agosto 19, 2014

Vita piccola da spiaggia

Muta da sub mimetica, pinne lunghe un metro, boa Cressisub e arpione. Arriva in spiaggia nel tardo pomeriggio. Il vento ha costretto a chiudere gli ombrelloni. Il sole scotta, ma non come qualche ora prima. Tutti lo guardano: lui è in vetrina e sa di esserlo. Si allontana dalla riva. E’ un puntolino lontano segnalato solo dal bianco della boa.

Fegato da vendere, stomaco saldo e sprezzo del pericolo. Decolla dal campo di aviazione dietro le villette e, nel pieno del mezzogiorno, compie acrobazie nell’aria. Giro della morte, picchiate, avvitamenti, scatti di nuovo in su, verso il sole. Nasi per aria, lo stiamo ad ammirare, ascoltando il rombo del motore che si allontana e si avvicina, come le onde sulla battigia.

Altezza media, riccioli biondi ribelli al vento, occhiali da sole ed espressione concentrata. Indossa un paio di sandaletti rosa e grigi, bermuda blu con tante taschine e una maglietta con Snoopy e Woodstock. Ha tra le dita il filo di un aquilone. Due volte le cade vicino ai salviettoni su cui la gente è stesa a prendere il sole. Il filo si attorciglia, ci vogliono minuti di pazienza per sbrogliarlo. Poi l’aquilone sale, sempre più in alto. Lei lo porta in giro, con un sorriso sulle labbra, come fosse un cagnolino al guinzaglio. Un ragazzo la guarda, sorride, forse ricorda.

agosto 12, 2014

Libri da spiaggia e pensieri

Fano, spiaggia a sud, Sassonia.

Signora,verso i sessanta, aria simpatica, bianca ancora, sdraiata su lettino, accompagnata da coppia giovane in fase gemelli siamesi ( appiccicati da tre ore su altro lettino). Legge Nicholas Sparks: un po’ d’amore anche per lei.

Trent’anni, donna, allungata su stuoia, gia’ scura, in compagnia di due amiche. Legge La ragazza con l’orecchino di perla. Tardiva o visitatrice di recente mostra?

Coppia, quarant’anni, su salviettoni vicino alla battigia. Lui fa parole crociate e spia le soluzioni, lei ha in mano una guida Lonely Planet. Non riesco a vedere il titolo.

Uomo, cinquant’anni, seduto su salvietta sotto l’ombrellone. Solo. Espressione concentrata, é immerso in una biografia di Pirandello. Roba seria.

unarosaverde. Quarant’anni. Abbondante.Svaccata su sedia, si asciuga i capelli al vento. Profuma. Quest’anno in camper si é portata roba buona per doccia e doposole e ne fa un uso smodato. Da ieri é alle prese con Il cinema secondo Hitchcock di Trufflaut che possiede dal 97, ma non ha mai avuto modo. Tardivissima (e tardona).

Padre di una rosaverde, settantina inoltrata, fisico asciutto perche’ é piu’ attivo della figlia. Ha appena terminato la biografia di Edith Piaf  di Lelait-Helo, con un sospiro.

Je ne regrette rien…chissa’…un’anima tormentata, come quella di Robin Williams. Il talento é un macigno cosi’ greve?

agosto 10, 2014

“…Altri orizzonti”. Mostra personale d’arte in riva al lago

Ieri sera ho fatto un’eccezione alla dinamica letto-libro degli ultimi giorni e sono andata ad un concerto alpino inframmezzato da fotografie e storie di emigrazione italiana nell’ottocento e novecento. Il concerto è stato, al solito, piacevole – sono di parte, per quanto riguarda i due cori che si esibivano – mentre il recitativo troppo lungo e, a volte, poco significativo. Un pensiero per chi partiva, chi non ci pensava nemmeno per sogno a tornare, chi non vedeva l’ora, chi viveva roso dalla nostalgia, chi ha lavorato come una bestia, chi ci ha lasciato la vita, come nella miniera di Marcinelle. Roba di allora, cose di adesso.

Avendo già diluviato per tutto il giorno, c’è stata una parentesi umida e tutto è bene ciò che finisce bene.

Ora io invece me ne vado in vacanza, al mare italiano marchignano, come spesso mi capita, con l’obiettivo di scrivere – perchè ho in ballo da qualche mese una cosa che non si sa se andrà e dove, ma intanto sto provando a farla andare -, leggere, dormire, mangiare pesce e procurarmi una mano di tinta scura sulla pelle.

Per cui purtroppo questa mostra me la perdo, ma se qualcuno di voi fosse in zona, dal 9 al 16 agosto Franco Pina, più creativo che mai – saranno i nipotini che lo ispirano o l’estasi della pensione – espone a Pisogne, sul lago d’Iseo, durante l’annuale Mostra Mercato, nelle sale della Torre del Vescovo.

Sempre se il cielo smette di pisciare acqua, il lungolago invita alle passeggiate, i quadri di Franco alle riflessioni, il borgo a piacevoli scoperte. Portate anche le figliole adolescenti perchè il suo aiutante è bel tipo vispo e moro e l’artista conta su di lui per l’intrattenimento (un po’ meno per  la manovalanza).

 

agosto 9, 2014

Sul territorio

 Non so se ci avete fatto caso, ma, da qualche tempo a questa parte, l’uso scorretto del “piuttosto che”, quello smodato del “ma anche no”, quello categorico dell’ “assolutamente si, assolutamente no”, quello onirico del “chilometro zero”, sono stati affiancati dal complemento “sul territorio”. C’è gente presente sul territorio, analisi sul territorio, esigenze del territorio, diffusione capillare sul territorio, insomma, c’è un esercito che calpesta i prati e le vie del territorio che quasi me la immagino, questa moltitudine di persone fuori, all’aria aperta, a offrire servizi ai quattro cantoni e a pattugliare le contrade, che nemmeno i cercatori di funghi. Poi quando ti serve davvero qualcosa ti ritrovi da solo sul marciapiede a pigolare, come la goccia d’acqua della pubblicità: “c’è nessuno?”. L’uso delle frasi fatte mi innervosisce.

 Mi faceva notare un’amica, lunedì sera, una cosa alla quale non avevo mai pensato. In estate, le persone che hanno un figlio portatore di qualche handicap sono sole, solissime, ancora più sole che nel resto dell’anno: asili chiusi, strutture chiuse, scuole chiuse, grest interdetti, specialisti in vacanza…il medico le ha suggerito: “stavolta si prepari, signora, non faccia come l’anno scorso”, come se si potesse decidere in anticipo quando e come tuo figlio starà male e avrà bisogno di aiuto.  Territorio deserto.

  Territorio paludoso, anche, ma di questo non ha colpa nessuno: piove e continua a piovere, e l’estate se ne sta andando umida e appiccicosa. La prima settimana di ferie si è srotolata in grandi manovre antimuffa nel seminterrato, per arginare i danni del passare del tempo, con l’aiuto di una vaporella e di tanto bicarbonato di sodio, in una giornata a Padova a parlare di libri da dietro il bancone della bibliotecaria – e a giocare ad immaginare  di fare un altro lavoro  per una mezza giornata -, in una in quel del Tentino, che riconosci subito dopo il cartello che segnala la fine della provincia di Brescia perchè improvvisamente le strade sembrano messe meglio, le vie sono più pulite e i gerani crescono più luminosi – e dove lo strudel fatto in casa è un’opera d’arte.

 Sta finendo in lavoretti domestici di bucati stesi al chiuso perchè pare di essere in ottobre e di cosine da fare qua e là per le quali non ho altro tempo se non in questi rari periodi casalinghi. Sul territorio impazzano le sagre e le mostre mercato, ma io la sera, occupo il territorio del letto e non mi schiodo più:  leggo, non moltissimo perché crollo addormentata subito, però leggo e mi ricordo di quando lo facevo con voracità come se fosse l’unica cosa che mi importava al mondo. Lo era: i libri provocano assuefazione, specialmente se sono belli, e dal territorio ti strappano via per condurti in mille altri luoghi, magari senza pioggia per tre giorni di fila.

agosto 2, 2014

Mens sana e corpore meno sano

Oh…là! Ecco fatto, sono in ferie, da ieri sera. Questa mattina sono stata nella azienda “vecchia”, a firmare le ultime carte. Basta poco per sentirsi estranei in luogo che ci è appartenuto per molto tempo. Lo strappo è stato doloroso, ma necessario e la pagina è stata girata. A proposito di strappi, visto che in questi giorni uscire ad una orario decente, cioè le cinque del pomeriggio, non è stato complicato, ho consacrato la settimana all’igiene e alla cura del me esterno.

 Non so voi: io appartengo alla categorie delle persone che pensano che il corpo si debba abbastanza arrangiare, altrimenti Dio avrebbe creato l’uomo, la donna e un’estetista, per cui, di rado, ricorro a mani esperte e faccio da me, quando ho tempo – cioè quasi mai-, voglia – idem come sopra – e pazienza – lasciamo perdere. Il risultato è che sembro una che si lava, ma che potrebbe fare molto di più.

 Ogni tanto, rarissimamente, vengo però presa dalla fregola del “da oggi si cambia” e parto in quarta. Di solito mi fermo alla prima panchina e pace amen. Comunque questa volta mi sono impegnata molto: in cinque sere ho infilato: una seduta di igiene dentale dalla quale sono uscita, come sempre, sanguinante, sudata e con le tracce di lacrime sulle guance perché il mio dentista ha due mani larghe come badili e delicatezza pari a quella di un maglio che batte il ferro in fucina. Non ho più una carie da anni, ma dopo la seduta ingollo antinfiammatori come fossero caramelle. Mi ha regalato uno spazzolino per bambini di Star Wars, perchè quelli per adulti li aveva finiti, ma io volevo lo stesso il mio premio, echecavolo.

 Poi è stata la volta del parrucchiere: “solito taglio, grazie, che io sono abitudinaria come i gatti” e sono uscita con un taglio diverso, molto più corto, perché ci vuole niente per farmi cambiare idea sulle questioni mondane. Ieri gran finale, con pedicure e ceretta e perfino lo smaltino bianco sulle unghie, roba da grande evento. “Stai in piedi molte ore al giorno, vero?”, ha chiesto l’estetista lisciandomi i calli. “Veramente ho il culo su una sedia dieci ore al giorno, sul sedile di un’auto altre due e poi se riesco ne appiccico un altro paio al computer dopo cena o allungata sul letto a leggere. ” Dovrei avere due piedini di bimbo, probabilmente e invece ce li ho come quelli degli hobbit. Lode e gloria al mio ginocchio, ad una postura pessima e ai miei centomila chili in più. Comunque adesso sto liscia liscia come il sedere di un bambino, pronta per andare al mare (tra una settimana) e piena di buoni propositi di utilizzo di creme e cremine.

Per non essere troppo frivola, ho compensato con un po’ di cineforum serale, altra roba che mica sempre riesco a fare e che ha goduto di questi giorni di clima prefestivo. Il primo film, “La scelta di Barbara“, è ambientato nella Germania Est del 1980. Triste, angosciante e bellissimo.

Il secondo, “Paulette“, visto per compensare il primo, è triste per altri versi, perché di fondo denuncia la fatica di vivere con 600 euro di pensione al mese in una periferia degradata, ma è molto ironico per quanto riguarda il metodo che la protagonista si inventa per guadagnare. Pannella sarebbe d’accordo.

Avrei dovuto passare la domenica in una piscina sulle sponde dal lago di Garda. Trascorrerò invece un fine settimana di quiete e lavori casalinghi. Come quando fuori piove…

luglio 27, 2014

Su, su che è quasi fatta

Verona mi vuole bene. Venerdi, giusto il tempo per godersi Il Bugiardo, di Goldoni, messo in scena dalla compagnia stabile della città, si è asciugato il cielo e ha strizzato le nuvole altrove. All’una di notte, sulla via del ritorno, la tregua era già terminata, ma ormai quel che dovevo fare l’avevo fatto. Ho riso, ho ricordato, ho riflettuto, sono state proiettata in un luogo altro: tutta roba che a teatro capita, per fortuna. In questi due giorni ho terminato un lavoro di sistemazione tra carabattole e vecchi quaderni di scuola intrisi di morale e cattolicesimo e buone intenzioni che da bambini bevevamo insieme al latte. Certe mi sono rimaste appiccicate in modo indelebile, come la cicatrice di Harry Potter. Altre, per fortuna, le ho perse per strada. Non so voi, ma tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, qui, nelle valli lombarde, eravamo ancora impegnati ad essere tutti bravi bambini.

Niente di male, in questo, non fosse che ti resta addosso una sorta di patina noiosa e saccente, se brava bambina lo eri abbastanza, in grado medio-alto, direi e solo non riuscivi a piegarti fino in fondo a chi ti voleva ordinata. Adesso sono molto meno brava bambina: a fatica, a molta fatica, qualche no ho imparato a dirlo, il mio egoismo di fondo me lo tengo ben stretto e oso anche essere anticonformista, sotto la mia armatura da brava borghese. Però sono diventata ordinata, metodica, in modo quasi esagerato: le dita lunghe delle note sotto i temi e i conticini mi hanno raggiunto e piegato nel profondo. Oppure è stata l’esposizione al minimalismo, chissà. Adesso mi sento a posto solo se la scrivania dell’ufficio è sgombra, portatile e portapenne a parte; la stampante la collego solo raramente e i quattro cassetti sono ordinati. La sera, prima di andare via, dispongo le seggioline intorno al tavolo in modo che siano tra loro simmetriche e alla stessa distanza dalle gambe. Poi chiudo le luci e una voce dentro di me sussura ironica: “Idiota”. Nel mio nuovo lavoro non dovrò cedere di un millimetro al disordine, anzi, dovrei propagare questo ordine in altri uffici, in altri reparti e combattere contro montagne di oggetti abbandonati da anni nel primo angolo libero, impolverati, inutili. Ingombranti. Non so mica se ce la faccio.

Me lo chiederò ancora per tutta la prossima settimana, forse anche per un paio di giorni di quella successiva (nel senso che l’azienda è chiusa, forse qualcuno lavora e vorrei andarci pure io perchè sto sottozero con le ferie e la cosa mi fa sentire prigioniera) e poi per una ventina di giorni non me lo chiederò più perchè sarò in vacanza. Ho tre programmi: rivedere alcuni amici – cosa che comporta qualche ora di auto o di treno e qualche altra di ciacolate -, trascorrere qualche giorno a casa a fare ordine (in una versione meno esasperata della faccenda delle sedie), passare una quindicina di giorni al mare a leggere, scrivere, non fare di conto, mangiare pesce, gironzolare nell’entroterra marchigiano e accumulare l’energia necessaria per affrontare il rientro.

Vorrei una bolla di spensieratezza nella quale non essere raggiunta dalle miserie del mondo, per far finta che per un po’ non esistano, e tornare in luoghi altri, come venerdi sera, al Teatro Romano di Verona, per vivere vite non mie attraverso le parole di altri.

E mentre aspetto, per questi ultimi giorni, voi continuate a leggermi, vi iscrivete a questo blog tranquillo e chiuso in un suo angolo tra le prealpi, i reparti produttivi e le evasioni turistiche e letterarie – grazie mille!- e magari siete già al mare, o ancora al lavoro, o sul terrazzo di casa a guardare la pioggia che cade, di luglio, e a uccidere zanzare.

http://www.larena.it/stories/334_teatro_e_danza/805138_goldoni_shakespeariano__poesia_che_commuove/

luglio 20, 2014

Appiccicoso

Il mondo oggi appiccica. Ieri il suolo e i muri e le terrazze e le stanze bollivano, oggi sono avvolte da una cappa umida che le schiaccia e le lascia in attesa di un acquazzone che non arriva.

Il fine settimana passa ingolfato dalle molte cose che durante i giorni lavorativi trascuro però lentamente qualche passo sulla mia enorme lista delle cose da fare l’ho mosso e prima della fine del mese un’attività potrò cancellarla. Lo studio del pianoforte iniziato a settembre è andato bene fino ad inizio anno poi ha avuto un andamento molto altalenante: un singhiozzo di note. Non demordo: prima della fine dell’estate quel primo libro lo concludo.

La settimana invece è stata così zeppa di impegni – in parte affibbiati, in parte che mi sono cercata da sola – che poi mi sono serviti due pisoli da un’ora e mezza l’uno, ieri e oggi, per recuperare energia. I pisoli sono la mia oasi. Due giorni di corso a Milano, su un argomento denso che mi ha fatto venire voglia di lavorare bene, un concerto da cagnara e ritmo martedi, di cui ho già scritto, e uno più contenuto e soft venerdi sera, con Suzanne Vega a Sommacampagna, nel veronese, terra che offre un cartellone estivo interessante .  E così sto canticchiando Tom’s diner intervallandola con El Carretero. Americhe.

Ho letto un libro pessimo, di Chiara Gamberale – grazie lo stesso a B. che me l’ha prestato, ma resto dell’idea che è meglio ogni tanto un capitolo delle Donne che corrono coi lupi, per tirarsi su l’autostima. Anzi, guarda: me lo metto in auto e una delle prossime sere te lo porto, insieme a “Puoi anche dire no”, che funziona come una ramazza coi sensi di colpa. Ho investito una piccola parte della liquidazione in uno scanner per libri con cui ho iniziato la seconda fase della digitalizzazione della carta della mia vita. Ho giocato con la macchina da cucire e fatto una fodera a quadrettini vichy di un pouf senza rendermi conto che ho preso male le misure (fare ingegneria sono stati soldi buttati), ma mi sono divertita lo stesso. Ho una stanza che sembra sempre di più quella di una bambina dell’asilo: tutta a quadrettini rosa e bianchi e verdi e bianchi, ancora tanti libri, qualche ammenicolo tecnologico, tanta roba per scrivere e quadri che mi sono stati regalati da amici che sanno dipingere a tenermi compagnia.  Oggi pensavo che sarebbe bello ogni tanto cambiare le stoffe e farle diventare a quadrettini blu e bianchi e azzurri e bianchi. Sempre asilo, comunque. É che a me i quadrettini e le righine piacciono: sono una delle poche eccezioni al monocromo che sopporto. Riconduco l’agitazione a forme geometriche ripetitive e ordinate cos’ mi riequilbrio e mi convinco che funziono. Centrata, vichy, non yoga.

Avrei una gran voglia di farmi una passeggiata senza provare dolore, ma questo è ancora impossibile.

E da domani conto due settimane e mezza alle vacanze, con una commedia di Goldoni in mezzo, ad aiutare a ridere, alcune mail di amici a cui rispondere e il temporale che si avvicina, piano, verso le montagne, pesante di acqua e tuoni.

PS: e questo è il cinquecentesimo post. Un dito di limoncello fatto in casa per festeggiare?!

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