ottobre 20, 2014

Tremolii

C’erano tre cipressi, abbastanza alti, sul retro di un camioncino che percorreva la tangenziale. I vasi erano appoggiati sul pianale, le sponde sollevate impedivano loro di rotolare. I fusti erano inclinati, sostenuti dalla sagoma dell’abitacolo. Il camioncino piegava a destra e loro si inclinavano a destra chinando il capo, poi raddrizzava, e allora un’onda verde li percorreva tutti mentre tornavano in asse. Il camioncino accelerava: le chiome gia’ serrate si chiudevano ancora di piu’. Poi frenava e loro sussultavano nei vasi prima di risistemarsi per rprendere il viaggio. Li ho lasciati che viaggiavano verso ovest.

Una ventina di chilometri piu’ oltre ho incontrato un acero solitario in groppa ad un pick-up: le sue foglie lunghe e sottili si agitavano al vento, un tremolio di trasferimento urbano.

Anche gli alberi migrano, pare.

ottobre 13, 2014

Non c’è come non farla.

Non c’è come non farla per acuire le capacità cerebrali. Da quasi due ore guidavo, sabato mattina, tra le campagne vestite d’autunno del mantovano e del veronese, diretta a Isola della Scala e alla sua Fiera del Riso, e da almeno una mi scappava la pipì. Ma proprio tanto tanto. Ora, per quanto l’ambiente fosse circondato da campi e stradine che lungo essi si inoltravano, è questa la stagione dell’anno meno opportuna per trovarsi un angolino e acquattarsi. Tutti gli angoli sono, infatti, a vista. Tutto raccolto, tutto a terra, tutto sfoltito. E parecchi contadini all’opera a dare una mano alla caducità naturale.

La sosta sul ponte visconteo di Valeggio, con tutta quell’acqua che scorre sotto, ha fatto precipitare le cose. Da qualche parte della memoria è spuntato un lontano ricordo: c’era mica un bagno nel parcheggio di Borghetto? Provvidenziale. Tra l’umido del cielo e della terra e la canzone del fiume, ero pronta a tutto, in caso mi fossi sbagliata. A Isola la fiera era arrivata al suo ultimo fine settimana, dopo un mese di quintali di  vialone nano cotti e serviti a folle in attesa: mi sono cavata la curiosità, ho scoperto un paese in cui il risotto viene cucinato a meraviglia e in abbondanza, ho fatto provviste per l’inverno, ho imparato un paio di cose sulla coltivazione in risaia e sono tornata a casa così stanca, ma rilassata, nel tardo pomeriggio, che per la prima volta da settimane, sono crollata in un pisolo tardivo, dimentico di ogni umana tribolazione.

Per tornare al tema del titolo, una che conosco mi ha suggerito tempo fa un’idea fantastica per ovviare all’inconveniente, tipicamente femminile – poiché uomini in piedi a gambe larghe davanti al nulla e col culo rivolto alla sede stradale ne vedo ovunque – di volerla tanto fare, ma di non sapere dove. L’ho ascoltata,  perché l’idea era buona, ma chissà mai quando mi capita di averne bisogno. Adesso la metterò in pratica. E non vi dico quale è, perché sai mai che la ragazza in questione ci abbia fatto su una pensata e intenda brevettarla.

Qui piove, per parlar di acqua ancora, ma in una maniera così convinta e insistente, che c’è da chiedersi se ci starà, sotto di noi, tutta questa acqua, o il suolo si ribellerà, gonfio, e la risputerà fuori. E’ iniziata una nuova settimana di lavoro in una maniera direi balzana.  Alle 6.30 mi sono avviata a piedi verso la stazione.  Il paese la mattina è silenzioso, avvolto ancora dalle luci della notte. Qualche cane porta il padrone a fare slalom tra alberi e aiuole, nei laboratori di panetteria la luce è accesa, dai bar si sprigiona profumo di caffè. I ragazzi camminano curvi sotto il peso degli zaini, ma nel buio si vedono solo quando si passa loro vicino. E’ arrivato il treno più veloce, quello che ci impiega un’ora e dieci per fare 60 km,  in scusabile ritardo di due minuti e ho trovato un angolino per leggere in santa pace. Un quarto d’ora dopo eravamo ancora lì, immobili sulle rotaie. Il treno partito mezz’ora prima, quello lento che fa tutte le fermate e ci impiega un’ora e quaranta, era rotto, fermo una stazione più in là, in un punto a binario unico. Un tappo. Non si andava più su e giù per la Valcamonica.

Sesto giorno da pendolare sui mezzi pubblici: ho chiuso il libro, sono scesa, ho ritrotterellato verso casa e sono ripartita in auto. Dopo aver fatto la pipì, già che c’ero. Sai mai che gli ingorghi raggiungano intollerabili estensioni.

ottobre 9, 2014

Sulla strada verso casa

Il quinto giorno da pendolare è terminato ieri sera, poco dopo le 19.15, nell’umidità lasciata da una giornata di pioggia. Se su cinque giorni, quattro sono arrivata in ritardo, pur avendo un margine di mezz’ora su due ore abbondanti, e senza avere possibilità di anticipare la prima parte del viaggio, posso considerarla una base statistica sufficiente per ritenere il giorno in cui tutto è filato liscio un’eccezione? Ciò mi porterebbe ad una disposizione d’animo meno bellicosa e affronterei la faccenda con più filosofia.

In ogni caso, in cinque giorni, quasi quattro ore di viaggio al giorno, ho: finito la biografia di Adriano Olivetti – e ponderato sulla possibilità che nella mia vita lavorativa ingegneristica io mi trovi ad avere a che fare con un imprenditore illuminato -, letto l’ultimo numero di Internazionale,  divorato Joy in the morning di Betty Smith – una goduria, dall’inizio alla fine – e attaccato A tree grows in Brooklyn, sempre di Betty Smith – che promette lo stesso livello di piacere del precedente. Se devo trovare un lato positivo in questo spreco immane del mio tempo libero, a parte il fatto triviale che lo faccio per guadagnare uno stipendio –  è che posso perdermi in un libro e trovare lì consolazione effimera.

Oggi e domani automobile, per alternare e per attaccarci altre deviazioni. Poi la settimana prossima si ripeterà l’esperimento treno+metro+bus. Ieri sera, mentre camminavo verso casa e verso la cena, ho incontrato M., che stava facendo un giretto in bici, che mi ha fatto compagnia e mi ha chiesto un nuovo post. Io ho dato un’occhiata alla mia monotona vita e non ci ho trovato nulla di interessante da raccontare, se non di come si vedono scorrere le rotaie davanti a sé se si sta seduti nel seggiolino in cima ad un vagoncino di una metropolitana automatica, ma questo a M. non l’ho mica detto, altrimenti l’avrei delusa. E’ convinta che la vita degli adulti sia molto più interessante di quella di una liceale. Io farei cambio al volo. Non la vedevo da qualche settimana: avevamo alcune cose da raccontarci per cui siamo arrivate al cancello di casa mia ciacolando del più e del meno. M. ha diciassette anni, quasi diciotto e, non so quanto consapevolmente, appartiene a quel gruppo di persone che cercano di diventare grandi preservando la propria unicità. Certo, parla come tutti gli adolescenti, indossa le sneakers e sogna l’iPhone, però non si veste di scuro, è in grado di comunicare in modo articolato e non monosillabico con gli adulti, se c’è in giro un bambino non lo ignora, anzi, è più probabile ci si metta a giocare insieme, ha una grande passione e ci si aggrappa come è giusto ci si debba aggrappare ai propri sogni per dare una direzione alla propria vita e non ha bisogno di appartenere ad un gruppo monocorde per sopravvivere e trovarsi un senso. Almeno, a me sembra che sia così, per quel poco che la conosco. Dato che difendere l’unicità di se stessi in un periodo della vita in cui non si è nemmeno molto sicuri di cosa esattamente si sia, visto che è tutto in ribollente divenire, richiede coraggio, energia e molto senso dell’umorismo e del tragico, faccio il tifo per lei. E spero che non cambi direzione.

Perché quello che arriverà dopo, cioè il fatto di diventare grandi, comporterà tutta una serie di cose positive, ma anche parecchie grosse rogne, ed è meglio arrivarci coi riccioli per aria, un cagnolino al fianco, una bicicletta come non le fanno più, la musica nel cuore e un se stesso con cui ci si trova simpatici. Altrimenti sai che palle.

ottobre 4, 2014

Pendolare da poco. Io (non) viaggio a Brescia e provincia.

Cambiar lavoro a 40 anni per continuare far quel poco di carriera che le mie facolta’ mentali, il mio carattere e un mondo misogino mi consentono, uscire da una gabbia in cui qualcuno mi aveva infilato per il proprio utile, significa prendere in mano le redini della propria vita. Trovarsene uno a 70 chilometri da casa, mentre quello precedente era a 12, significa essere abbastanza coglioni. Prendo atto di me stessa e mi adeguo pensando che la strada é lunga e dritta e il nuovo incarico avra’ una rivendibilita’ sul mercato del lavoro piu’ alta, quando sara’ ora di fare il prossimo spostamento. E che non mi annoio piu’ nelle ore che passo in ufficio.

Giugno trascorre in adattamenti: un po’ a casa, un po’ a meta’ strada in una casa che mia non é, ma mi accoglie come se lo fosse, e c’e’ pure una terza soluzione comoda ma deprimente pronta da usare in extremis. Non va malissimo: un’oretta ad andare e un’oretta a tornare, ma le scuole sono chiuse, e questo sporca lo scenario.

Luglio é nervoso: i cantieri sugli svincoli della Brebemi  creano code e rallentamenti che allungano di venti, trenta minuti i tempi di percorrenza.

Settembre é un incubo: le scuole riaprono, il traffico aumenta, i cantieri sugli svincoli della Brebemi in parte aprono, in parte congestionano ulteriormente il traffico.  Un mezzo per le manutenzioni stradali si incastra sotto il cavalcavia dello svincolo della tangenziale che corrisponde alla mia uscita verso l’azienda. A coda si somma coda e cosi’ sara’ per almen due mesi. Un’ora e venti per percorrere trenta chilometri. Quasi due per percorrerne 70. Son gli ultimi trenta chilometri che ti fregano. L’alternativa é partire molto presto. La spesa di carburante si aggira intorno ai dodici euro al giorno.

Vagolo su internet, esplorando coincidenze di mezzi e alternative. Intermodalita’, ecologia…se devo alzarmi prima, almeno su un mezzo che non guido io potrei leggere. Scopro che esiste la tessera Ioviaggio: l’abbonamneto per tutta la provincia di Brescia costa 83 euro al mese, quello che spendo in sette giorni lavorativi.  Me la procuro: in stazione sono gentili, agli Infopoint di Brescia ancora di piu’. Ho tutto per poter partire: proviamo.

Primo giorno: esco alle 6.30 da casa, c’e’ scuro, ma non fa freddo. L’inverno sta arrivando, tra i lampioni e l’asfalto umido. Arrivo in stazione: il trenino storico della Brescia-Iseo- Edolo passa in orario. Mi siedo, mi immergo in una biografia di Adriano Olivetti. Riemergo a Brescia, in stazione. Siamo in ritardo di dieci minuti. Cammino fino alla metro: che bella la metro di Brescia! Pulita, precisa, super tecnologica, nel senso di marcia che devo seguire io praticamente deserta. Arrivo fino al capolinea. Li’ ci sono le paline degli autobus: passa in ritardo, ma passa. Arrivo in ufficio alle 8.34. Perfezionabile. La sera devo attraversare la strada: é una delle principali vie che portano in citta’. Il traffico é sostenuto, non c’e’ passaggio pedonale. Non posso correre, con il ginocchio fuori uso é un’utopia. Aspetto, ce la faccio. É un rischio.

Secondo giorno: questa volta parto da una stazione sulla sponda sud del lago d’Iseo, 40 chilometri piu’ a sud del primo giorno. Sono le 7.15. Trovo posto: non ci speravo: in questi giorni infuriano le polemiche perche’ i treni passano, nella stessa zona, e lasciano a terra gli studenti perche’ sono gia’ stracolmi. Arrivo in orario in stazione, la metro é poco distante. Sono alla palina del bus alle 8.15. Perfetto. La corsa delle 8.19 non arriva, non passa, é in ritardo, i minuti scorrono, non passa, dove é? Il ginocchio urla: non c’e’ una panchina su cui poter sedersi.  Chiedo agli altri radunati intorno e accovacciati sul marciapiede: capita, mi dicono, si dimentichino di fare la deviazione verso la metro. É solo un anno che c’e’ la metro a Brescia: gli autisti non si sono ancora abituati e proseguono dritti sul vialone, un chilometro piu’ giu’. Surreale. La corsa delle 8 e 41 é in ritardo, feroce ritardo. Una ragazza chiama l’infopoint: é rassegnata, segno che la rabbia é un sentimento del passato. Pessimo segno. Alle 8.54 passa il bus delle 8.41. Alle 9.04 timbro il cartellino. Per fortuna faccio parte di quelli per cui vale la presenza: non spulceranno mai, a meno di iterate infrazioni, i ritardi di pochi minuti. Ma non va bene cosi’, non si puo’ accettare.

Sul treno, sulla metro, si puo’ leggere, gli operatori sono cortesi, il disservizio é ancora troppo alto. A pochi metri di distanza le lunghe code delle automobili avanzano lente: alla loro guida, o sopra un mezzo pubblico, la sostanza non cambia. Cogliona, per l’appunto, ma ormai cosi’ é. Indietro non si torna, ne’ ci tornerei. Farei l’intermodale ecologica, eco chic, eco trendy, e tutto quello che volete, se me lo lasciassero fare in pace, ma é un altro campo di battaglia pure questo. La prossima volta che nasco, voglio vivere di rendita.

settembre 29, 2014

É nato!!!

É nato, proprio qui! Giusto in tempo per la prossima mostra.

settembre 27, 2014

Inversamente proporzionale. Blog appeal.

Regole statistiche (incomprensibili) per un blog:

meno scrivi, meno visite e commenti ricevi, meno articoli ti leggono, piu’ iscritti al blog raccogli.

Qualcuno se lo spiega?

settembre 23, 2014

Improvvisazione numero uno. Furto d’identità

Mi chiamo Karin, ho 17 anni. Faccio la terza all’artistico. Dovrei essere in quarta, sai, ma mi hanno bocciato, allo scientifico: non era fatto per me. E allora ho cambiato e adesso sono felice. Adesso a scuola va meglio. Io voglio lavorare nel mondo dello spettacolo. Mi piace l’alta moda, vorrei diventare stilista, mi piace recitare, vorrei fare anche l’attrice. Sai quel film, quello con Gene Kelly, quello in cui ballano sotto la pioggia? Ecco, quando l’ho visto ho capito che quello era il mio mondo, il luogo in cui voglio arrivare. Parlo un po’ strano, vero? E’ che sono italiana, ma anche un po’straniera. Il mio papà è spagnolo, mia madre è mezza norvegese e mezza irlandese e io sono un po’ tutto questo e anche italiana però. Sono nata qui, però a casa parliamo altre lingue e anche l’inglese e il tedesco e allora il mio accento, mi dicono, sembra quello di una straniera. E mi chiedono sempre da dove vengo. Si sente tanto? Però vorrei vivere in Irlanda: mia nonna vive lì e tutte le estati noi andiamo al nord, al mare in Norvegia, e poi da mia nonna. Adoro l’Irlanda, adoro stare da lei. Ho una sorella, più grande, ha i capelli rossi, beata lei. Vedi i miei? Sono biondi slavati, senza colore, e tutti lisci, lei invece è rossa. E riccia. E’  molto bella mia sorella. Anche lei è qui, stasera. E’ di là, nelle altre stanze: lei fa musica, io invece ho scelto questo corso, perchè sono anche timida, si vede, vero? Arrossisco spesso, me lo dicono tutti. Cosa altro posso dirti? Ah, sì, ecco. Mi piace l’azzurro. Lo so, come ai bambini. Prima mi vergognavo, a dirlo, che avevo tutte le cose celesti e azzurre e a quadrettini bianchi e azzurri e allora ho fatto finta che non mi piacesse. Però adesso ho deciso che non mi importa più, e allora lo dico, e mi vesto d’azzurro, ho lo zaino azzurro, e le lenzuola azzurre…anche i calzini, guarda. E’ bello, l’azzurro. Se ho un ragazzo? Si, più o meno. Ci prendiamo e ci molliamo continuamente. Credo di amarlo, però litighiamo sempre. Lui non voleva che venissi qui, dice che magari conoscerò un altro e lo lascerò per davvero stavolta.  Ho anche un cane, si chiama Pippo. Cosa ti dico, adesso? Mah… Guarda, porto gli occhiali. Non vedo bene, devo per forza indossarli. Metterò le lenti a contatto, però, l’anno prossimo. Me lo ha promesso il mio oculista, che me le lascerà mettere. Non vedo l’ora. Sono brutta con gli occhiali, mi danno fastidio. E devo vederci bene, senza gli occhiali, perchè da grande lavorerò nello spettacolo e gli occhiali sono scomodi. E’ il mio sogno, lo spettacolo. Sì, lo so. Me lo dicono tutti che queste cose non succedono, o succedono solo a pochi. Ma io perchè non potrei essere una dei pochi? Abbiamo tutti diritto ad un sogno, no?

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