dicembre 15, 2014

Evidenza

E’ nelle piccole cose che sono contenuti i segnali. E anche se fingiamo di non accorgercene, stanno lì, indicatori silenziosi dello stato di salute di un luogo. E di quanto a esso collegato.

“Make it rough, but make it”, mi ha insegnato un coach aziendale statunitense. Fallo, fallo in una forma provvisoria, ma agisci, altrimenti, se aspetti di avere i dettagli perfezionati, posticiperai ogni volta l’inizio dell’azione. E’ un’indicazione sensata, bisogna smuovere la montagna. Quando però il tutto è avviato, quando le cose barcollano su gambe esili e non ci si deve più preoccupare di tenerle su, allora sono le piccole cose che meritano attenzione. Bisogna fare la polvere, non pronunciare parole inutili, prendersi cura della vernice scrostata, riordinare e raggruppare i file nelle cartelle, definire procedure di controllo, trovare gesti di incoraggiamento, insegnare metodi, pulire i vetri, rendere accogliente un ambiente con poco, due tendine alle finestre o 6 bottiglie d’acqua sempre pronte.

E quando dopo molto tempo le piccole cose ancora giacciono trascurate, i rubinetti rotti e le serrature scassate non vengono riparati, lo scheletro degli scarafaggi morti giace zampe all’aria sulle moquette macchiate lungo i cammini che vengono ogni giorno percorsi, quando gli scatoloni si accumulano, l’asfalto si buca e non viene riparato neppure sulla soglia, la programmazione di una giornata semplice è sempre affidata al caso, quando l’aria fritta ammorba di parole vuote uno spazio privo di azioni concrete, allora le piccole cose urlano, con le loro voci esili che pian piano salgono fino al soffitto e riempiono le orecchie, tutta l’evidenza della precarietà. E tutta la mancanza di cura.

E allora non fa niente se la cosa è avviata, se sta in piedi e produce utile, se si barcamena tra le onde: sono solo le piccole cose che strillano l’evidenza anche agli occhi di chi non ha mai voluto vedere prima. Rough, not perfect. Non perfetto. Mai brillante. Mai all’eccellenza.

dicembre 8, 2014

Subdola mente

La mente lo sa, quando può cedere il controllo al corpo e lasciare che prenda il sopravvento. Capita, di solito, proprio nei fine settimana lunghi, in cui ci sarebbe stato tutto un listone di cose da fare, più o meno amene, e che servono per prendere aria nella routine. Già. Ecco perché poi si finisce a starnutire e tossire a letto, tra i brividi e le scalmane, proprio nel fine settimana e i tre giorni filano via inutili, buoni soltanto a contenere i danni. Domani la mente tornerà al comando, probabilmente. Intanto ho scoperto che lo zenzero fa miracoli sui primi sintomi del raffreddore. L’Anginovag, farmaco non venduto da noi che mi procuro in Spagna, invece è fenomenale sul mal di gola, ma non agisce in modo naturale. Neanche un po’.

Prima di cedere ai microbi, venerdi sera sono stata al cinema a vedere “Magic in the Moonlight”, perchè Woody Allen fa delle belle robine, quando non ci recita dentro. Ero un po’ triste, venerdi, e avevo bisogno di svago cinematografico, perché una collega mi ha comunicato di essersi licenziata. Non è una persona normale: appartiene alla specie rara di chi si automotiva, per il piacere del lavoro, è super intelligente e sa un po’ tutto quel che succede – tecnicamente, intendo – in azienda. Sono contenta per lei. Come non esserlo, lo desiderava. All’annuncio dell’ultima gravidanza, tempo fa, si era sentita dire, da colui che prenderà in mano le redini dell’azienda tra qualche anno, che lì non c’era posto per una madre di quattro figli. Cavolo, speriamo che inventino alla svelta la partenogenesi, sennò da qui non ne usciamo.  Ha tenuto duro e probabilmente adesso il tipo in questione si morde le mani perché si è reso conto di quanto questa donna valga. E’ capitata l’occasione e lei se ne va, giustamente, e sollevata. Non si combatte contro i mulini a vento. Io resto, perchè sono appena arrivata e perchè sto ancora valutando i pro e i contro del lavoro in sè, non calato in un contesto. E per ora vincono i pro. Ma ho la sensazione che il contesto, tra un po’, potrebbe portarmi ad altre scelte. C’è una questione di etica in ballo. E del modo distorto che certi hanno di pensare che la quantità di ore di lavoro che si fanno – o si fingono di fare – in ufficio sia certezza di dedizione e bravura. C’è uno, ad esempio, che su questa visione del mondo del tipo di cui sopra sta facendo la propria fortuna: vive in ufficio, adegua gli orari a quelli del suo capo, e così pure le sue idee. E non combina niente. Finge di lavorare, non prende mai una decisione, scarica lavoro sui suoi collaboratori, si appropria di meriti che non ha e fa perdere tempo agli altri, in modo talmente palese che lo vedono tutti, tranne quello cieco che se lo è scelto come scudiero. Però io ho tanta ammirazione per gente così: sono loro che fanno grande questo paese.

Naturalmente io non ho scritto questo post in modo conscio: sono sotto l’effetto di farmaci, del destrometorfano, per la precisione. Anzi, magari non è nemmeno mai successo, quello che ho raccontato qui sopra. Ma quando mai si è sentita una cosa così in questo paese. Stavo solo cercando una trama per un racconto di fantascienza ed ero sotto l’influsso cupo della visione di due film tra uno starnuto e l’altro, “Il bambino con il pigiama a righe” e “Il giardino di limoni”, in cui c’erano tanti uomini che facevano la guerra e prendevano le decisioni più giuste per il mondo intero. Il destrometorfano crea allucinazioni, si sa.

dicembre 3, 2014

Nulla

Nulla. Niente altro da dire. Solo proseguire a denti stretti per qualche giorno ancora, prendere fiato nell’acqua di una piscina olimpionica deserta in cui solo si sente lo sciabordio di bracciate ritmiche, mettere la parola fine ad un progetto lungo che non porterà in nessun luogo e rendersi conto che, a volte, i sogni tali rimarranno. Cenare con amici e veder sfilare tre ore come se fossero minuti e ricordarsi che di belle persone è pieno il mondo, basta avere la fortuna di trovarle. Veder nascere nuove amicizie, in un posto nuovo, per avere dei rametti a cui appoggiarsi, nei giorni grigi, per sorridere un po’. Dormire in un guscio di ricordi un sonno profondo, protetta, come se fosse tutto uguale a prima. Osservare un pan di spagna che diventa color covone e aver voglia di prepararne subito un altro. Delle matite da disegno nuove e del tempo strizzato per imparare ad usarle. Albe umide di foschia e asfalto bagnato percorso senza nemmeno pensarci su. C’è Bach alla radio, sembra quasi Natale. Pulcine, cani e storielle inventate, per ridere un po’. Una nuvola bianca su uno sfondo azzurro, per farci riposare un pensiero. E quello che ho, che ho ancora, perché rimanga, il più a lungo possibile. Esisto, resisto. Mi sopravvivo così.

novembre 25, 2014

Hasselmus, le costellazioni e i bambini che ci sono ancora

Florilegio da una email di Franco Pina

Ore 19,30.  Mi incammino con mia nipote nel vialetto che porta a casa sua.
Lei guarda verso il cielo e mi dice:
- Guarda nonno si vedono le stelle!- Tenendo stretto in mano Hasselmus* e usandolo come prolungamento del braccio, indica un punto nel cielo.
- Quella è la Stella Polare, la più luminosa.-
Io non so se sia vero: lo prendo per buono, voglio crederci. D’altronde lo dice con voce sicura.
Poi aggiunge:
-Lo sai che ci sono tante costellazioni?-
Ho capito bene? Ha detto “costellazioni”?
Si l’ha detto, e non ha ancora compiuto cinque anni.
Tutto si spiega  quando aggiunge, candida: – Me le ha fatte vedere mio papà sul telefonino.-
Certo! Il telefonino! Ecco da dove imparano le cose i bambini di oggi. Mi domando: ci saranno ancora i bambini come quelli di una volta? E se ci sono, dove sono?
- Non le puoi contare- continua – Le stelle sono tante. Milioni!-
- Molte di più- dico io – miliardi!-
- Miliardi? Tutti i numeri del mondo?-
- Si, tutti i numeri-, le rispondo aprendole la porta verso i misteri del cielo e della matematica nello stesso tempo.
-Anche l’otto il nove ed il dieci?-, chiede ancora lei.
- Certo: anche l’otto il nove ed il dieci. – le rispondo sollevato.
Per fortuna ci sono ancora i bambini di una volta, ed una sta salendo la prima rampa di scale verso la porta insieme a me.
     
 
*( Hasselmus = pupazzetto Ikea)
novembre 14, 2014

Pompieri e Pan di Spagna

Pompieri

 

Del Pan di Spagna non ho una fotografia: è sparito poco dopo la produzione. Era buono e bello! Martedi sera ho partecipato al mio primo ( e brevissimo, nel senso che dura due lezioni) corso di cucina, sottosezione pasticceria, presso il negozio-laboratorio di un giovanissimo pasticcere di Iseo che, peraltro, produce delle brioches spettacolari. L’argomento dell’incontro prevedeva: crema pasticcera, pan di spagna e pasta frolla. Ci abbiamo aggiunto anche una chantilly. E’ frustrante non avere a breve il tempo di provare a mettere in pratica a casa mia e pasticciare un po’.

I pompieri, invece, hanno allestito a Mantova, da una trentina d’anni, un museo gratuito che ospita quasi un centinaio di mezzi, dall’Ottocento al periodo del dopoguerra, tutti salvati dall’oblio delle vecchie caserme o dei fienili, restaurati da un gruppo di volontari, ex vigili del fuoco, e tutti – tranne un paio – funzionanti. E’ stata una scoperta casuale, giusto due portoni oltre la trattoria di cucina tipica in cui ho pranzato, e molto piacevole. Vale la pena una visita, per lo stato in cui sono conservati i mezzi, per ammirare l’evoluzione della tecnologia, per immaginare il coraggio davanti al pericolo di chi con questi mezzi salvava vite e domava incendi, per la passione dei volontari che gestiscono il museo, per il luogo in cui il museo stesso è ospitato, ricavato dai locali di un vecchio teatro e di una parte di magazzini del Palazzo Ducale.

La giornata era piovigginosa, ma non troppo; la campagna in pieno fulgore autunnale, il mio umore quieto in mezzo a giorni occupatissimi. Una pausa nel caos.

 

novembre 7, 2014

Illusioni bibliofile. (Siamo tutti fessi.)

L’altro giorno, in una pausa web – io non faccio pause caffe’ al lavoro, vado a leggermi quel paio di pagine di quotidiani on line, tanto per stare sempre attaccata al computer – ho letto una notizia che mi ha fatto sussultare.  Amazon Italia offriva Kindle unlimited: tutti gli ebook che vuoi per una decina di euro al mese, in abbonamento. Ci sono stati anni in cui la mia voce di spesa  principale annua sono stati i libri e ancora oggi, che compro poco perche’ sto smaltendo e rivendendo/ regalando le giacenze fische e accumulando file, per quanto in misura molto minore, 120 euro all’anno li raggiungo e supero. L’importo dell’abbonamento percio’ era allettante.

La pausa pranzo se ne é andata con l’iscrizione gratuita di prova e le prime ricerche. Ho scaricato d’impulso tre o quattro titoli che avevo nella lista lunga dei libri da leggere: Memorie di un giardiniere, Il viaggio dell’universo, La scelta vegetariana…mi é sembrato, mentre girellavo a caccia grossa nel database di amazon, sia tra i testi in italiano che tra quelli – numerosissimi – in inglese, che non ci fossero pero’ grandi cose tra cui scegliere. La sera, passati gli effetti del primo delirio, ne ho avuto conferma: moltissimi autopubblicati di genere rosa, robetta di dubbia sostanza e scarna apparenza, e anche qualche rosso, piu’ o meno oscillante tra l’erotico poco riuscito e il pornografico gia’ sentito. Dovendo attivare il compra con un click, per accedere all’abbonamento, ho rischiato acquisti inconsulti, nella foga. Ho sprecato un paio d’ore, trovato dopo molte ricerche molto poco, deciso che i tempi non sono neanche un po’ maturi per offerte oneste e che tra un paio di settimane mi discrivero’. Grande disillusione per una povera bibliofila. Grandissima.

Per riprendermi, ieri ho inziato un corso di tre mesi di disegno. Quello di teatro, annuale, era troppo impegnativo per la valanga di caos che ho addosso in questo periodo, per cui l’ho rinviato a data da destinarsi. Questo consiste invece in un paio di orette di frustrazione pura, che fa sempre molto bene al mio ego strabordante. Devo andare a comprare una 6B e della carta da spolvero. Non sapevo nemmeno cosa fosse, fino a ieri, la carta da spolvero. Oh, la meraviglia di imparare cose nuove…

ottobre 27, 2014

Una porta parigina da aprire

Però ho trovato chiuso…

 

VDMI Paris

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