella.  O le gommine del mulino bianco, fatte a forma di saccottini e tegolini: cose sacre. Non si usavano per cancellare, si esibivano, subito dopo lo scambio di figurine e qualche partita ad elastico.

E poi, spesso, c’erano le merende del pomeriggio a casa della nonna e lì le cose funzionavano tramite semplicissimi e felici accostamenti di cibi base alla michetta:

- un pezzo di pane e qualche quadretto di cioccolato;  

- pane, burro e zucchero;

- pane con l’uva;

- pane con i fichi;

- pane, burro e marmellata

- banana schiacciata con limone e zucchero- senza pane, stavolta, ma con un bicchiere di tamarindo o orzata

e via di questo passo. L’ingente consumo di burro era giustificato anche dall’utilizzo analgesico che se ne faceva. La tradizione popolare locale voleva che fosse un ottimo rimedio da spalmare su lividi e contusioni: era inevitabile che girassimo tutti con la fronte unta e i capelli appiccicosi.  

Preistoria. Chissà se qualche golosastro è sopravvissuto all’invasione dei gormiti.

maggio 26, 2011

Gioie e dolori, nervi e rumori

Festeggio oggi il 43esimo giorno di immobilità con l’aggravante: mentre fino alla settimana scorsa, se qualcuno mi ci portava, potevo andarmene al lavoro o in piscina, adesso sono stata confinata fino a metà giugno nei miei appartamenti, con la cortese preghiera di starmene ferma, sennò saltano i punti.  Leggo, dormo, navigo sul web, lavoro qualche ora, studio un po’, guardo un film: sono bravina a tenermi impegnata con attività che non richiedono movimento ma ho anche io i miei limiti. Oggi poi ho ceduto alla prima pastiglia di antidolorifico: insomma, sto diventando irrequieta.  

E’ arrivato il caldo ma il condizionatore resta spento perchè, secondo la mia logica, c’è sempre tempo, a luglio, per l’assuefazione. La finestra è spalancata. E’ naturale, no? Una si annoia, ha qualche doloretto, comincia a stufarsi e ogni piccola cosa contribuisce ad aumentare il nervoso. Vivo in una cittadina di quindicimila abitanti circa: è vero, non è una metropoli e sono circondata dalla natura e non dal cemento ma qualcuno, di recente, deve avere aperto una fattoria sotto casa mia.

La mattina, a ore cinque, gli uccellini, presenti a stormi, sono già in piena forma: è come nella canzone. C’è la tortora, tu-tu, c’è il fringuello, cip-cip. Li vedo appollaiati sui fili dell’alta tensione o tra i rami degli alberi, oppure zompettanti sui tetti dei garage e nel prato. La sera si esibiscono di nuovo. Mia zia ha sette gatti, forse otto, ho perso il conto. Qualche spiritoso ha preso l’abitudine di buttarli, da neonati, nel nostro giardino: loro la adorano dal secondo stesso in cui lei li prende in braccio e amen. Acquistano la residenza per fusa. No comment. Alle sette apre le porte del loro dormitorio e li lascia liberi. E così ci sono pure i gatti: miao-miao, per tutto il giorno, con modulazioni diverse di intensità ed espressione. E i loro amici del quartiere passano spesso a trovarli.

Quasi tutti qui hanno un cane: come scrisse John Donne, in un contesto meravigliosamente diverso, sono circondata:  behind, before, above, between, below. E c’è il cane: bau-bau.

Tre giorni fa ho cominciato a sentire un suono stranissimo e periodico, mai rilevato prima. Assomigliava al rumore che fa la piantana di un vecchio ventilatore mentre si gira: scratch- scratch. E non smetteva mai: mattina, giorno, notte. Leggero ma continuo. Oggi si è scoperto che alcune raganelle hanno occupato abusivamente la piscina del vicino. Meno male che una delle inquiline del vicino è molto più nervosa di me: ha costretto i proprietari a svuotare l’acqua e far partire la caccia grossa. Alle 6 un primo anfibio è stato trovato e trasferito nel torrente. Gli altri sono ancora latitanti: quindi c’è pure la raganella: cra-cra.

Arrivano gli sfrusc-sfrusc delle automobili ma il traffico è  quasi sempre leggero: il rumore del loro passaggio si mescola senza grossi traumi a quello degli animali.

Fino ad ora il peggiore di tutti però è un cucciolo d’uomo, il cui sesso mi è sconosciuto: sta probabilmente finendo di preparare il saggio di fine anno scolastico, altrimenti non mi spiego l’accanimento. Sono due settimane che tenta di suonare, al flauto dolce, l’Inno alla gioia. Trattasi di uno dei pezzi più facili in assoluto, padroneggiabile con serenità da qualunque alunno di scuola media che ci si metta, di buzzo buono, per un paio di ore. Questo qui è negato. Riesce ad arrivare a stento  alle prime dieci battute, soffiando con perizia: a metri di distanza sento il fischio che copre le note. E’ un creativo, cambia il ritmo ad ogni esecuzione: questa sera era una marcetta. Ieri un de profundis. Speriamo non gli diano i compiti delle vacanze.

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maggio 26, 2011

Conversazioni in immagini – segreti tra ragazze sulla neve


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maggio 25, 2011

Tre libri – Nicole Mones – Anne Tyler – Elizabeth Kelly

Il preferito: Nicole Mones “La fragile bellezza del passato” (A cup of light)

Questo romanzo, una storia d’amore tra un uomo e una donna e tra la stessa donna e le porcellane cinesi, è piuttosto particolare. La protagonista parte per Pechino per attestare l’originalità di una preziosa partita di porcellane antiche; è sorda, dotata di una innata capacità di attenzione ai più piccoli dettagli; utilizza, per recuperare le informazioni di cui necessita nel suo lavoro, la tecnica mnemonica dei loci. La sua struttura architettonica immaginaria sono le sale imperiali per gli esami dei mandarini di Pechino. E’ una storia di passione e ammirazione per le cose belle e per gli artigiani che le producevano, di potere del silenzio in un mondo di rumori; c’è intrigo e corruzione; ci sono sistemi di difesa, vulnerabilità e rinascita. E’ “hoi moon gen san” – una porta che si apre su un panorama di montagne.

Quello che ho letto ma non ho ancora deciso se mi piace o no :  Anne Tyler  ”L’albero delle lattine”

Adoro Anne Tyler. Ha sempre il potere, in poche righe, con la sua prosa elegante, asciutta e perfetta, di catturarmi e proiettarmi nel suo mondo. I suoi personaggi vivono piccole vite dimesse, comuni e atipiche nello stesso tempo, sono leggermente eccentrici ma non così tanto da impedirci di riconoscere, in molti di essi, un nostro vicino di casa, un conoscente, noi stessi. Esistono in un microcosmo di giorni che scorrono tra piccole e grandi tragedie, amori e gioie, ore lunghe o concitate. Sopravvivono con la paura di vivere, che li frena, tra piccoli scatti di follia, che li rendono temerari e coraggiosi. Ogni loro azione è narrata in tono sommesso, senza enfasi, descritta da un osservatore esterno che ci porge le loro storie senza esprimere giudizi.  Gli ultimi titoli, e soprattutto questo, pubblicato l’anno scorso, sono pervasi però da una tristezza di fondo che non riesco a non percepire. Il dolore rende la vita e i nostri sforzi per viverla inutile?

Ho ordinato l’ultimo libro dell’autrice, edito da pochi giorni in Italia, e, in ogni caso, sono come al solito impaziente di poterlo leggere.

Quello che ho chiuso senza finirlo:  Kelly, Elizabeth  ”Chiedi scusa! Chiedi scusa! “

Boh! L’ho aperto, dopo aver letto almeno cinque recensioni entusiastiche su giornali e riviste, ho letto un paio di capitoli e poi l’ho richiuso e l’ho restituito in biblioteca, senza subire il fascino dei fantastici Flanagan. Non c’è una ragione particolare. Semplicemente non sono i miei tipi.


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